Christian Caryl

Corea del Nord. Una crisi di valori

da ''The New York Review of Books''
Questo articolo è apparso sulla ‘New York Review of Books’ prima dell’ultimo incidente ‘di frontiera’ fra le due Coree; l’analisi svolta, prefigurando e prevedendo gli attuali sviluppi, consente di capirne dinamiche e senso.

Le due Coree si stanno avviando verso una nuova, pericolosa fase del loro tortuoso rapporto. In un discorso del 24 maggio scorso il presidente sudcoreano Lee Myung Bak ha interrotto i rapporti commerciali con Pyongyang, vietato alle imbarcazioni del Nord di introdursi nelle acque territoriali meridionali e minacciato un’immediata azione di rappresaglia nel caso in cui la Corea settentrionale decida di compiere un’incursione di qualsiasi tipo – via terra, mare o aria – nel suo territorio. Per tutta risposta, i nordcoreani hanno definito Lee “traditore” e “bastardo”, e si sono detti pronti a rispondere a qualunque iniziativa militare del Sud con una guerra aperta. Un capitano ha giurato di aprire il fuoco sugli altoparlanti sudcoreani se il governo di Seul riprenderà a trasmettere i suoi annunci propagandistici nella zona demilitarizzata. Dopo il discorso del presidente Lee, l’onnipotente leader del Nord, Kim Jong Il è scomparso dalla scena pubblica – come ha spesso fatto ogni volta che ha avuto motivo di temere di essere colpito dalle armi laser in uso all’esercito del Sud e a quello degli Stati Uniti, suoi alleati.

La causa scatenante di questa recrudescenza di reciproco antagonismo risale all’ultima settimana di marzo scorso, quando una misteriosa esplosione ha colpito la Cheonan, una corvetta militare sudcoreana che all’epoca stava perlustrando le acque nei pressi della linea di demarcazione settentrionale: un confine riconosciuto nel 1953 dal Sud, all’indomani della Guerra di Corea, che invece Pyongyang non ha mai accettato. L’esplosione ha squarciato la nave, facendola inabissare e causando la morte di quarantasei marinai. A dispetto delle circostanze, la reazione di Lee è stata considerevolmente misurata: il presidente ha affidato le indagini sull’incidente a una commissione multinazionale, alla quale ha accordato tutto il tempo e le risorse necessari a svolgere al meglio il proprio compito.

A circa sette settimane dall’accaduto, la commissione ha tratto le conclusioni, presentando come prove i frammenti di un siluro di fattura coreana rinvenuti sul fondo marino, in prossimità del luogo dove erano stati recuperati i resti della Cheonan. I frammenti sono risultati compatibili con un modello di siluro che Pyongyang ha venduto all’estero. Gli inquirenti hanno inoltre fatto notare che pochi giorni prima dell’attentato una task force navale nordcoreana, comprendente tra l’altro alcuni sottomarini di piccole dimensioni, appartenenti alla stessa categoria che avrebbe attaccato la nave, aveva preso il largo per poi far ritorno alla base dopo qualche giorno1.

Benché si basi su prove circostanziali, il caso appare piuttosto evidente e l’attento lavoro degli inquirenti dimostra chiaramente che l’affondamento della Cheonan non può che essere stato un intervento ostile. E la Corea del Nord è l’unico stato in quella regione ad avere sia i mezzi che il movente per compiere un simile gesto. Pyongyang ha reagito al verdetto con una lunga serie di invettive sotto cui si nascondeva la significativa offerta di inviare a Seul una propria squadra di investigatori per analizzare le prove.

 

Naturalmente, il vero interrogativo riguarda le ragioni che avrebbero spinto la Repubblica Democratica Popolare di Corea (RDP) a commettere un attentato che diversi osservatori definiscono la più grave provocazione militare dalla fine della guerra. Il modo in cui il governo di Seul – e gli Stati Uniti, suoi alleati – deciderà di rispondere a tale interrogativo avrà significative ripercussioni sull’evolversi degli eventi futuri. Alcuni analisti hanno ipotizzato che l’attacco alla Cheonan abbia rappresentato un gesto di ritorsione in risposta a uno scontro a fuoco avvenuto nell’autunno del 2009, quando le forze navali sudcoreane, dopo i soliti avvertimenti, aprirono il fuoco su una nave nordcoreana che si stava dirigendo verso le loro acque territoriali. L’imbarcazione fu respinta, e ci fu forse qualche vittima.

