Jerome Groopman

Mio figlio: il paziente perduto

da ''The New York Review of Books''

DORON WEBER, Immortal Bird: A Family Memoir, Simon and Schuster, pp. 358, $ 25.00

 

 

 

LETTERATURA: Un racconto crudo, toccante e schietto, che lascia il lettore senza fiato fino alla fine. In Immortal Bird: A Family Memoir, Doron Weber ci racconta la storia di suo figlio Damon e della sua strenua e coraggiosa lotta per sopravvivere a una malattia cardiaca congenita.

Quando il secondo anno della facoltà di Medicina giunse al termine, la nostra attività didattica si spostò dalle lezioni in aula ai giri di visita in corsia. Eravamo a tutti gli effetti degli apprendisti, che dovevano formarsi non solo in base all’acume diagnostico dei medici più anziani, ma anche osservando il modo in cui essi si relazionavano con i pazienti.

Di volta in volta ogni studente veniva assegnato a un reparto diverso, e io trascorsi i miei primi mesi in chirurgia. Nonostante il numero estenuante di ore e il pesantissimo carico di lavoro, fu un’esperienza entusiasmante. Osservai sbalordito come veniva aperto il torace di una donna, ne veniva estratta una valvola aortica stenotica e calcificata, e veniva sostituita con una protesi funzionante. La procedura durò parecchie ore e richiese una precisa orchestrazione medica tra il cardiochirurgo, l’anestesista e il cardiologo. Quando furono applicati gli ultimi punti di sutura, lo specializzando osservò che si trattava di “un caso appassionante”.

Mentre la chirurgia offriva l’emozione dell’attività pratica, il mio incarico successivo, al reparto di medicina interna, richiedeva una capacità di pensiero particolarmente dinamica. Lo scopo era quello di costruire elenchi dettagliati di possibili cause per i sintomi e le manifestazioni fisiche del paziente, le cosiddette “diagnosi differenziali”. Era come comporre un grande puzzle, ma senza avere tutti i pezzi subito a disposizione; bisognava indovinare quale fosse il pezzo successivo da ricercare prescrivendo un particolare test diagnostico oppure un altro: occorreva eseguire una determinata radiografia, un particolare esame sierologico, o piuttosto una biopsia del tessuto organico? Dopo gli accertamenti, bisognava valutare se il nuovo elemento si adattava al puzzle e lo risolveva, o se erano necessari ulteriori dati per ottenere un quadro completo. I “casi appassionanti” al reparto di medicina interna erano numerosi. Ricordo che il nostro team di studenti e specializzandi identificò una forma rara di malaria in uno studioso di botanica tornato da poco dall’Africa che manifestava febbri violente; e che scoprimmo un linfoma, non rilevato in precedenza, che costituiva la causa della crisi renale di un altro paziente. Dopo le esperienze in chirurgia e in medicina interna, fui assegnato al reparto di pediatria, e lì rimasi agghiacciato da quello che vidi.

Una parte della mia giornata la trascorrevo in ambulatorio, dove arrivavano principalmente bambini con la gola infiammata e infezioni all’orecchio, e le nostre prescrizioni di paracetamolo o di antibiotico erano ricompensate da un sorriso di sollievo dei genitori. Ma la parte rimanente del giorno ero in corsia, tra decine di bambini con malattie incurabili. C’erano neonati sfibrati con un colorito inquietante, i cui cuori malformati avevano affrontato delicati interventi chirurgici; bimbi con fibrosi cistiche che lottavano per respirare attraverso vie respiratorie ricoperte da un muco denso come cemento; ragazzini con tumori al cervello che gli intorpidivano la vista e gli provocavano crisi violente.

