Michela Nacci

Non solo fascista. Corporativismi fra le due guerre

ALESSIO GAGLIARDI, Il corporativismo fascista, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. XII-193, € 18,00

Che possiamo dire ancora sul corporativismo fascista? Verrebbe da rispondere che c’è molto, moltissimo. Forse l’essenziale. Il tema è stato abbastanza studiato dai giuristi e abbastanza poco, invece, dagli economisti. I primi hanno offerto commenti raffinati alle modifiche che il corporativismo introduceva rispetto alla precedente normativa sulle contrattazioni e i conflitti del lavoro, e poi hanno smesso di occuparsene. I secondi hanno commentato l’impatto del corporativismo sull’economia italiana del periodo, ma in maniera timida e disorganica. Gli storici se ne sono sbarazzati in fretta, ritenendolo un falso problema: perfino all’interno del fascismo il corporativismo è stato trattato con l’aria annoiata di chi ritiene che non sia molto importante. Si ritiene infatti, in modo abbastanza concorde, che l’impianto giuridico corporativo creato dal regime fascista non abbia avuto nessun effetto né sull’economia né sui rapporti fra operai e padronato, né infine sulla trasformazione della politica, che avrebbe dovuto essere il suo obiettivo più ambizioso e ultimo.

Ma che cos’è il corporativismo? Prima di tutto, bisogna notare che di corporativismi ne esistono due: uno situato nella prima metà del Novecento, l’altro, utilizzato dalle scienze sociali a partire dagli anni Settanta, per sottolineare il rapporto fra Stato e categorie di lavoratori, nei governi liberal-democratici. Quest’ultimo, detto anche neo-corporativismo, cerca di capire funzionamento e stabilità di società non governate in modo autoritario in alternativa al paradigma pluralista fino ad allora imperante. La politica degli interessi è dominata, secondo il nuovo paradigma, dalla mediazione fra le domande conflittuali dei maggiori interessi organizzati presenti (imprenditori e operai) attraverso il loro coinvolgimento nella formazione delle politiche e la loro cooptazione in istituzioni pubbliche. Sul tema, molto interessante e molto dibattuto, dei legami fra il più tardo neo-corporativismo e quello storico (che da noi si è espresso come corporativismo fascista) ci proponiamo di tornare in una prossima recensione al libro di Sabino Cassese Lo Stato fascista appena uscito presso il Mulino.

Se dovessimo riassumere i fini con i quali il corporativismo “storico” venne messo in piedi in Italia, dopo essere stato presente anche nella Carta del Carnaro1 e nel programma economico di una parte del nazionalismo, potremmo dire che erano essenzialmente due: passare da una rappresentanza politica a una rappresentanza professionale e rendere armonico il mondo del lavoro agitato da conflitti. Tutto questo sotto il cappello di un principio di ordine generale: mettere il lavoro in primo piano. Con il lavoro, emergevano le affinità create da esso: gruppi che costituivano la società e smentivano la visione individualista propria del liberalismo e della democrazia.

Ma l’istituzione del sistema delle corporazioni sembrava rispondere più a esigenze di soppressione delle lotte operaie che non ai due fini sopra dichiarati. In realtà in Italia si ebbero entrambi gli effetti, anche se è difficile assegnare una priorità: i sindacati furono esautorati del loro potere e della loro rappresentatività, lo sciopero divenne impossibile da organizzare, le lotte sociali furono prevenute e neutralizzate sul nascere, e – contemporaneamente – nacque il sistema corporativo. Anche se, come ebbe a dire Giuseppe Bottai, uno dei ministri delle corporazioni, quello italiano fu un corporativismo senza le corporazioni. Mentre, infatti, le basi del sistema vengono gettate nel 1926, le corporazioni furono istituite solo nel 1934. Se poi pensiamo alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni in sostituzione del Parlamento, essa non viene creata prima del 1939.

Anche all’interno del corporativismo “storico”, poi, occorrerebbe distinguere fra i diversi piani: un sistema di norme giuridiche, un codice di regolamentazione dell’attività sindacale, un programma di politica economica, un’ideologia che riguarda la società, la politica, l’economia e i rapporti reciproci fra queste entità.

