Neal Ascherson

Mangiano il loro sonno

da ''The New York Review of Books''

HERTA MÜLLER, L’altalena del respiro, Feltrinelli, trad. it. di Margherita Carbonaro, pp. 256, € 9.00

LETTERATURA: una scrittrice che compone un romanzo su un campo di concentramento senza mai esserci stata ha bisogno di ricerche meticolose ma anche di molto coraggio per affrontare le controversie e le critiche che inevitabilmente susciterà. Herta Muller possiede bravura e coraggio.

Tornando dal campo di lavoro, le donne perlustravano i cumuli di detriti alla ricerca di qualche pianta commestibile. La loro preferita era il bietolone, una pianta dalle foglie seghettate che a volte veniva chiamata spinacio selvatico. Raccolta in primavera, quando le foglie erano ancora tenere, poteva essere bollita in una zuppa o mangiata in insalata, se i prigionieri avevano la possibilità di condirla con il raro e prezioso sale – «grigio e grosso come ghiaia».

Mentre se ne stavano in fila ore e ore per il tormento dell’«appello» – l’ispezione per la conta serale –, nell’angolo del Lager dietro la fontana rilucevano piccoli focherelli accesi dai lavoratori di turno. Quando l’appello era terminato, i prigionieri che avevano qualcosa da barattare potevano accaparrarsi delle piccole lattine con bietolone bollito, e, in un giorno particolarmente fortunato, una rapa o del miglio cotto. Gli altri dovevano arrangiarsi con l’annacquata zuppa di cavolo passata dalla mensa.

Dopo alcuni mesi, gli spinaci di montagna assumono un colore indaco scuro, producono dei bei fiori rossi e diventano legnosi e immangiabili. Leopold Aubach, il giovane narratore de L’altalena del respiro, osserva che «il tempo in cui si mangia il bietolone è terminato. Ma non la fame, che è sempre più grande di te». Egli ci rivela che:

 

Esiste una fame che fa ammalare di fame…. Una fame sempre nuova che cresce insaziabile e si tuffa nell’eterna e vecchia fame, domata a fatica…. Il palato è più grande della testa, una cupola, alto e penetrante fin nel cranio. Quando la fame diventa insopportabile, il palato tira come se una pelle fresca di lepre appena scuoiato ti venisse tesa dietro la faccia ad asciugare. Le guance si seccano e si ricoprono di una peluria pallida…. Le collane di infiorescenze rosse sono un monile attorno al collo dell’angelo della fame.

 

Leopold trascorrerà cinque anni sotto il dominio dell’angelo della fame, e degli angeli della fame che si trovano nei corpi e nelle anime di ogni recluso in questo angolo di gulag staliniano. Sessanta anni dopo, ormai divenuto anziano, guardando indietro al proprio passato – prima, durante e dopo il campo – si rende conto che questo angelo non lo ha mai abbandonato, nemmeno quando alla fine egli fu rilasciato e fece ritorno nella sua patria in Romania. Piuttosto, cambiò la propria funzione per divenire uno «Schivante», uno spirito tetro e possessivo che per il resto della sua vita gli ha negato la capacità di mostrare i propri sentimenti.

Il premio Nobel Herta Müller è una scrittrice in grado di trasmettere una grande potenza emotiva attraverso una prosa assai sofisticata, costellata di immagini e spesso espressionista. Ciò che l’ha condotta a intraprendere un progetto difficile come questo è stata probabilmente la propria sicurezza tecnica insieme alla necessità di infrangere il silenzio circa il destino della generazione dei propri genitori. I sopravvissuti più celebri, da Primo Levi a Varlam Shalamov, hanno scritto libri indimenticabili sulla vita e la morte nei campi di concentramento di Hitler e Stalin, talvolta in forma autobiografica, ma altre volte (come nel caso di Essere senza destino di Imre Kertész) sotto forma di romanzo. Paragonata a loro, una scrittrice che non è una sopravvissuta e non è mai stata in un campo, ma che si siede e compone tutto un romanzo su tale esperienza, ha bisogno di una buona dose di immaginazione, di ricerche meticolose, grandi doni letterari e molto coraggio.

