Richard Lewontin

Darwin. Una selezione non così naturale

da ''The New York Review of Books''
Massimo Piattelli-Palmarini e Jerry A. Fodor, Gli errori di Darwin, Milano, Feltrinelli, 2010, pp. 263, € 25,00

Nella ricerca scientifica nulla genera più equivoci dell’impiego di metafore da parte degli studiosi. E non è soltanto il pubblico comune a risultare confuso, ma sono gli stessi scienziati a essere fuorviati nello studio della natura. L’esempio più noto e significativo è l’invenzione da parte di Darwin del termine «selezione naturale» che, come egli spiega nell’Origine delle specie: «si può dire, metaforicamente, che la selezione naturale sottoponga a scrutinio, giorno per giorno e ora per ora, le più lievi variazioni in tutto il mondo, scartando ciò che è cattivo, conservando e sommando ciò che è buono»1.

Darwin, in modo esplicito, ha tratto questa idea di una forza causale dell’evoluzione dall’osservazione dell’attività degli allevatori di piante e animali che, in modo consapevole, selezionano gli individui con le caratteristiche desiderate e li incrociano perché i tratti scelti siano trasmessi alle generazioni future. La selezione “naturale” è come la selezione fatta dagli uomini, solo in versione più ampia. Come è ovvio, di qualunque cosa si tratti, la “natura” non è un essere senziente, dotato di una volontà, perciò qualsiasi tentativo di comprendere come davvero operino i processi evolutivi deve essere alleggerito dal suo bagaglio metaforico. Sfortunatamente perfino i moderni biologi evoluzionisti e gli studiosi dei fenomeni sociali e psicologici umani, che hanno adottato l’evoluzione organica come un modello per elaborare teorie generali applicate alle proprie discipline, non sono sempre consapevoli dei pericoli legati all’impiego di metafore. Alfred Russell Wallace, il co-inventore della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, scrisse a Darwin nel luglio del 1866 mettendolo in guardia e sostenendo che perfino le persone più colte avrebbero inteso la metafora in modo letterale.

La più sintetica descrizione della moderna idea di evoluzione per selezione naturale include tre principi che, privati di qualsiasi metafora, rappresentano la base puramente meccanica del cambiamento evolutivo:

1) Il principio della variazione: tra gli individui di una popolazione esiste una variazione nella forma, nella fisiologia e nel comportamento.

2) Il principio dell’ereditarietà: i discendenti somigliano ai loro genitori più di quanto somiglino a individui non imparentati.

3) Il principio della riproduzione differenziale: in un dato ambiente alcune varietà hanno più probabilità di sopravvivere e produrre discendenti rispetto alle altre varietà.

La trasformazione evolutiva è quindi una conseguenza meccanica della variazione osservabile tra individui nei tratti ereditabili, purché queste differenze siano accompagnate da differenze nella sopravvivenza e nella riproduzione. L’evoluzione che si verifica è limitata dalla variazione genetica disponibile, pertanto, per spiegare l’evoluzione ininterrotta di forme completamente nuove su tempi lunghi, dobbiamo anche aggiungere un quarto principio:

4) Il principio della mutazione: nuove variazioni ereditabili compaiono continuamente.

Il problema di questa definizione schematica è che non ci dice nulla sulle forme di vita che si sono evolute. In questo modo si perde una quantità straordinariamente grande di conoscenza biologica. La definizione stringata non spiega perché gli organismi con una caratteristica evoluta avevano più probabilità di sopravvivere o di riprodursi rispetto a quelli con il tratto originario. Perché quando i vertebrati hanno evoluto le ali hanno anche dovuto rinunciare ai propri arti anteriori? Dopotutto gli insetti possono avere due paia di ali e sei zampe, quindi non deve esistere nessun ostacolo biologico rigido e profondo in termini di sviluppo. Perché gli uccelli che vivono sugli alberi non si nutrono di foglie come fanno innumerevoli forme di insetti, invece di consumare così tanta energia per cercare semi e vermi? Forse la presenza di una caratteristica A (invece che di una B) è soltanto una conseguenza secondaria di una diversa proprietà biochimica o di una modalità di sviluppo disponibile ed ereditabile. Forse invece la caratteristica A era l’unica variazione disponibile che distingueva gli organismi selezionati da quelli non selezionati. Questo tipo di considerazioni sono il fulcro dell’analisi compiuta ne Gli errori di Darwin da Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini2.

