Valerio Corzani

Radio3suCarta. Hugo Pratt e altre latitudini (2° parte)

Passioni è un programma articolato in cicli monografici della durata variabile dalle 2 alle 10 puntate. Ogni ciclo propone una narrazione ed una esplorazione condotta in prima persona dal protagonista o dai protagonisti intorno a quella “passione” che è al centro del tema scelto e si avvale di interviste, archivio sonoro, musiche. Passioni non vuole offrire un approccio giornalistico o didascalico ma piuttosto l’esperienza viva dei protagonisti, la loro storia, le loro emozioni.
A cura di Cettina Flaccavento
regia di Ornella Bellucci
conduce Valerio Corzani

 

“Hugo Pratt e altre latitudini”, è un viaggio immaginifico nel mondo poetico di Hugo Pratt, percorso al  fianco dei suoi personaggi. È soprattutto con un ideale mappa o mappamondo che dobbiamo attraversare più volte questo territorio, perché questo è quello che ha fatto l’autore di Corto Maltese, viaggiando moltissimo nella sua vita e facendo viaggiare moltissimo i suoi personaggi, in primis, proprio il suo personaggio più noto. Fumetti d’avventura: in fondo, se ci pensiamo, è una definizione bellissima. Strisce, tavole disegnate, colorate, per mettere in scena uno slancio, un atto di coraggio, una voglia insopprimibile di sfidare il nuovo.

L’avventura ha sempre caratterizzato il tono, le coordinate delle tavole di Hugo Pratt. Il mondo delle sue storie è un intreccio di rotte, di scelte fatte seguendo questo imperativo categorico: l’avventura. Un imperativo che spesso veniva messo alla prova, temprato, scoperto, esaltato da un viaggio in una terra sconosciuta, dall’incontro con un popolo mai incontrato, dal curioso deambulare dei suoi personaggi. E un’avventura è stata in qualche modo anche il viaggio sudamericano di Hugo Pratt.

Dopo aver cominciato a disegnare e a farsi un nome nelle calli di Venezia insieme a collaboratori come Alberto Ongaro, Hugo Pratt e un altro manipolo di amici, tra cui anche Ivo Pavone, vengono invitati a trasferirsi in Argentina, a Buenos Aires e a lavorare per quel mercato. A Buenos Aires Hugo Pratt vivrà per 13 anni. Alberto Ongaro, scrittore e sceneggiatore di fumetti, ci parla proprio di quegli anni.

 

Alberto Ongaro. Il magazine ‘L’Asso di Picche’ andava molto bene. Venne “scoperto” da una signora ebrea, Matilde Finzi, molto fine e intelligente. Era l’agente di una grossa casa editrice di proprietà di ebrei italiani, scappati dall’Italia per ovvi motivi. Il proprietario di questa casa editrice vede i disegni e dice: “ Questi ragazzi devono lavorare per noi”. Allora, attraverso il suo agente, ci propone di andare in Argentina. Tutti noi eravamo iscritti all’università, tutti tranne Hugo. Volevamo finire gli studi e abbiamo detto di no.  Allora ci hanno detto: «Lavorate dall’Italia per noi». E abbiamo detto sì. Allora, più che servire il giornale, abbiamo cominciato a seguire questo rapporto con l’Argentina che si rivelava molto promettente. Risultato: appena hanno cominciato a pubblicare le storie che io scrivevo e che Hugo disegnava, le vendite dei giornali dell’“Abril”, che era il nome della casa editrice, sono schizzate verso l’alto. A quel punto ci hanno fatto un’offerta che non si poteva rifiutare. Perché l’Argentina era un paese curioso. Il fumetto per gli argentini era una lettura per adulti, per adulti laureati, colti, politicamente impegnati già all’epoca.

Il grande successo di Hugo Pratt in Argentina, le sue avventure, tutto questo ci ha raccontato Alberto Ongaro. Ma il capitolo di Buenos Aires deve necessariamente avere anche altri corollari, tra questi quello di Ivo Pavone, collaboratore, e naturalmente, amico di Pratt che si trasferì insieme a Ongaro e al creatore di Corto Maltese a Buenos Aires.

