Ben Calcaterra

Fiction – Notturno americano

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

Diciassette anni, la testa bruna piena di fantasie, il gioco della vita che lascia intravvedere una svolta. Il ragazzo è felice, ha superato la prima prova. Quella più dura deve ancora venire, ma chi ben inizia è a metà dell’opera: si sa, no?

Il viaggio è previsto abbastanza lungo, meglio così, se fosse vicina la destinazione sarebbe anche priva di significato, mentre così è molto più bello. Già, gli States, l’America dei film e dei sogni, la terra dei cowboy e dei grattacieli, dei pellerossa sopravvissuti e dei neri in continuo aumento, nuova stirpe dal fuoco inestinguibile. Ma il viaggio che inizia domani è soprattutto l’inizio di ogni avventura nella vita, perché da quando è nato, il ragazzo ha sempre abbinato l’avventura a loro, a Paul Newman e Marlon Brando, a Steve Mac Queen e Glenn Ford, a Henry Fonda e William Holden. A Elizabeth Taylor e Marylin Monroe, Sandra Dee e Ava Gardner … La terra dei miti può diventare finalmente realtà invece che suo riflesso.

È vero, non andrà in California, peccato, ma l’Oklahoma non è da sottovalutare comunque. S’è documentato: è terra di pellerossa, grande Riserva indiana di varie tribù, una delle ultime frontiere ai tempi dei pionieri. I Ponca Indians sono sopravvissuti, sono rimasti pochi, è vero, ma abbastanza da poterne incontrare qualcuno. Conoscerne uno o due e magari diventare anche suo amico. Dev’essere bello avere un amico pellerossa.

L’impatto è surreale. Il domani è già oggi, il presente sembra futuro: dopo un viaggio di dieci ore fino a New York ed altre cinque fino a Kansas City e poi Oklahoma City, gli occhi sono ancora abbagliati. La mente non riesce a fermare le fantastiche associazioni mentali col futuro possibile, a fissare il presente totalmente nuovo per un italiano. Le automobili sono enormi, le persone superano la fantasia con il loro aspetto colorato come la bandiera a stelle e strisce.

Sono ad attenderlo all’aeroporto: la sua nuova famiglia per un anno. Americani genuini, non si capisce quasi niente quando parlano, buffi nel vestire, cordiali e sorridenti. Il padre ha i capelli neri, la schiena un po’ curva, è della California (Gianni non lo sa, ma poi, sapendolo, dirà che se l’era immaginato) braghe un po’ larghe, faccia simpatica, stretta di mano forte e sguardo buono.

La madre ha i capelli tutti bianchi, la faccia tonda e bianca con gli occhi azzurri che brillano sotto gli occhiali, la voce squillante e il sorriso aperto, dolce e quasi infantile. Gianni si sente quasi adulto più di loro, o forse li vede lui così, si sa che gli americani sono dei bambinoni … e lui sta per non esserlo più. Un anno lontano da papà e mamma, da Paolo e Filippo, i suoi fratelli. Niente Bologna, niente amici del cortile di Piazza Carducci. Niente Parrocchia di San Giuliano, con il suo campetto di pallacanestro e le giornate interminabili passate a giocare a basket e calcio. Niente Liceo Scientifico Fermi, per quest’anno, il quarto delle superiori.

Il suo coetaneo Douglas è grosso come le lenti dei suoi occhiali, il ciuffo spiovente sembra un ombrello aperto su un solo lato. L’altro è chiuso sopra gli occhi. La fila di denti bianchi sembra quella di un coccodrillo che forse sorride, davanti al selvaggio, troppo diverso da lui per poterlo capire, incerto se addentarlo o fuggire a scanso di esiti indesiderati. Cordiale per curiosità, sospettoso per natura, vorace per istinto. Imparerà a conoscerlo proprio così.

Saranno buoni amici?  Cioè: potranno esserlo viste le premesse?

È un attimo arrivare nella nuova casa, tetto basso ed edificio largo, quasi un pezzo di Lego sul verde lindo, curato ed irreale del prato. La luce gli spaccherebbe gli occhi se non fosse così giovane, l’aria tersa gli spalanca voragini di panorama piatto e moderno, un villaggio di abitazioni basse e funzionali, qualche scuola con ampio spazio davanti, chiese che di antico non hanno neanche la polvere. E poi campi sportivi, che immagina affollati, piscine all’aperto funzionanti per metà dell’anno e garage colla stradina privata per non confondere le cose proprie con quelle altrui. La casa di una famiglia con quella dell’altra. È importante che ognuno abbia la sua privacy. Dal finestrino dell’auto tutto appare più nitido che reale.

