Massimo Raffaeli

Radio 3 su carta: Tiberio Mitri raccontato da Massimo Raffaeli.

Wikiradio costruisce giorno per giorno una sorta di almanacco di cose notevoli ed utili da sapere per orientarsi nella nostra modernità. Ogni puntata racconta un evento accaduto proprio nel giorno in cui va in onda, intrecciando il passato con il presente, la memoria storica con ciò che oggi essa significa per noi. Dalla storia all’economia, dal cinema alla scienza, la letteratura, il teatro, le arti visive, la musica, i grandi momenti che hanno segnato un punto di svolta raccontati da esperti, studiosi, critici, con spezzoni di repertorio, sequenze cinematografiche, brani musicali, in un articolato mosaico che vuole restituire agli ascoltatori tutti i significati possibili di un avvenimento.

Un programma a cura di Loredana Rotundo, con Antonella Borghi, Lorenzo Pavolini e Roberta Vespa.

Massimo Raffaeli. A Roma, il 12 febbraio 2001, alle 6.30 del mattino, a due chilometri dalla stazione Termini, dalle parti di Porta Maggiore, un treno merci travolge un anziano misteriosamente avventuratosi lungo i binari. Lì per lì si pensa a un suicidio, ma una volta riconosciuto il cadavere si ipotizza che quell’uomo, da tempo malato di Parkinson e colpito dall’Alzheimer, si trovasse lì in stato confusionale. È un uomo che dimostra più dei suoi 75 anni non ancora compiuti. Si chiama Tiberio Mitri e mezzo secolo prima è stato un pugile ai vertici della boxe europea e mondiale, prima di inoltrarsi in un lungo, lunghissimo, autunno esistenziale segnato da ogni genere di affanni, di dolori, di lutti. Mitri è un ragazzo del suo secolo. Nasce a Trieste il 12 luglio 1926, figlio di un portuale, presto rimane orfano. Si forma in via Rigutti, nel quartiere di San Giacomo, posto allora famigerato, pieno di teppisti, di perdigiorno, di prostitute. Viene internato all’Eca, un istituto correzionale, in realtà un riformatorio, ma appena può scappa approfittando della confusione portata dalla guerra. Cambia continuamente mestiere: cromatore, portuale, garzone di panetteria. Non ha alcuna coscienza politica e, arruolatosi in Marina, fugge presto anche da lì, viene irregimentato con la forza nella Milizia ferroviaria. Ma è un ragazzo sveglio, molto sveglio, e quando viene incarcerato nella risiera di San Sabba, si rende conto che lì ci sono ebrei e prigionieri politici, e capisce subito che quella non è una prigione ma un luogo di sterminio. Quasi per caso, a 15 anni, entra in una palestra di pugilato. Peso medio, brucia le tappe: nel 1948 è campione italiano e solo un anno dopo  campione europeo.

Tiberio Mitri negli anni '50

Tiberio Mitri negli anni ’50

Giornalista ‘Settimana Incom’. Bruxelles, Palazzo dello Sport, il nostro Mitri, tutto aggressività, affronta Dellanoit, campione europeo dei pesi medi. Nel violento film Tiberio contro Tarzan, destro, sinistro e giù il belga e Mitri addosso! Alle corde ancora, monotono ritornello di Dellanoit, poi il tavolato insidia l’equilibrio di Mitri. Avanti, nessuno te lo grida in questo ring di terra lontana: “Dai Trieste!”, sei a terra, non importa, è la tua foga che ti ha trascinato. Quindicesimo round, siamo alle ultime battute, il crescendo del nostro pugile ventiduenne trova di fronte a sé un uomo che annaspa per salvare il prestigio. Applausi e abbracci anticipano il verdetto: campione d’Europa! Strada aperta per il campionato del mondo, e Trieste custodirà questo nuovo trofeo italiano.

Massimo Raffaeli. La sua è una popolarità immediata, immensa, anche se si può dire che non si sia mai allontanato da Trieste. Triestino è il manager-allenatore, un amico più che altro, Bruno Fabris, triestina è la ragazza che sposa all’inizio del 1950, in quello che allora viene celebrato dai cinegiornali come uno dei matrimoni italiani del secolo, a cui partecipa in pratica tutta Trieste.