Simili schermaglie però si ripetono da anni e con frequenza: perché mai, nel caso della Cheonan, i nordcoreani avrebbero reagito in maniera così spropositata?

È vero che questo episodio non è che l’ultimo capitolo nella lunga storia di attacchi a sorpresa e azioni terroristiche messi a segno dai nordcoreani. Nel corso dei decenni Pyongyang ha ripetutamente tentato di infiltrare dei propri commando nella Corea del Sud, sia via terra che via mare. Nel 1968 una squadra di forze speciali nordcoreane, il cui obiettivo era presumibilmente quello di eliminare l’allora presidente Park Chung Hee, fu fermata a sole poche centinaia di metri dalla Casa Blu, sede del governo di Seul2. Il Nord ha inoltre ucciso con un attentato alcuni membri del consiglio dei ministri sudcoreano, fatto esplodere un aereo di linea, rapito cittadini e ordito assassinii nel territorio del Sud. La scorsa primavera il governo di Seul ha annunciato di aver sventato un complotto con cui alcuni agenti di Pyongyang intendevano uccidere un disertore di alto rango, il cui nome figurava da anni nella lista dei nemici giurati di Kim.

Tuttavia, malgrado simili incidenti abbiano certamente contribuito a fare della Corea del Nord un “pariah” della scena internazionale, i governi di Pyongyang e di Seul non appaiono particolarmente desiderosi di ricorrere a una guerra vera e propria; il Sud sa che un conflitto avrebbe ripercussioni incalcolabili sulla propria economia, mentre il Nord è consapevole del fatto che, in caso di ostilità protratte, l’esercito sudcoreano (ben equipaggiato e addestrato, e forte del sostegno dell’imponente arsenale statunitense) avrebbe la meglio. Nel Nord da anni convivono faticosamente due atteggiamenti contrastanti: la prepotente resistenza alla guerra e l’abitudine di inasprire talvolta i toni, allo scopo di estorcere alle potenze straniere aiuti o agevolazioni diplomatiche3.

Tuttavia sarebbe sbagliato considerare i recenti attriti come il semplice prolungamento di uno status quo snervante, ma di fatto stabile. Qualcosa di fondamentale è cambiato. La Corea del Nord si sta avvicinando a un momento decisivo della propria storia, e questa circostanza accresce enormemente i rischi corsi da quei paesi che sono alla mercé del suo mutevole comportamento. Gli osservatori della Corea del Nord parlano di «momento critico», denso di implicazioni di vasta portata per l’intera regione4.

Naturalmente si tratta, per certi aspetti, di cose già sentite. Dopo il crollo del sistema comunista dell’Europa dell’Est (1989-1991), molti osservatori avevano previsto la fine della RDP, che si è dimostrata invece sorprendentemente durevole.

Questa volta però il regime della famiglia Kim (come lo definiscono molti analisti militari statunitensi) si trova in una situazione di eccezionale volatilità, per due chiari motivi. Il primo riguarda lo stesso Kim Jong Il. La stabilità di ogni regime dispotico dipende perfino dallo stato di salute dell’individuo che ne rappresenta il fulcro, e l’accentramento di poteri nelle mani del leader nordcoreano è tale da non avere riscontri nella storia contemporanea. Nel 2008 il mondo venne a sapere che il “Caro Leader” era stato colpito da un ictus debilitante, e la scorsa primavera, durante una visita in Cina, il sessantanovenne Kim, un tempo paffuto, è apparso scarno e provato. Recentemente, inoltre, è corsa voce di una sua presunta malattia renale. Kim ha a sua volta aggravato il clima di incertezza rimandando la nomina di un successore. Pare che solo di recente abbia ordinato all’apparato statale di prepararsi a consacrare il ventenne Kim Jong Un, suo terzo figlio, a probabile erede. La faccenda non si preannuncia certo semplice: benché del futuro Kim III si sappia poco, la sua età relativamente giovane fa temere una drastica inesperienza nelle questioni di stato. E, anche se salisse al trono, come previsto, è probabile che l’erede si dimostri poco più che un fantoccio, innescando così un possibile clima di instabilità e accendendo rivalità tra le diverse fazioni. Lo scorso 7 giugno, Kim ha nominato il cognato Jang Song Taek – che solo pochi anni prima era stato epurato per motivi che rimangono poco chiari – alla seconda carica del regime: una mossa che la maggior parte degli esperti ha interpretato come il tentativo da parte del leader di gestire la transizione.

