Salvatore Solimeno

Vino e Sangue, il Brasile dall’interno

Miguel jorge, Veias e vinhos – Vino e sangue, Padova, CasadeiLibri, 2011, pp. 299, € 16,00

L’immagine sin qui raccontata del Brasile dai midia di casa nostra, del Pais do Carnaval e del Futebol, di una società brasiliana che sembrava coniugare disinvoltamente “l’allegra povertà” dei molti con l’enorme ricchezza di pochi, la bellezza della Cidade Maravilhosa con la feroce violenza delle favelas, oggi viene sostituita dagli stessi midia con quella di un Gigante Buono, addirittura lanciato verso “la conquista dell’economia mondiale”. È come se improvvisamente anche questa parte dell’Italia avesse riscoperto il Brasile, un nuovo Brasile.

Probabilmente, come dovremmo sapere bene noi italiani, che viaggiamo da sempre con i cliché incollati addosso, la realtà di un paese è spesso distante da narrazioni che, anche se di segno opposto, prestano il fianco a stereotipi, vecchi e nuovi.

In uno scenario così composto interviene un piccolo editore, che con i mezzi limitati della sua piccola impresa, ma con una tenacia e una visione libera dai grandi giochi, com’è tipico di queste realtà, sceglie coraggiosamente di presentare al lettore italiano l’occasione per fare un viaggio diverso e inedito.

Veias e Vinhos Vino e Sangue è un romanzo, è la Storia che incrocia e macina storie e vite di adulti e bambini, raccontata con la freschezza e la densità di un’incessante sperimentazione. È un Brasile visto dall’interno, in un momento topico della sua Storia: la costruzione di Brasilia, con la quale inizia quella rincorsa che lo vede oggi collocato per Pil al 6° posto fra le potenze più grandi del mondo. È un percorso che l’autore sceglie lucidamente di fare insieme al suo lettore brasiliano, un percorso al quale oggi viene invitato anche il nostro lettore italiano, che può così sperimentare, da vicino e dall’interno, un inedito Brasile. Come ha ben detto Alvaro Alves de Faria all’uscita del romanzo, salutato dalla critica di San Paolo come miglior opera dell’anno: Veias e Vinhos è un grande reportage. Un reportage che parla di un Brasile che nessuno ha il diritto di nascondere.

Un particolare noir. Il romanzo, che potrebbe definirsi di genere noir, dai caratteri, però, particolari, trae origine da un fatto di cronaca veramente accaduto: un’orribile strage di un’intera famiglia (si tratta della famiglia Mateucci che nel romanzo diventa la famiglia di Matheus), avvenuta proprio quando e dove si sta per realizzare il sogno brasiliano di effettiva integrazione nel mondo sviluppato, rappresentato dalla costruzione della capitale, allora la più moderna del mondo: Brasilia. L’intuito, la sensibilità, la capacità narrativa, il suo progetto di base, fanno sì che Miguel Jorge riesca a tradurre la cronaca in una metafora. Una metafora che mantiene con la storia del Brasile un profondo rapporto di significazione. Il periodo coperto dal romanzo va dalla costruzione di Brasilia, quindi dalla fine degli anni Cinquanta, passa attraverso il colpo di stato del ’64, la successiva dittatura, poi la cosiddetta ditablanda, fino alla abertura degli anni Ottanta.

I modi della narrazione. Il modello diegetico preferito in Veias e Vinhos è quello per blocchi narrativi omogenei. Gli stessi vengono numerati progressivamente come dei capitoli/paragrafi, dal n. 1 al n. 39. Ospitano, ciascuno, singoli personaggi o situazioni. Il lettore assiste alla carrellata delle singole componenti della storia: ad esempio, il romanzo si apre con la scena del massacro vista con gli occhi della piccola Ana – paragrafo 1 – poi con il paragrafo 2, come al cinema, si assiste al flash back che vede al centro Antônia: il magazzino, i clienti, i bambini e Matheus vengono visti attraverso gli occhi di Antônia; il paragrafo 4, ospita invece Mário, altra figura centrale del romanzo, dichiaratamente autobiografica. Esaurita la carrellata, con il paragrafo 8 si assiste al recupero della scena iniziale del massacro. Non vi è dubbio che la struttura fondamentalmente aperta dell’opera corrisponda all’interrogativo irrisolto dell’oscura vicenda in sé, ma ancor più della metafora che rappresenta. Al lettore resta il compito di ricostruire tassello per tassello una delle probabili verità, “di sperimentare l’emozione scomoda di una bambina che si rivolge direttamente a lui”.

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