Andrea Segrè

451 parole: EXPO

Manca meno di un anno ormai all’Expo 2015 di Milano. E finalmente, meglio tardi che mai, si incomincia a parlare di contenuti, oltre che di appalti, costruzioni, infiltrazioni, corruzioni, arresti… è Italia, è cronaca, purtroppo. Il tema Nutrire il pianeta, energia per la vita, scelto a suo tempo per partecipare alla competizione con altre città, è oggi  quanto mai azzeccato. Sia per la fase che il mondo sta vivendo, grandi contraddizioni e paradossi alimentari più volte trattati in questa rivista, sia per il nostro Paese, che vede nel campo agroalimentare una particolare risorsa economica e commerciale. Sono passati oltre 150 anni dalla prima esposizione universale (questo è il significato della parola Expo, anche se l’esposizione può essere internazionale ma si tratta allora di una manifestazione più focalizzata come tema) organizzata a Londra nel 1851 con la partecipazione di 28 nazioni per oltre 6 milioni di visitatori. Per l’occasione venne commissionata la creazione del famoso Crystal Palace, una costruzione che occupava ben 84.000 metri quadrati (84 ettari). La più famosa resta però l’esposizione mondiale del 1889, organizzata a Parigi per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese: eredità dell’evento fu quello che, ancora oggi, è considerato il simbolo della città e dell’intera nazione: la Tour Eiffel.

 

L'esibizione di Londa al Crystal Palace nel 1851

L’esibizione di Londa al Crystal Palace nel 1851

Anche Milano ebbe la sua Esposizione: nel 1906 la città ospitò una Expo incentrata sul tema dei trasporti, per festeggiare l’apertura del traforo del Sempione, un’opera eccezionale per l’epoca che, con i suoi 19.803 metri, rappresentava il più lungo tunnel del mondo. E anche a Milano l’Esposizione lasciò un segno tangibile: l’Acquario civico, oggi uno dei più antichi d’Europa, considerato come una delle espressioni più significative del liberty milanese.
Sempre in Italia, come simbolo di un evento che non si tenne a causa della Seconda Guerra Mondiale, c’è un intero quartiere, l’EUR – acronimo di Esposizione Universale Roma – sviluppato intorno ad una serie di edifici monumentali appositamente realizzati per l’evento che avrebbe dovuto tenersi nel 1942.

Come sappiamo bene furono moltissime le città e le nazioni che, a partire dal 1851, ospitarono questi eventi internazionali: da Vienna a Barcellona, passando per Amsterdam, Philadelphia e Chicago, solo per citarne alcune. Con il passare del tempo, divenne evidente la necessità di regolamentare l’organizzazione di queste manifestazioni, a volte troppo approssimativa, anche per tutelare gli interessi dei Paesi partecipanti. Con questi presupposti nacque, nel 1928, l’Ufficio Internazionale delle Esposizioni (Bureau International des Expositions – BIE) che delineò i diritti ed i doveri degli organizzatori e degli espositori.

Mentre sono ancora in corso le adesioni ufficiali dei Paesi oltre quelle già definite delle Organizzazioni Internazionali e della società civile – al momento 137 nazioni, 60 padiglioni, 9 cluster tematici -, veniamo al tema che è quanto mai vasto, come del resto deve essere in questi casi: Nutrire il pianeta, energia per la vita. La spiegazione sul sito ufficiale è, appunto, quanto mai generica. La speranza è che questo evento possa veramente stimolare il dibattito sull’alimentazione e sul cibo sviluppando questi temi in tutte le loro componenti, e soprattutto coinvolgendo i soggetti che vi parteciperanno (espositori e visitatori insieme) a generare una riflessione attenta sulle conseguenze delle azioni sul futuro del nostro Pianeta e sulle generazioni future. Saranno chiamate in causa perciò le tecnologie, l’innovazione, la cultura, le tradizioni e la creatività legati al settore dell’alimentazione e del cibo. Il concept sarà il diritto ad una alimentazione sana, sicura e sufficiente per tutti gli abitanti della Terra. La preoccupazione per la qualità del cibo in un mondo sempre più popolato (si calcola che nel 2050 gli abitanti della Terra saranno 9 miliardi) si accompagna a scenari di un aumento dei rischi per la quantità globale dei cibi disponibili. Non a caso, se il tema di riflessione è la nutrizione, in primo luogo umana, il titolo scelto per l’Expo pone al centro dell’attenzione non solo il nutrimento degli esseri umani, ma anche quello del Pianeta in cui viviamo. E questo Pianeta, che da sempre ci nutre, ha bisogno di rispetto, di atteggiamenti sostenibili, di applicazione di tecnologie avanzate e visioni politiche nuove, per individuare un equilibrio diverso tra risorse e consumi. Obiettivi fondamentali certamente, ma che sono messi a rischio dalle stesse abitudini e dai comportamenti umani, che vanno quindi rivisti per non compromettere il delicato equilibrio con la nostra Terra madre.

