Franco Petroni

Fiction – Mia madre partigiana

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

A  quell’epoca, tra i quattordici e i diciott’anni, ero curioso di tutto, e andavo in visita dal mio nonno materno come in terra straniera. Di rado, perché stava lontano, di là dai monti; poi ci andai più spesso, quando imparai a guidare la macchina ed ebbero costruito l’autostrada.

Sempre in assenza di mia madre. Mia madre non ce l’aveva con suo padre solo per motivi politici. Aveva un fratello di due anni più grande che in casa era l’erede, e tutti i vantaggi erano suoi. A lei restavano le briciole, e per compenso neanche una carezza. Sua madre era connivente col padre, anzi forse era peggio di lui, ma per fortuna quando lei aveva sette anni s’era tolta di mezzo, per un cancro all’utero. C’era un grande casino, in quella casa, un villone in mezzo alla pianura che non si sapeva nemmeno quante stanze avesse, tanto era grande. C’erano cameriere e cuoche e lavapiatti, suo padre in quel campo lì non badava a spese perché se le portava a letto tutte, o perlomeno ci tentava sempre. Lei però con quelle donne ci faceva amicizia, e le avvertiva: guarda che ora arriva il mostro. Per questo era di gusti popolari e non aveva bisogno di niente, soldi e case e poderi erano merda, per lei, diceva, ed era vero. Una sola cosa il padre le chiedeva, cioè di mettersi la divisa da giovane italiana e di andare alle adunate, e lei non l’aveva fatto. Mai. Andava in giro per la casa, nei campi e nel paese a raccogliere le voci contrarie a suo padre e al fascismo. S’era fatta amici tra i braccianti, e per cementare l’amicizia c’era andata a letto, a quattordici anni, senza sentirne gran che il desiderio, quasi per dovere. Il dieci giugno del ’40 era in piazza in mezzo alla folla, per la prima volta, ad ascoltare il discorso dell’entrata in guerra. «Avevo sedici anni. Non ci crederete», diceva, «ma ero contenta, anzi entusiasta. Non ci crederete, ma io in quel momento avevo previsto tutto. Avevo capito che quei maiali, mio padre in testa, s’erano messi da soli il cappio al collo». Suo padre invece, quell’imbecille, perché anche imbecille era, non aveva capito nulla. E non aveva capito nulla nemmeno l’8 settembre del ’43, a differenza di altri proprietari altrettanto stronzi ma più furbi di lui, che avevano cercato di sparire, di mimetizzarsi. No, lui, lo stronzo imbecille, non aveva rinunciato a credere nella “vittoria”, perché voleva continuare con le prepotenze, tanto ormai c’era abituato, da quando squadrista andava in giro con la pistola, il manganello non gli bastava, e dopo che era passato il camion con dentro lui e gli altri farabutti si trovavano in terra i morti come le mele giù dall’albero dopo il temporale. Era stato il primo in paese a iscriversi al fascio repubblichino, e aveva ammazzato ancora. Ora lui cercava di far credere di no, ma lo sapevano tutti che aveva continuato ad ammazzare. Prima della resa dei conti era scappato, perché s’era fatto furbo ora, ed era stato due anni nascosto. Poi era tornato, come se niente fosse. Tutto tranquillo, non era successo nulla. La vita continua, no? dopo la burrasca. I soldi ce li aveva ancora, in valuta pregiata, li aveva portati in Svizzera, le case e i poderi erano lì al loro posto. Andava bene così: non s’era neanche iscritto all’MSI, non ce n’era bisogno. Sì,la Repubblica Sociale era stata uno sbaglio, lo riconosceva. Il sistema funziona bene anche com’è, senza bisogno del fascismo.

Il solo dispiacere di suo padre era che il figliolo maschio, l’erede, era finocchio. Pardon, omosessuale. Quindi non ci pensava nemmeno a scopare e a dargli un nipote. E quindi l’unico nipote, l’erede di tutto, perché ora lui pensava perfino di diseredare il figlio finocchio, pardon omosessuale, era il nipote nato da lei, la comunista. E da un padre pure comunista.