Se si scorrono le ricerche sul corporativismo “storico”, ci si accorge però che i giudizi più drastici (il corporativismo come un castello di carte ineffettuale) sono stati lentamente rivisti, mitigati, capovolti, come, ad esempio, nel caso del giudizio sull’abolizione della conflittualità operaia: il malcontento che non poteva più esprimersi nei sindacati liberi si esprimeva comunque nel sindacato fascista, che non voleva perdere il contatto con il mondo del lavoro. Lo stesso si può dire per il giudizio sulle possibilità di azione dei lavoratori o sull’arretratezza complessiva (sia ideologica sia economica) della visione corporativa della produzione e della società.

Il giudizio sul quale più si è tornati negli ultimi anni è però quello che riguarda gli effetti reali del corporativismo. Dopo una lunga stagione nella quale ci si diceva certi che il corporativismo non avesse influenzato per niente la sfera della produzione (se non, appunto, eliminando la conflittualità), oggi si tende ad assegnare a questa costruzione giuridica un peso molto maggiore che in passato. Prima di tutto si riconosce alle parole d’ordine e alle ideologie, benché non abbiano inciso affatto sulla produzione e i rapporti di lavoro, un grande effetto sulle credenze, le opinioni, le idee politiche. L’insieme della dottrina corporativa viene dunque presa in esame come un’ideologia: è ciò che ha fatto, ad esempio, Gianpasquale Santomassimo nel suo La terza via fascista. Il mito del corporativismo (Carocci, 2006). Poiché di una ideologia non ci si chiede se e quanto influenzi il mondo del lavoro, il corporativismo inteso in questo senso si rivela tutt’altro che fenomeno trascurabile e di poco peso. E non solo in Italia. Molta dell’Europa fra le due guerre (ma con anticipazioni già a fine Ottocento) è percorsa dall’intento di sostituire alla politica la tecnica, alla chiacchiera i mestieri, ai parlamenti gli esperti, al conflitto tra padroni e operai l’armonia sociale, alla separazione fra economia e politica l’integrazione fra le due, alla neutralità dello Stato l’interventismo dello Stato. L’idea corporativa è presente un po’ ovunque nei vari Paesi europei e negli schieramenti politici più diversi fra loro. Mentre noi italiani tendiamo – per forza di cose – ad associare il corporativismo con il fascismo, è vero che quella istanza è di ispirazione cristiano-sociale. Inoltre esso è legato ad alcuni aspetti che caratterizzano quegli anni e che sono indipendenti dal regime totalitario e dalla situazione politica italiana: la revisione del marxismo alla quale partecipa un mondo vasto e variegato, l’impegno della religione nel reale, la critica della democrazia, l’opposizione all’industrialismo. È per questo che il corporativismo si ritrova negli ambienti e presso i personaggi più vari: tradizionalisti e progressisti, reazionari e liberali, destrorsi e anarchici, cattolici e socialisti. Sì, socialisti: anch’essi, infatti, mostrano interesse per la centralità del lavoro e nuovi rapporti fra politica ed economia. Bisognerebbe non dimenticare mai che il critico dell’industrialismo William Morris era socialista, che Henri De Man (autore dell’importantissimo Au delà du marxisme, 1927, dove il tema corporativo è ben presente) era socialista, e il Guild Socialism, che vede tra i suoi più famosi aderenti Bertrand Russell e propone il modello della ghilda medievale per il mondo del lavoro contemporaneo, si collocava senza incertezze nella famiglia socialista. Questo elemento, fra l’altro, riesce a dar conto di passaggi altrimenti da interpretare come immotivate inversioni di rotta: dal socialismo al neo-socialismo, dal sindacalismo al fascismo, dalla revisione del marxismo al favore per i totalitarismi, e viceversa. Il corporativismo poteva essere capitalista o anticapitalista, pro o contro le macchine: quello italiano non è per l’arretratezza secondo un passato rurale, ma per lo sviluppo tecnologico. È proprio per la centralità del mondo del lavoro che il corporativismo ha esercitato il suo fascino anche sul socialismo, non solo all’estero, anzi: proprio questa sua caratteristica ha costituito un valido strumento di propaganda del regime fuori dall’Italia. Probabilmente sono proprio la disaffezione verso la democrazia e il liberalismo, oltre alla crisi del capitalismo evidente dopo il 1929, che spiegano l’adozione di prospettive corporative ed economie programmate nell’Europa di quell’epoca.