Le prime pagine de L’altalena del respiro dimostrano chela Müller possiede tutte queste doti. Ma su questo libro ci sono state delle aspre controversie, alcune delle quali hanno sollevato perplessità di tipo letterario, altre sono state indirettamente di tipo etico o politico, e altre ancora – esalazioni provenienti dagli ambienti rumeni più torbidi – semplicemente calunniose. Il romanzo racconta le miserie e le rare epifanie del Lager, e il loro impatto – fisico ed emotivo – su un giovane ragazzo; al background politico si fanno solo sporadiche allusioni. Ma non è giusto che il lettore sia tenuto all’oscuro dell’origine di Herta Müller e della sua storia.

Prima del 1939, all’interno delle frontiere instabili della Romania vivevano due ampie minoranze di lingua tedesca. Una era la popolazione delle montagne della Transilvania, principalmente di religione protestante “sassone”. I componenti dell’altro gruppo, gli “svevi del Banato”, vivevano nelle pianure presso l’Ungheria, ed erano per la maggior parte cattolici1. Herta Müller è cresciuta in un villaggio svevo, e la maggior parte dei suoi romanzi – e delle sue lotte coraggiose contro lo stato di polizia comunista – hanno a che fare con l’esperienza dei tedeschi del Banato. In questo caso, tuttavia, Leopold, il protagonista del suo romanzo, proviene dall’altra comunità, da una famiglia transilvana dell’antica città di Sibiu, che i tedeschi chiamano Hermannstadt.

Sia i “sassoni” che gli “svevi” subirono il fascino di Hitler. Molti uomini prestarono sevizio presso la divisione delle Waffen-SS sul fronte orientale, fino a quandola Romanianel 1944 non ruppe improvvisamente i suoi accordi conla Germanianazista e si schierò con la fazione opposta. La vendetta non tardò a manifestarsi. Prima che la guerra fosse terminata, tutti i rumeni di etnia tedesca tra i diciassette e i quarantacinque anni furono “mobilitati” e deportati per lavorare come schiavi nella ricostruzione economica dell’Ucraina sovietica, devastata dalla guerra. La madre della Müller era tra loro. Cinque anni dopo, quando l’esilio terminò, circa il 15 percento dei deportati era morto di fatica, di fame o di malattia.

Questo scenario conferì una speciale nota di amarezza e solitudine alla sofferenza di quella generazione. Anche quando gli fu concesso di rientrare in Romania, un denso strato di silenzio impedì per molto tempo a quella terribile esperienza di venire alla luce. Il regime comunista postbellico trattava i componenti della minoranza tedesca come potenziali “sabotatori fascisti”; in seguito, la dittatura ultra-nazionalista di Nicolae Ceauşescu, tentando di edificare il proprio mito di un’origine “daco-trace” della razza, li perseguitò a causa della loro diversa etnia. Parlare pubblicamente della propria deportazione non solo sarebbe stato interpretato come “propaganda antisovietica”, ma avrebbe anche inopportunamente ricordato il periodo fascista della Romania sotto la dittatura filonazista di Ion Antonescu (1940-1944).

Questa parte del passato è stata dunque rimossa. Herta Müller, nata nel 1953, è cresciuta in una società in cui era possibile parlare dell’esperienza trascorsa dalla generazione precedente solo nel contesto familiare, e quanto più raramente possibile. Il sogno segreto era raggiungere la Germania– la Germania Ovestnon comunista. Ma le frontiere erano solidamente chiuse; nell’immediato dopoguerra la Romaniafu l’unica tra gli Stati del centro e dell’est Europa a non espellere le minoranze tedesche. Come la Müllerha testimoniato in due sconvolgenti romanzi precedenti (Oggi avrei preferito non incontrarmi e Il paese delle prugne verdi), le uniche vie di scampo erano rischiare di morire sotto il fuoco delle guardie di frontiera o ottenere un passaporto divenendo un informatore della Securitate, la polizia segreta rumena. Solo quando i confini cominciarono ad allentarsi, sul finire degli anni Ottanta e dopo il sanguinoso rovesciamento della dittatura di Ceauşescu, iniziò l’emigrazione di massa verso l’Austria ela Germania. Dei 115.000 «sassoni» che nel 1989 risiedevano ancora in Transilvania, non più tardi del 1992 ne erano partiti circa 90.000.