Giornalista ‘Settimana Incom’. Fin dal mattino una transenna umana orla le vie di Trieste, la polizia evita che affezionati e curiosi facciano la boxe per vedere il corteo nuziale di Mitri. Battuti ai punti i più famosi matrimoni del secolo, mutata in velo nuziale la sciarpa di Miss Italia. Tiberio ritrova nel salire su quest’auto le folle che conobbe nello scendere dal ring. Quattordici donne svenute per applaudire gli sposi: per quanto involontario, un record di knockout. Non è mai accaduto a Mitri di partire per il mondo dei sogni, stavolta ne è felice.

Fulvia Franco e Tiberio Mitri durante il rinfresco nuziale

Fulvia Franco e Tiberio Mitri durante il rinfresco nuziale.

Massimo Raffaeli. Lei è Miss Italia 1948 e si chiama Fulvia Franco, gli darà un figlio, Alessandro. Fulvia è di un’altra classe sociale. È una piccolo borghese con la maturità scientifica, una ragazza ambiziosa con alcuni tratti, per così dire, bovaristici. E sogna una carriera nel cinema. Prima di spegnersi ancora giovane nel 1988, dopo una vita breve, molto travagliata, comparirà in una quarantina di film, specialmente con Totò, ma non andrà mai oltre ruoli di secondo piano, piccole parti, comparsate. Fulvia è una donna ambiziosa, assillata dal rango e dalla promozione sociale. Tiberio invece è un ragazzo tranquillo, quasi stupito dall’improvviso benessere, indeciso fino all’ultimo se proseguire come pugile professionista o accettare un posto da impiegato al comune di Trieste. Mitri, come infiniti altri della sua condizione sociale, proletariato e sottoproletariato, è divenuto pugile per una combinazione di caso e necessità. «Bel ragazzo, sapeva battersi, non era un coniglio», così lo definiva uno dei maggiori critici della boxe italiana, Giuseppe Signori, in Angeli e demoni del ring, un libro del 1967.

Giornalista ‘Settimana Incom’. Mitri lo seguiremo riconoscendolo dalle sue gambe scure, vale la pena seguirlo perché il suo gioco di gambe è impeccabile.

Massimo Raffaeli. Classico peso medio, veloce, armonioso, Mitri è dotato di un’ottima scherma ed è un buon incassatore, ma purtroppo non ha quello che in gergo si definisce “il colpo d’incontro”, cioè il colpo portato in controtempo che apre la guardia dell’avversario e lo atterra. Un’arma di cui invece disporrà un altro, non triestino ma istriano, dalla boxe più avara della sua ma molto più efficace, il futuro campione del mondo Nino Benvenuti. Lo stesso Mitri lo riconoscerà nella bellissima autobiografia pubblicata nel 1967, dieci anni dopo il ritiro. Questa è un vero e proprio romanzo di formazione, La botta in testa, riedito da Limina nel 2006, un libro così bello che si sospetta che qualcuno l’abbia aiutato a scriverlo, alcuni dicono Giancarlo Fusco, grande giornalista, viveur ed ex pugile, che alla boxe avrebbe dedicato un romanzo del 1974, Duri a Marsiglia. Ecco, da La botta in testa, la descrizione della prima palestra di Mitri:

Brano tratto da La botta in testa, di Tiberio Mitri: L’odore della palestra. Puzza di piedi e sudore, gente già stanca dal lavoro che boxava davanti allo specchio, con certe maglie bucate che sembravano groviera, gente col cappotto che veniva a vedere e un freddo in quella palestra che noi saltavamo per scaldarci. Le mani rosse ci facevano male quando paravamo il colpo, ma era sempre meglio che prenderlo sulle orecchie indolenzite. E quegli spogliatoi maleodoranti, le docce non funzionavano, ma era già molto se c’era un po’ d’acqua fredda. La palestra si chiamava Quis contra nos[1].