Esistono due tipi di biologi evoluzionisti. Da una parte abbiamo una minoranza che, effettivamente, non si preoccupa di capire perché una caratteristica ereditata conferisce un vantaggio riproduttivo per chi la possiede. Questi studiosi si accontentano di dimostrare che un simile vantaggio esiste per una particolare differenza ereditata, esemplificando in tal modo la selezione naturale. La figura dominante nella genetica evoluzionistica sperimentale e osservativa della metà del secolo scorso è rappresentata da Theodosius Dobzhansky che ha dedicato la maggior parte della propria vita allo studio della selezione naturale. A partire da osservazioni compiute sulle popolazioni naturali e di laboratorio, Dobzhansky ha dimostrato in modo convincente che la selezione naturale è la causa sia della stabilità osservabile anno dopo anno, sia dei cambiamenti ciclici stagionali nelle proporzioni di alcune varianti cromosomiche nelle popolazioni naturali di drosofile. Nonostante tutti gli anni attraversasse a cavallo località della Gran Bretagna e della California intrappolando drosofile, di fatto Dobzhansky non ha mai osservato una drosofila nelle sue condizioni native. Spargendo in giro banane marce come trappole, Dobzhansky raccoglieva drosofile vive, ma erano gli insetti ad andare da lui, così lo studioso non ha mai saputo da dove venissero. Quando le drosofile venivano riportate in laboratorio per essere allevate e incrociate in vaste popolazioni, le proporzioni dei tipi cromosomici erano inizialmente molto diverse da quelle trovate in natura, poi però queste proporzioni cambiavano in modi ripetibili in poche generazioni. Questa osservazione bastava a Dobzhansky per dimostrare che la selezione naturale era effettivamente all’opera.

Con un approccio opposto, la maggior parte dei biologi evoluzionisti studia popolazioni naturali di piante o animali scelte appositamente perché considerate utili per rivelare il modo in cui la selezione naturale opera in un caso particolare. Il più famoso esempio di questo tipo di studi è rappresentato dall’incremento delle forme di colore nero nelle popolazioni della falena Biston betularia, osservato in Inghilterra dalla metà del XIX secolo. Secondo la classica spiegazione proposta e riportata continuamente dai libri di testo (anche se è stata messa in dubbio a causa di una metodologia non corretta) le falene hanno l’abitudine di riposarsi posandosi sui tronchi degli alberi, dove rischiano di essere mangiate dagli uccelli. Prima della massiccia industrializzazione i tronchi erano ricoperti da licheni il cui aspetto macchiettato era molto simile a quello delle ali “sale e pepe“ della Biston betularia, quindi le falene così mimetizzate venivano di rado individuate e mangiate dagli uccelli. A causa dell’intenso inquinamento prodotto dalle industrie, i licheni hanno incominciato a morire, di conseguenza le falene sono diventate facilmente visibili da parte dei predatori sui tronchi nudi e resi scuri dai fumi. Quando poi una mutazione casuale ha determinato una colorazione più scura in alcuni individui, questi sono stati fortemente favoriti dalla selezione naturale: le falene dalle ali scure riuscivano infatti nuovamente a mimetizzarsi.

Questo esempio, ampiamente citato durante le conferenze e le lezioni, ha senza dubbio avuto una notevole importanza nel convincere i nuovi biologi evoluzionisti, provenienti da altri campi di studio della storia naturale, della possibilità di poter fornire un resoconto causale del modo di procedere della selezione naturale. Un dettaglio antipatico nel caso di specie è il fatto che i bruchi della Biston betularia con le ali scure hanno anch’essi un tasso di sopravvivenza leggermente superiore a quelli delle falene con ali “sale e pepe”, pur non essendo neri, perciò è probabile che ci sia qualcosa di più da scoprire e raccontare, ma questo particolare non rientra nei programmi scolastici.

L’interesse dei moderni biologi evoluzionisti per i racconti di storia naturale è in parte un riflesso della raffinata passione ottocentesca per la natura che caratterizzò gli uomini del contesto sociale di Darwin. Il parroco di campagna che era anche un collezionista amatoriale di farfalle era un cliché del mondo vittoriano. Il successo ottenuto dalla biologia evoluzionistica nel proporre uno schema esplicativo dell’evoluzione per selezione naturale ha indotto gli studiosi, negli ultimi tempi, a cercare di trasferire questo schema a una varietà di altri campi di conoscenza, che chiedono a gran voce una struttura esplicativa sistematica. Come lamentava Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della storia: «anziché scrivere storia, ci sforziamo sempre di ricercare come si debba scriverla»3.