 

Ivo Pavone. Il fatto è che ‘L’Asso di Picche’ andava molto bene, era una rivista nuova per l’epoca in Italia, realizzata con uno stile un po’ “all’americana”. A Milano c’era l’agente di Civita, un italiano che era scappato in Argentina nel ’38 e che lavorava perla Mondadori. Civita ha conosciuto Walt Disney a New York durante la guerra, e lì ha ottenuto i diritti di per pubblicare all’estero le storie di Paperino e Topolino; e in Sudamerica è diventato uno dei più grossi editori del settore. Civita aveva un agente a Milano, e questo agente gli consigliava le novità italiane, e naturalmente aveva notato ‘l’Asso di Picche’ e gliel’ha segnalato. Ne è venuto fuori un contratto che non si poteva rifiutare e così son partiti prima Pratt e Faustinelli in nave, poi è andato in aereo Ongaro a febbraio perché aveva dei problemi con il servizio militare, e nel settembre del ’51 son partito io, perché  Civita mise sotto contratto anche me. Così, ci siamo ritrovati tutti e  quattro in Argentina.

E che paese, che gente avete trovato?

 

Ivo Pavone. L’Argentina era un paese di emigranti, tra cui moltissimi italiani, perlopiù arrivati laggiù disposti ad accettare i lavori più duri. Invece noi siamo arrivati grazie a questo editore che era già un personaggio importante, era legato all’ambasciata, al consolato e perciò noi siamo diventati i suoi “gioielli”. Sa, nel dopoguerra in Italia la vita era dura, per noi si è trattato di un’occasione d’oro per fare il lavoro che ci piaceva fare, per di più ben pagati. Inoltre, Pratt, Faustinelli e Ongaro erano tre personaggi veramente interessanti, quand’erano giovani facevano colpo.

L’Argentina, dunque, come un’occasione professionale da prendere al volo e da sfruttare al meglio, ed è quello che hanno fatto Pavone, Ongaro e soprattutto Hugo Pratt. Guido Fuga ci segnala anche, di come Buenos Aires fosse l’occasione per approfondire ancora meglio il proprio amore per il cinema, per approfittare dei momenti vuoti del lavoro e del divertimento per immergersi in quello che era il mondo pieno di magia del grande schermo.

 

Guido Fuga. Col pennello Hugo era di un fascino pazzesco, perché come diceva Manara, nel suo disegno ti sembra quasi di riconoscere le ore del giorno, cioè a che ora è stato disegnato. Un bianco e nero com’era il bianco e nero di una volta, che vedevi al cinema, e lui si è nutrito di cinema americano. Pratt mi raccontava che a Buenos Aires consegnava tutti i lavori con molto anticipo, così poteva andare al cinema a vedersi i matinée. S’infilava in sala e vedeva tutti i film, soprattutto quelli d’avventura, che lui ha sempre amato. Pratt ha sempre avuto questo carattere curioso, era il più eccentrico tra tutti gli intellettuali che conoscevo, anche nell’impegno politico. Aveva vissuto per dodici anni in Sudamerica, e quindi vedeva le cose col taglio dell’avventura. Ti chiedeva: «ma voi studenti, cosa fate: l’occupazione delle facoltà? Con i professori protestate così? No, dovreste cospargerli di pece con le piume!». Tirava fuori queste cose da letteratura di frontiera, aveva sempre queste follie, io lo guardavo stupito, però le sue analisi ci azzeccavano, perché in ogni sua semplificazione, anche nelle semplificazioni che apportava alle sceneggiature dei suoi lavori, ci azzeccava sempre.

Naturalmente Buenos Aires voleva dire anche tango, voleva dire una cultura nata nel barrio e poi lanciata nei decenni per essere messa a disposizione di un’accademia che aveva i contorni del globo terracqueo. Il tango è una musica di grande fascinazione, un ballo che non poteva non solleticare il tocco e il disegno di Hugo Pratt, anche se, come dice Ivo Pavone, a quel tipo di atmosfere gli amici di allora, Pratt compreso, sono arrivati in un secondo tempo.

 

Ivo Pavone. Pratt era un personaggio, un animale vero e proprio, che entrava dentro l’habitat di un posto senza nessun problema. Lui poteva stare col ladro e con il ricco, e perciò in Argentina lui è entrato di colpo e ha fatto colpo, perché tutti ancora adesso lo amano. È diventato argentino in Argentina com’è diventato francese in Francia. Ha letto e ha conosciuto i dettagli, le virgole della cultura argentina.

 

Lei stesso condivide con Pratt un grande interesse anche per la musica, e ovviamente là c’era anche da questo punto di vista un grande scrigno di suoni.

