Sue Halpern

Facebook, Twitter & Trump

da ''The New York Review of Books''
POLITICA E SOCIETÀ: Che ruolo hanno avuto internet e i social media (in particolar modo Facebook e Twitter) nella vittoria elettorale di Donald Trump?

Nelle settimane, mesi e anni da qui in avanti, quando la gente che avrà interesse nel dibattere su come sia stato possibile che nel ventunesimo secolo gli americani abbiano eletto un demagogo alla presidenza, chiamerà in causa – lamentandosene – i soliti sospetti: i sondaggi con i loro schemi inadeguati, i consiglieri delle campagne elettorali privi di senso della realtà, l’atteggiamento compiaciuto o complice dei media più diffusi, l’elettorato poco assennato, un candidato non all’altezza, e così via. Non sbaglieranno: ci sono un sacco di responsabilità da assegnare. È una questione aperta se questo digrignare di denti condurrà a un risultato diverso fra quattro anni – ammesso che ve ne sia la possibilità. Ma quello che manca a queste analisi è il riconoscimento dell’enorme influenza che ha avuto internet su questa elezione, influenza probabilmente meno suscettibile di cambiamento, diciamo, della modifica dei metodi di sondaggio, o della sostituzione dei consulenti politici.

New York, sostenitori di Hillary Clinton la notte delle elezioni

New York, sostenitori di Hillary Clinton la notte delle elezioni

Molti hanno lamentato la scomparsa del giornalismo tradizionale, poiché quotidiani locali e nazionali sono falliti o sono stati comprati da magnati miliardari con chiari programmi politici. E molto è stato compiuto dalla migrazione dell’“informazione” sul web – informazione raccolta dai social media, Facebook e Twitter in particolar modo, ma anche attraverso siti web faziosi, che dedicano poche o nessuna risorsa alle notizie basate sui fatti e che hanno seguito la Fox News nel suo progetto di assomigliare alla operatività dei mezzi di informazione tradizionali. Se da una parte è vero che ciò può confondere le idee ad alcuni lettori, che sono portati a credere che i siti sui quali confidano per avere informazioni siano onesti e oggettivi quando, in realtà, sono pensati per lanciare contenuti velenosi nel circuito delle news, dall’altra parte l’effetto reale è ancora più insidioso: ciò ha creato un’equivalenza tra i siti orientati politicamente e il giornalismo tradizionale. Nel mondo di internet, non c’è differenza tra il ‘New York Times’ e ‘Breitbart’ [1]. Per molti lettori ‘Breitbart’ è un ‘Times’ che sta appoggiando solo un po’ un particolare punto di vista. E in un certo senso, come abbiamo visto con la copertura data alla campagna sia di Bernie Sanders che di Donald Trump, si potrebbe essere d’accordo con loro. Tuttavia, le macchinazioni della “stampa” ideologica non hanno le stesse caratteristiche di quelle degli organi di informazione tradizionali che, per quanto possono essere in errore, sono comunque frenati dalla loro riconosciuta autorevolezza.

Ormai, dopo quasi un quarto di secolo di dipendenza da internet, è noto che molte persone – e non escluderei me stessa – consultano le fonti di informazioni online che confermano i loro stessi pregiudizi. Abbiamo anche la tendenza a confidare suo ciò che veniamo a sapere dagli amici, e poiché gli amici tendono ad avere i nostri stessi pregiudizi, questi pregiudizi diventano invisibili. In questo stesso modo vengono create le camere di riverberazione [2]. È lo stesso modo in cui si diffondono le organizzazioni tribali o la frammentazione politica (balcanizzazione). Secondo un recente studio Pew [3], attualmente il 62 per cento degli americani ora raccoglie le notizie tramite i social media, con Facebook in cima alla lista. Facebook ti mostra ciò che “ritiene” tu voglia vedere, che è ciò che anche i tuoi amici stanno vedendo. Raggiungendo un pubblico talmente vasto a cui nemmeno i più grandi organi di informazione possono arrivare, Facebook è diventato il più potente acceleratore di consumo di notizie autorassicuranti. Se, nel giorno dell’elezione, il vostro Facebook newsfeed avesse continuato a pubblicare i post del gruppo Facebook “segreto” e femminista Pantsuit Nation, composto da più di un milione di membri, saresti rimasti schoccati dal fatto che più del 50 per cento delle donne bianche – apparentemente la maggioranza demografica delle donne che postano su Pantsuit Nation – aveva votato per Trump. I social media racchiudono gli utenti in una realtà falsa. Ma ovviamente non esiste una realtà falsa, c’è solo la realtà vera, come abbiamo appreso la notte delle elezioni.

