Andrea Segrè

451 parole: carocibo

Siamo quello che mangiamo e beviamo? È la domanda, estesa in più al bere, posta nella traccia del tema di maturità 2011: la più gettonata, pare. Del resto, il famoso titolo dell’opera del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, L’uomo è ciò che mangia, ha posto – da allora, il 1862 – le questioni di fondo legate all’alimentazione: a quali bisogni rispondono il cibo e l’acqua (peraltro contenuta nel cibo stesso) oltre a quello primario del sostentamento? E poi, parlando dell’oggi, in che modo la crisi in corso modifica i comportamenti di consumo?

Mangiare e bere sono il crocevia di nuove contraddizioni: la loro importanza cresce quanto l’attenzione verso il corpo. Possono essere veicolo di salute e fonte di malattia, basta pensare ai ricorrenti scandali alimentari, vie di benessere e occasione di paure collettive. Il cibo e l’acqua sono flessibili: si adattano alle situazioni in cui vengono consumati, si trasformano continuamente in altro1. Be water my friend, diceva Bruce Lee qualche anno fa. Il mondo è acqua, il cibo è acqua, noi siamo acqua: dobbiamo (ri)adattarci ed esserne consci.

Ma il bere e il mangiare dipendono anche da quanto ci costano acqua e cibo. L’altalena mondiale dei prezzi delle materie prime agricole e alimentari, nonché i conflitti per l’oro blu e gli effetti che hanno prodotto in ogni parte del mondo testimoniano che la questione è vitale, nel vero senso della parola. Non a caso tutte le organizzazioni mondiali, in primis il World Food Programme, si stanno ponendo il problema, in particolare per quanto riguarda i paesi più vulnerabili2. Tuttavia anche nei paesi più ricchi il costo dell’alimentazione deve essere tenuto sotto controllo. I consumatori impoveriscono, il loro potere d’acquisto diminuisce mentre i prezzi al consumo aumentano.

Dunque, per capire cosa sta succedendo è importante disporre di indicatori immediatamente fruibili e comprensibili, soprattutto in termini assoluti: insomma quanto costa esattamente mangiare e bere? Solitamente le variazioni dei consumi alimentari ci vengono “somministrate” in percentuale, perciò non sappiamo esattamente quanto ci costa. E allora si legge il lapidario: «il prezzo degli spaghetti è aumentato del 30 per cento: fine della dieta Mediterranea». E invece si scopre che il consumo di pasta è aumentato perché in valore assoluto la pasta costa poco, e il consumatore – impoverito dalla crisi – ne acquista di più nonostante il relativo aumento di prezzo. Del resto i pastai se ne sono accorti, e sono stati anche puniti dall’Antitrust.

Per questo è nato Carocibo, un indicatore capace di misurare appunto la variazione della spesa alimentare in termini assoluti e di far capire la dinamica dei consumi in valore, la loro incidenza sul paniere/dieta, la loro ripartizione territoriale3. Un modo per sapere concretamente non solo cosa mangiamo e beviamo, ma anche quanto ci costa in euro.

Un esempio, tratto dall’ultima rilevazione disponibile di Carocibo, ci fa scoprire alcune cose piuttosto sorprendenti. Nel mese di maggio 2011 un uomo adulto che segue una dieta tipo, in grado di assicurargli il fabbisogno energetico (2300 kcal/giorno), e che consuma, secondo quanto raccomandato dai nutrizionisti, un litro e mezzo di acqua al giorno, se ha usato acqua minerale ha sostenuto una spesa settimanale di 4,22 euro. Una somma che, se espressa in termini percentuali, è pari al 9,41% della spesa alimentare di una settimana. Si tratta di una quota leggermente inferiore rispetto a un anno prima, ossia a maggio 2010, quando la percentuale di spesa per l’acqua minerale era il 9,68% del totale dei consumi alimentari. Ciò dimostra che, nel paniere considerato (si veda la tabella a pag.39), il costo del cibo è aumentato più velocemente di quello dell’acqua. Quest’ultima, però, continua a rappresentare una voce molto significativa, perché pesa quasi per un decimo sull’entità di denaro che i consumatori destinano alla nutrizione, nonostante la crisi economica ancora in atto.

Il dato risulta ancora più rilevante se paragonato al costo medio di un litro d’acqua fornito dai rubinetti domestici, che è pari a circa 0,0015 euro, contro lo 0,40 euro circa di quella in bottiglia da 1,5 litri. Una differenza notevole in termini monetari, che non è giustificata da una commisurata differenza qualitativa. Infatti molti studi, anche indipendenti, dimostrano che l’acqua di casa in Italia è di buona o eccellente qualità e ampiamente sicura dal punto di vista igienico-sanitario. Il maggior costo dell’acqua minerale è attribuibile in parte all’elevata domanda dei consumatori, che agiscono sotto la spinta del marketing e di abitudini ormai radicate, e in parte ai lunghi passaggi di filiera. Quest’ultima, infatti, fa percorrere alle bottiglie molte centinaia di chilometri prima che giungano sulla tavola degli italiani4.