 Massimo Raffaeli. Ma Mitri brucia in fretta, troppo in fretta, le tappe: non ha intorno a lui uno staff all’altezza dei risultati sportivi, è sposato da pochi mesi, da pochi mesi è campione d’Europa ed ecco, come in un film hollywoodiano, la grande occasione americana, un contratto che lo lega al giro del Madison Square Garden di New York, il tempio della boxe mondiale. Fa da tramite, ma si può dire anche da esca, un ex pugile italiano che allora aveva una certa fama, Salvatore Turiello. Mitri sbarca a New York, firma e alterna le palestre di Manhattan a riposanti fine settimana a Miami. Non ci mette molto a capire che in realtà Turiello è una pedina di Frankie Carbo, il boss dell’organizzazione pugilistica e, sottotraccia, il re degli allibratori, un feroce mafioso legato al clan dei Lucchese di Brooklyn nonostante l’aria assennata, la distinta laconicità, gli abiti di taglio impeccabile. Scrive Mitri:

Brano tratto da La botta in testa, di Tiberio Mitri: Carbo insomma era il capo riconosciuto del racket del ring, faceva e disfaceva, manipolava gli incontri, stabiliva quali dei suoi uomini dovevano vincere, faceva in modo che uno apparisse favorito, così tutti puntavano su di lui, poi vinceva l’altro e Carbo incassava le vincite e con le briciole teneva in piedi la sua organizzazione. Faceva questo in tutta l’America, servendosi in ogni stato, in ogni città, di un Turiello diverso. Questi suoi uomini, che stipendiava, dovevano passargli tutte le percentuali che trattenevano dalle borse dei pugili, e i dollari si ammucchiavano.

Giornalista ‘Settimana Incom’. E ora al lavoro! Mitri è venuto in America con lo scopo di contendersi il campionato del mondo dei pesi medi, l’occasione si è presentata prima di quanto credesse. Il suo nuovo allenatore vuole abituarlo a una tecnica più americana: il colpo breve, senza arco, la tattica dello scivolatore che non consuma energie nello schivare il colpo.

Massimo Raffaeli. A New York, Mitri si sente spaesato, fuori posto, è costretto a cambiare abitudini e allenamento. Ma non basta, c’è un altro e più grande motivo di inquietudine: smaniosa di visibilità, sedotta dal miraggio del cinema, la moglie Fulvia sbarca a sorpresa nella Grande Mela. Ci sono scenate di gelosia, litigi, ripicche e disagi a ogni livello. Mitri non è pronto per combattere, gli hanno prospettato solo match, per così dire, di acclimatazione. Fino a quando, per una complessa vicenda sindacale, si trova di colpo ad essere l’unico possibile sfidante del campione del mondo dei pesi medi. Qui Frankie Carbo decide di giocare la sua carta contro un altro dei propri affiliati, figlio di immigrati siciliani, Giacomo LaMotta, detto Jake. Ma chiamato soprattutto il Toro del Bronx. LaMotta ha sposato a sua volta una Miss America, Vikki, bionda platinata, vive in una corte dialettale di italo-americani e LaMotta è un uomo impaziente, turbolento, destinato a una vita altrettanto avventurosa che poi racconterà in un bestseller, Raging Bull (Toro Scatenato), da cui il film di Martin Scorsese interpretato da Robert De Niro.

Martin Scorsese e Robert De Niro sul set di Toro Scatenato

Martin Scorsese e Robert De Niro sul set di Toro Scatenato

Robert De Niro in Toro Scatenato. Me li ricordo ancora gli applausi, me li sento ancora nelle orecchie, e me li porterò dietro per tutta la vita. Mi ricordo una sera… levai l’accappatoio e cascò il mondo: m’ero scordato i calzoncini. Ricordo tutti i K.O., tutti i ganci, tutti i jab e il sistema peggiore per fare una bella cura dimagrante. La mia non è stata una vita squallida, anch’io ho avuto… e mi farebbe piacere sentirmi applaudire quando recito, come fate con Laurence Olivier quando recita Shakespeare: «Un cavallo, un cavallo! Il mio regno per un cavallo». Sono sei mesi che non ne becco uno! Ma io non sono Olivier, anche se mi farebbe piacere. E poi lo vorrei vedere sul quadrato a recitare: se con Sugar si misurasse, chi sa quante ne pigliasse! Per cui datemi un’arena, Jake il Toro si scatena, perché oltre al pugilato sono attore raffinato! Questo è spettacolo!