 

Alessio Gagliardi, nel suo Il corporativismo fascista, rispetto ai risultati e alle lacune della ricerca su questo tema, prima di tutto ricostruisce la storia interna del corporativismo come non era mai stata realizzata, guardando cioè al funzionamento degli organi corporativi. Fa così emergere dalle riunioni del Consiglio delle Corporazioni, dei sottocomitati di cui si componeva, del Ministero delle corporazioni, le discussioni spesso accese fra diverse soluzioni, le prospettive divergenti date ai problemi comuni dagli industriali e dai sindacati, dai politici e dagli operai, le mediazioni e le imposizioni di personalità di rilievo e dello stesso Mussolini, i punti di vista differenziati del PNF, del sindacalismo fascista, degli economisti più vicini al regime. Poi Gagliardi tenta di comprendere se e quanto il corporativismo fosse adeguato alla realtà economica e sociale dell’epoca. Il suo giudizio non è del tutto negativo, poiché il corporativismo risulta dalla sua ricerca come uno fra i modi possibili per rispondere a un problema centrale della politica contemporanea: il problema del rapporto fra la pluralità di interessi che sono presenti nella società e lo Stato, che è un soggetto unitario. «Il corporativismo» scrive «fu lo strumento con cui il fascismo si prefisse di mettere in relazione lo Stato autoritario e totalitario con la diversità e pluralità di interessi presenti nella società, espressi soprattutto dalle organizzazioni sindacali»2. La soluzione scelta dal fascismo non appare inconsapevole dei problemi da affrontare: «La soluzione corporativa consisteva nel tentativo di far prevalere l’“interesse nazionale” (coincidente naturalmente con gli obiettivi del fascismo e dei suoi alleati) sugli interessi particolari e particolaristici presenti nella società (classi, ceti e categorie), reprimendo la natura conflittuale e centrifuga di questi ultimi. La strada scelta non fu però la negazione dei gruppi di interesse ma la loro “istituzionalizzazione” e “fascistizzazione”, che voleva dire riconoscere loro la legittimità politica e una rappresentanza nelle strutture dello Stato attraverso una completa assimilazione al regime»3.

Opportunamente, Gagliardi separa all’interno del corporativismo i due elementi nei quali si tradusse la sua azione: la disciplina dei rapporti di lavoro e la regolazione e gestione dell’economia. Se la prima venne attuata subito, non così fu per la seconda, che si configurò come il grande fallimento del regime.

Ancora una volta, il fascismo risulta essere non un regime monolitico, ma un governo attraversato da molti conflitti, punti di vista diversi fra loro, prospettive in contrasto l’una con l’altra. Un elemento che emerge in primo piano da questa ricerca è infatti quello dei diversi approcci al problema corporativo: di Mussolini, di Bottai, di Rocco, di Cianetti, di Rossoni, dei sindacalisti, del PNF, dei giovani, della sinistra fascista, di Spirito, dei conservatori, dei filo-industriali, dei filo-operai, degli anticapitalisti, di chi voleva salvaguardare la proprietà privata, dei gentiliani, degli ex-sindacalisti rivoluzionari, degli statalisti e degli “autentici” (cioè fascisti) democratici. Il corporativismo sarebbe importante già solo per questo: per il fatto che sollecita e spinge le figure, gli organismi e i centri di potere più importanti del regime a schierarsi. Ciò che fa Gagliardi è andare più a fondo nell’esame dei giudizi e delle loro motivazioni, proprio fra gli stessi sostenitori del corporativismo. Riesce a farlo perché prende in esame i resoconti dei dibattiti parlamentari (ad esempio in occasione dell’istituzione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni) e delle sedute del Consiglio delle Corporazioni, i provvedimenti assunti in materia di politica sociale e del lavoro, le discussioni fra industriali, Ministero e sindacati sul modo di costruire gli organi corporativi, sui rapporti fra associazioni di categoria e corporazione per quanto riguarda il piano siderurgico, che diviene un caso di studio assai significativo.