Alla crisi interna della leadership si sovrappone inoltre una tendenza generale molto diffusa nel paese, perché, negli ultimi quindici anni, la Corea del Nord ha conosciuto una trasformazione straordinaria: da nazione perlopiù chiusa al resto del mondo, il cui popolo è prigioniero di un’intricata rete di controlli sociali imperniati attorno a una mitologia ufficiale grottesca, sta divenendo un paese dove molti individui godono di un limitato ma determinante livello di controllo sulla propria esistenza, e sanno quanto basta del mondo esterno per comprendere la natura fondamentalmente fallace del sistema in cui vivono.

Il migliore resoconto di questa evoluzione è rappresentato da Per mano nel buio di Barbara Demick (Piemme, 2010): un ritratto collettivo e minuzioso delle vicende di sei nordcoreani originari della città industriale di Chongjin fuggiti al Sud. Attraverso i protagonisti del racconto il lettore rivive il clima di instabilità economica innescato dal crollo dell’impero sovietico nei primi anni Novanta, a cui fece seguito, alla metà di quello stesso decennio, una carestia determinata soprattutto da fattori umani, che si ritiene sia costata la vita a una percentuale della popolazione compresa tra il due e il dieci percento. Quel lento tracollo economico determinò il collasso del sistema statale di razionamento e distribuzione dei viveri, che obbligò i nordcoreani a sviluppare competenze e capacità radicalmente nuove, e ad avviare un’economia “parallela” basata sulla vendita di beni e servizi di ogni tipo, dalla pasta fatta in casa alla riparazione di biciclette.

Demick, che scrive per il ‘Los Angeles Times’, non si limita a descrivere questo processo, ma con una vorticosa e dettagliata serie di racconti aiuta il lettore a viverlo da vicino, sin nei particolari più squallidi, documentando attentamente, attraverso i suoi personaggi, il retrocedere di un intero paese a un’epoca pre-industriale: «A Chongjin le imponenti fabbriche che si affacciavano sul lungomare sembravano una muraglia di ruggine, con le ciminiere allineate come le sbarre di una prigione. Gli indicatori più significativi erano proprio le ciminiere, che emettevano ormai solo poche nuvolette di fumo. Li si poteva contare, quegli sbuffi: uno, due, al massimo tre, e accorgersi che il cuore della città si stava fermando. I cancelli principali delle fabbriche erano chiusi da catene e catenacci; o meglio, lo sarebbero stati se i lucchetti non fossero stati rimossi dai ladri che avevano già smontato e portato via i macchinari. […] In estate la malvarosa si arrampicava sui muri di cemento. Erano spariti perfino i rifiuti».

I lavoratori lasciano le fabbriche ormai inattive per cercare del cibo nelle campagne. Le luci tentennano, poi si spengono del tutto. I salari si riducono e pian piano scompaiono. Al pari delle infrastrutture, anche l’ordine sociale si paralizza. Ai vecchi tempi, raccontano a Demick i disertori, «la gente conosceva le regole e sapeva quali limiti non bisognava mai superare; ma ora quei limiti erano a rischio, e la vita era diventata disordinata e pericolosa».

La discrepanza tra l’istrionica propaganda di regime e la crescente complessità della vita di tutti i giorni si allarga sino a toccare livelli impossibili da ignorare. Tutti i protagonisti del libro di Demick raggiungono una fase di disinganno, che per ciascuno di loro sopravviene in circostanze diverse. Per Jun-Sang, un giovane intellettuale di buona famiglia, i primi dubbi sorgono durante la lettura di testi stranieri, censurati, tra cui, ironicamente, un libro sulla riforma economica in Russia. Il ragazzo inizia a guardare di nascosto i programmi della televisione sudcoreana. Un giorno, durante l’orribile carestia, ode un ragazzino affamato che intona una peana in gloria della leadership, e in lui qualcosa scatta: «In seguito attribuì al bambino il merito di averlo spinto oltre i limiti. Ora sapeva con assoluta certezza di non credere. Fu un incredibile momento di autocoscienza, come decidere di essere ateo». La scelta di Demick di ricorrere a una terminologia religiosa non è casuale: per molti nordcoreani la visione ufficiale del mondo è rimasta a lungo asservita a una sorta di religione fittizia. Adesso, con un sussulto, si ritrovano a scivolare verso l’apostasia.