Massimo Raffaeli. LaMotta è un autentico fighter, un combattente nato, ha uno stile ruvido, però mai scomposto, ha fiato e gambe, non ha neanche lui il colpo di incontro ma suole demolire l’avversario con una quantità di ganci, di montanti, di colpi diretti senza tregua.

Giornalista ‘Settimana Incom’.  Jake LaMotta lavora nella sua palestra del Bronx. È stato costretto a mettere in palio il suo titolo di campione dei medi dagli ultimatum delle commissioni pugilistiche. Mitri ha sei anni di meno, è imbattuto, sul conto di Jake corrono parecchie dicerie, per esempio che delle volte sia pronto a perdere per ragioni non chiare.

Massimo Raffaeli. Mitri con un accappatoio di raso antracite, LaMotta invece con il solito accappatoio leopardato, che è la sua griffe, salgono sul ring la sera del 12 luglio 1950 al Madison Square Garden di New York. LaMotta ha di recente strappato il titolo dei medi al francese Marcel Cerdan, compagno della cantante Edith Piaf, e gli allibratori lo danno largamente vincente, anche se Frankie Carbo sembra aver puntato sullo sfidante Mitri. Dirà LaMotta di quella sera, che è anche il ventiquattresimo compleanno di Mitri: «Il mio primo incontro per difendere il titolo doveva essere contro Tiberio Mitri, campione europeo dei medi e, secondo i suoi sostenitori, un pugile molto bravo, molto simile a Cerdan. Come Cerdan, però, non era. Non aveva un grande equilibrio e un grande pugile è difficile che abbia poco equilibrio».

Giornalista ‘Settimana Incom’. Con un volteggio Mitri sorvola le corde del ring, passata l’atmosfera plumbea della vigilia. LaMotta non si spreca molto in agilità, due uomini, due stili. Miss America 1949 e Miss Italia 1948, le due mogli assistono al combattimento acceso senza preamboli. Mitri, calzoncini bianchi, è ancora un po’ legato, il Toro del Bronx assalta, quando Mitri lo costringe a interrompersi alza le braccia con gesto di stoltezza e di invito al combattimento.

Jake La Motta con la moglie Viky (a destra) e Fulvia Franco nel 1953

Jake La Motta con la moglie Vikki (a destra) e Fulvia Franco nel 1953

Massimo Raffaeli. In effetti il match è a senso unico e pare che lo stesso Frankie Carbo a metà del combattimento, abbia deciso di abbandonare al suo destino Mitri, ordinando di puntare sul campione in carica LaMotta. Mitri resiste, rimane in piedi, ma a un certo punto capisce che può pretendere solo di arrivare in piedi al 15° round. A circa tre quarti del match, per un attimo sembra prevalere, ma è troppo tardi, è un’illusione.

Giornalista ‘Settimana Incom’. Settima ripresa, le sorti ancora si bilanciano, Jake è più pesante, Tiberio si bilancia con la sua proverbiale mobilità e riesce ad ingannarlo. È il compleanno del nostro campione, come sta festeggiandolo? Su 7 riprese, 5 sono state sue.

Brano tratto da La botta in testa, di Tiberio Mitri: Settimo gong. LaMotta era al centro del ring e mirava alla testa con dei destri corti, mi ero abbassato, gli tiravo dei sinistri allo stomaco così gli offrivo meno bersaglio. C’era fumo, faceva caldo, ma non contava. Mi doleva la nuca dalla parte sinistra perché al bastardo era già servita da tiro a segno. In America nessuno fa piagnistei o si lamenta, tanto meno io che sono orgoglioso. Riuscii a trovare il ritmo, e dopo un jab sinistro di arresto paf! di destro, al mento. Accusò. L’avevo piegato alle corde, ora colpivo, mi tornò la speranza, mancavano 8 round, nel mio angolo erano andati su di giri, dall’occhio gonfio vedevo come attraverso una feritoia e gli impacchi di ghiaccio non servivano.