 

Ivo Pavone. Certo, noi quando siamo arrivati eravamo “frastornati” dal tango, un tango che a noi sembrava la sceneggiata napoletana, ci sembrava un po’ troppo folkloristico, mentre a noi interessava il jazz. Però, quando abbiamo ascoltato il tango di Piazzolla1 è cambiato tutto, e lì abbiamo conosciuto il tango, il tango adulto, che ci ha fatto conoscere anche “l’altro” tango quello delle bettole, della tradizione, che era poi il tango a cui Pratt era più interessato.

 

Quando Hugo Pratt scopre Buenos Aires (l’immensa città argentina nel 1949 aveva già 4 milioni di abitanti, oggi sono addirittura quasi 12 milioni) non si rende veramente conto di quello che sta per attenderlo, non subito almeno . Dal punto di delle atmosfere sonore, in realtà il tango è dappertutto, però se non lo si cerca si può anche non trovarlo. In fondo anche oggi niente è cambiato, Buenos Aires coltiva la nostalgia dell’Europa e in faccia al Rio de la Plata cerca qualcosa che sta dall’altra parte del mondo. Evidentemente, Hugo Pratt, ha avuto all’epoca bisogno di un grimaldello più autorevole, di una sorta di passepartout che non poteva che essere dato dalla permanenza nel posto. I musicologi hanno creduto di riconoscere nel tango, inizialmente chiamato Milonga, l’influenza del tango andaluso, del candomblè africano2, di certe musiche e ritornelli della musica del sud Italia e naturalmente anche dell’ habanera cubana. Sicuramente il tango è stata l’espressione di una cultura d’immigrazione che ha trovato nel nuovo mondo la possibilità di esprimersi e di trovare con rifrangenze sonore bellissime. Rifrangenze che non potevano non solleticare anche la fantasia di Hugo Pratt, il quale infatti a un certo punto ha ambientato proprio una storia noir a Buenos Aires.

“Di notte, quando vado a letto, non posso chiudere la porta, perché lasciandola aperta io sogno che tu ritorni”. È un frammento del testo della canzone Mi  Noche Triste interpretato da Carlos Gardel. Un brano composto nel 1917, un canto mitico, come mitico è il tango, capace da solo di aprire tutte le porte di templi nascosti che sono spesso dei templi dell’anima. In questo gioco tra ammiccamenti, danze, coltelli, sangue, povertà e ricchezza, la penna di Hugo Pratt sguazzava a meraviglia. L’ha dimostrato, appunto, con un album intitolato Tango3, e l’ha dimostrato anche con la voglia che ha avuto di affrontare per tredici anni un’avventura all’estero, che non era affatto scontato abbracciare con questo entusiasmo e, tutto sommato, anche con questa autorevolezza. Ne ricorda i contorni approfondendo altri dettagli Ivo Pavone, suo compagno di viaggio e di avventure di allora.

 

Ivo Pavone. Quando sono arrivato a Buenos Aires, ho vissuto con Pratt per tre, quattro mesi in uno chalet, poi Pratt ha voluto trasferirsi ed io l’ho seguito a casa di alcuni russi, conoscenti di allora. Stavamo in una stanzetta. Lui si alzava alle cinque, cinque e mezza di mattina, e io mi alzavo a mezzogiorno, perciò sino a mezzogiorno lui lavorava. Poi io mi alzavo, si mangiava insieme e dopo lavoravo io. Insomma, avevamo dei ritmi sostanzialmente sfasati, anche se delle volte si lavorava insieme, ovviamente. Poi lui si è sposato ed io per un po’ gli ho inchiostrato ‘Il sergente Kirk’. Era il momento in cui lui stava già per separarsi dalla prima moglie. Quindi io arrivavo alle otto e mezza a casa sua e mi lasciava 4 o 5 tavole appena accennate e se ne andava via per i fatti suoi. Io tornavo la sera e così lui trovava le quattro tavole già fatte, per quanto riguarda la mia parte di lavoro. Lui poi metteva a posto qualcosa e aggiungeva il resto.

 

Leggevo anche nel libro di sua figlia Silvina che c’era anche una grande storia di cucina, nel senso di mangiate, tavolate, cultura del cibo…

 

Ivo Pavone. La cucina per lui era una cosa importante, era una cucina solida fatta di tanto olio, tanto formaggio. Cucinava carne, pasta, stufati, e lui spesso la sera cucinava per tutti gli ospiti.