Per una giovane insegnante il momento del risveglio giunge mentre assiste alle sofferenze dei suoi alunni, che un po’ alla volta muoiono di fame.

In una donna di mezza età e apolitica, che ha da poco visto il marito e il figlio morire di fame, questo momento combacia con il semplice gesto di accendere un forno per cuocere dei biscotti da vendere clandestinamente. Una decisione che le richiede di disimparare «la propaganda di tutta una vita».

Per la dottoressa Kim, che si considera una patriota, il momento del definitivo disincanto è legato alla casuale scoperta che il suo passato socialmente discutibile fa di lei un personaggio sospetto agli occhi del partito nel quale ha creduto per tutta la vita. Un agente della polizia segreta appartenente all’Agenzia di Sicurezza Nazionale, o Bowibu (una delle molte organizzazioni di questo tipo presenti nel Nord), le ingiunge di non disertare attraversando il confine – relativamente aperto – con la Cina: «Più ci pensava, più le ragioni dell’agente del Bowibu le sembravano sensate; le aveva dato un’idea di cui non riuscì più a liberarsi». Ma una volta giunta lì, vede nel cortile di un contadino un piatto di cibo. A tutta prima non capisce come qualcuno abbia potuto lasciare incustodito un simile tesoro: «Fino a quel momento una parte di lei aveva sperato che la Cina fosse povera quanto la Corea del Nord. Voleva ancora credere che il suo paese fosse il migliore del mondo; le convinzioni che aveva amato per tutta la vita avrebbero trovato una conferma. Ma ora non poteva negare l’evidenza: i cani cinesi mangiavano meglio dei medici nordcoreani». La Cina non è semplicemente una meta per coloro che inseguono una vita migliore, ma rappresenta anche la fonte del nuovo flusso di merci che si riversano sulla Corea del Nord: «carta per scrivere, penne, matite, shampoo profumati, spazzole, tagliaunghie, lamette, pile, accendini, ombrelli, macchinine giocattolo, calzini. La Corea del Nord non era più in grado di produrre nulla da così tanto tempo che anche l’oggetto più comune diventava straordinario».

Alcuni di questi oggetti riescono più di altri ad alterare il livello di consapevolezza. Nasce un fiorente mercato clandestino di film e musica, che il più delle volte vengono fatti arrivare di nascosto dalla Corea del Sud. I nordcoreani imparano ad apprezzare Titanic, Con Air e Il testimone; sono inoltre affascinati dalle soap-opera sudcoreane, che spesso forniscono loro strabilianti squarci di vita quotidiana nel “villaggio laggiù” (come la gente del Nord chiama la Corea del Sud). Un uomo ricorda di essersi sintonizzato una volta su una sit-com sudcoreana in cui due donne litigavano per un parcheggio. Non riusciva a immaginare un luogo dove le automobili fossero talmente numerose che scarseggiasse il posto per parcheggiarle.

Nemmeno il Partito Comunista è immune. Come raccontano Kongdan Oh e Ralph Hassig nell’interessante The Hidden People of North Korea (Rowman and Littlefield, 2009), i burocrati iniziano presto a tenere comizi per mettere in guardia sui rischi che minacciano il paese: se i funzionari di partito non riusciranno ad arrestare sul nascere i nefasti effetti dell’intrattenimento proveniente dal mondo esterno, la Corea del Nord potrebbe fare la fine del Patto di Varsavia. Ma nemmeno i funzionari sono, a loro volta, immuni: «Si dice che persino i burocrati delle organizzazioni del Partito Centrale siano stati “contagiati dai germi capitalistici”».

Gli oratori esortano le forze di sicurezza a raddoppiare gli sforzi per sconfiggere il diffondersi di film di contrabbando (la legge nordcoreana prevede una condanna a quattro anni di lavori forzati per chi si macchia di un simile reato). Il rimedio più efficace, che nessun nordcoreano deve tralasciare, consiste però (parole dei portavoce del regime) «nell’armarsi saldamente del rispetto e dell’ideologia rivoluzionaria dell’amato generale». E ciò, come affermano gli autori, appare particolarmente ironico alla luce del fatto che lo stesso Kim Jong Il è notoriamente un avido consumatore di film e beni di lusso stranieri. Una sconfortante contraddizione che un tempo non sarebbe mai trapelata dalla ristretta e privilegiata cerchia del Grande Generale. Nemmeno la segretezza può essere data per scontata, ormai sempre più spesso.