L'incontro tra Tiberio Mitri e Jake LaMotta

L’incontro tra Tiberio Mitri e Jake LaMotta.

Giornalista ‘Settimana Incom’. Ma adesso l’americano piazza i suoi pesanti colpi, tira alla faccia, al plesso solare. Dal 9° round Mitri ha accusato i colpi, tuttavia arriva a collocare i suoi uno-due e riesce simpatico al pubblico che non ama Jake. Dalla 13° ripresa i pugili sono stanchi. LaMotta cerca di risolvere violentemente per knockout, Tiberio è stato colpito duro, la sua mobilità è molto ridotta, ma si difende con coraggio, trova ancora l’energia per nuovi spunti, alla fine dirà di essersi battuto con la sinistra lussata. Ultima ripresa, i ritorni del nostro hanno una decisione disperata, LaMotta impone il suo stile, ormai l’incontro è suo, vincerà ai punti, le riprese accordategli variano da 8 a 12. È  la prima volta che Tiberio perde.

Massimo Raffaeli. Presto lo sconfitto da Jake LaMotta diverrà lo sconfitto di tutta una vita. Si può dire che la sera del suo ventiquattresimo compleanno, al Madison Square Garden, la parabola sportiva e umana di Tiberio Mitri ha toccato l’apice. Di lì comincia per lui una discesa che sarà per più di un motivo rovinosa e inarrestabile. Alexis Philonenko, un filosofo che a lungo si è occupato di pugilato, ha scritto nella sua Storia della boxe, edita anni fa in Italia dal Melangolo: «Per vincere nella boxe bisogna uscirne. Il pugilato insegna a mettere al tappeto un avversario ma non insegna mai a costruire un’esistenza». Chi ha detto che la boxe è un esempio di darwinismo sociale, non era lontano dalla verità. Chi ha detto che la boxe è malfamata, perché mostra quello che le nostre società dissimulano accuratamente, cioè la violenza dei rapporti sociali su cui si fondano, dice  un’ovvietà. È stata paradossalmente una donna, la scrittrice americana Joyce Carol Oates, in un saggio divenuto un classico, On Boxing del 1987, a cogliere questo aspetto, per così dire, nella sua essenza: «In una società tecnologica, in possesso di strumenti straordinariamente raffinati di distruzione, la boxe, che esibisce un’aggressività diretta, non mitigata e apparentemente naturale, è troppo esplicita per essere tollerata». Quando si pensa alla parabola di Mitri vengono subito in mente i classici della letteratura sulla boxe. Storie crude, epiche, di violenza e sopravvivenza: Una bella bistecca di Jack London, Cinquanta bigliettoni di Hemingway, Fat City di Leonard Gardner, Il combattimento di Norman Mailer. Per non parlare del cinema, perché la boxe nella sua durezza è uno sport molto foto e telegenico: basti ricordare ciò che ha fatto Charlie Chaplin in Luci della città quando l’omino affamato, derelitto, sale sul ring non per un incontro di pugilato, ma per fare un balletto, una sorta di danza stilizzata della vittima: l’uomo-massa che ha fame e che esige di mangiare al suono della Violetera. Mitri non ha fatto eccezione. Torna da New York, il suo matrimonio è in crisi, non sa se continuare a combattere oppure intensificare le sue comparsate come attore nei fotoromanzi e al cinema, dove compare molte volte sia nei film di Mario Soldati che ne La Grande Guerra di Mario Monnicelli e in Ben-Hur. In tutto compare in una cinquantina di film. È  un caratterista molto eclettico ma sognerà, invano, una parte da protagonista.

Tiberio Mitri,

Giornalista ‘Settimana Incom’. È giunto il grande momento. La nostra bandiera per Mitri, triestino e perciò due volte italiano. La bandiera inglese per il mulatto Turpin, campione europeo dei pesi medi. I pronostici lo danno favorito, ma il pugilato ha imprevisti che nessun critico mai e poi mai potrà far pesare sulla bilancia del pronostico. E così dopo mezzo minuto di prove e di assaggi, Tiberio Mitri, riconoscibile dalle mutandine bianche, riuscirà a piazzare un tremendo sinistro, col quale metterà fine al combattimento in un solo minuto e cinque secondi.