La sera, non riuscivo ad allontanare dalla mia mente le immagini di questi bambini. Non ero in grado di concentrarmi sugli articoli di medicina che ci venivano assegnati, o di preparare le relazioni per i giri di visite del giorno dopo. Non riuscivo a fare appello alla dissociazione cognitiva che permette di etichettare un paziente come “un caso appassionante”, ed ero incapace di appassionarmi di fronte alla complessità biologica della malattia di un bambino. Quando guardavo questi giovanissimi che soffrivano e l’angoscia dei loro genitori, tutto ciò che provavo era dolore e smarrimento. Mi resi conto di aver raggiunto il limite, che non sarei mai riuscito a essere un pediatra, a curare con competenza questi bambini disperatamente malati, stare al loro capezzale senza essere sopraffatto dall’emozione.

Immortal Bird di Doron Weber è la storia di suo figlio, Damon, nato con una malformazione al cuore non compatibile con la vita, e curato nello stesso reparto pediatrico dove sono stato come studente di medicina. Il racconto è straziante, e molte volte ho dovuto interrompere la lettura. Non molto tempo dopo averlo terminato, incontrai una giovane pediatra che dirigeva l’unità di terapia intensiva dell’ospedale in cui lavorava. Le chiesi come riuscisse a conciliare la propria mente con il proprio cuore, l’esigenza di riflettere in maniera lucida congiunta a una profonda partecipazione emotiva. «Si impara a gestire le proprie emozioni», mi ha risposto. «E per quanto riguarda i bambini che non sopravvivono, penso che sia un onore per me essere stata insieme a loro in quel momento particolare della loro vita».

Damon Weber è nato con un unico ventricolo nel cuore anziché due. Su di lui è stato eseguito un delicato intervento chirurgico, denominato “intervento di Fontan”, per consentire ai suoi organi di ricevere un flusso adeguato di sangue, e per molti anni l’operazione ha funzionato. Sotto l’attenta supervisione della dottoressa Constance Hayes, cardiologa pediatrica presso il Columbia Presbyterian Medical Center, Damon cresceva senza problemi. Ma quando iniziò a frequentare l’ottava classe1, i suoi genitori notarono che non si stava più sviluppando regolarmente: nonostante una dieta salutare e nutriente, il suo corpo iniziava a perdere proteine vitali. Circa il 10 percento dei bambini sottoposti come Damon all’intervento di Fontan in seguito sviluppano una sindrome definita enteropatia proteino-disperdente (protein-losing enteropathy, o PLE). Il tratto gastrointestinale lascia fuoriuscire l’albumina e altre proteine vitali. Ciò altera l’equilibrio nutrizionale e dei fluidi nel corpo, la crescita viene arrestata e gli organi si gonfiano a causa dei liquidi trattenuti.

Doron Weber è stato borsista Rodhes a Oxford2, ha lavorato nelle comunicazioni alla Rockefeller University, e ora si trova presso l’Alfred P. Sloan Foundation come sovrintendente ai programmi di divulgazione della scienza e della tecnologia. Shealagh Weber, la madre di Damon, è una psicoterapeuta. Entrambi i genitori padroneggiano la terminologia medica e Doron Weber in particolare è in grado di comprendere gli studi di ricerca clinica, di identificarne i limiti metodologici e di valutarne criticamente il risultato:

 

«Pensano si tratti di qualcosa chiamato PLE», dice Shealagh con voce bassa e tesa. «Il suo corpo non riesce a trattenere le proteine».

«Mai sentita nominare… Qual è la cura?» chiedo io, pensando di dover intraprendere una nuova terapia.

«La dottoressa Hayes dice che proveranno a risolvere il problema nel laboratorio di cateterismo cardiaco o ripetendo l’intervento originale, ma in caso contrario servirà un trapianto di cuore».

«Che cosa?» scuoto la testa incredulo. «Aspetta un momento. Come è possibile che siamo passati dal “va tutto bene” nel controllo precedente a “è un disastro” nel successivo? Da dove è uscita fuori questa cosa?».