Ecco allora, in sintesi, i temi principali che ruoteranno attorno ad Expo:

  • il rafforzamento della qualità e della sicurezza dell’alimentazione, cioè la sicurezza di avere cibo a sufficienza per vivere e la certezza di consumare cibo sano e acqua potabile;
  • assicurare un’alimentazione sana e di qualità a tutti gli esseri umani per eliminare i grandi problemi quali la fame, la mortalità infantile e la malnutrizione;
  • educare alla nutrizione per la salute e il benessere della persona cercando di prevenire le malattie sociali della nostra epoca, come l’obesità, vero dramma del nostro tempo, alle patologie cardiovascolari, fino ai tumori e alle epidemie più diffuse, valorizzando le pratiche che permettono la soluzione di queste malattie;
  • utilizzare la ricerca, la tecnologia e l’impresa per innovare la filiera alimentare, migliorando le caratteristiche nutritive dei prodotti, la loro conservazione e distribuzione;
  • educare a una corretta alimentazione per favorire nuovi stili di vita in particolare pensando ai bambini, agli adolescenti, ai disabili e agli anziani;
  • valorizzare la conoscenza delle tradizioni alimentari come elementi culturali ed etnici;
  • preservare la bio-diversità, rispettando l’ambiente in quanto eco-sistema dell’agricoltura;
  • individuare strumenti di controllo e di innovazione migliori ed efficienti, a partire dalle biotecnologie che non rappresentano una minaccia per l’ambiente e la salute, per garantire la disponibilità di cibo nutriente e sano e di acqua potabile e per l’irrigazione;
  • assicurare nuove fonti alimentari nelle aree del mondo dove l’agricoltura non è sviluppata o è minacciata dalla desertificazione dei terreni e delle foreste, delle siccità e dalle carestie, dall’impoverimento ittico dei fiumi e dei mari;
  • combattere lo spreco di cibo, vorrei aggiungere anche se non è ancora un tema “ufficiale”.

Ma non solo questo: Expo sarà anche solidarietà (le onlus presenteranno le loro attività e mission), sarà Expo al femminile – Women for Expo, progetto a cui stanno aderendo scrittrici, artiste, intellettuali e donne comuni, con lo scopo di recuperare regole, pratiche, iniziative sul cibo e l’alimentazione utili per un progresso sostenibile ed equo. Di tutto, e di più.

Ma il “la” alla discussione, seppure tardivo come scrivevo sopra, è stato dato dal numero 125 de ‘la Lettura’ del ‘Corriere della Sera’, dedicata per l’appunto quasi tutta ai temi affrontati da Expo. Sperando che non ci sia solo profit, ma anche una riflessione approfondita e attenta sul nuovo diritto all’alimentazione, come scrive Salvatore Veca[1]. Un tema questo complesso nei contenuti, che gioca inevitabilmente sull’interdipendenza degli approcci con cui possiamo guardare e studiare il cibo. Un aiuto senz’altro lo può dare l’antropologia, da sempre vicina alle diversità, ai differenti modi in cui il cibo genera socialità e culture, simboli e credenze, benessere e qualità della vita, nel perenne gioco fra cultura e natura, fra il cotto e il crudo, come ci ricorda Levy Strauss.