Un effetto di questa ricerca è stato quello di trasferire gli elementi formali della variazione e della selezione naturale ad altri aspetti dell’attività umana. È senza dubbio curioso che uno degli autori de Gli errori di Darwin si sia occupato di evoluzione provenendo da studi di scienze cognitive e linguistiche, ma oggi abbiamo schemi evolutivi applicabili alla storia, alla psicologia, alla cultura, all’economia, alle strutture politiche e alle lingue. Ormai proporre una plausibile storia evolutiva senza che vi sia alcuna possibilità di esaminarla criticamente e di verificarla empiricamente è diventato un metodo di lavoro e di conoscenza accettabile perfino nel campo delle scienze naturali.

L’idea centrale de Gli errori di Darwin è che «la teoria della selezione di Darwin è vuota» (p. 134), cioè: non ha alcun significato sostenere che alcune caratteristiche sono l’obiettivo della selezione naturale e che si sono fissate per effetto della forza della selezione agente a favore di esse stesse. Se questa affermazione vi sembra scorretta sarà utile ricorrere a un esempio. Consideriamo una specie di topo selvatico che vive su terreni scuri e chiari. Nelle popolazioni sui terreni chiari i topi presentano quello che pensiamo sia un colore “normale” marrone chiaro. Le popolazioni dei terreni scuri, però, hanno un colore più scuro. Una classica spiegazione adattazionista dell’evoluzione di questo tratto suggerisce che una mutazione in grado di determinare il colore più scuro sia stata favorita dalla selezione naturale quando è comparsa nella popolazione che viveva sul terreno scuro. I predatori fanno fatica a localizzare i topi scuri e così questi individui sopravvivono di più, tanto che, alla fine, il gene per la pelliccia più scura diventa più abbondante nella popolazione.

Fodor e Piattelli-Palmarini vogliono dimostrare che uno studioso non può considerare il solo colore del pelo come oggetto della selezione naturale. I due autori passano così in rassegna il vasto insieme di prove riferite a molti organismi e a vari gradi di complessità, dal livello molecolare, a quello cellulare, dello sviluppo e fisiologico perché tutti devono essere esaminati.

Al primo livello, le proteine che derivano dall’elaborazione dell’informazione genetica possono inserirsi in molte vie metaboliche e di sviluppo diverse. Già agli albori della genetica sperimentale si è chiarito che le mutazioni associate a un cambiamento evidente nel carattere di un organismo influenzano anche altri aspetti dello sviluppo e del metabolismo dell’organismo. Ad esempio nelle drosofile accade quasi sempre che una mutazione in grado di influenzare un qualsiasi carattere morfologico riduca anche il tasso di sopravvivenza delle larve, cioè i primi stadi vermiformi dello sviluppo. Così una mutazione che alteri il normale colore rosso degli occhi dei moscerini adulti, rendendoli di colore rosso più acceso o arancione o privi di colore, avrà come effetto aggiuntivo un ridotto tasso di sopravvivenza delle larve anche se non hanno occhi. Le cause della ridotta sopravvivenza delle larve dovuta a mutazioni, con chiari effetti visibili negli adulti, devono essere altrettanto varie dei caratteri morfologici esaminati, perciò dovrebbero richiedere un’analisi dettagliata del processo di sviluppo della drosofila per essere chiariti. È proprio questo aspetto a mettere in dubbio l’elegante storia naturale della Biston betularia e del suo colore scuro favorito dagli scarichi industriali, o la storia della scarsa predazione a cui è soggetto il topo di colore scuro. È il colore scuro del pelo o qualche altro prodotto metabolico ad essersi modificato nei topi dal pelo scuro determinando un aumento del loro successo riproduttivo? Forse i topi con il pelo scuro sono anche più fertili e digeriscono meglio il cibo.

Certo, non tutti i processi che interessano un organismo interagiscono sempre profondamente con tutti gli altri. Se le interazioni avessero tutte effetto e agissero su ogni processo, gli organismi sarebbero totalmente rigidi nella loro struttura e la vita risulterebbe impossibile, così come qualsiasi cambiamento evolutivo. Il modo, più o meno profondo, con cui le parti interagiscono è a sua volta profondamente legato alle circostanze della vita. Se perdessi il mignolo della mia mano sinistra, questo cambiamento avrebbe un effetto limitato sulla mia vita, ma se fossi un violoncellista, lo stesso evento rappresenterebbe una catastrofe. E allo stesso modo cambia l’esito della selezione naturale in base alle possibili e numerose vie del metabolismo proteico e alle interazioni esistenti in ogni tipo di organismo.