…Io ho una regola base: se non riusciamo a comprendere un problema o ci sembra che un determinato approccio terapeutico non abbia senso, il problema è del dottore, non nostro. Non accetto discorsi fumosi. Dobbiamo sempre sapere con esattezza cosa sta succedendo, in modo che possiamo dare il nostro contributo nel prendere la decisione migliore. I medici più in gamba sono sempre in grado di fornire spiegazioni chiarissime – sia in relazione a ciò che sanno che a ciò che non sanno –, e solamente quelli mediocri si rifugiano nelle spiegazioni nebulose o nell’onniscienza.

 

Weber ha certamente ragione a dire che le capacità di un medico nel comunicare in modo chiaro con i suoi pazienti sono indicative della sua abilità diagnostica. Ma esiste anche un’altra ragione per cui è importante che vengano fornite informazioni dettagliate. Nell’immaginazione popolare è molto importante mantenere un atteggiamento ottimistico di fronte alle malattie gravi. Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra l’ottimismo e una speranza realistica. Un ottimista crede che le cose andranno sempre per il meglio. Ma la vita insegna che spesso le cose non stanno così, e Doron Weber non è condizionato da un atteggiamento ottimistico nel caso di suo figlio. Piuttosto, egli cerca una speranza realistica, cercando di avere uno sguardo completo e non offuscato nel suo cercare di capire ogni potenziale problema clinico e insidia. Solo in questo modo può avventurarsi tra i pericoli e i rischi che sta per affrontare. Rimanere all’oscuro o negare una possibile complicazione o avversità conduce all’abbaglio di una falsa speranza3.

Weber riferisce che la dottoressa Hayes non aveva informato la famiglia che Damon un giorno avrebbe potuto avere questa grave perdita di proteine:

 

Non riesco a concepire come la stessa voce di chi ci ha visto passare per due operazioni chirurgiche a cuore aperto e per innumerevoli problemi medici, la stessa voce che nel momento in cui nostro figlio entrava nell’età adulta aveva scherzato con noi sullo sci e la scuola e i giochi di Damon, …non una volta… ci abbia detto una parola circa la possibilità di una nuova malattia – la quale, nel momento in cui è stata contratta, non può che essersi sviluppata un po’ alla volta – come questa stessa voce abbia potuto cambiare il suo tono così di punto in bianco…

Se non si riesce ad arrestare la perdita di proteine, il paziente potrebbe morire di “fame”. Nessuno sa davvero quale sia la causa della PLE – anche se molti sospettano che ci sia una relazione con l’alta pressione nel cuore – e nessuno ha trovato una cura.

Veniamo a sapere che l’omissione non è stata qualcosa di intenzionale, un’accortezza per evitare una preoccupazione alla famiglia di Damon. La dottoressa spiega di essere stata «talmente incoraggiata dall’enorme successo dell’intervento che lei stessa non voleva credere che potesse verificarsi una simile possibilità».

Ecco qual è il rischio dell’emotività: se un dottore premuroso se la prende troppo a cuore, l’eccessivo coinvolgimento può offuscare la sua capacità di pensiero. Una volta mi sono trovato nella stessa posizione della dottoressa Hayes. La mia empatia nei confronti di un malato di cancro spossato e febbricitante fece sì che tralasciassi un esame fisico particolarmente invasivo. Scegliendo la soluzione più semplice, che gli risparmiava un’ulteriore sofferenza, mi sfuggì un ascesso che si era formato in profondità tra le sue natiche. Il paziente andò ben presto in shock da sepsi. Fortunatamente, sopravvisse al mio errore.

Gli errori medici sono stati oggetto di studio negli ultimi due decenni. I titoli dei giornali preferibilmente danno risalto a casi di chirurghi che operano sull’arto sbagliato, alla somministrazione di prodotti ematici incompatibili con i riceventi che hanno causato una reazione potenzialmente letale alla trasfusione. Precedentemente, l’obiettivo di tali denunce erano questi errori di tipo tecnico o logistico. Un grande progresso è stato compiuto con l’implementazione di sistemi basati sulle cosiddette cockpit rules (gli indicatori di una cabina di pilotaggio, N.d.T.), ovvero l’ elenco di ogni fase operativa dell’intervento, dalla somministrazione dell’anestesia all’elenco degli strumenti chirurgici utilizzati, in modo da essere sicuri che nessuno di essi venga dimenticato nel corpo del paziente dopo l’operazione. Ma la ricerca più recente evidenzia che la maggior parte degli errori medici non sono causati da disattenzioni tecniche, ma sono piuttosto dovuti a inganni del pensiero.