Quando i leader nordcoreani parlano, vogliono essere certi che il popolo sia in ascolto; gli estranei non sono invitati a partecipare. Ogni edificio pubblico, ogni abitazione, ogni luogo dove i nordcoreani vivono e lavorano è dotato di altoparlanti collegati via cavo a un radiotrasmettitore centrale. A differenza della televisione e della radio convenzionali, questo circuito chiuso, noto con il nome di “terzo sistema di diffusione”, presenta il vantaggio di essere molto difficile da captare dall’esterno. E per questo il regime di Pyongyang vi ricorre spesso per comunicare alla popolazione le sue decisioni più importanti.

La mattina di lunedì 30 novembre 2009 gli altoparlanti si sono messi a gracchiare: era un annuncio speciale con cui il governo informava i cittadini che nei giorni a venire avrebbero dovuto scambiare le banconote in loro possesso con altre, nuove, la cui denominazione sarebbe stata ridotta di due zeri (a causa di anni di inflazione) rispetto ai tagli in circolazione. Tutti i prezzi, continuava l’annuncio, sarebbero stati ridotti di conseguenza. Sin qui nulla di male: altri paesi hanno operato la semplice ridenominazione della propria valuta. Un’operazione che, se attuata a dovere, avrebbe potuto semplificare la vita di coloro che vivono in paesi dove l’inflazione obbliga imprese e consumatori a giostrare lunghe sfilze di zeri. Ben presto però è divenuto chiaro che le autorità avevano in mente qualcosa di completamente diverso. Non solo il governo imponeva alla popolazione questa riforma valutaria, praticamente senza alcun preavviso, ma stabiliva un tetto massimo alla somma di valuta che era possibile convertire con quella nuova. Non si trattava di semplice ridenominazione, ma di confisca. L’obiettivo era chiaro. Per troppo tempo la leadership della RDP aveva tollerato il proliferare di mercati privati e di attività economiche sempre più estese che sfuggivano del tutto al controllo dello stato. Era arrivato il momento di intervenire, requisendo alle schiere di piccoli imprenditori nordcoreani i loro risparmi.

Ciò che accadde in seguito rappresenta uno sbalorditivo allontanamento da sessant’anni di storia della RDP. Come sempre, è difficile verificare i dettagli, data la quasi impossibilità di ottenere dei resoconti indipendenti da fonti interne al paese. Tuttavia sappiamo per certo che la gente comune ha manifestato immediatamente – in qualche caso pubblicamente – la propria rabbia nei confronti dell’iniziativa5. Un uomo ha dato alle fiamme i propri risparmi in segno di aperta protesta. I proprietari di alcune bancarelle di un mercato privato – uno dei tanti sorti ovunque all’indomani della crisi economica indotta dalla carestia della metà degli anni Novanta – hanno protestato con un giorno di chiusura. Pare che, per scoraggiare ulteriori disordini, le forze dell’ordine abbiano eseguito alcune fucilazioni pubbliche (nulla di tutto ciò sorprenderà i lettori del libro di Demick: prima della pubblicazione, l’autrice è riuscita a includere nel libro il resoconto di analoghe proteste, risalenti a un’epoca precedente alla riforma valutaria, tra cui una manifestazione particolarmente sentita contro il tentativo da parte delle autorità locali di chiudere il grande mercato di Chongjin).

Addirittura più sorprendente è forse il fatto che il governo nordcoreano abbia sentito in seguito il dovere di rispondere allo scontento popolare: a qualche settimana dal primo annuncio si è venuti a sapere che lo stato aveva deciso di aumentare il tetto massimo di valuta che era possibile cambiare. Non molto tempo più tardi, il numero due del regime ha inviato ai dirigenti regionali del Partito Comunista una circolare nella quale si scusava per l’inefficace implementazione del decreto (senza però scusarsi per il decreto in sé; il popolo nordcoreano infatti non ha ancora sentito a questo proposito alcuna espressione di rimorso da parte dei propri leader). Infine, a marzo, l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap ha fatto sapere che il burocrate responsabile della riforma valutaria è stato fucilato. Il decreto però è rimasto in vigore e le conseguenze, assolutamente prevedibili, sono sotto gli occhi di tutti. Dopo una corsa all’accaparramento dei beni, i prezzi hanno subito una grave impennata e chiunque ne abbia avuto l’opportunità si è affrettato a cambiare i propri won in renminbi cinesi o in altre valute straniere. Un video, fatto giungere di contrabbando dal Nord, mostra alcuni mercati un tempo fiorenti e oggi del tutto abbandonati6.