Per quanto riguarda il secondo livello di complessità, Fodor e Piattelli-Palmarini sottolineano l’esistenza di interdipendenze molecolari dovute al fatto che i geni sono disposti su lunghi cromosomi simili a fili. La traduzione di un gene, che costituisce il primo passaggio della sintesi di una proteina, è sensibile ai cambiamenti nel DNA presente nelle vicinanze sullo stesso filamento cromosomico, pertanto molti geni con ruoli piuttosto diversificati possono essere influenzati dallo stesso cambiamento di un cromosoma.

Al terzo livello, l’organizzazione dei geni sui cromosomi nella cellula implica che, quando un discendente ha ereditato una particolare forma di un dato gene da un genitore, ha anche, con buona probabilità, ricevuto in eredità le forme di un certo numero di geni posti vicini sullo stesso filamento di cromosoma in quel genitore. Occorrono molte generazioni perché questo collegamento “storico” tra i geni originariamente presenti sullo stesso cromosoma scompaia. Di conseguenza la selezione che agisce su una funzione può avere come effetto la trasmissione ereditaria di cambiamenti in altre funzioni.

Fodor e Piattelli-Palmarini attribuiscono un peso considerevole a queste concrete interazioni funzionali negli organismi, anche se il loro principale interesse è il modo in cui descriviamo gli oggetti su cui effettivamente la selezione agisce. Se vogliamo spiegare che cosa accade in natura quando parliamo di “selezione naturale”, dobbiamo ricordare che non sono i tratti a essere selezionati ma gli organismi; i tratti che ciascun organismo possiede come proprietà intrinseche determinano quale sarà il contributo degli organismi alla generazione seguente. Questo particolare non è secondario perché gli organismi vengono “selezionati” sulla base di tutte le loro caratteristiche biologiche considerate nel complesso. Nel nostro esempio dei topi diciamo che i topi dal pelo scuro sono selezionati più spesso rispetto a quelli con il pelo chiaro. Ma non tutti i topi con il pelo scuro sono candidati a essere oggetto di selezione naturale perché alcuni possono essere sterili, oppure possono avere un olfatto scarsamente sviluppato e possono essere provvisti di una qualunque altra delle numerosissime proprietà degli organismi, e queste caratteristiche talvolta ostacolano la sopravvivenza dei discendenti e quindi contrastano la selezione naturale.

Inoltre, secondo un ragionamento alternativo, la selezione avrebbe potuto agire favorendo i topi attivi soltanto dopo il tramonto, quando i predatori non possono vederli a prescindere dal colore del pelo. Il fatto che nessun topo con queste caratteristiche esista al momento non esclude certamente che sarebbe potuto esistere. Così, per offrire una descrizione corretta degli oggetti su cui la selezione agisce, avremmo dovuto dire che i topi selezionati erano quelli di colore scuro e non notturni. Ma supponiamo che i topi fossero in grado di emettere un suono molto acuto capace di scoraggiare l’attacco dei predatori. Anche in questo caso il loro colore sarebbe irrilevante e dunque sarebbe opportuno dire che i topi selezionati erano di colore scuro, non notturni e capaci di emettere uno squittio fastidioso. Non possiamo fermarci qui. Secondo Fodor e Piattelli-Palmarini per indicare correttamente quali topi sono stati selezionati dovremmo includere un numero infinito di descrizioni tenendo conto di tutte le effettive caratteristiche dei topi selezionati. In base a questa logica dovremmo anche specificare che i topi erano più piccoli di tutta Manhattan4.

Gli autori giungono a questa conclusione seguendo un filo logico dato che, di fatto, è implicita la necessità di chiarire perché è stato selezionato il topo con un particolare colore del pelo e non, ad esempio, con determinate abitudini diurne. Se vogliamo comprendere il reale percorso della trasformazione evolutiva, la mancanza di variazione di alcuni tratti risulta altrettanto importante della presenza di variazioni di altri. In laboratorio infatti accade spesso che, quando viene replicata su differenti ceppi genetici, la selezione artificiale per un particolare tratto determini (oltre alla comparsa del tratto direttamente selezionato) anche cambiamenti in altre caratteristiche di ceppi diversi. Ciò accade perché sullo stesso cromosoma di cui fanno parte i geni che influenzano il tratto direttamente selezionato si verifica anche la variazione di altri ceppi genetici da cui dipendono tratti che potremmo definire “autostoppisti”.