Una nuova vita è appena iniziata. Non solo tutto è nuovo, ma anche la solitudine sembra impossibile, la mente ingombra della curiosità verso il mondo da scoprire: senza più nessuno conosciuto accanto,  la familiare presenza del proprio corpo é pronta ad ogni esperienza, azzarda la vita come solo un giovane può fare.

Difatti la piscina è azzurra come nei sogni, le minigonne corte come nei film, i sorrisi delle ragazze aperti come la promessa delle loro bocche. Le parole filano scorrevoli come quelle di un discorso in cui tutto è diretto, senza secondi fini. Possibile?  Mentre osserva Doug fare l’istruttore di nuoto ai bordi della vasca, è già con gli occhi sul date del giorno dopo, invece dei bambini che nuotano ha davanti  una bella brunetta che potrebbe essere più divertente delle partite di pallacanestro che giocava fino ad un mese fa a Bologna. Deve metterla comunque dentro il cesto, farla propria. Fare centro.

All’inizio faceva fatica a capire che “date” , cioè “appuntamento” , potesse essere usato per identificare la ragazza stessa con cui si fissava l’uscita, un nome improprio al posto di un nome proprio. O una figura impersonale, un semplice incontro da rinnovare la settimana dopo, se possibile con un’altra al posto di una Cathy con cui aveva scambiato quattro parole il giorno prima, e desiderato un solo, e lungo, felice amplesso. Ma è già nel retro dell’auto di Doug, anche lui col suo date, no,  Gianni non può portarla da solo: non gli è permesso guidare senza una patente americana.

Gli tocca condividere il date, mentre l’altro guida sta già manipolando cosce e collo di Cathy, presto arriva al seno, tette giovani e palpitanti. Si dà da fare così, altro che volante e gusto della guida nel reticolo cittadino: lui rimane fuori dal giro dei teen-ager che si affrontano in coppia con accelerazioni esagerate da American Graffiti!

L’unica accoppiata da accelerare è quella con il tesoro nascosto tra le cosce di lei. L’accoppiata vincente, il motore perfetto.

Gli sguardi nella penombra parlano più di mille parole. Al drive-in, le immagini del film sono separate dal dialogo come in una recita radiofonica: Gianni sente parole brutali, americane nella forma e nell’accento, provenienti da un mondo che ora sta imparando a conoscere perché sonoro aldilà delle immagini, conosciuto aldilà dei corpi ignoti. Senso dato dall’energia del pensiero, cose e persone vive nell’immaginazione prima che nella vista. L’Italia è lontana.

L’America non è solo un mito. Quel film con Lee Marvin però non se lo scorderà mai più, quell’attore sarà un nuovo mito per Gianni. Non lo conosceva prima e gli sembra incredibile: è troppo bravo e simpatico, con un sorriso e uno sguardo che spacca lo schermo in due, almeno in quel film: The killers. Insieme a lui ci sono Angie Dickinson, John Cassavetes e Ronald Reagan, la storia è tratta da un racconto stupendo di Hemingway. Ma è Marvin, con il suo vestito chiaro carta da zucchero, la pelle un po’ abbronzata sotto i capelli già bianchi, la faccia da duro e il sorriso che dice che non lo è, a rimanere impresso negli occhi della mente di Gianni, seduto dentrola Oldsmobile bicolore oro-nera con cambio automatico con Doug al posto di guida e una ragazza accovacciata su di lui. Tornerà in Italia non scordandosi più quel film fantastico di un certo Don Siegel, mai sentito prima, e un certo Lee Marvin, indimenticabile, mai visto prima. Miracolo di un lontano drive-in nella sconosciuta provincia del Midwest americano.

La notte ingoia tutto il paese nel sonno, al suo ritorno a casa dopo l’una del mattino. È un attimo addormentarsi, l’eccitazione continua solo nel sogno disegnando strani scenari e voci che parlano perfettamente una lingua sconosciuta, che non si sa cosa sia.

Ma é la vita, quella che desiderava da tanto tempo! Baci senza fine.

Qualcosa scorre nella notte, che la sveglia del mattino successivo non riesce a spiegare.