Se pensate che la leadership nordcoreana ritenga l’esempio cinese di riforma autoritaria del mercato un modello di sviluppo perfettamente ragionevole, avrete forse qualche difficoltà a spiegare per quale motivo il governo di Pyongyang abbia fatto ricorso a misure così smaccatamente autodistruttive. In The Cleanest Race (Melville House, 2010), B. R. Myers avanza una possibile risposta: di fatto, i leader della Corea del Nord prendono molto seriamente la loro ideologia e questo, insiste, è uno dei motivi per cui il regime è riuscito a sopravvivere tanto più a lungo delle sue controparti dell’Europa orientale. Nel suo libro, brillante e provocatorio, Myers riesce a fare piazza pulita di opinioni erronee che da generazioni si tramandano sul conto del regime nordcoreano. Egli dimostra che, malgrado la sua rivendicata aderenza al marxismo-leninismo, la Corea del Nord di fatto ha perseguito una sorta di “etnicismo elitario” improntato al modello di nazionalismo mistico del Giappone imperiale di Hirohito. (E qui Myers non si affida a semplici congetture, ma dimostra come nel periodo compreso tra il 1910 e il 1945, quando la Corea era una colonia del Giappone, diversi artefici dell’ideologia nordcoreana lavoravano nell’apparato propagandistico giapponese.) Nei cablogrammi che inviavano a Berlino, i diplomatici della Germania orientale che negli anni Cinquanta e Sessanta erano di stanza a Pyongyang paragonavano apertamente l’ideologia imperante nella Corea del Nord al nazismo.

Dal punto di vista di Myers questa politica, basata su un radicato senso di identità, possiede un’enorme capacità di resistenza. Il fascino esercitato dal marxismo-leninismo derivava in gran parte dalla sua presunta efficienza economica, e per questo il fulmineo fallimento del Blocco Orientale, incapace di tenere il passo con l’Occidente capitalista, che si supponeva inferiore, ha contribuito in larga parte a minare l’autorevolezza del modello comunista di stile sovietico. Le autorità nordcoreane ammettono invece con relativa tranquillità che i sudcoreani sono più ricchi7; sono più ricchi, affermano, ma spiritualmente aridi, e conducono un’esistenza sradicata e decadente sotto il brutale giogo degli imperialisti yankee e della loro cultura volgare ed estranea alle loro tradizioni. Per questo, tutti i sudcoreani sognano il momento in cui potranno essere nuovamente riuniti sotto l’ispirata guida di Kim Jong Il, personificazione di integerrime virtù coreane.

Questo desiderio di rappresentare il volto incontaminato e “autentico” della Corea rappresenta, secondo Myers, tutto ciò che a Pyongyang rimane da offrire (oltre alle armi nucleari). È quindi difficile immaginare perché possa desiderare rinunciarvi. «Come se la più povera delle due Coree possa davvero barattare l’eroica missione nazionalistica in cambio della semplice crescita economica, senza che con questo i propri cittadini scelgano di farsi immediatamente assorbire dallo Stato rivale!»

Myers talvolta esagera: egli indica che la stragrande maggioranza delle centinaia di migliaia di nordcoreani che hanno varcato il confine con la Cina hanno finito per fare ritorno al proprio paese d’origine, e attribuisce questo fatto all’enorme forza persuasiva della visione del mondo che il regime impone ai propri cittadini. Una spiegazione addirittura migliore potrebbe fornircela la semplice paura: paura della sconfinata violenza che il regime riserva ai familiari di coloro che fuggono verso Sud. (La Germania orientale, che permise a milioni di cittadini di scappare in Occidente, era incomparabilmente più tollerante nei confronti dei familiari rimasti in patria.) Tuttavia, Myers è certamente nel giusto quando afferma che quella che lui definisce «l’erosione dell’impermeabilità dell’informazione» potrebbe rappresentare un colpo fatale alla credibilità del «Testo» (termine con cui egli indica il sistema di valori ufficiale). I nordcoreani stanno iniziando a capire che i cittadini del Sud sono soddisfatti della propria repubblica, non sono minimamente interessati a Kim Jong Il e considerano la maggior parte dei settentrionali rozzi e retrogradi. Inoltre la maggioranza di loro non vedrebbe di particolare buon occhio una riunificazione, che si rivelerebbe con ogni probabilità un processo incredibilmente caotico e costoso. «Il Testo non può in nessun modo spiegare una verità tanto sovversiva», conclude.