Un modo per sfuggire alla necessità logica di indicare con precisione qualcosa di impossibile (ovvero l’esatto oggetto della selezione naturale) è quello di smettere di parlare di una “selezione a favore di” certi tipi di organismi e di riferirsi soltanto alla “selezione di” un tratto o di più tratti che effettivamente si modificano grazie al processo di riproduzione differenziale5. Certo, negli esperimenti di selezione artificiale non si ottiene sempre quello che ci si aspetta e non abbiamo motivo di credere che in natura il diverso successo riproduttivo in contesti differenti (che noi indichiamo complessivamente come “selezione naturale”) debba avere un risultato sempre certo. Questa consapevolezza tuttavia non farà piacere alla maggior parte dei biologi evoluzionisti impegnati a descrivere ciò che realmente accade ai diversi tipi di organismi in natura.

Un tema fondamentale che Fodor e Piattelli-Palmarini non considerano con la dovuta attenzione è il concetto di «adattamento». Essi affermano, correttamente, che ciascun essere vivente deve presentare un certo grado di adesione adattativa alle proprie condizioni di vita, altrimenti è condannato a morte, perciò il fatto che gli organismi appaiano chiaramente adattati al mondo in cui vivono non deve sorprendere. Tuttavia il «“raffinato adattamento” dei viventi alle loro ecologie» (p. 17) è una rappresentazione della relazione tra organismi e ambiente molto incompleta. Questo concetto si basa infatti sulla metafora della «nicchia ecologica» (p. 170), che possiamo definire come una modalità di vita preesistente a cui gli organismi devono adeguarsi o morire. Tuttavia esistono infiniti modi in cui un organismo può sopravvivere, corrispondenti a un’infinità di modi in cui possiamo mettere insieme le parti, grandi e piccole, che costituiscono il mondo esterno. Quale di questi modi corrisponde a una «nicchia ecologica»? Per saperlo occorre verificare se effettivamente qualche organismo sopravvive secondo quelle modalità. Non esiste alcun organismo senza una nicchia, proprio come non è possibile definire alcuna nicchia senza un organismo. Un noto esempio utile per dimostrare come le nicchie sono definite sulla base degli organismi che le abitano deriva dalla ricerca di forme di vita su Marte. Come possiamo riconoscere la vita su Marte? Uno dei suggerimenti è stato quello di inviare una sorta di microscopio sul pianeta, raccogliere un po’ di polvere dalla superficie marziana e quindi osservarla per vedere se qualcosa si muoveva. Se c’è movimento c’è vita. Questo metodo è stato però considerato troppo poco sofisticato dagli scienziati spaziali. Così si è deciso di inviare su Marte una sorta di aspirapolvere contenente una soluzione nutritiva a base di uno zucchero marcato con un isotopo radioattivo. Se la polvere risucchiata dalla superficie avesse contenuto cellule viventi, queste avrebbero dovuto incominciare a crescere e a dividersi, metabolizzando lo zucchero e rilasciando diossido di carbonio marcato dall’isotopo radioattivo e misurabile da un apposito rilevatore. La sonda atterrata su Marte non ha mai rilevato attività vitale anche se funzionava perfettamente. Ciò non significa però che su Marte non ci sia vita. Questo dato ci permette soltanto di affermare che nella polvere della superficie marziana non c’è una forma di vita in grado di crescere a spese dello zucchero inviato sul pianeta. Un simile dispositivo certamente non avrebbe potuto rilevare la presenza di un qualsiasi marziano da film di fantascienza. Gli scienziati spaziali hanno messo a disposizione di ipotetici marziani una nicchia ecologica specifica per un determinato tipo di vita che ben conosciamo sulla Terra, una nicchia peraltro inadeguata per una grande varietà di organismi terrestri. Se non sappiamo precisamente il tipo di organismo che cerchiamo non possiamo neppure scegliere una specifica nicchia ecologica. Forse il programma spaziale dovrebbe un’altra volta mettersi in cerca di cose che si muovono.