Gli psicologi cognitivi hanno identificato un insieme di trappole che influenzano i nostri giudizi quando ci troviamo in condizioni di urgenza o di incertezza. Per esempio, il rimanere «ancorati» ai primi dati clinici emersi, distorcendo il nostro pensiero. Rimanendo legati a una conclusione prematura, non riusciamo a considerare l’intera gamma di possibili cause per le condizioni del paziente. Tali insidie sono responsabili di numerosi casi di diagnosi tardive o errate4.

Quando Weber racconta l’andamento della lotta per combattere la PLE, ci parla di Damon non solo come paziente ma anche come persona. Il ragazzo è uno studente dalla mente acuta che si è guadagnato l’accesso a uno dei licei pubblici più competitivi di New York, un attore di talento che riesce a imparare rapidamente le sue parti, ed è il leader di un gruppo di ragazzi allegri e stravaganti. Lo sceneggiatore David Milch, un amico di famiglia, crea una parte per Damon nella serie Deadwood della HBO5. Nonostante il caldo soffocante della California durante le riprese, il giovane attore dimostra la determinazione e la forza di volontà che caratterizzano tanti bambini colpiti dalla malattia fin dalla tenera età.

In questo libro Doron Weber da una grande dimostrazione del kvelling, il termine Yiddish che indica il caloroso apprezzamento da parte dei genitori nei confronti dei risultati del proprio figlio. Weber descrive anche la visione sorprendentemente matura che Damon ha della propria condizione. Mentre guardano un programma alla TV su John Kennedy, Weber racconta a Damon di come, fin dalla giovanissima età, il futuro presidente abbia sofferto di una serie di “gravi disturbi”, tra i quali scarlattina, colite, mal di schiena, morbo di Addison, perdita di peso e disturbi del sonno. JFK assumeva ogni giorno dai dieci ai dodici farmaci e faceva sei iniezioni per il dolore alla schiena. Quando Doron parla al figlio usa il soprannome “D-man”. «Ti ricorda qualcosa?» chiede a Damon.

 

«È impressionante vedere cosa la gente riesca a fare nonostante tutti questi problemi. Come una malattia o un’avversità che sopravviene improvvisamente possa formare il carattere. Ehi, D-man, può darsi che un giorno sarai presidente».

Damon mi lancia uno sguardo per dirmi quanto lo ritenga assurdo, ma io insisto. «Può darsi che tutto ciò avvenga proprio per questo motivo. Per forgiare il tuo carattere nel crogiolo della sofferenza. Vieni messo alla prova… e saresti un presidente dannatamente bravo!».

«Grazie, papà, apprezzo il tuo voto di fiducia», risponde Damon bruscamente, «è solo che non voglio fare il presidente».

 

In seguito l’autore riporta un esempio della scrittura ironica e vivace del blog che il ragazzo teneva durante la lotta con la malattia che lo stava consumando:

 

Gli Yankees massacrano i Red Sox nelle prime tre partite ma i Red Sox rimontano e vincono quattro incontri consecutivi, entrando nelle world series e nella storia del baseball. Il merito va in parte a un giocatore che porta il nome di Damon.

Il che, ragazzi e ragazze, va a dimostrare una cosa: non mollare fin quando non è finita.

Non mollare fin quando, cazzo, non è finita.