L’altalena del respiro è una raccolta di episodi ora brevi ora più lunghi. Ciascuno di essi costituisce una piccola opera letteraria completa, ma le varie scene sono disposte in un ordine più o meno cronologico. La storia inizia sul treno, nel vagone bestiame che trasporta i prigionieri per giorni e notti interminabili, addentrandosi sempre più in profondità nell’Unione Sovietica, e termina con il rilascio di Leopold, psichicamente “traumatizzato”, che ritrova l’abitazione e la famiglia che dovrebbero essere la sua casa. Man mano che le scene si susseguono impariamo a conoscere un insieme di personaggi. Il comandante del campo è un russo urlante e brutale di nessuna importanza; la vera autorità la detiene il “kapò” Tur Prikulitsch, un prigioniero cui viene concesso quasi ogni privilegio. «Non conosce l’angelo della fame». La descrizione che ne fala Müller è un buon esempio della sua prosa quasi kafkiana, del suo uso astuto della similitudine e della metafora, che in questo caso inverte l’animato con l’inanimato:

 

Tutto il giorno ha tempo di piacersi …. Ha una corporatura atletica, occhi giallo ottone con uno sguardo untuoso, orecchiette aderenti al cranio come due fermagli, mento di porcellana, le alette del naso rosee come fiori di tabacco, il collo come candela di cera.

 

A un altro livello di lettura, questo passaggio ci ricorda in modo velato che Leo è gay. Ancora ragazzino, è stato deportato proprio nel momento in cui iniziava a sperimentare i brividi inebrianti dei primi appuntamenti nel parco vicino casa. Ma nel campo di concentramento l’omosessualità significa la morte. L’unica forma di sessualità tollerata avviene in un gigantesco tubo di scolo abbandonato, tra donne deportate e prigionieri di guerra tedeschi, fino a quando anche loro non hanno troppa fame e troppo freddo per pensare a questo genere di cose. Leopold fa amicizia con Bea Zakel, una prigioniera amante del kapò, con il quale condivide i privilegi pur provandone un certo imbarazzo: «vorrebbe far parte di noi ma vivere come lui». In un luogo in cui Leopold deve arrampicarsi di notte sui cumuli di immondizia per divorare bucce di patate congelate, la fame, la lotta per non morire, è la bilancia con cui tutto viene pesato; e perfino Tur Prikulitsch appare consapevole del fatto che in un mondo affamato esistono debiti che in qualche modo occorre pagare. E così, quando Bea Zakel prende la preziosa sciarpa di seta di Leopold e, invece di scambiarla con del cibo, la consegna al suo amante, il kapò fa discretamente in modo che Leopold venga lasciato solo di fronte a una montagna di patate. (Riesce a infilarsene quasi trecento dentro i vestiti; tornato nella sua baracca, ne mette da parte qualcuna per sé ma usa le altre per pagare il sale e lo zucchero che aveva preso in prestito.)

