Andrea Segrè

451 parole: Terremoto

Vivo a Crevalcore. O forse sarebbe meglio dire, vivevo a Crevalcore1. Sono a pochi chilometri dall’epicentro, anzi dagli epicentri del terremoto che a partire dal 20 maggio2012 ha colpito, ripetutamente, l’Emilia.

Fin che non ci sei dentro, proprio dentro, il terremoto – questa parola composta che richiama il movimento della terra – è qualcosa di astratto. Un altrove, vicino o lontano che sia non cambia: è fuori da te. Ma quando la senti e ti fa vibrare anche le corde dell’anima, allora la prospettiva cambia e improvvisamente ti pervade. E anche parole come evacuato, sfollato, terremotato – una volta titoli di giornale letti distrattamente – assumono un peso diverso. Ti appesantisci, appunto. Come a riempire quel vuoto momentaneo (?) della terra. Un moto nel vuoto – spostamento improvviso di masse rocciose nel sottosuolo – che si perde nel tempo ma continua più o meno intenso.

Quanto durerà lo sciame sismico? Quando verrà la prossima scossa tellurica? Un cliccare continuo sul sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per sapere e osservare tutto del movimento di quella crosta terrestre: la magnitudo, l’ora, la profondità, la latitudine, la longitudine, il distretto sismico. Quella Pianura­ padana-emiliana che diventa stella bianca e cerchio sulla cartina della Rete Sismica Nazionale e l’elenco dei Comuni entro i10 kme tra i 10 e i20 kmdi distanza dall’epicentro. Allora capisci che l’epicentro e l’ipocentro sono vicini a te, ci sei dentro: sotto la crosta, nel vuoto e nel pieno della terra.

Questa terra che ti sta violentando, anche psicologicamente. Una terra che però tu hai sempre violentato, noncurante. Tutto questo cemento: colate infinite, spesso inutili. O meglio utili speculazioni, per qualcuno: novelli impresari Caisotti e fratelli Anfossi della “speculazione edilizia” di Italo Calvino2. Invece il suolo, la terra sarebbe, anzi è, nostra e dei nostri figli3. Cubature impermeabili, che tutto fanno scorrere: l’acqua e il danaro. La febbre del cemento che poi, a un certo punto, ti cade addosso. Sporcandoti, se va bene. Seppellendoti, se al contrario va male. Quando lavori, per giunta. Solo perché manca un giunto: incredibile perdere la vita così. Incredibile perdere la vita, quando molto si potrebbe fare per prevenire. Sorprende quella lunga fila di capannoni nei distretti industriali colpiti: alcuni su, altri giù a pochi metri. Costruiti diversamente. La vita che dipende dalla costruzione antisismica. Prevenzione.

Non si previene perché, a monte, abbiamo perso il rapporto conla Naturaconquistando quello con il Danaro, invertendolo anche nel buon senso. Le nostre Eco – l’Ecologia e l’Economia – si sono scambiate di posto risuonando vuote come l’eco. Abbiamo pensato che la buona gestione della casa piccola, letteralmente l’economia, potesse contenere la casa grande: l’ecologia. E quando crolla la nostra casa, cade anche quella che la contiene. Il danaro non conta più. Il fatto è che non riconosciamo più i limiti ecologici della terra, figurarsi se accettiamo il suo essere naturale e viva. Cambiamo le posizioni e le proporzioni: adesso è la nostra occasione, proprio perché siamo in crisi e stanchi di quanto ci sta accadendo attorno e dentro di noi. L’economia deve stare nell’ecologia, e non viceversa. Deve essere un capitolo, un paragrafo, un aggettivo: una società fondata sull’ecologia economica. E non viceversa.

Non sapremo prevedere i terremoti, questo non ancora. Ma così saremo certamente più pronti, preparati.

Non può essere questo il lato positivo della catastrofe che ha sconvolto le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri lavori? Contabilizziamo pure i danni alle persone, alle abitazioni, alle scuole, all’agricoltura, all’industria, ai servizi: ma non potremmo anche pensare a una vera occasione di cambiamento? Uscire da quella crisi continua che ci impedisce di capire e agire per cambiare qualcosa di un modello, sistema, paradigma – chiamatelo come volete – insomma il nostro essere cittadini di un mondo in crisi a tutto tondo?

Eppure, queste corde dell’anima che vibrano tutte all’unisono nella scossa intermittente ci trasmettono qualcosa.

Quegli sguardi attoniti e interrogativi nella piazza buia dopo il primo terremoto: un’alba a magnitudo 5.9. Gli occhi dei vicini, usciti nella notte precipitosamente dalla loro casa, che scopri per la prima volta profondi e che si domandano insieme a te: ma cos’è stato?

Quel parlarsi di continuo della continuità del tremare scaricando angoscia e tensione: 5.8, 5.1, 4.5 una scala tremolante. Come a esorcizzare la paura di un’altra scossa.

Quella zona rossa che dopo la seconda scossa perimetri assieme ai nuovi compagni valutando insolite pendenze e fresche aperture, foriere di possibili abbattimenti. Case costruite, case acquistate, case abitate, case abbattute.

Quella gioia di entrare nella tua casa a prendere qualche oggetto sotto gli occhi, vigili per definizione, dei pompieri. Capaci non solo di darti l’elmetto ma anche di spingere il tuo carrello, non più ricolmo di generi alimentari, ma delle tue cose prese a caso in attesa di un improbabile rientro.

Quell’agibilità perduta, ridata, perduta nuovamente, rientrata ma senza rientrare per la paura che ti prende e non ti lascia più neppure quando lo scuotimento è soltanto un camion che passa vicino e fa vibrare i vetri per un semplice spostamento d’aria.

Quel tuo essere evacuato al mare – un perfetto bilanciamento – dove ti dicono: ma lei è nostro ospite. Assieme a tanti ignari turisti tedeschi, ignari di un altrove che è sempre lontano.

Quell’offerta di case, aiuti e assistenza da amici e anche da sconosciuti: tutti pronti ad aiutare.

Quei container calati accanto alle stalle degli allevatori che devono pur mungere due volte al giorno.

Quegli argini danneggiati che ti fanno pensare all’acqua che esonda e a quella che serve, e servirà, per irrigare i campi.

Quei prodotti agricoli che verranno gettati via perché non più convenienti. Come già con le forme di parmigiano e grana padano, l’aceto balsamico: millenarie colture e culture perse per uno scuotimento.

Quegli imprenditori che non si lasciano abbattere ma continuano a pensare al futuro. E chi ha il capannone in piedi lo presta a chi l’ha perso per continuare a produrre: i fornitori non aspettano la ricostruzione.

Quel riempire i conti correnti spuntati come funghi pensando che gli aiuti non scaricano più una coscienza distratta, ma presente, necessaria. Piena di volontà di ripartire, ricostruire, rifondare una società malata e stanca. Opulenta ma povera. Eppure ricca nel momento del bisogno. Una povertà che si fa ricchezza, anima delle persone.

Questo è (anche) il terremoto dell’Emilia, anzi del distretto sismico Pianura padana-emiliana, visto e vissuto dal di dentro. Nella bassa che si è abbassata. Sputando sabbia e melma. Ma dove rispunta quel gene antico e robusto della cooperazione e della solidarietà. Per troppo tempo silente, come fosse distratto da altro. Ora bruscamente risvegliato nelle corde della sua anima più profonda e più autentica.

Allora torna in mente quella citazione faticosamente studiata (e non compresa) ai tempi del liceo in una terra di altri terremoti violenti, il Friuli. Johann Wolfgang von Goethe in Wahrheit und Dichtung: Es ist dafür gesorgt, daß die Bäume nicht in den Himmel wachsen: “È stato stabilito che gli alberi non crescono fino al cielo”, diventato poi il titolo di un libro del grande biologo Stephen Jay Gould che racconta l’evoluzione della vita sulla terra4 e, più recentemente, un saggio sulla politica economica della decrescita5. Come dire: basta con questo modello legato alla crescita infinita, usciamo da questo mantra continuo, c’è dell’altro fuori. Bisogna solo saperlo vedere. Nessuno ne parla ora, ma è così.

E a questo monito va aggiunto un detto della nuova coscienza italiana, certamente condivisa oggi da quella emiliana, così provata: “le mucche non mangiano cemento”6. Come dire: basta con questo assurdo consumo di suolo, con una cementificazione selvaggia che tutto ricopre, spesso anche le nostre vite.

Da qui, dall’epicentro, può ripartire una scossa salvifica per l’Italia intera.

 

1. Terremoto amplia il racconto pubblicato su Repubblica, edizione di Bologna, domenica 3 giugno 2012, p.I (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/03/io-che-vivevo-crevalcore-colpito-al-cuore.html).

2. Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, Milano 2012 (1957]

3. Domenico Finiguerra, Chiara Sasso, Il Suolo è dei Nostri Figli, Instar Libri, 2011.

4. Stephen Jay Gould, Gli alberi non crescono fino al cielo, Mondadori, Milano 1997.

5. Francesco Balducci, Emanuela D’Angelo, Marco Lilla, Gli alberi non crescono fino al cielo. Appunti per una politica economica della decrescita felice, Edizioni 31 (http://www.edizioni31.it/)

6. Luca Mercalli, Chiara Sasso, Le mucche non mangiano cemento. Viaggio tra gli ultimi pastori di Valsusa e l’avanzata del calcestruzzo, SMS, Torino 2004.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

 

 

 

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