– Dal blog di Damon, autunno 2004

L’umorismo di Damon si mescola a una crescente consapevolezza che il suo tempo potrebbe presto finire se le proprie condizioni cliniche non miglioreranno:

 

In questo momento mi trovo in una specie di luogo piuttosto strano, ma è la vita, e senza dubbio non è Wallgreens6. Mi sembra che il tessuto della mia esistenza si stia sfilacciando, e tutti i fili stiano svolazzando in direzioni diverse, minacciando di volar via definitivamente. Vorrei stendere le braccia e afferrarli per provare a riallacciarli, ma se provo a raggiungere un filo devo allentare la presa su un altro, e rischio di perderlo definitivamente; così posso solamente aspettare e guardare i pezzi che volano via. E poi, naturalmente, c’è quel filo al quale vorrei disperatamente cambiare colore, come se questo fatto potesse rendere il tessuto molto più bello e interessante. Ma poi, naturalmente, quel filo non può cambiare colore e se ci provo potrei ottenere un marrone orribile (come quando si mischiano troppi colori), e se quel filo diventa marrone tutto il tessuto sembrerà brutto e sgradevole, e forse non varrà più la pena di perderci tempo, non so. E questa era la mia brutta metafora x la giornata.

Damon viene dapprima sottoposto a una procedura di fenestrazione, ovvero un’apertura nella ricostruzione di Fontan operata tramite un catetere cardiaco, e ne riceve un sollievo temporaneo contro i danni della PLE. In seguito ottiene dei benefici transitori da iniezioni di un anticoagulante, l’eparina. Ma presto appare chiaro che solamente un trapianto di cuore può risolvere il problema, andando a normalizzare l’irregolare afflusso di sangue nel suo corpo.

I Weber devono prendere una terribile decisione: affrontare i rischi immediati di un’operazione chirurgica e poi, per tutta la vita, i trattamenti immunosoppressivi volti a prevenire il rigetto dell’organo del donatore, o continuare con interventi meno drastici, aggrappandosi alla tenue speranza che un giorno verrà trovata una terapia sicura e scientificamente testata contro la malattia. Alla fine, con il pieno consenso di Damon, i Weber optano per il trapianto di cuore. D’un tratto le cure del ragazzo non sono più affidate alla loro cardiologa pediatrica di sempre, la dottoressa Hayes, e all’esperto di cateterismo, il dottor Hellenbrand, ma a un nuovo team di specialisti in trapianti. Weber usa dei nomi falsi per questi dottori, la dottoressa Davis e il dottor Mason, e ben presto capiamo il perché:

 

«Quanto impiegherete a trovarmi un nuovo cuore?» chiede Damon.

La dottoressa Davis spiega che i pazienti in lista per un trapianto vengono classificati in tre categorie: nella classe 1A rientrano coloro che si trovano nelle condizioni di maggiore urgenza; nella classe 1B coloro che sono a un livello di urgenza appena inferiore; e nella classe 2 tutti gli altri pazienti inseriti nella lista d’attesa.

«Damon, dal momento che tu sei stato inserito nella classe 2, dovrai aspettare dai sei ai dodici mesi, ma potrebbe essere prima –  considerando che avere meno di diciotto anni potrebbe giocare in tuo favore – o anche dopo. Non si può mai sapere». Sorride la dottoressa Davis.

Sentendo queste parole mi scatta un campanello d’allarme. Ricordo che il dottor Bruce Gelb [un amico di Doron Weber] in una conversazione privata mi aveva confidato che Damon avrebbe potuto essere incluso nella classe 1B a causa delle sue dimensioni ridotte, in quanto rientrava nel criterio «ritardo di crescita». A quell’epoca non avevo ben compreso cosa intendesse dire il dottor Bruce, ma ora mi ricordo delle sue parole, e le riporto alla dottoressa Davis.

«No, non è vero. Damon è un 2», dice Davis. «Lei si sbaglia».

«Sono certo che lei abbia ragione», rispondo, «ma sono sorpreso che un cardiologo importante come Bruce Gelb, che è un uomo particolarmente acuto, possa compiere un errore del genere».