«Mi dispiace di fargli un piacere in questo modo, al porco», diceva mia madre. «D’altra parte l’unico uomo con cui mi sentissi di stare per la vita l’ho trovato in mezzo alle pallottole, subito, appena scappata sui monti. Non potevo perdere l’occasione. Ecco, da quell’occasione sei nato tu», diceva. «Ricordatelo».

Con questo mio nonno non ho parlato mai di politica. Per lui, quando l’ho conosciuto io, la politica non esisteva. E nemmeno esisteva il problema dei rapporti con la figlia e col genero. Mi portava a vedere le sue proprietà. Ci teneva molto e io gli davo soddisfazione. Il concetto di proprietà m’interessa. Cosa sente una persona quando può dire: tutti questi campi, tutte queste case, e il mulino, e lo scatolificio, e l’allevamento di suini, sono miei? Si trasforma, una persona, a seconda delle cose che possiede? E per non trasformarsi deve sparare, come ha fatto mia madre? Di tutto quello che pensavo però niente traspariva all’esterno. Mio nonno pareva apprezzare il mio comportamento. «Lo metterà in sospetto il fatto che non gli chiedo mai una lira?», pensavo. Mio nonno sembrava giudicare positivamente anche questo. Io però ero preoccupato: come reagirò, quando mi capiterà addosso tutta questa roba?

Quando arrivavo io mio zio mi veniva intorno. Non era antipatico, mi pareva anche intelligente e abbastanza colto, ma di una cultura datata, straprovinciale, vagamente protestataria e individualistica. Si vedeva che non metteva mai il naso fuori dal paese. Parlavo con lui volentieri, ma dopo un po’ veniva mio nonno e lo cacciava, se aveva il bastone in mano facendo anche il gesto di darglielo sulla testa. «Vai via! Vai, vai, vai! …» E rivolto a me: «È meglio perderlo che trovarlo, quello là. Ci sarebbe proprio da dire, come per gli scemi: che il Padreterno se lo prenda.»

Era una grande raccontatrice di storie partigiane, mia madre, ma alla sua maniera, per entusiasmi o rabbie improvvise. Mio padre invece era reticente: vedevo che non aveva ancora rielaborato la sua esperienza, e forse aspettava che essa trovasse un compimento nell’esperienza collettiva. Perché questo avvenisse bisognava che una conclusione ci fosse, che il comunismo vincesse; invece c’erano sempre nuove difficoltà, nuovi arretramenti. L’Unione Sovietica lo deludeva.

Le cose che so sulla guerra e sulla lotta di classe le so da mia madre. Erano racconti elementari, al livello di quelle donne e di quegli uomini angariati tra i quali aveva vissuto da ragazza.La Resistenzaera guerra civile. Erano le collaborazioniste rapate a zero. Spie messe al muro. Pericoli mortali scampati per un pelo. «Per passare la notte avevamo fatto lo sbaglio di metterci in una capanna quasi sulla cresta, non avevamo guardato bene intorno, non c’eravamo accorti che potevamo essere circondati. Tuo padre quella volta non c’era, era rimasto alla base. I tedeschi avevano piazzato le mitragliatrici. Se ne accorse da certi rumori un compagno che soffriva d’insonnia. La notte per fortuna era lunga, era novembre, l’alba non arrivava mai. Per fortuna: si dice sempre così quando l’abbiamo scampata; gli altri, quelli che invece ci sono rimasti, non lo possono dire. Allora si fece una specie di assemblea dentro la capanna, eravamo una trentina, calmi, parlavamo a turno, uno per volta, nessuno cercava d’imporre la propria idea agli altri, nessuno pensava di squagliarsela, di cercare la salvezza da solo. Per questo ci salvammo tutti, fuori che uno, e anche lui i tedeschi non ebbero la soddisfazione d’ammazzarlo. C’era la luna, e intorno alla capanna c’era un prato. Se tentavamo di scappare giù per il prato, anche se i tedeschi erano pochi, con le mitragliatrici piazzate non avevamo scampo. Allora, dopo mezz’ora che discutevamo, arrivammo a questa soluzione. Pochi metri sopra la capanna c’era il crinale e subito sotto il crinale c’era un dirupo; per fortuna uno che si vergognava a fare un bisogno in mezzo agli altri, la sera, prima del buio, era andato là a farlo, col sedere sporto nel vuoto, e così, per pura teoria, aveva fatto le sue considerazioni. Uno che per sport in tempo di pace faceva l’alpinismo. La decisione che prendemmo fu questa: tutti, anche quelli che soffrivano di vertigini, avrebbero imparato a fare gli alpinisti, lì per lì, senza istruttore, c’era poco da scegliere. Io, lo sai, agli sport sono sempre stata negata. I tedeschi, pensavamo, di certo non coprivano con le mitragliatrici anche quel versante. Il rischio era in quei pochi metri prima del crinale. Andammo zitti zitti, in fila, pregando, quelli che ci credevano, mantenendoci il più possibile nell’ombra della capanna. Arrivati sopra il burrone, che, ci sono tornata in tempo di pace, fa paura, – strano, eh? –, nessuno di noi aveva paura. Eravamo leggeri, lontani da quelle bestie che ci volevano morti, sapevamo dove mettere i piedi e le mani, che se riprovassi ora cascherei dopo mezzo metro. Silenzio intorno, la luna, i grilli non c’erano perché era novembre. Non ho mai capito la montagna come allora. Quando si dice, la bellezza dell’universo: è in quei momenti lì che si sente. Quel povero compagno, l’unico che ci rimase, gli scivolò un piede quando quasi eravamo in fondo.»

Oppure:

«Hai presente i cani lupo? Ora li chiamano pastori tedeschi. I tedeschi se ne servivano: le Esse-Esse. Li avevano addestrati a fiutarci e a correrci dietro. Ma non ci azzannavano alla gola, no, li avevano addestrati bene: ci addentavano per tenerci fermi, così i loro padroni venivano e ci prendevano. Volevano prenderci vivi. Io quei cani lì li ho sempre avuti antipatici. Arrivavano senza abbaiare, decisi, li vedevi spuntare dal bosco e un attimo dopo ti saltavano addosso. Neppure ti mordevano, di solito preferivano tenerti per i vestiti. E senti cosa faceva tuo padre, e cosa aveva insegnato a fare agli altri partigiani. Non per niente aveva preso come nome di battaglia Lupo. Ci vuole un Lupo per trattare con i cani lupo. Quando stavano per venirgli addosso gli porgeva il braccio, loro addentavano la manica del giaccone imbottito, lui sollevava il braccio così loro si alzavano dritti sulle zampe di dietro, sempre zitti, con quegli occhi che non si capiva se volessero giocare con te o se volessero ammazzarti, tali e quali i loro padroni. Mentre loro erano così fermi e zitti e magri che gli si contavano le costole, Lupo guardava dove gli batteva il cuore e tac, ci piantava dentro il coltello, e per prudenza ce lo rigirava. Caì! Rimanevano fermi e zitti, stecchiti, e così si poteva fare a meno di piantargli in corpo un colpo di mitra, che avrebbe fatto rumore. Si smammava, in silenzio, senza che i loro padroni ci sentissero.»

Ma il suo argomento, sul quale ritornava con infinite variazioni, era quello delle collaborazioniste rapate a zero. «Bisogna essere donne per capirle, quelle lì, i compagni maschi non le capivano, erano troppo duri o troppo molli, volevano fucilarle o andarci a letto, una via di mezzo non c’era. Per questo era bene raparle, perché fucilarle era troppo, ma una punizione ci voleva, e bisognava darla lì per lì, a caldo; e poi rapandole, sembrerà strano, ma veniva fuori più chiaro quello che veramente erano. Ma anche, purtroppo, quello che erano i compagni. Una testa rapata è diversa da una testa coi capelli. I capelli sono la civiltà, una se li può mettere come vuole, se li pettina, se li liscia o ci fa i riccioli; una testa rapata è quella che è, magari con dei bozzi che sotto i capelli non si vedono, e senza i capelli invece vedi solo quelli. Una donna rapata è come una donna messa nuda per punizione, che le guardi le tette troppo grosse o la fica troppo pelosa e ti viene fatto di pensare: le ha così perché è porca, quindi facciamo bene a punirla, ci vorrebbero le frustate, solo le frustate si merita; ammazzarla magari no, una porca non si ammazza perché è porca, ma le frustate sì. E ai compagni maschi per questo gli veniva voglia di scoparle: era roba di conquista, per di più si meritavano una punizione, e allora diamogliela, la punizione, a queste che ancora vogliono fare le altezzose, vogliono mantenere una dignità, le porche; e se urlano e piangono e bisogna sforzarle c’è più gusto. Poi magari, dopo che avevano scopato e gli era piaciuto, gli uomini, questi coglioni, s’intenerivano. Per questo noi donne bisognava stare attente. Io in quei casi avevo sempre il mitra in mano, con la sicura, da usare come un manganello. Sempre, quando quelle ci sfilavano davanti, c’era qualche coglione che allungava le mani. Uno, a una bella donna, fascista ma bella, che voleva fare l’altezzosa come cercavano di fare quasi tutte, gli strappò via la sottana e gli tastava il culo. Gli detti tante botte col calcio del mitra che dovettero portarlo in infermeria.»

Alla fine mia madre aveva avuto modo di assistere allo spettacolo di Piazzale Loreto. Era arrivata un po’ in ritardo, già i protagonisti erano sistemati a testa in giù. Il popolo faceva commenti ad alta voce soprattutto sulla Petacci. Sul fatto che avevano dovuto appuntarle con le spille la sottana, sennò, in quella posizione, calava giù e si vedevano le mutande. Pareva quasi che fosse quello il problema principale. Il resto era una cosa ovvia. Dal momento che lo avevano preso, lui così doveva finire e così era finito. In mezzo agli altri, che prima facevano paura e adesso erano anche loro a testa in giù, per fortuna. Che fossero messi a testa in giù se ne poteva fare anche a meno, ma così era andata, la gente era contenta, la tensione si allentava, era come una festa popolare, dopo quell’incubo. Lupo, arrivato dopo di lei, però non era d’accordo. Diceva che non bisognava fare come avevano fatto i nazisti. Eppure non era tanto tenero, Lupo, lo aveva dimostrato in molte occasioni. Era duro, durissimo, coi prigionieri fascisti e coi civili sospettati di fare la spia. E anche con lei. Per tutto il tempo, un anno e mezzo, che erano stati partigiani, non avevano fatto l’amore. Lo avevano fatto soltanto a guerra finita, poco prima di sposarsi. Con la responsabilità che avevano di fronte agli altri non potevano, diceva lui. Lei si era dovuta rassegnare. In compenso era bello stare di sentinella la notte, mentre gli altri dormivano, insieme, soltanto tenendosi per mano, e stando bene attenti a tenersi svegli a vicenda, perché addormentarsi era facile. Erano quelle le notti più belle che aveva passato, con le stelle e la luna o le nuvole fitte, la nebbia e l’acqua che veniva giù, e un buio d’inferno che non ci si vedeva a un metro, e un freddo cane, soprattutto. Si erano conosciuti a fondo, in quelle notti, avevano parlato di tutto, e avevano capito che potevano stare insieme. Non c’era un altro, in tutto l’esercito partigiano, e in tutto il mondo, così dolce come Lupo, e che sapesse capire lei così bene.

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