Massimo Raffaeli. Ma nella sua attività di pugile ha comunque un ritorno di fiamma, ridiventa campione d’Europa nel 1954 e il leggendario Nat Fleischer, per mezzo secolo direttore della rivista ‘The Ring’, il più grande critico che il pugilato abbia mai avuto, lo designa come possibile sfidante al titolo di Sugar Ray Robinson. Ma il tempo è scaduto, Mitri si ritira nel 1957 con un tabellino personale di prim’ordine: su 101 incontri da professionista, ha vinto 88 volte, 7 volte ha pareggiato e ha perso soltanto 6 volte. Va e viene dal cinema, come abbiamo detto, apre un bar nel centro di Roma, lavora come commesso viaggiatore, ma sono tutte attività che vanno male per una serie di tristi vicende personali. Sposa in seconde nozze l’americana Helen de Lys Meyer da cui ha una figlia, Tiberia, ma viene coinvolto in penose storie di debiti, alcol e droga. Nell’agosto del 1980 è arrestato e incarcerato. Perderà i figli giovanissimi e nella maniera più crudele: uno per overdose e l’altra per Aids. Quando sa della morte di Fulvia Franco, Mitri è un anziano diseredato, chiuso in un piccolo appartamento di Trastevere. Aspetta a lungo e invano il sussidio che gli spetterebbe per la legge Bacchelli. Esce poco di casa, e perlopiù nel perimetro del quartiere.

Tiberio Mitri negli anni '90

Tiberio Mitri negli anni ’90

Gli sono vicini pochi amici, fra cui l’attore Lino Capolicchio, il giornalista Gianni Minà, il maestro di arti marziali Giorgio Perreca e alcuni volontari della Comunità di Sant’Egidio. Agli ultimi anni di Tiberio Mitri, ha dedicato un bel romanzo, intitolato La guardia, lo scrittore romano, Andrea Caterini, che a sua volta ha praticato la boxe:

Brano tratto dal romanzo La guardia, di Andrea Caterini: Ogni pugile è consapevole che la vita gli ha concesso un numero preciso di incontri. Ogni incontro anziché aggiungere qualcosa lo sottrae, ha un incontro in meno. Non esiste al mondo un pugile vincente. Neppure le cinture più gloriose, la farfalla e il toro, sono state risparmiate da questa verità. Ogni atleta combatte per conoscere la sconfitta e la perdita. E ogni incontro è nient’altro che sconfitta e perdita. Ad Anna parve improvvisamente che la malattia di Tiberio fosse proprio questo rendere definitiva la disfatta, come uno smarrimento assoluto. Perché solo perdendo tutto – il ricordo, la memoria, la vita – Tiberio poteva credere di ricominciarne un’altra, poteva pensare che gli venissero concessi altri match da disputare.


Massimo Raffaeli.
L’anziano travolto sui binari la livida mattina del 12 febbraio 2001 da tempo non sapeva più chi fosse Jake LaMotta. Non ricordava più neanche il suo nome.

Ascolta la puntata di Wikiradio.

[1]    Motto coniato da Gabriele D’Annunzio che tradotto significa: «Chi contro di noi?». N.d.R.
MASSIMO RAFFAELI, filologo e critico letterario, scrive su quotidiani e riviste specializzate. Ha curato testi di autori italiani (Carlo Betocchi, Alberto Savinio, Massimo Ferretti, Primo Levi) e versioni di scrittori francesi (Zola, Artaud, Céline, Crevel, Genet, Duvert). Parte della sua produzione è raccolta in diversi volumi, fra cui Novecento italiano (Luca Sossella Editore, 2001), Bande à part (Gaffi Editore, 2011), I fascisti di sinistra (Aragno, 2014) e, in uscita, L’amore primordiale. Scritti sui poeti (Gaffi editore).

 

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