«Non posso rispondere per lui, ma conosco i trapianti, sono la mia specializzazione!».

«Naturalmente». Lascio perdere. Non voglio rischiare di discutere ancora con la dottoressa Davis… ed è possibile che sia io a ricordare male.

La dottoressa Davis continua a dare istruzioni a Damon sul gran giorno, in modo chiaro e deciso, ma sembra presa da altri pensieri e a un certo punto si gira verso la sua assistente.

«Erica, puoi prendermi il manuale grande sui trapianti di cuore?».

Qualche attimo dopo, Erica torna con un grande volume. La dottoressa Davis lo apre e scorre le pagine, cercando qualcosa con il dito indice come un appassionato studente di medicina.

«Non sono sicura» – alla fine la dottoressa Davis solleva il viso dal manuale – «ma potrebbe aver ragione lei sulla classe di assegnazione di Damon. Cercherò con calma e le farò sapere».

Avevo già concesso alla dottoressa Davis il beneficio del dubbio, e dunque questa snervante incertezza mi irrita. Abbiamo sentimenti contrastanti circa quello che sta accadendo: da una parte speriamo in una revisione a nostro favore della classe di assegnazione, ma siamo anche preoccupati per ciò che una cosa del genere potrebbe significare.

Il giorno dopo riceviamo un fax dal Columbia che ci informa che la classe per la lista di attesa di Damon è stata ufficialmente modificata da 2 a 1B.

È la differenza tra l’avere una priorità alta e una bassa, tra aspettare alcune settimane o fino a un anno. Potrebbe anche significare la differenza tra la vita e la morte.

 

Il caso di Damon sembra andare sempre più verso una svolta negativa, e anche se il lettore sa già come andrà a finire, il racconto affascinante di Weber ci mantiene avvinti alla storia:

 

Ora aspettiamo che arrivi il nostro momento pregando che non si verifichino ulteriori contrattempi. Una mattina l’infermiera porta a Damon una compressa da 1200 mg di ibuprofene al posto del magnesio – dopo che tutti i medici lo avevano avvisato di non assumere in nessun caso ibuprofene. Stavolta è Damon, ora più attento, che scopre lo scambio e rimanda indietro la compressa nociva. Me lo ripete di continuo.

«Papà, mi ha dato la compressa sbagliata! Se non me ne fossi accorto io me la sarei vista brutta… Dobbiamo stare attenti a ogni cosa, proprio come hai detto tu!». È sconvolto e mi guarda in modo nuovo. Nella mia famiglia sono famoso come cane da guardia, e Dio solo sa in quali altri modi presso il personale dell’ospedale, e ora Damon vede con i suoi occhi quanto sia importante la nostra vigilanza.

 

Dopo un trapianto di cuore apparentemente riuscito, Damon inizia a essere sempre più affaticato, il numero di piastrine diminuisce e il livello di ossigeno precipita. Da una biopsia effettuata sul cuore nuovo non sembra che il suo corpo lo stia rigettando. Ma una degli specialisti pensa ugualmente che ciò spiegherebbe il peggioramento delle sue condizioni, e gli prescrive una dose più elevata di farmaci immunodepressivi. Se l’interpretazione della dottoressa è esatta, il trattamento potrebbe salvare il nuovo cuore di Damon e la sua vita.

Ma l’interpretazione si rivela errata. In realtà, Damon viene trovato affetto dal virus di pstein-Barr, innocuo nei ragazzi in buona salute, nei quali provoca al massimo la mononucleosi. Ma in quelli nello stato di Damon – il cui sistema immunitario viene depresso farmacologicamente – il virus può causare ciò che viene definito «disordine linfoproliferativo post-trapianto», o PTLD. Weber descrive ciò che significava per Damon:

 

Il PTLD è una condizione molto critica per la quale i linfociti, i globuli bianchi normalmente destinati al sistema di difesa corporeo, si moltiplicano rapidamente e attaccano gli organi vitali. È uno dei tre principali pericoli per i pazienti di un trapianto di cuore; si colloca subito dopo il rischio di rigetto o di infezione, e le sue conseguenze possono essere molto gravi.