Aggiungete a questo, lo strano, largamente nascosto potere dei “Twitter bots 4” automatici, che sono post sui social media generati dai computer e rilasciati nella conversazione globale da agenti irrintracciabili, come governi, partiti politici, singoli individui e organizzazioni. Lo scorso maggio, dopo le primarie del Nevada, la rivista ‘Wired’ ha notato che molti sostenitori su Twitter di Trump, a dispetto dei loro tipici cognomi ispanici, erano in realtà non umani che impersonavano elettori ispanici nel momento in cui il candidato aveva bisogno di acquisire attrattiva presso gli elettori latini. Lo stesso gruppo di elettori che poco prima il candidato si era divertito a denigrare.

Il profilo Twitter di Donald Trump

Il profilo Twitter di Donald Trump

Scrivendo sulla rivista ‘The Atlantic’ il mese seguente, il reporter Andrew McGill fece riferimento all’analisi di cinquecento account Twitter pro-Trump che avevano incoraggiato gli elettori a presentare lamentele alla Commissione Federale per le Comunicazioni relativamente alla campagna del repubblicano Ted Cruz. La maggioranza di questi account aveva precedentemente postato il tweet “17 consigli di marketing per i siti web Business to Business”. In definitiva, erano finti supporter comprati e messi in mostra per lanciare il messaggio e apparire come un piccolo esercito di cittadini seriamente preoccupati di ciò che lamentavano. Secondo il sito web Twitter Audit, 4.645.254 degli 11.972.303 dei follower Twitter di Trump – circa il 39 per cento – erano bot, che se paragonati ai 524.141 dei 10.696.761 follower di Hillary Clinton, rappresentano solo il 5 per cento del totale. Ecco un altro modo che ha consentito il trionfo di Trump.

Dopo aver analizzato quattro milioni di tweet relativi alle elezioni, creati tra il 16 settembre e il 21 ottobre, il docente di informatica della University of Southern California, Emilio Ferrara e i suoi colleghi, hanno stabilito che uno su cinque erano generati da bot. E una volta generati, erano stati retweettati in continuazione da veri esseri umani, ed erano soprattutto i tweet ostili ad essere fatti rimbalzare sulla rete. In una ricerca precedente il gruppo di Ferrara aveva già scoperto che i tweet negativi viaggiano a velocità 2,5 volte più alta di quelli positivi. «Come risultato, [i bot] sono stati in grado di mettere in piedi una significativa influenza , raccogliendo un grande numero di follower che facevano ritweettare i loro tweet da migliaia di persone reali», e conducendo in sostanza alla «diffusione di contenuti spesso diffamatori o basati su affermazioni non verificate o addirittura false». Ferrara aveva già fatto rilevare che «studi precedenti hanno mostrato che questa faziosità sistematica altera la percezione del pubblico. Specificatamente, crea la falsa impressione che esista una base popolare solida, propositiva, che supporta un certo candidato».

Nello stesso tempo in cui centinaia di migliaia di bot stavano lavorando alla velocità della luce per influenzare gli utilizzatori di internet, Julian Assange, il negromante di Wikileaks, dava dimostrazione del fatto che la portata di internet è ora talmente grande che una sola persona può attaccare un intero Paese. Per attaccare intendo sabotare un’elezione democratica, frapponendosi tra i candidati e l’elettorato. Benché autoesiliato in una piccola stanza dell’ambasciata ecuadoregna di Londra (con poco più di un tapis-roulant e un computer portatile per divertirsi e nelle ultime settimane, a quanto sembra, senza una connessione internet), Assange, con la sua allegra diffusione di migliaia di email private, rubate al manager della campagna elettorale della Clinton, John Podesta, è stato in grado di rendere credibile un’immagine di Hillary Clinton e dei suoi consiglieri come corrotti e venali, anche quando la maggior parte delle email mostravano pochi, o addirittura nessun, concreto abuso di potere, ma solo il cinico tessere di trame e di vane ambizioni caratteristiche di molti politici contemporanei. L’eco quindi nella camera di riverberazione è diventato sempre più vasto via via che Assange faceva uscire poco alla volta le email di Podesta. E negli ultimi giorni della campagna elettorale (in seguito all’annuncio del direttore dell’FBI James Comey che la sua agenzia aveva trovato centinaia di migliaia di altre email della Clinton sul computer non protetto del disgustoso dipendente da cybersesso Anthony Weiner [4]) c’era spazio sulla rete per poco altro.