****

Un anno passa in fretta, se è più o meno uguale agli altri, nel solito ambiente e tra i soliti affetti. Per Gianni l’anno a Ponca City è eterno, sembra che dentro di lui si sia aperto un varco dentro cui tutte le esperienze nuove che fa, gli amici nuovi che incontra, le cose che dice, vede e ascolta, si scolpiscono come incisioni di un’arte primitiva nella pietra, che il tempo non potrà mai scalfire del tutto. La trasparenza di tutti i movimenti, i volti, le case e i luoghi rimarrà come un’impronta d’inchiostro simpatico, che rimane sempre proprio perché invisibile. Pronta a ritornare un segno ben visibile e presente, quando alla simpatia si sarà sostituita l’indifferenza del vecchio mondo per quello lontano della provincia americana. Qui lo Yearbook, che gli hanno regalato a scuola, è stato stampato con inchiostro permanente da stampa di qualità, e tutti gli avvenimenti significativi, belli e divertenti, tutto il mondo vitale di ragazzi giovanissimi ma in procinto di diventare nuovi eroi adulti dopo il diploma della Ponca City High School, abbreviata gustosamente in Po-Hi: tutto quello che Gianni non potrà più scordare, è stato fissato nelle foto e nelle didascalie del Libro della Scuola dell’anno di grazia ’67/68.

Che bello indossare i boots color sabbia, con la punta strettissima e lunga, tutti ricamati raw-hide e dirigersi verso Po-Hi in auto con Doug, il riscaldamento rumorosissimo della vecchia Ford al massimo nei freddi mattini invernali dell’Oklahoma, e camminare poi nei corridoi della scuola con tutti i nuovi amici e compagni americani che lo salutano! Che bello sedersi nei banchi ad ascoltare quei professori americani cordiali e simpatici, senza nessuna supponenza, pronti a colloquiare e consigliare, a comunicare entusiasmo per la letteratura e la storia americana, l’economia e la trigonometria, il nuoto e l’atletica leggera! Quei boots e quello Yearbook li conserva ancora, messi da parte per ragioni di buon senso, quello stesso buon senso che tanti anni dopo glie li fa tirare fuori di nuovo e osservare, stupito di se stesso.

Il bacio d’addio è quello che cavalca il tempo, è come un fantasma che tornerà solo nei sogni. O negli incubi. Il Ponca City News fa un articoletto sulla fine dell’avventura di John – ormai è quello il suo nome – dopo un anno di vita americana. Scrive che è stato bello per lui vivere un’avventura così straordinaria ma che ora il ragazzo ritorna volentieri in Italia, a ritrovare i familiari e gli amici lasciati lì. Il solco lasciato sulle facce invisibili che Gianni baciò allora, prima alla stazione dei bus di Ponca diretto verso Oklahoma City, poi, tre settimane dopo, utilizzate per il viaggio finale in bus attraverso gli States, sui volti dei compagni d’avventura all’aeroporto di New York alla partenza per l’Italia, dopo un anno negli Usa (Usa e getta per tutti loro, almeno per la cronaca che deve subito occuparsi d’altro) è una traccia senza più corpo né carne, un’idea di avventura che la memoria ha sepolto in una piega inarrivabile della rugosa massa cerebrale. Tanti altri baci e addii, altre bocche, mani e volti sono arrivati dopo quelli. Solo il caso, un movimento involontario della mente, può resuscitarne la traccia, facendo sembrare l’incredibile impronta delle labbra sulla carne amata allora, un segno preciso di un passato senza tempo. Non è il passato che torna, no, è il presente che tradisce movimenti involontari che neanche Gianni può controllare, lui che ha sempre creduto che con la volontà si può superare tutto. Movimenti involontari della vita che pulsa.

Tornare in Italia dopo un anno: è come vedere una parte di se stesso uscita dallo specchio per diventare reale, la parte lasciata alla partenza che ora è recuperata senza sforzo apparente. Un anno di tempo in un altrove che ora si manifesta come una faccia ed un corpo di Gianni non più Gianni, ma John-Gianni, uno strano ibrido con tanta forza comunicativa dovuta all’ambiguità del presente: non più ricordi né tracce del passato, solo un presente in cui vivere senza alcun rimpianto. Con la sola gioia dell’avventura vissuta, e la sola paura di poter dimenticare un giorno la forza dell’altra parte di sé. La forza che lo rende unico.

Ma nel sogno che accompagna le sue notti, ogni lembo di carne baciata e ogni tenerezza per sempre sublimata danno corpo al presente come un’ombra, capace di deformare il tempo. Appare per magia uno spirito notturno, che non s’accontenta della ragionevolezza e dà senso ai movimenti brevi del corpo dentro al letto, gettandoli nell’incanto del passato. Fantasmi benevoli  accompagneranno a lungo Gianni come angeli a cui, senza saperlo nemmeno, si è legato nel sonno.

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico