Darryl Pinckney

Ci sono stati grandi cambiamenti nell’America Nera?

da ''The New York Review of Books''

MICAHEL TOURÈ,Who’s Afraid of Post-Blackness? What It Means to Be Black Now, Free Press, pp.251, $ 25.00

 

SOCIOLOGIA: Barack Obama è il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti. La conduttrice televisiva Oprah Winfrey la prima donna miliardaria di colore del paese. La situazione sociale in America sembra ormai definitivamente migliorata per le persone di colore. Ma è davvero così? E cosa significa essere oggi “neri” negli Stati Uniti d’America?

In Speaking in Tongues, il suo straordinario saggio su Barack Obama e l’identità nera, Zadie Smith ricorda quanto fosse persuasa, quando era studentessa a Cambridge, dal concetto di un’unitaria voce nera. Poi l’idea si è dissolta in qualche modo nell’invito ad “attenersi alla realtà”, una lezione che lei trovò simile ad essere nella cella di una prigione.

Essa ha reso l’“Essenza Nera” una qualità che ogni singola persona di colore era in costante pericolo di perdere. E praticamente qualsiasi cosa poteva innescare la perdita della propria “Essenza Nera”: frequentare certe università, un’impressionante varietà di lavori, la passione per l’Opera, una fidanzata bianca, l’interesse per il golf. E naturalmente, qualsiasi cambiamento nel modo di parlare.

È assurdo, dice, guardandosi indietro, perché la realtà nera si è diversificata. Noi siamo “ballerini classici neri e camionisti neri e presidenti neri…  e noi tutti cantiamo seguendo il nostro personale spartito.”1

Ma recentemente, quando le ho chiesto – in riferimento al caso di Travyon Martin2 – se la pensava ancora allo stesso modo riguardo al proprio personale spartito,la Smith ha risposto che forse non era possibile che ognuno parlasse, perché c’era così grande ostilità verso la gente di colore negli Stati Uniti. In Inghilterra aveva pensato più alla classe che alla razza. Negli Stati Uniti, ha scoperto che qualcun’altro può fiondarsi e catalogarti quando meno te lo aspetti, trasformando il tuo “essere nero” parte di un’idea di “identità nera” in realtà molto lontana da te stesso.

Il sospetto di un Latino armato che un giovane nero alto, magro, con addosso una felpa col cappuccio, di notte, in gruppo, debba essere un intruso con cattive intenzioni chiude per me la discussione a proposito di una società post-razziale. I privati cittadini possono ora mettersi sul piede di guerra col crimine, anche se le immagini che hanno del criminale nelle loro teste sono razziste. Il caso rivelatore di Trayvon Martin – così come Henry Louis Gates Jr.3 definisce la presa di coscienza in cui la gioventù nera si rende conto che lui o lei sono diversi, e che il mondo dei bianchi vede la gente di colore diversa, indipendentemente da come i neri si sentono dentro – ha una storia, che costringe tutti a fare un passo indietro.

Sembra che, benché la gente di colore sia protagonista nella cultura americana, la storia dei neri ancora non lo sia, perché certi elementi di base riguardanti il significato dell’“essere neri” in America – la storia Americana – devono essere spiegati continuamente. Alla fine della Guerra Civile, un vasto numero di uomini di colore si ritrovarono per strada in cerca di lavoro, della propria famiglia dispersa, e di pace. Alla fine del diciannovesimo secolo e a cavallo del ventesimo, i neri che non potevano dimostrare un impiego o la residenza in una città che gli era capitato di attraversare, venivano imprigionati e costretti al lavoro. Le leggi sul vagabondaggio erano una forma di controllo sociale, molto simili alla guerra alle droghe che Michelle Alexander in The New Jim Crow (2010) – un libro veramente importante – descrive energicamente come un’estensione del complesso delle attuali misure di controllo dello Stato Americano sui neri. Le leggi sulla droga hanno sempre preso di mira le minoranze.

In un altro brillante lavoro che ci spiega in che modo il passato ci abbia direttamente formati, The Condemnation of Blackness: Race, Crime, and the Making of Modern America (2010), Khalil Gibran Muhammad guarda a come gli scienziati sociali bianchi hanno interpretato le statistiche sul crimine a partire dal 1890 che, afferma, stigmatizzò il crimine come nero e mascherò il crimine bianco come un fallimento individuale. Il crimine veniva associato ai neri come gruppo razziale, ma non ai bianchi. «L’Essenza Nera venne riletta alla luce delle statistiche sul crimine. Divenne una categoria razziale più stabile, in opposizione all’essere bianco grazie alla criminalizzazione razziale.» La criminalità nera giustificava il pregiudizio. Dal momento che si pensava che i neri non potessero essere integrati nella società, essi furono ampiamente esclusi dai programmi di riforme sociali che negli anni Venti trasformarono i gruppi di immigrati in americani. Nel frattempo, gl’immigrati irlandesi, italiani e polacchi si liberarono delle loro identità criminali come gruppi, mentre i neri non lo fecero.

L’America Nera ha reagito in certi momenti abbracciando stereotipi e trasformando quelli che erano considerati difetti culturali in virtù culturali. E l’America Bianca ne è rimasta affascinata. L’epoca del jazz è stata, in parte, una reazione ai massacri della Prima Guerra Mondiale. Molti bianchi volevano essere selvaggi, intuitivi, emotivi, musicali, sessualmente disinibiti come i neri, in contrasto al bianco inquadrato e razionale. Dark Laughter (1926) di Sherwood Anderson finisce con le domestiche nere che ridono in faccia al boss bianco cornuto. In un modo simile, il delinquente nero urbano degli anni ’50 divenne l’eroe esistenziale Beat della nichilistica epoca atomica celebrata da Norman Mailer nel suo saggio The White Negro. Le rivolte degli anni ’60 hanno politicizzato l’hipster4: il criminale di strada si tramutò nel prigioniero politico; il nero che non voleva combattere per il suo paese divenne il militante di colore legato alla rivoluzione internazionale.

Ironicamente, la stagione della retorica radicale nera negli anni ’70 coincise con il raddoppio delle dimensioni della middle-class nera. Nuove leggi portatrici di uguali opportunità d’impiego procurarono rapidi risultati ai neri. Tuttavia quelli di loro che entravano nella classe media erano ancora svantaggiati rispetto ai bianchi della middle-class. Questo era il motivo per cui molti critici neri trovarono poco convincente la tesi di William Julius Wilson in The Declining Significance of Race (1978) – che nel moderno sistema industriale la posizione economica di una persona di colore ha influenzato sua la vita in una misura più ampia di quanto abbia fatto la razza – perché non individuava adeguatamente il razzismo istituzionale e la sistemica disuguaglianza. Negli anni ’70, la maggior parte delle famiglie nere aveva bisogno di due redditi per appartenere alla classe media. Più le donne di colore che gli uomini erano entrate nella middle-class, in quanto i mestieri di segretaria e impiegata, benché considerati lavori per colletti-bianchi, erano anche visti come occupazioni per le donne. Un uomo di colore doveva avere una migliore istruzione e occupare un posto di lavoro più alto per poter guadagnare uno stipendio paragonabile a quello di un uomo bianco.

Nel 1980, le cento migliori imprese gestite da neri impiegavano non più di novemila persone. Fin dai tempi della Ricostruzione (il periodo successivo alla Guerra Civile Americana), i neri erano stati prepotentemente esclusi dal mondo degli affari. Ida B. Wells, il cui giornale di Memphis, Free Speech, fu ridotto in cenere nel 1892, mostrò che le vittime di linciaggio erano spesso neri nel cui giro di affari volevano subentrare dei bianchi. Delle 130 banche nere fondate dai tempi dell’Emancipazione5, una sola è sopravvissuta alla Depressione. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la più grande compagnia d’assicurazioni bianca aveva più clienti neri di quanti ne avessero le quarantaquattro compagnie d’assicurazione nere messe insieme. L’intimidazione bianca, le pratiche discriminatorie delle istituzioni finanziarie bianche, così come l’impossibilità di penetrare i mercati bianchi, avrebbero portato al fallimento molte delle iniziative commerciali dei neri. Quelle che sono sopravvissute furono ciò che i sociologi chiamano “le imprese difensive”, che provvedevano ai bisogni personali – barbieri, addetti alle pulizie, sarti, ristoratori, negozianti – e che sorgevano in posti dove i bianchi non volevano operare. Le sole manifatture nere importanti in America erano quelle degli schiarenti per la pelle, delle piastre per capelli, e delle bare6.

Mentre i programmi dello stato e del governo federale erano la principale fonte di crescita per i neri della middle-class negli anni ’60 e ’70, i tagli alla spesa governativa nell’era-Reagan colpirono nella maniera più dura questo segmento della classe media. I neri fecero progressi negl’anni ’60 perché era l’epoca del boom economico. La gente di colore non si trovava in diretta competizione con i bianchi per il lavoro. Tuttavia, le recessioni degli anni ’70 e ’80 portarono ad una furiosa opposizione tra i bianchi verso le politiche governative mirate ad abolire le differenze razziali.

La reazione negativa dei conservatori affermava che i neri dovevano smetterla di accusare la società bianca per la predominanza fra i neri di nuclei familiari composti da un solo genitore, in genere una donna, il tipo di argomento che rese le analisi sociali contenute in Two Nations: Black and White, Separate, Hostile, Unequal (1992) di Andrew Hacker di un qualche sollievo. Hacker notava che se un quartiere diviene per più del 10% nero, l’allontanamento dei bianchi è assicurato. La segregazione residenziale determinò la qualità delle risorse che la gente di colore poteva ottenere dalla scuola elementare fino al pensionamento. Molta gente di colore ha acclamato con esultanza gli ex presidi universitari William G. Bowen e Derek Bok, autori di The Shape of the River (1998). La loro esaustiva indagine sulle conseguenze nel lungo periodo del reclutamento che favoriva le minoranze razziali nell’educazione superiore, dal momento che la società americana aveva bisogno di professionisti di colore. In aggiunta, hanno scoperto che, ben lontani dall’essere inadatti a competere sul mercato aperto, i beneficiari di questa discriminazione costruttiva7 si sono ampiamente affermati.

Un sottogenere dell’autobiografia dei neri emerse, che documentava la transizione da una classe ad un’altra: questi libri descrivevano l’alienazione del professionista nero in un ambiente lavorativo di forte pressione, o la solitudine dello studente nero in una scuola di alto livello per bianchi, come in Black Ice (1992) di Lorene Carey, un bellissimo memoriale sulla sua ricerca dell’autostima alla St. Paul, nel New Hampshire. In queste opere, coloro che passano da una classe all’altra percepiscono sé stessi come se fossero culturalmente bilingui. Oltretutto il dibattito tra separatismo e assimilazione stava sparendo. Prender parte al sistema era già una sufficiente sfida al sistema. L’antica guerra che proclamava che la società americana dovesse essere ricostruita per poter acquistare una parvenza di equità, svanì. Non solo la rivoluzione non sarebbe stata trasmessa in tv, non sarebbe neppure scoppiata.

Tra gli anni ’60 e ’70 i nazionalisti neri furono feroci nei loro giudizi su coloro che venivano bollati come degli “Zio Tom”, a tal punto che i neo-conservatori di colore si vedevano ancora come vittime di un’identità totalitaria nera imposta dai radicali neri; loro, i neo-conservatori, erano i nuovi coraggiosi dissidenti, gli individualisti. L’antico dibattito sul separatismo e l’integrazione venne trasformato in una discussione tra pessimisti, convinti che i neri sarebbero rimasti emarginati, e ottimisti/opportunisti, che credevano nella capacità di progredire lavorando dall’interno. Personaggi inseriti come Colin Powell e Condoleezza Rice hanno presumibilmente rivendicato la fede in un successo svincolato dal colore della pelle in America. Nel 2003, la rivista Forbes ha proclamato Oprah Winfrey la prima donna miliardaria di colore del paese. Il momento culturale sembrava fissarsi su storie di ascesa. Ma la maggior parte della classe media nera era ancora una classe medio-bassa, con un basso reddito, senza sostanziali benefici.

I college neri avevano creato la vecchia classe di professionisti neri, una classe media che si lusingava di essere vista come una classe alta, poiché i neri provenienti sul serio dall’alta società, come la famiglia di Lena Horne8, erano veramente pochi. Tradizionalmente, i neri già sistemati tendevano a mal tollerare gli altri neri che cercavano l’ascesa sociale. Come St. Claire Drake e Horace Cayton riferiscono in Black Metropolis: A Study of Negro Life in a Northern City (1945), a Chicago i neri che si consideravano insediati da lunga data condannarono la devastante rivolta dei bianchi contro i neri, scoppiata a causa dei nuovi arrivi di neri dal Sud, affermando che essi avevano sconvolto l’equilibrio sociale tra le razze. Prima della migrazione di massa della gente di colore dal Sud, secondo l’opinione corrente, c’era molto lavoro e poco pregiudizio, poiché i neri avevano imparato ad adattarsi. Essi non si erano “trasformati in scimmie”, come la mise un insediato di lunga data che faceva l’ingegnere civile, contrario per la scarsa considerazione da essi ricevuta ancora quasi un quarto di secolo dopo.

Drake e Cayton hanno fatto notare che l’appartenenza alla classe alta o media del mondo dei neri non era interamente determinata dal reddito o dall’occupazione. I legami familiari e specialmente l’educazione avevano importanza, così come i simboli e gli elementi caratteristici dell’identità di classe: i vestiti il modo di comportarsi. “Le organizzazioni della middle-class ponevano l’accento sulla ‘facciata’, la rispettabilità, un certo tipo di responsabilità civile, e modi di divertirsi formali. Erano le pretese degli strati alti dei neri che E. Franklin Frazier attaccò violentemente nel suo saggio al vetriolo, Black Bourgeoisie (1957). Ricordava a tutti che l’alta società di colore in realtà era solo una classe medio-alta, e considerevolmente più povera rispetto alla classe medio-alta bianca.

Frazier non sarebbe stato l’unico frustrato da ciò che vide in termini di compiacimento della middle-class nera in un momento critico della storia degli Stati Uniti. A causa dell’estesa discriminazione nelle pratiche di assunzione, con grande difficoltà la classe media nera crebbe dopo la guerra, benché la generazione di colore della “GI Bill”9 fosse giunta alla maturità. Era l’America di The Lonely Crowd (1957) di David Riesman, con le sue periferie piene di conformisti, e Frazier non si dimostrò meno sprezzante verso il materialismo imperante nelle zone nere della città. Egli accusò il ceto medio di colore di non volere l’integrazione, perché temevano di perdere la loro posizione. Drake e Cayton avevano mosso un’accusa simile ai neri della classe media nella loro analisi, un’opera importante, anche se confinata nel suo periodo storico, nella quale la “razza leader” è identificata come un’occupazione della classe media. L’elenco e l’archivio della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) furono tracciati dai professionisti neri, quei lavoratori autonomi che non potevano tollerare di essere vessati da padroni bianchi, una tradizione della classe media che Frazier non descrive.

Per Frazier, il ceto medio di colore era un’elite in fuga, e nulla importa che Thurgood Marshall, Martin Luther King Jr. e Andrew Young crebbero nella classe media nera, o che le anziane donne nere nei Cottagers, un esclusivo club di Oaks Bluff, sull’isola di Martha Vineyard, fossero per la maggior parte fedeli sostenitrici dei diritti civili. Per tutta la durata degl’anni ’60 e ’70, la vita del ceto medio in America fu una presa in giro. E questa è per se stessa una tradizione americana. Imamu Baraka10 fu tassativo nella sua satira dei neri della classe media, ma l’America continuava a valutare il suo progresso sociale nella mobilità crescente, dell’accesso alla middle-class, e dal fatto che la gente di colore continuava a voler l’ascesa sociale.

In modo abbastanza interessante, non tutti hanno considerato l’ingresso dei neri nella classe media come qualcosa di simile alla vittoria per l’integrazione. Si trattò di un errore di valutazione da parte dei neo-conservatori, che si sarebbero esasperati con Obama poiché sulla carta somigliava a loro, ma si rifiutava di rinnegare gl’insegnamenti dell’epoca dei diritti civili.  L’America Nera non ha avuto una politica conservatrice paragonabile a quella bianca fino alla Conferenza di Fairmont del 1980, che procurò a Clarence Thomas11 e Thomas Sowell12 rilievo come oppositori all’ “ortodossia” dei diritti civili. I neo-conservatori neri ebbero molta attenzione perché attaccavano il prestigio del movimento dei diritti civili, ma non funzionò, poiché dall’epoca della National Black Political Convention del1972 a Gary, nell’Indiana, convocata, tra gli altri, da Baraka, i benefici dell’opinione che i neri avevano di sé stessi come un corpo elettorale, la loro unitaria voce nera, erano ovvi in quelle città e circoscrizioni congressuali dove la voce unitaria significava un guadagno politico.

Il gangsta-rap13 e gli stili più sensuali dell’hip-hop ci hanno accompagnati per così tanto tempo, che possiamo dimenticare il ruolo che l’estetica rap ha giocato nella riconciliazione dell’imperativo rivoluzionario nero con il materialismo della società americana. Il protagonista del film di Spike Lee Fa la cosa giusta (1989) dice continuamente che sta solo cercando di “farsi pagare”, e l’hip-hop rese lo stile bling14 cool non solo nel ghetto, ma anche nella middle-class americana. L’hip-hop è andato oltre i confini di razza e di classe, con le sue pose trasgressive che parlavano a qualunque giovane finisse nella sua orbita. Ciò che diceva ai giovani neri era che il successo poteva essere un tipo di militanza, e che quello non voleva dire che bisognava comportarsi come i bianchi o dargliela su col proprio slang, tipo “yo dog whassup” (“bella fratello, che si dice”). Gli studenti neri prendevano con sé la propria colonna sonora rap alla Harvard Law School. L’identità nera era portatile. Potevi portare le tue radici con te, proprio come Gertrude Stein aveva sperato.

Nel corso del primo decennio del ventunesimo secolo, un nero su quattro era o era stato in prigione, ma i neri venivano anche visti in occupazioni che non avevano svolto prima di allora – operatori in borsa, giuristi d’impresa, dirigenti di fondi d’investimento, direttori generali di società bianche. L’America Nera è rappresentata a tutti i livelli della società americana, benché priva di numeri ai primi posti. I neri in posizioni di rilievo potevano rifiutare l’idea che il successo implicasse che erano dei traditori, idea all’origine dell’ inquietudine descritta dal professore di legge di Harvard Randall Kennedy in Sellout: The Politics of Racial Betrayal (2008).

Uno dei magici elementi dell’ascesa del presidente Obama è stato che nessuno l’aveva prevista, a dispetto di Edward Brooke del Massachusetts e Douglas Wilder della Virginia, i quali avevano dimostrato che un nero culturalmente integrato poteva far presa sugl’elettori della classe media bianca. La vittoria di Obama è stata celebrata per le strade come una promessa di adempimento della democrazia americana, e il trionfalismo all’interno della classe professionale nera fu sbalorditivo. Tuttavia questa era storia, un culmine, un punto di svolta. Ognuno poteva vedere la trama dolorosa di ciò che sarebbe avvenuto dopo quel punto di svolta, quando il reverendo Jackson15 ha fissato lo sguardo sul presidente eletto. Da allora una nuova élite nera sta cercando di dirci – e di dire a loro stessi – dove si pongono rispetto alla storia dei neri. Ci sono ora così tanti di loro per i quali far parte della middle-class nera non appare così elitario come una volta. L’élite nera di una generazione è stata rimpiazzata dall’élite nera di un’altra, l’ultima delle quali caratterizzata da differenti criteri, incluso un maggior senso di libertà.

I poveri di colore non sono quelli che stanno cercando di ridefinire l’America Nera. In Distintegration: The Splintering of Black America (2010), Eugene Robinson, un giornalista del Washingotn Post, sostiene che i diritti pre-civili di un’America Nera intesa come un’unica nazione, non esistono più, e che i neri hanno poco in comune, a parte i simboli lasciati dalla loro storia dei diritti civili. Robinson interpreta questo dato come segno che la maggioranza dei neri fanno parte ora della classe media.

A causa della desegregazione e della non integrazione, la classe media di colore non solo è più grande e benestante, ma si è pure emancipata da quella nazione distinta ma diseguale chiamata America Nera, che esisteva prima del trionfo dei diritti civili. La fascia Mainstream nera è ora intrecciata nel tessuto dell’America non solo economicamente ma anche culturalmente.

Nel 2010 il Bureau of Labor Statistics ha riferito che il reddito medio dei neri è sceso da $ 32,584 a$ 29,328, paragonato al reddito medio nazionale che è di $ 49,777. Mentre il 43.7% dei bianchi venivano qualificati come middle-class, la percentuale della popolazione di colore appartenente alla classe media era del 38.4%. Quasi il 29% della popolazione di colore veniva definito “classe lavorativa”, e il 23.5% descritto come in stato di povertà.

Robinson rinomina le classi nere: la “Emergent”, riferita agl’immigrati africani che ora superano gli studenti asiatici come livello universitario; la “Abandoned”, o sottoclasse, come sono state chiamate quelle persone di colore che, a causa del basso reddito, sono intrappolate in quartieri dove è impossibile progettare un futuro decente; la “Mainstream”, che può operare in ambienti misti ma che continua a guidare socialmente le vite della gente di colore; e la “Trascendent”, “un gruppo piccolo ma in crescita dotato di quel genere di potere, risorse, e influenza che le precedenti generazioni di afro-americani mai avrebbero potuto immaginare.”

Robinson spera che la classe “Trascendent” fornisca nuovi leader, proprio come Du Bois aveva previsto nel suo The Talented Tenth oltre un secolo fa, anche se le aspettative di Robinson contraddicono la sua stessa ammissione che i neri non sentono più la solidarietà razziale come una volta. Egli cita un sondaggio del Pew16 del 2007 che dichiarava che il 67% dei neri non crede che il ceto povero e la middle-class nera condividano valori comuni.

A giudicare dal fiducioso Who’s Afraid of Post-Blackness? What It Means to be Black Now di Touré, i “Trascendent” sono ansiosi di informare l’America che ciò che significa “essere neri” è per loro cambiato. Touré, collaboratore di Rolling Stone e della MSNBC, nonché popolare corrispondente culturale della CNN e seguace dell’estetica hip-hop, sostiene che ci sono ora tanti modi di essere nero quanti sono gl’individui neri. Touré è nato nel 1971. La sua generazione può aver perso l’epoca eroica dei diritti civili, ma egli rivendica che essi si sentono a proprio agio nel mondo decentralizzato delle nuove forme di comunicazione e del brand competitivo. Essi sono stati liberati dall’esempio di Obama: “autentico” e “inautentico” non si applicano più:

 

Le definizioni e i confini dell’Essenza Nera si stanno espandendo in quaranta milioni di direzioni – o addirittura, nell’infinità. Questo non significa che ci stiamo lasciando alle spalle l’Essenza Nera, ma significa che stiamo abbandonando la visione di un’identità nera come qualcosa a malapena definibile, e stiamo invece abbracciando qualsiasi concezione di questa identità in quanto legittima. Voglio essere chiaro: “Post-Black” non significa “post-razziale”. Il concetto di “post-razziale” presuppone che la razza non esista, o che ci si trovi in qualche modo al di là della razza, e suggerisce il daltonismo: è un concetto fallimentare che riflette una concezione ingenua della razza in America. “Post-Black” vuol dire che siamo come Obama: radicati nella ma non vincolati dalla Essenza Nera.

 

Touré intervista 105 persone di colore, per la maggior parte uomini, alcuni più anziani di lui, e perlopiù provenienti dalla sfera Trascendent di Robinson: politici come l’ex parlamentare Harold Ford Jr. del Tennessee; star del rap come Chuck D dei Public Enemy; scrittori, inclusi Greg Tate, Nelson George, e Malcolm Gladwell; accademici come Henry Louis Gates Jr., Cornel West, e Patricia Williams; e artisti come Kara Walker, Glenn Ligon, e Kehinde Wiley, tra gli altri. La maggior parte dei suoi intervistati sono “liberali per identità”, e appoggiano il rifiuto di Zora Neale Hurston17 di vedere il suo lavoro come se fosse sempre al servizio di una triste ascesa razziale.

Essi ricordano “il campanello d’allarme negro”, la clamorosa espressione usata da Touré per definire il momento del risveglio di Gates. Molte di queste storie coinvolgono la polizia. La maggior parte riguardano lo scontrarsi con il dato di fatto del potere bianco. Per esempio, Derek Conrad Murray, un professore di storia dell’arte presso l’Università della California, a Santa Cruz, ricorda quando suo padre, un amministratore d’ospedale, trasferì la famiglia in un esclusivo sobborgo di Seattle all’inizio degl’anni ‘80. La sua famiglia, profondamente cattolica, era l’unica famiglia di colore che andava a messa in una grande chiesa di quella zona. Una domenica, un parrocchiano mentalmente instabile s’alzò in piedi e gridò: “Voi negri dovreste uscire di qui!” Murray disse che suo padre inseguì quell’uomo per strada e quasi lo strangolò a morte. Lo shock per la famiglia fu tale che nessuno andò più in chiesa né pregò più. Murray divenne ateo.

Touré osserva che queste storie non parlano solo di bianchi che cercano di spezzare lo spirito nero, ma riguardano anche la resilienza dei neri. Talvolta i soggetti di Touré ricordano una dolorosa esperienza razziale, e in seguito dichiarano che la lezione che hanno imparato è stata la loro determinazione ad essere, per quanto possibile, individualmente liberi. Essi reclamano per loro stessi quella libertà psicologica senza gravami, di cui diversi giovani politici neri si sono appropriati secondo il libro di Gwen Ifill The Breakthrough: Politics and Race in the Age of Obama (2009). Tutti quanti sanno che avere un presidente nero significa qualcosa. La gente si sfianca per spiegare semplicemente che cosa. Ma è troppo presto.

Le persone di colore apparentemente più libere nel libro di Touré sono gli artisti visivi. Infatti, “post-blackness” è stata un’espressione coniata alla fine degl’anni ‘90 da Thelma Golden, direttrice dello Studio Museum di Harlem, e dall’artista concettuale Glenn Ligon per descrivere “il valore liberatorio nel gettare via l’enorme peso della rappresentazione estensiva della razza, quell’idea che tutto ciò che loro fanno deve rivolgersi o riguardare o parlare per l’intera razza.” La cultura nera è un argomento di discussione, ma i nuovi artisti neri non la trattano come qualcosa di “specifico per loro”. Non è autobiografica. Si tratta di un interesse, non di un’arma.

Nel momento in cui è certamente vero che Kehinde Wiley, uno dei più apprezzati artisti di New York, è molto diverso dagli artisti neri Jacob Lawrence e Romare Roarden, nell’approccio rispetto ai suoi soggetti, tuttavia Wiley attinge ancora alla storia nera, a immagini nere. In modo simile, i racconti brevi di Touré di The Portable Promised Land (2002), e il suo romanzo Soul City (2004), sono allegorie scritte in un gergo nero che non ha perso nessun legame col passato e dipende da esso per il significato. Molti critici hanno fatto notare che l’America dei bianchi non ha nessun problema a prendere a bordo la cultura nera, e intanto a lasciare la gente di colore fuori al freddo.

Touré incoraggia la gente di colore a reclamare la libertà dell’artista. Questo messaggio, proveniente dalla narrativa di James Baldwin18, è scarsamente nuovo. Touré ha poco da dire a proposito del “nuovo Jim Crow” che ha condotto tanti giovani neri poveri in prigione. Per lui, “essere neri” è soprattutto una questione di stile. Le persone intervistate da Touré sottolineano l’importanza di non interiorizzare i messaggi della società riguardanti l’identità dei neri, un’affermazione che risale a Marcus Garvey19. Ciò che è nuovo è non sapere se ci sia razzismo dietro le scocciature che incontra una persona nella vita di tutti i giorni. Nelson George: “Ora, se per qualche motivo loro ti mostrano il culo, a quel punto devi decidere se si tratta di razzismo o se lo fanno perché sono degli stronzi.”

Touré afferma che buona parte dell’America Nera non ha condiviso lo sdegno dell’America dei bianchi per l’attacco al World Trade Center nel 2001: “Un paese viziato che ha ricevuto la punizione che meritava.” Molti bianchi possono aver percepito questa “distanza emotiva”, così come molti neri sono rimasti effettivamente addolorati. Ma poi Touré si sposta rapidamente sulla sua questione principale: la fine dell’ambivalenza dell’essere americani per i neri come lui. “Noi siamo americani. E lo siamo a tal punto che ripudiare questo paese significa ripudiare parte di noi stessi.”

Storicamente, il panafricanismo20 è stata una componente del nazionalismo americano nero, ma Touré mette in chiaro che la sua generazione non sta a guardare l’Africa come la sorgente dell’identità nera, un’importante differenza generazionale:

 

Gli afroamericani e gli africani stanno parlando lingue diverse quando si giunge alla razza, a causa della storia su sponde differenti della schiavismo e dell’Atlantico… Noi siamo, come il jazz, il rock ‘n roll, e l’hip-hop, figli dell’Africa plasmati da ambizioni, gioie e pene profondamente americane, così come siamo straordinariamente condizionati dal fatto di essere in America.

 

I genitori di Touré sono cresciuti sotto la segregazione delle case popolari di Brooklyn, “con la legge e la società schierate nel tentativo di tenerli rinchiusi nel niggerdom21.” Tuttavia i suoi genitori riuscirono a metter su famiglia in un quartiere della middle-class di Boston. Touré andò in una scuola privata, dove giocava a tennis e non era l’unico ragazzino nero delle sue classi. “Sono cresciuto in un mondo integrato senza leggi razziste che mi ostacolassero.” Ora Touré vive in una zona mista e alla moda di Brooklyn, si è sposato al di fuori della fede, come dice lui, ed è socialmente abbastanza rilassato da aver creduto, una volta che suo figlio piccolo si tuffò dentro un pezzo di cocomero, che i suoi amici bianchi ridessero perché i bambini fanno cose tenere, non perché un negretto trattava il cocomero nella maniera che loro, come bianchi, erano stati abituati ad aspettarsi.

Touré rappresenta l’idea anti-essenzialista dell’ “essere nero”, una posizione elitaria, lontana dal sentimento di razza che dice che ciò che succede a uno di noi, succede a tutti noi. Comunque ricordo cosa voglia dire cercare di rompere con categorie che non rientrano nei tuoi piani. Mi ripromisi che non sarei diventato uno di quei vecchi che dicono “Ai miei tempi…” Tuttavia, mi capita di tornare indietro e pensare alla mia giovinezza, quando, poco dopo che King fu ucciso, mia sorella cercò di raccontarmi di un cugino di mia madre che era stato linciato nel 1930. Non volevo ascoltarla. Fuggii. Sono scappato da quella forma contagiosa di “identità razziale nera”, la verità storicizzata.

Poi, alcuni anni dopo, lessi On Being Negro in America (1951) di Saunders Redding, un libro recuperato dagli scaffali di Elizabeth Hardwick. Redding, ai tempi un professore benpensante, ricordava che quando era all’Università di Atlanta nel 1930, si procurò un’arma dopo che un suo compagno di classe, Dennis Hubert, era stato linciato perché sorpreso a parlare ad una ragazza bianca. Il nome del cugino di mia madre mi passò in un lampo davanti agli occhi. Telefonai a casa. Mia madre aveva sei anni quando successe. Ricordava che sua madre indossava un vestito blu. E improvvisamente uscì di casa.