 

Damon soccombe al PTLD. (A questo punto i Weber decidono di intentare una causa contro i cardiologi pediatrici che hanno curato il trapianto e contro l’ospedale). Doron Weber descrive con un linguaggio sintetico solo una piccola parte del dolore di tutti quelli che lo amavano:

 

Damon Daniel Weber è morto ufficialmente il 30 marzo 2005, anche se nessuno di quelli che ami muore una sola volta, o smette mai di non essere vivo, e nulla di ciò che fai può cambiare quello che è accaduto o riportare indietro ciò che non c’è più.

Il racconto si chiude con una descrizione lirica di Damon all’età di tre anni, affascinato dalla neve che cade a Prospect Park:

 

Damon è incantato e senza parole di fronte al miracolo della neve. Si meraviglia guardando i fiocchi dalla forma di diamante che si adagiano a grappolo sul suolo e sugli alberi, trasformando ogni cosa intorno a lui in un parco giochi bianco e fatato. Agita le braccia nell’aria e batte i piedi per terra, mentre si precipita attraverso le strade ammantate in preda a un’estasi frenetica. Corre, urla e saltella, agitando i pugni contro il cielo in una tempesta di gioia, una folle danza della neve davanti agli dèi delle sfere celesti.

Io e Shealagh inseguiamo nostro figlio, correndo per riacciuffare questo diavoletto che sta urlando e gridando come se non esistesse un domani… .

Lui continua a saltellare per le strade con le braccia frenetiche, aperte, calpestando l’asfalto innevato con le sue gambette e tendendo le mani verso il cielo fecondo, come se potesse afferrare e celebrare la gloria della natura in un unico grande abbraccio sorridente.

È il bambino più felice del mondo, e il suo viso è pieno di meraviglia per l’eterno splendore della vita che si schiude.

 

Il racconto è seguito da una fotografia di Damon più grande, un bel ragazzo con una grande massa di capelli e un sorriso largo e aperto.

E comprendiamo quanto fossero vere le parole di quella giovane pediatra. È un onore conoscere questi bambini.

(Traduzione di Luca Alvino)

1. Equivale alla nostra terza media, quindi Damon all’epoca aveva un’età compresa fra i tredici e i quattordici anni. N.d.R.

2.La Rhodes Scholarship(intitolata all’uomo politico inglese Cecil John Rhodes) è la più importante borsa per il sostegno allo studio post lauream presso l’università di Oxford. N.d.T.

3. Si veda Jerome Groopman, The Anatomy of Hope: How People Prevail in the Face of Illness (Random House, 2004).

4. Si veda Jerome Groopman, How Doctors Think (Houghton Mifflin, 2007). Si veda anche Daniel Kahneman, Thinking, Fast and Slow (Farrar, Straus and Giroux, 2011), la rispettiva recensione di Freeman Dyson sulle pagine di questa rivista, 22 dicembre 2011, e la replica di Daniel Kahneman nel numero del 12 gennaio 2012.

5. Serie televisiva western, andata in onda dal 2004 al 2006, prodotta e trasmessa dalla HBO, TV via cavo statunitense, e vincitrice di tre Emmy. La serie mescola personaggi storici realmente esistiti come Wild Bill Hickock, e altri immaginari. N.d.T.

6. Nota catena di farmacie americane. N.d.T.

 JEROME GROOPMAN è titolare della Cattedra Dina e Raphael Recanati di Medicina alla Harvard Medical School. Autore di cinque libri, ha pubblicato circa centocinquanta articoli scientifici e ha scritto diversi contributi sulla medicina per ‘The New York Times’, ‘The Washington Post e The New Republic’. Il suo libro più recente, scritto insieme a Pamela Hartzband, è  Your Medical Mind: How to Decide What Is Right for You (Penguin 2011).  

 

 

 

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