Come potrà dunque la Corea del Nord – una volta privata del proprio rito giustificatorio – andare avanti? Una soluzione potrebbe essere quella di compattare la società in nome della minaccia di un nemico esterno: è questo il motivo per cui nei mesi a venire il verificarsi di nuove provocazioni in stile Cheonan non dovrebbe coglierci del tutto di sorpresa. A parte questo, però, appare sempre più evidente che l’unico collante rimasto a cementare il regime della famiglia Kim sia quello della forza bruta. Ma i recenti disordini scatenati dalla riforma valutaria fanno pensare che alcuni nordcoreani stiano gradualmente vincendo la propria paura dello stato.

Riusciranno Kim Jong Il e la sua famiglia a mantenere la propria presa ancora per qualche anno? Forse. È ormai chiaro però che qualcosa di fondamentale è cambiato e che non è possibile tornare indietro e fare finta di nulla.

Malgrado i suoi atteggiamenti rabbiosi, la Corea del Nord non è uno stato in controllo del proprio destino. Molto dipenderà dalla posizione che la Cina, principale protettore della RDP, assumerà. Sino a oggi Pechino ha mostrato di non voler rischiare la propria alleanza con Kim Jong Il condannandolo per l’attacco alla Cheonan. Il governo di Seul intanto deve affrontare l’arduo compito di escogitare una politica che coniughi soddisfacentemente le contraddittorie esigenze dei suoi elettori di essere protetti contro il  Nord e di vedere riconosciuto il legame di fratellanza etnica che a questo li lega.

Non resta che augurarsi che i nordcoreani, a lungo vittime di macchinazioni fuori dal loro controllo, riescano a sfuggire alla prossima, ennesima catastrofe.

(Traduzione di Marzia Porta)

1. Ulteriori particolari incriminanti sono trapelati da agenzie di spionaggio statunitensi: poco dopo l’affondamento della Cheonan, Kim Jong Il visitò l’unità a cui vengono affidate le missioni speciali, elogiandola a nome della nazione per i recenti successi e conferendo al comandante una promozione.

2. Come ho potuto constatare la scorsa primavera, durante una visita alla residenza presidenziale, il ricordo di quell’attentato è ancora molto nitido: sui terreni della tenuta si scorgono infatti veicoli militari dotati di mitragliatrice.

3. Si veda ad esempio Was the North Korean Crisis All Talk? di Joshua Keating, apparso sul blog Passport di ‘Foreign Policy’, 2 giugno 2010.

4. Marcus Noland, Pyongyang Tipping Point, ‘The Wall Street Journal’, 12 aprile 2010.

5. Si veda, in particolare, The Winter of Their Discontent: Pyongyang Attacks the Market di Stephen Haggard e Marcus Noland, Peterson Institute for International Economics, gennaio 2010. E anche In North Korea, a Strong Market Movement Recoils at Kim Jong Il’s Attempt to Limit Wealth, di Blaine Harden, apparso il 27 dicembre 2009 su ‘The Washington Post’.

6. Per una copia del video (con sottotitoli in inglese), si veda Rare Footage Shows Impact of Botched N. Korean Reform, in ‘The Chosun Ilbo’, 9 giugno 2010.

7. Su questo punto posso avallare la sua testimonianza. Nel 2007, mentre ero in visita nel Nord, lo stesso concetto mi fu espresso spontaneamente dalle mie guide nordcoreane, che attribuirono la relativa miseria del proprio paese all’embargo economico imposto loro dall’Occidente (primi tra tutti gli Stati Uniti). E si affrettarono ad aggiungere che, grazie alla «splendida guida del grande generale Kim Jong Il», i nordcoreani da un punto di vista spirituale erano indubbiamente superiori ai loro cugini del Sud.

 

CHRISTIAN CARYL è Washington Chief Editor per Radio Free Europe/Radio Liberty. È anche Senior Fellow del Centro di Studi Internazionali del MIT.

 

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