Fodor e Piattelli-Palmarini non considerano il fatto che ogni tipo di organismo, come conseguenza della propria attività vitale, rimodella il mondo intorno a sé e produce una propria «nicchia ecologica», costantemente fluida e in trasformazione via via che l’organismo agisce e metabolizza. Gli organismi non si adeguano alle nicchie ma le costruiscono (e questa scoperta ha spinto alcuni biologi a formulare le teorie della «costruzione delle nicchie»6). Non è un semplice caso se uccelli e formiche realizzano nidi mentre l’uomo costruisce case. La metafora della “costruzione” include un ampio numero di attività proprie degli esseri metabolizzanti, capaci di dare origine al mondo che li circonda. Le piante infilano le radici nel terreno, cambiano la struttura fisica del suolo in cui crescono e disperdono in esso sostanze chimiche in grado di favorire la crescita di alcuni funghi. Questi, invece di infettare le piante, formano un’intima connessione con le radici rendendo disponibili per la pianta sostanze utili alla sua crescita.

Per molti organismi la possibilità di sopravvivere e il tasso di crescita dei singoli individui non raggiungono livelli massimi quando la densità della popolazione è minima, ma quando i valori sono intermedi. Le drosofile nel loro stadio vermiforme immaturo sono come contadini. Si nutrono dei lieviti che crescono sulla superficie dei frutti in decomposizione su cui vivono: le larve scavano gallerie nei frutti e i lieviti proliferano sulle pareti di questi tunnel. Così, fino a un certo punto, più numerose sono le larve, più numerose sono le gallerie e più abbondante è il cibo. Gli animali e le piante producono riserve di energia da usare per sopravvivere nelle fasi non produttive della vita. Le api accumulano miele e gli scoiattoli fanno lo stesso con le ghiande. L’uomo accumula grano e, in tempi moderni, grazie alle regole del mercato, può trovare pane a basso costo anche in inverno.

La più notevole peculiarità degli organismi di terraferma è il fatto che ognuno di essi produce l’atmosfera in cui sta vivendo. Utilizzando un particolare tipo di dispositivo ottico e il cosiddetto “metodo Schlieren” è possibile con una videocamera osservare l’alone mobile di aria calda e umida che circonda i singoli organismi. Perfino gli alberi sono circondati da questo sottile strato di aria prodotto dalla pianta che metabolizzando disperde calore e umidità. Questo prodotto è una caratteristica di tutti i viventi. Nell’uomo lo strato è in continuo movimento dal basso verso l’alto ed è molto evidente al di sopra della testa. Grazie a questo strato di aria gli organismi non vivono direttamente nell’atmosfera complessiva ma in un guscio prodotto dalla loro stessa attività vitale. A questo aspetto si ricollega il concetto di “temperatura percepita”. Quando c’è vento la temperatura dell’aria non diminuisce ma noi sentiamo più freddo perché il vento allontana dal corpo lo strato di aria prodotta con il metabolismo, esponendoci al mondo di fuori e alla sua reale temperatura.

Al punto in cui siamo era logico che la pubblicazione del libro di Fodor e Piattelli-Palmarini con la tesi che sostiene e la sua struttura e retorica fosse destinata a sollevare una profonda reazione negativa nella comunità dei biologi evoluzionisti e anche in quella dei filosofi della biologia. Negli ultimi tempi (e con un’aggressività mai vista prima dall’attuale generazione di studiosi dell’evoluzione) la teoria evoluzionistica è stata attaccata dalle potenti forze del fondamentalismo religioso per le quali la parola “teoria” indica che l’interpretazione dell’evoluzione come un processo naturale è soltanto una teoria. Gli errori di Darwin sembra quasi progettato apposta pour épater les bourgeois e per attirare con forza l’attenzione degli evoluzionisti. Quando due studiosi affermano che «la teoria della selezione di Darwin è vuota» possono scatenare un tale astio da rendere praticamente impossibile per i biologi una seria analisi di quanto sostengono.