 

Anche in questo caso, anche a Buenos Aires, ovviamente c’è una dimensione intima, famigliare, importantissima. Silvina Pratt ricorda così quel periodo:

 

Silvina Pratt. Dunque, lui è arrivato a Buenos Aires con dei suoi amici, dopo l’hanno raggiunto altri amici e ha preso una casa in un bel quartiere, in una bella zona di Buenos Aires, non proprio in centro, un po’ fuori. Erano ragazzi giovani con voglia di conoscere la città, con un lavoro che era diventato una passione per loro. A Buenos Aires poi in quel momento si stava bene, si viveva bene, c’era la libertà. Credo sia stato uno dei momenti più belli della sua vita. Poi dopo quel periodo difficile della guerra in Etiopia, dopo aver perso suo padre4, è tornato a vivere Venezia con la madre a casa dei nonni materni. Non era una situazione semplice, né confortevole. Difficile poi ritornare a Venezia dopo aver perso la guerra, dunque erano un po’ indesiderati in quella casa. Era difficile, non c’era tanto da mangiare, insomma partire per  Buenos Aires era come dicono in Francia le pèriode de cocagne. Beh, può immaginare, no?

 

Dunque un’avventura personale ma anche professionale che sconvolge in qualche modo la vita di Hugo Pratt. A Buenos Aires Pratt comincia a conoscere, a fare amicizia, con molti intellettuali ed artisti, tra questi il poeta Octavio Paz e il jazzista Dizzy Gillespie. E sempre a Buenos Aires, dalla collaborazione con lo sceneggiatore dell’ ‘Eternauta’5, Hèctor Oesterheld, nascono alcuni tra i suoi grandi personaggi come Ernie Pike e Ticonderoga6. A quel punto, Hugo Pratt, accresce sempre di più la sua capacità di caratterizzare in maniera personale il suo disegno. Da questo punto di vista abbiamo visto quanto le esperienze biografiche si siano intrecciate con i cambiamenti anche del tocco, dell’approccio al disegno di Hugo Pratt. C’è un retaggio importantissimo, che è quello degli indiani d’America, un retaggio in parte mitico e in parte, invece, reale. La voglia di approfondire e di studiare quelli che erano sia i tratti somatici che le storie che arrivavano dal western, dai pellerossa e in genere da quello che era il mondo immaginifico degli indiani d’America. Un amore che aveva radici antiche, come ricorda Ivo Pavone.

 

Ivo Pavone. Pratt con gli indiani d’America aveva un rapporto veramente viscerale. Sembrava fosse un indiano, che fosse quella la sua cultura. Quando eravamo ragazzini, lui aveva un album dove disegnava gli indiani che riprendeva dai film e anche da libri che aveva. Gli indiani li conosceva veramente a fondo. Poi. quando è stato in America, lui ha portato molti libri, credo ne abbia anche “sgraffignato” qualcuno da una biblioteca americana, e ha perfezionato ancora di più il suo background sui nativi americani e al west americano in genere. E mi ricordo che aveva questo libretto con tutti questi disegni, che aveva fatto vedere al nonno. Il nonno è stato il fondatore dei fasci di combattimento di Venezia, era un fascistone, e pensare che Pratt non lo era assolutamente, aveva avuto una formazione più “inglese”, più aristocratica, molto liberal. Una volta portò questo libretto con tutti questi indiani dal nonno che era malato di Alzheimer, e il nonno quando li vide disse: «Belli! Belli questi bersaglieri!»

 

C’è un album intitolato Wheeling che va segnalato, che è più che un album, è una raccolta di album e di storie, una lunga genìa di produzioni che è dedicata interamente, appunto, a quell’ immaginario che raccoglieva le tante tribù di pellerossa, ma anche i nuovi coloni, le lotte tra nordisti e sudisti, una serie di intrecci narrativi e naturalmente anche intrecci di immaginario e di immagini che Hugo Pratt ha saputo raccontare in maniera davvero stupefacente. Qualche riflessione su questo tipo di avventure ce la regala Luca Boschi, fumettista e giornalista italiano, responsabile anche della  “Scuola Internazionale di Comics” e di rassegne italiane dedicate ai fumetti.