Uno scenario da triplice impatto, perché incide negativamente: sul bilancio familiare, sottoforma di incremento della spesa, sull’ambiente, per una maggiore emissione di gas serra dovuti al trasporto, sulle risorse naturali, in termini di gestione scarsamente sostenibile. Quest’ultimo aspetto, forse meno noto, è in realtà molto rilevante. Basti pensare che per produrre una bottiglia di plastica occorre in media il triplo dell’acqua che essa può contenere. Considerando che la risorsa è scarsa, nonché quasi inaccessibile per due miliardi di individui nel mondo, sarebbe opportuno ripensare i nostri modelli di produzione e consumo in un’ottica di maggiore sostenibilità. Così l’acqua di rete ha un’impronta ecologica (metodologia che misura la dimensione del territorio necessario per produrre l’energia e i materiali consumati) estremamente inferiore, dell’ordine di 200-300 volte, rispetto alle acque minerali. L’impronta ecologica dell’acqua di rubinetto è lo 0,3% di quella dell’acqua minerale, ovvero il rapporto fra una superficie di un piccolo sgabuzzino (1,2 mq) e 1,5 campi da basket (613 mq)5.

In questa direzione, il primo passo può essere mosso riducendo gli sprechi e le perdite delle risorse naturali, come suggerisce la campagna Un anno contro lo spreco, quest’anno dedicata proprio all’acqua (www.unannocontrolospreco.org). Diminuire gli sprechi e risparmiare significa anche preferire l’acqua del rubinetto per dissetarsi, in modo da ottenere vantaggi per il portafoglio e per l’ecosistema. Senza poi contare la conseguente riduzione della quantità di plastica da smaltire con ampi benefici per l’ambiente del quale, dopo decenni di barbarico sfruttamento, bisognerebbe aver maggior cura. Insomma: maggiore risparmio energetico, minori emissioni di CO2, meno rifiuti da gestire nei cassonetti.

Sempre dalle elaborazioni di Carocibo, si evince anche che il costo settimanale di una dieta tipo, nutriente ed equilibrata, è passata da 43,07 euro di maggio 2010 a 44,78 euro di maggio 2011. Si tratta di un aumento del 3,97%, superiore all’inflazione calcolata su base annua.

Al di là delle tradizionali elucubrazioni monetarie e inflazionistiche, vale la pena estendere il discorso precedente, per riflettere anche sull’acqua contenuta negli alimenti e su quella impiegata per la produzione di cibo. Ad esempio, poiché per ottenere un chilogrammo di carne di manzo sono necessari 16 mila litri di acqua, i 200 grammi settimanali di carne fresca (bovino) suggeriti dalla nostra dieta ne richiedono 3200 litri. Dietro ai pasti che consumiamo quotidianamente ci sono enormi quantità di risorse idriche che variano a seconda del regime dietetico. Infatti, in un anno la dieta mediterranea utilizza poco più di 500 metri cubi di acqua pro capite, mentre quella di tipo anglosassone arriva a 900 metri cubi a testa. Si tratta di un’ulteriore prova che i nostri stili di vita, anche quelli alimentari, incidono profondamente sulla gestione e – di conseguenza – sulla disponibilità presente e futura delle risorse naturali.

Tuttavia, fino a quando consumiamo ciò che produciamo, tutto (o quasi) può trovare una giustificazione, ma possiamo dire la stessa cosa quando utilizziamo acqua (e altre risorse) per ottenere alimenti che, per mere ragioni commerciali, non raggiungeranno la nostra tavola?

Solo nel 2009 nel nostro paese, secondo il Libro nero sullo spreco in Italia. Il Cibo6, sono rimasti in campo oltre 177 mila tonnellate di mele per la cui produzione sono stati utilizzati più di 124 milioni di metri cubi di acqua, oppure 378 mila tonnellate di arance per le quali sono stati impiegati 189 milioni di metri cubi di acqua. Gli esempi potrebbero continuare a lungo, ma il messaggio è già chiaro. Con i nostri modelli di produzione e consumo sfruttiamo l’ambiente oltre la sua capacità di rigenerarsi, manteniamo sistemi inefficienti e insostenibili e alimentiamo lo spreco. Anzi, considerando anche le risorse immesse nei cicli produttivi, alimentiamo lo spreco nello spreco. Ecco a cosa serve da ultimo Carocibo: a capire che siamo anche ciò che non mangiamo e non beviamo.

1. Maura Franchi, Il cibo flessibile. Nuovi comportamenti di consumo, Roma, Carocci, 2009.

2. World Food Programme, The Market Monitor. Trends of staple food prices in vulnerable countries, issue 12, July 2011.

3. Carocibo è stato elaborato da una collaborazione tra la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, Last Minute Market, spin-off accademico dell’Università di Bologna, ed Econometrica, società di studi economici e comunicazione (metodologia, fonti statistiche utilizzate e studi prodotti sono sul sito www.lastminutemarket.it).

4. Christopher L. Weber e H. Scott Matthews, Food-Miles and the relative climate impacts of food choices in the United States, Environmental Science and Technology, vol. 40, n. 10, 2008, pp. 3508-3513. È inoltre possibile consultare sul sito della rivista ‘Altraeconomia’ il numero di chilometri percorso dalle diverse tipologie di marche di acqua minerale (http://www.altreconomia.it/allegati/contenuti/phpOW8I2W8801.pdf).

5. Arjen Y. Hoekstra, Ashok K. Chapagain, Maite M. Aldaya e Mesfin M. Mekonnen, The water footprint assessment manual: Setting the global standard, London, Earthscan, 2011.

6. A cura di Andrea Segrè e Luca Falasconi, Milano, Edizioni Ambiente, 2011.

 

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

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