(Traduzione di Francesco Cunsolo)

1. Zadie Smith, Speaking in Tongues, New York Review, 26 febbraio, 2009, basato su una lettura svolta presso la New York Public Library nel dicembre 2008, e inserito in Changing My Mind: Occasional Essays (Penguin, 2009)

2. Trayvon Martin era un giovane ragazzo di colore di diciasette anni, ucciso il 26 febbraio scorso a Sanfrod, Florida, da un vigilante di origini messicane, George Zimmermann, che ha asserito di avergli sparato al petto dopo aver subito un aggressione da parte del ragazzo (che era disarmato). Il caso ha fatto molto scalpore negli USA sia per le connotazioni razziali che ha assunto fin dall’inizio, sia perche Zimmermann faceva parte dei così detti neighborhood watch, associazioni di liberi cittadini che pattugliano il proprio quartiere per prevenire atti di vandalismo o di violenza (in Italia qualche hanno fa abbiamo avuto un fenomeno simile, solo in parte, con le “Ronde” leghiste). N.d.R.

3. Henry Louis Gates Junior è un professore di letteratura della Yale. Gates balzò all’onore delle cronache nel febbraio del 2009, quando venne arrestato da un poliziotto mentre cercava di entrare in casa sua  forzando la porta di ingresso visto che  la serratura era rotta. Gates venne rilasciato dopo tre giorni di detenzione nonostante avesse dimostrato che la serratura che stava forzando era quella di una casa di sua proprietà. Per approfondire il caso, si veda il n° 11 di 451: Il razzismo è duro a morire di Darryl Pinckney. N.d.R.

4. Termine utilizzato per indicare ragazzi bianchi che cercano di imitare il gergo e il modo di vestire degli afroamericani. N.d.R.

5. Riferimento alla Proclamazione di Emancipazione del 1863, con cui Abramo Lincoln proclamò la liberazione degli schiavi di colore. N.d.R.

6. Vedi Bart Landry, The New Black Middle Class (University of California Press, 1987)

7. Ovvero il “razzismo al contrario”, quando a venire discriminati sono dei bianchi a favore di persone di colore. N.d.R.

8. Lena Horne (1917-2010), cantante, attrice e danzatrice statunitense. Fu la prima attrice afroamericana ad essere messa sotto contratto da una grande major cinematografica. N.d.R.

9. Legge del 1944 che garantiva una pensione e altri benefici ai reduci della Seconda Guerra Mondiale. N.d.R.

10. Imamu Baraka (1934) Poeta e attivista per i diritti civili afroamericano. N.d.R.

11. Clarence Thomas (1948). È stato il secondo afroamericano nella storia a diventare Giudice della Corte Suprema. N.d.R.

12. Thomas Sowell (1930). Economista americano di colore. N.d.R.

13. Sottogenere della musica rap. I testi del gangsta rap sono spesso molto volgari, parlano soprattutto della vita di strada della gang delle grandi città americane, e quindi di denaro, alcol, droga, sesso e armi. N.d.R.

14. Termine che nello slang della cultura hip-hop si riferisce a gioielli vistosi che vengono indossati dai rapper, non solo al collo o alle dita, ma che vengono applicati anche ai denti, cellulari, cappelli, volanti delle auto, ecc… N.d.R.

15. Reverendo Jesse Jackson (1941). Ministro Battista e attivista civile afroamericano. N.d.R.

16. Organizzazione no profit. N.d.R.

17. Zora Neale Hurston (1891-1960). Scrittrice afroamericana tra i fondatori del “Rinascimento di Harlem”, un movimento artistico e culturale che, all’inizio degli anni ’20, attraversò tutte le diverse forme d’arte (cinema, scrittura, ecc…) e le scienze sociali; cercò di raccontare con nuovi mezzi e con nuovi punti di vista, la vita delle persone di colore all’interno dei ghetti delle grandi città statunitensi. N.d.R.

18. James Baldwin (1924-1997). Scrittore afroamericano. I suoi libri hanno come filo conduttore la ricerca di un’identità propria di persone di colore all’interno di una società dominata dai bianchi. N.d.R.

19. Marcus Garvey (1887-1940). Sindacalista e scrittore giamaicano. Predicò il ritorno in Africa di tutte le persone di colore di tutto il mondo. N.d.R.

20. Alla base del panafricanismo (uno dei concetti base dei movimenti neri nazionalisti), c’è l’idea che tutte le persone di colore, prima che cittadini dei paesi in cui risiedono, siano in primo luogo africani, e che quindi in quella terra debbano ritornare. N.d.R.

21. Termine razzista per indicare le case popolari in cui vivono per la maggior parte le persone di colore. N.d.R.

DARRYL PINCKNEY è un romanziere, drammaturgo e saggista americano. È autore del romanzo High Cotton (Faber and Faber, 1993) e di Out of There: Mavericks of Black Literature (Basic Civitas Books, 2002). Scrive su ‘The New York Review of Books’, ‘Granta’, ‘Slate’ e ‘The Nation’. 

 

 

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