 

Luca Boschi. Wheeling era tutta una serie di racconti, anche singoli, che Pratt ha scritto, anzi meglio, ha disegnato in parte forse, anche su soggetti non suoi nel suo periodo argentino quando lavorava per l’editore italiano Cesare Civita. E qui l’influenza è quasi sicuramente letteraria. Pratt aveva letto da giovane romanzi di grandi narratori americani, uno dei suoi più amati era Zane Grey. Sicuramente lui vi riversava alcune sue suggestioni e probabilmente, andando a rileggere anche dei pezzi di storia che gli erano frullati per la testa, erano sedimentati un po’ nel cervello e che poi lui aveva riscritto. Questo è uno dei misteri della sua arte e del suo talento, ma, in fondo, i grandi narratori amano rivisitare delle zone che per loro sono un “altrove”. Il West in particolare, per tanto tempo ma anche adesso, specialmente per i lettori dei fumetti italiani, è qualche cosa di paragonabile alla fantascienza, al medioevo. Non necessariamente si parla di un West geografico in un periodo storico preciso, che so l’800, o meglio la seconda metà dell’800 fino agli inizi del ‘900. È appunto una zona senza tempo, cosi lontana che ha nutrito l’immaginario degli italiani, in particolare con i film, i film in bianco e nero, quelli di John Wayne ma non soltanto. Quelli che erano proibiti in un certo periodo in Italia, durante il periodo fascista e immediatamente dopo, invece, sono esplosi e hanno, appunto, nutrito l’immaginario di due o tre generazioni di italiani.  È come se questo tipo di mito e di passione si fosse tramandata. Spiega anche il grande successo di Tex Willer o di altri, per esempio l’ultimo personaggio narrativo che si può immaginare abbia una certa fortuna si chiama “Saguaro”7 ed è appena nato, ed è, incredibilmente, un altro personaggio che vive nel West.

Proprio dalle frequentazioni cinematografiche, con il mondo del western, a quanto ci sta per rivelare Alberto Ongaro, sono arrivate le fisionomie, la fisionomia del personaggio più noto inventato da Hugo Pratt, Corto Maltese appunto.

 

Alberto Ongaro. Il suo ideale fisico era Burt Lancaster, sia ripensando a Corto Maltese che a un altro personaggio mitico inventato da me, “El Muerto di Junglemen”. Io nella mia carriera da giornalista ho anche intervistato parecchi attori americani e ho raccontato questa storia a Burt Lancaster che era diventato il mito di questo disegnatore straordinario. Quando lo dissi a Lancaster, lui si divertì molto all’idea che il suo viso fosse stato disegnato, era davvero contento. Più contento di quando faceva i film.

 

Burt Lancaster dunque come modello di Corto Maltese, un altro dei segreti che stiamo sviscerando in questo ciclo “Hugo Pratt e altre latitudini”, non solo segreti ma anche geografie e suoni, un terreno che continueremo ad attraversare anche la prossima settimana. Per ora siamo stati in Etiopia, Venezia, Buenos Aires e in compagnia degli indiani d’America. Ci sono altre mete altrettanto fascinose che dobbiamo attraversare insieme a Hugo Pratt.

1. Astor Piazzolla (1921- 1992) musicista e compositore argentino. Considerato uno dei più grandi rinnovatori del tango argentino. N.d.R.

2. Religione animista afrobrasiliana. N.d.R.

3. Avventura di Corto Maltese pubblicata la prima volta nel 1978. N.d.R.

4. Il padre di Pratt era stato un militare d’alto, morì in un campo di concentramento in Etiopia a Dire Daua, nel 1942. N.d.R.

5. Fumetto argentino di fantascienza sceneggiato da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano, pubblicato per la prima volta tra il 1957 e il 1959. N.d.R.

6. Fumetti d’avventura sceneggiati da Héctor Oesterheld e disegnati da Hugo Pratt. N.d.R.

7. Fumetto pubblicato dal marzo 2012 dalla Sergio Bonelli, ambientato in Texas nel 1972, che ha per protagonista Thorn Kitcheyan, ex militare di origine navajo, reduce dalla guerra del Vietnam. N.d.R.

VALERIO CORZANI è autore e conduttore radiofonico, giornalista e musicista. Scrive di musica e viaggi per ‘Il Manifesto’, ‘Alias’, ‘XL’, ‘Slowfood’, ‘Il giornale della Musica’ e molti altri magazine. Collabora dalla metà degli anni ’80 con RadioRai. Attualmente è uno dei conduttori e autori di Alza il volume, ideatore e redattore di Sei Gradi e File Urbani, consulente musicale di Pagina3, Ad alta voce, Passioni, Tre Soldi, Fahrenheit, Wikiradio, tutte trasmissioni di Radio3. Come musicista è stato il bassista delle prime stagioni dei “Mau Mau”, il co-leader dei “Mazapegul”, il produttore e l’autore testi dei Daunbailò e oggi porta in giro il progetto elettronico “Corzani Airlines” e suona con “Gli Ex”.

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