È proprio quello che si farà nel Padiglione Zero, dedicato alla storia dell’evoluzione, che coincide poi con quella dell’umanità. Un percorso di storia e di emozioni, nel quale si vedrà come dal cibo, motore della civiltà. Si creano simboli, commerci, città[2]. Il tutto attraverso un percorso empatico che renderà partecipi e farà “sentire” realmente ai visitatori tutta la potenza della relazione fra cibo e Pianeta, fra alimentazione e ambiente.

Progetto in 3D del Future Food District

Progetto in 3D del Future Food District

Altra riflessione ce la porterà la creazione del Future Food District, ovvero il distretto urbano ideale che «ci aiuterà a comprendere gli scenari futuri della filiera agroalimentare»[3] cercando di coniugare l’applicazione delle tecnologie alla distribuzione, conservazione, acquisto e consumo di cibo. Una sfida notevole di come potranno essere nuove forme di città, più vivibili e sostenibili, più sensibili alle esigenze e ai bisogni delle persone. Ma possiamo poi prevederlo il futuro? Chissà, comunque questo approccio sembra interessante.

Ma a Expo partecipano anche 130 paesi stranieri, tra cui gli Stati Uniti, un paese le cui abitudini alimentari sono, diciamo, alquanto discutibili. Anche se, grazie anche ad una campagna promossa da Michelle Obama, l’America sta tentando di sviluppare la cultura del mangiare sano, magari con cibi cucinati a casa e freschi.

Tuttavia l’articolo sicuramente che colpisce maggiormente, e che speriamo susciti una riflessione intensa, è quello di Danilo Taino, inviato del ‘Corriere della Sera’ a New Delhi[4], secondo cui il chilometro zero, pratica diventata ormai un mantra ideologico per il nostro contesto culturale, sembra non sia la via migliore per garantire la sicurezza alimentare, il diritto per tutti al cibo sano, alla sazietà e al benessere. È proprio così. Taino sostiene infatti che è il commercio che crea ricchezza, sono lo scambio e i traffici che generano ricchezza, sia materiale e sia culturale. Questa provocazione ci viene proprio osservando l’India, dove vi sono ancora 60 milioni di bambini malnutriti, non perché manchi il cibo, ma a causa del cattivo funzionamento dei mercati. La chiusura, il chilometro zero, genererebbe fame e liti, mentre il commercio (lo abbiamo visto con la fine dell’Impero Sovietico) genera prosperità e benessere, perché apre alla crescita economica e al cambiamento. Se è vero, come ci dice uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che gli ingredienti per produrre la Nutella vengono da tutto il mondo (le nocciole dalla Turchia, l’olio di palma dalla Malesia, il cacao dalla Nigeria, lo zucchero dal Brasile e dall’Europa, l’aroma di vaniglia dalla Francia),  allora ciò che tiene insieme il Pianeta sono le catene lunghe chilometri e non il pomodoro acquistato dal contadino a chilometro zero. Una verità che dalle nostre parti non tutti hanno il coraggio di raccontare.
Viva Expo, se avrà questo coraggio.

  1. Salvatore Veca Biologia + antropologia. Intorno alla tavola costruiamo le società, ‘La Lettura del Corriere della Sera’, 13 Aprile 2014, p. 3.
  2. Pierluigi Panza, Il benvenuto del Padiglione Zero,’La Lettura del Corriere della Sera,’ 13 Aprile 2014, p. 4.
  3. Stefano Bucci, Il paesaggio sensibile di alghe e tecnologia, ‘La Lettura del Corriere della Sera’, 13 Aprile 2014, p. 8
  4. Danilo Taino, Il chilometro zero è un vicolo cieco. Saranno i commerci a salvare il mondo, ‘La Lettura del Corriere della Sera’, 13 Aprile 2014, pp. 16-17.  
ANDREA SEGRÈ, è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

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