Fodor e Piattelli-Palmarini possono aver esagerato, ma nel loro saggio rassicurano i biologi evoluzionisti del fatto che non stanno mettendo in discussione il meccanismo fondamentale dell’evoluzione, considerata come un processo naturale promosso dai quattro principi della variazione, dell’ereditarietà, della riproduzione differenziale e della mutazione. I due autori, invece, rifiutano una qualsiasi interpretazione della selezione naturale intesa come una sorta di «forza» dotata di leggi proprie come, ad esempio, la gravitazione. Per Fodor e Piattelli-Palmarini la selezione naturale è semplicemente un nome per indicare la riproduzione differenziale di diversi individui in una popolazione. Per non essere fraintesi i biologi dovrebbero forse smettere di usare il termine “selezione naturale”, riferendosi invece ai tassi differenziali di sopravvivenza e riproduzione.

Un’altra causa delle reazioni astiose che il saggio ha suscitato è rappresentata dall’idea di Fodor e Piattelli-Palmarini per cui il modo in cui i biologi evoluzionisti forniscono spiegazioni adattative della storia naturale di una vasta gamma di fenomeni sarebbe criticabile. E la stessa critica viene attribuita dai due autori all’uso, da parte di una più ampia comunità di studiosi, della metafora della selezione naturale per formulare teorie sulla storia, sulle strutture sociali, sui fenomeni della psicologia umana e sulla cultura. Se vi guadagnate da vivere inventando possibili scenari del modo in cui la selezione naturale può generare, ad esempio, la xenofobia e il razzismo o l’amore per la musica, non apprezzerete molto la lettura di questo libro.

Neppure biologi che hanno offerto contributi fondamentali alla nostra conoscenza dei reali cambiamenti genetici verificatisi nell’evoluzione delle specie riescono a resistere alla tentazione di difendere l’evoluzione contro i suoi nemici ignoranti e fondamentalisti, facendo appello al fatto che i biologi sono sempre in grado di fornire plausibili scenari per l’evoluzione per selezione naturale. Ma la probabilità non è scienza. Spiegazioni davvero efficaci e sufficienti di specifici esempi di evoluzione sono estremamente difficili da trovare perché non abbiamo abbastanza spazio né tempo per farlo. Il citogenetista Jakov Krivchenko era solito non considerare spiegazioni chiaramente plausibili che, con un forte accento russo, indicava usando un tono profondamente derisorio come «idel specoolations»7.

Anche a costo di ammettere il più delle volte “non so come si è evoluto”, i biologi non dovrebbero mai perdersi in inutili speculazioni.

(Traduzione di Allegra Panini)

 

1.  Charles Darwin, L’origine delle specie, Milano, Euroclub, 1995, p. 97.

2.  La circolazione di una bozza de Gli errori di Darwin, frutto del lavoro di un noto filosofo e di un promettente studente di sciente linguistiche e cognitive, ha prodotto critiche da parte di biologi e filosofi in una quantità tale che non si era mai vista dal 1859 in avanti. Da quando è comparso questo testo non è passata una settimana senza che qualche manoscritto pieno di perplessità e risentimento a opera di un biologo o filosofo della scienza non arrivasse sulla mia scrivania o nel mio computer. Ho cercato, senza riuscirci del tutto, di non leggere queste critiche prima di produrre almeno una bozza di questa mia recensione.

3. Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, a cura di Giovanni Bonacina e Livio Sichirollo, Roma-Bari, Laterza, 2008, p. 6.

4. Questo risultato logico è sottolineato dai filosofi Ned Block e Philip Kitcher in Misunderstanding Darwin, la loro recensione del libro di Fodor e Piattelli-Palmarini (‘Boston Review’, marzo/aprile 2010).

5. L’idea è stata proposta dal filosofo della biologia Elliott Sober, per rispondere a una precedente versione della critica avanzata da Fodor. Il tono generale della discussione che è in corso tra i filosofi può essere intuito già dal titolo dell’articolo di Sober pubblicato su ‘Mind and Language’, vol. 23, n. 1 (febbraio 2008): Fodor’s Bubbe Meise Against Darwinism. [La storiella della nonna di Fodor contro il darwinismo, N.d.T.].

6. Un libro recente sul tema è Niche Construction di John Odling-Smee, Kevin N. Laland, e Marcus W. Feldman (Princeton University Press, 2003).

7. Inutili speculazioni, N.d.T.

 

RICHARD LEWONTIN è Alexander Agassiz Professor of Zoology e professore di Biologia all’Università di Harvard. È noto al lettore italiano per Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza (Laterza, 2004), Gene, organismo e ambiente. I rapporti causa-effetto in biologia (Laterza, 2002), La diversità umana (Zanichelli, 1998) e Biologia come ideologia. La dottrina del DNA (Bollati Boringhieri, 1993).

 

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