Il direttore dell'FBI James Comey

Il direttore dell’FBI James Comey

Aspettiamoci altri attacchi informatici in futuro. È stato questo il messaggio del 21 ottobre, quando intere zone di internet sono state oscurate dopo che qualche individuo o qualche gruppo ha utilizzato dei malware [5] di pubblico dominio per entrare in controllo di frigoriferi, baby monitor e altri dispositivi collegati a internet, con lo scopo di bloccare l’accesso a una delle società che gestisce i domini di alcune delle più grandi aziende presenti sulla rete. In quel momento si temette che questa fosse la prova generale per un attacco più consistente nel giorno delle elezioni. Ciò non è accaduto, e non c’è bisogno che accada perché la democrazia sia comunque messa a rischio dalle pratiche sempre più diffuse della nostra vita digitale.

 

[1]    Sito web di notizie fondato nel 2007. ‘Breitbart’ ha sempre avuto un chiaro profilo conservatore, utilizzando spesso dei toni razzisti e sessisti e nel corso della campagna elettorale ha esplicitamente appoggiato la candidatura di Trump. Il 13 novembre Steve Bannon, il responsabile esecutivo del sito, è stato nominato da Donald Trump capo stratega della Casa Bianca. N.d.R.

[2]    Negli studi che riguardano al fisica e l’acustica, una camera è una stanza costruita in modo che le pareti riflettano, anziché assorbire, energia sonora. Le camere riverberanti sono studiate per determinare la potenza sonora delle fonti di rumore, la perdita di trasmissione delle pareti, la perdita di inserzione dei silenziatori, le caratteristiche di risposta dei microfoni ed i coefficienti di assorbimento per incidenza diffusa dei materiali. Una camera riverberante inoltre fornisce un isolamento acustico contro i rumori estranei. N.d.R.

[3]    Il Pew Research Center (Centro di ricerca Pew) è un centro di ricerca statunitense con sede a Washington che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici sugli Stati Uniti ed il mondo in generale. Conduce sondaggi tra l’opinione pubblica, ricerche demografiche, analisi sul contenuto dei media, e altre ricerche nel campo delle scienze sociali empiriche. Non prende esplicitamente posizioni politiche. N.d.R.

[4]    Anthony David Weiner è un politico statunitense, membro del Partito Democratico, ex membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato di New York ed ex marito di Huma Abedin, collaboratrice personale di Hillary Clinton e vicepresidente della campagna elettorale del 2016.  Il legame tra Huma Abedin e Hillary Clinton è molto stretto, tanto che la Clinton ha più volte detto di vedere la Abedin come una sua seconda figlia. Weiner è stato al centro di diversi scandali a sfondo sessuale, nel 2011, nel 2013 e nel 2016. In tutti e tre i casi Weiner ha inviato dei messaggi a sfondo erotico e foto che lo ritraevano nudo a diverse donne (secondo gli inquirenti tra le destinatarie di questi messaggi ci sarebbe anche una ragazza di quindici anni). In seguito all’ultimo scandalo, la Abedin, che era sempre rimasta al fianco del marito, ha chiesto il divorzio. N.d.R.

[5]    Un malware è un virus informatico usato per disturbare le operazioni svolte da un computer, rubare informazioni sensibili, accedere a sistemi informatici privati, o mostrare pubblicità indesiderata. N.d.R.

 

 

 

SUE HALPERN, è scholar in residence al Middlebury College e direttrice del progetto no-profit Face for Democracy. È autrice di libri di saggistica, fra i quali Four Wings and Prayer (Paw prints, 2008), Migrations to Solitude (Random House, 1997), e di due romanzi. Scrive su diverse importanti testate, fra cui ‘The New Yorker’, ‘The New York Times’, ‘Rolling Stones’, ‘Condé Nast Traveler’ e ‘The New York Review of Books’. Il suo libro più recente è A Dog Walks into a Nursing Home (Riverhead Books, 2013).

 

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