Mentre per qualcuno il corporativismo si declinava come un succedaneo italiano del bolscevismo, nel quale lo Stato dirigeva tutto per il bene comune, per altri si identificava con la presa di parola del lavoro che finalmente diventava modello per la politica; per alcuni era l’identità fra Stato e individuo, per altri il governo dei produttori; per alcuni comportava un controllo da parte dello Stato sul lavoro, per altri era l’autogestione delle categorie lavorative. Per qualcuno il corporativismo implicava la fine del capitalismo, per altri era l’opposto del collettivismo. Per qualcuno era l’economia programmata, per altri l’interesse capitalistico bene inteso. Importante è notare come la discussione, lo scontro, fossero all’interno stesso del fascismo. La Corporazione prende così, in materia di lavoro, il posto della sede parlamentare, indebolita e svuotata di funzioni. Le istituzioni corporative risultano in questo modo il luogo in cui vengono affrontati i temi della politica economica e industriale, delle insoddisfazioni operaie e dell’assistenza; l’assistenza, con le molto avanzate tutele del lavoro previste, rappresentò per gli ambienti sindacali una compensazione rispetto a ciò che avevano perduto (il salario e l’estromissione dai luoghi di lavoro controllati dallo Stato): «Nella mediazione formalmente paritaria tra classi e tra categorie offerta dalle corporazioni si trasferirono le dinamiche conflittuali e rivendicative, altrimenti represse e condannate all’illegittimità. Attraverso le discussioni corporative prese forma una modalità non democratica di mediazione e contrattazione tra gruppi di interesse e Stato»4.

È proprio la presenza europea, e piuttosto “trasversale” (come si direbbe oggi), del tema corporativo che rende la prospettiva di questa ricerca convincente. Si legge: «Il fascismo non riuscì dunque a sopprimere l’assetto conflittuale ereditato dalla società di massa degli anni precedenti la marcia su Roma, ma lo interiorizzò. Si trattò, almeno all’apparenza, di una contraddizione, che rappresentò però la specifica “traduzione italiana” della nuova dimensione sociale e corporativa del potere politico che allora tutti i paesi industrializzati (democratici, autoritari o totalitari) stavano, ognuno a suo modo, sperimentando»5.

Il corporativismo fascista risulta così niente affatto passatista, ma piuttosto autoritario e allo stesso tempo moderno. Per comprenderlo è più utile collegarlo con le coeve riflessioni che si ebbero in Belgio, in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti (oltre che nei regimi europei simili a quello fascista) che non con le correnti presenti nel fascismo critiche dell’industrialismo e della modernità. Mentre il corporativismo non fu solo fascista, il fascismo, da parte sua, diede vita a un corporativismo non solo reazionario, ma capace invece di unire l’inquadramento e la repressione del sindacalismo con il riconoscimento ufficiale del mondo del lavoro, sotto il segno di una terza via tra capitalismo e comunismo, tra liberalismo e collettivismo.

 

 

1. Promulgata l’8 settembre 1920 a Fiume, fu la Costituzione della Reggenza italiana del Carnaro. In questa Carta Costituzionale si sottolineava non solo l’appartenenza di Fiume all’Italia, ma anche la sua caratteristica di stato rivoluzionario-corporativo. La Carta del Carnaro fu un importante punto di riferimento per la stesura della Carta de Lavoro del 1927, nella quale venne organizzata e regolamentata la politica del corporativismo fascista. N.d.R.

2. Alessio Gagliardi, Il corporativismo fascista, Roma-Bari, Laterza, p. IX.

3. (ibidem).

4. (ivi, p. XI).

5. (p. XII).

MICHELA NACCI insegna Storia delle Dottrine Politiche all’Università de L’Aquila. I suoi lavori più recenti sono Storia culturale della Repubblica (Bruno Mondadori, 2009), e Figure del liberalsocialismo (Centro Editoriale Toscano, 2010). Prepara, con Olivier Dard, l’edizione francese del Convegno italo-francese di Studi  Corporativi che si tenne a Roma nel 1935.

 

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