Tra le altre figure memorabili ci sono Kati, una donna idiota che non capisce nemmeno di trovarsi in un Lager; Trudi, un amica di Leo che viene da Hermannstadt, la quale, dopo che il suo piede è stato maciullato dalla carretta della calce, viene incaricata di ammucchiare i cadaveri congelati; e poi i Gast. È evidente che Frau Heidrun Gast sta morendo; «aveva già la faccia da scimmia morta, la bocca ridotta a una crepa, da un orecchio all’altro, la lepre bianca nelle cavità delle guance e gli occhi gonfi». (La lepre bianca fa parte di uno dei tipici complicati giochi di parole della Müller. Una delle varietà di carbone che i prigionieri devono spalare è il «coke» – gazovy, che in ucraino diventa hazoviy; questa parola per Müller suona come le parole Hase-vey (lepre-dolore), che a sua volta diviene un termine che ricorre per tutto il romanzo come un sinonimo di morte). Quando Frau Gast diventa troppo debole per mangiare, suo marito non può fare a meno di immergere il suo cucchiaio nella scodella della moglie per rubarle la zuppa di cavolo. E anche Leo ci infila il suo cucchiaio. Come potrebbe non farlo? «Questo era il corso delle cose: poiché ciascuno non poteva farci nulla, nessuno poté far nulla».

E tuttavia dei lampi di luce squarciano questo orribile panorama. Leo non dimentica le parole che gli disse sua nonna mentre si allontanava da casa: «So che ritornerai». Se ne ricorda quando a lui e a un suo compagno viene somministrato del latte come cura polmonare contro i vapori tossici rilasciati dalla fornace:

Per farci resistere più a lungo, una volta al mese riceviamo nelle nostre stoviglie di latta, alla guardiola della fabbrica, mezzo litro di salutare latte. È un dono venuto da un altro mondo. Ha il sapore di quello che si sarebbe potuto continuare a essere senza l’angelo della fame. Io credo al latte.

 

E il latte a sua volta gli ricorda una altro momento di umanità, un altro «dono venuto da un altro mondo». Mendicando cibo alle porte del villaggio, viene accolto da una donna russa il cui figlio, denunciato da un vicino per qualche parola di troppo, era stato inviato in un battaglione di disciplina. La donna gli offre una meravigliosa ciotola di zuppa, e poi, vedendo il suo naso gocciolante, gli mette in mano un fazzoletto di batista bianco come la neve cucito in epoca zarista, con un orlo ricamato in seta. Leopold avrebbe potuto barattarlo in cambio di cibo, ma invece lo nasconde e lo tiene da conto: «Non provo vergogna a dire che il fazzoletto era l’unica persona nel Lager che si preoccupasse di me».

Oltre a essere molto abile nell’uso delle figure retoriche e dei giochi di parole, Herta Müller è anche sorprendentemente brava a rappresentare l’aspetto materiale delle cose. Ne L’altalena del respiro descrive frequentemente e con competenza i materiali con cui lavorano i prigionieri, e le sensazioni che si provano a spalare, strofinare e trasportare ciascuno di essi. L’autrice conosce bene il disgusto di sollevare i sacchi di cemento che si rompono sotto la pioggia, il piacere di maneggiare una pesante pala di carbone con l’abilità di un ballerino, la classificazione dei differenti tipi di scorie degli altiforni e le diverse competenze necessarie per rimuovere ciascuna di esse, gli strati policromi di una cava di sabbia, l’incubo di trasportare un mattone di cemento da dieci chili, appena pressato e ancora fresco, dalla fornace fino alla zona di asciugatura senza farlo implodere:

 

Di sera il riflettore gettava un cono di luce sulla scena. Betoniera e pressa erano immerse in una luce cruda, i macchinari avvolti in una lanugine, e attorno volteggiavano le falene. Non cercavano soltanto la luce, l’odore umido della miscela le attirava come fiori notturni. Si posavano e sfioravano con le proboscidi e i filetti delle zampe i blocchi… Si posavano sul mattone che stavi portando e ti distraevano mentre cercavi di mantenere l’equilibrio… A volte arrivavano in due o in tre, posate là come se fossero sgusciate dall’interno del mattone. Come se la miscela umida sull’assicella non consistesse di scorie, cemento e latte di calce, ma fosse un grumo rettangolare di larve pressate da cui sgusciavano poi le falene.

Come fa a sapere tutto questo? Come fa a conoscere tutti gli odori che si incontrano in mezzo alla confusione industriale e rugginosa di un campo di lavoro, e ciò che ciascuno di essi ricorda – i cristalli di argilla refrattaria che odorano come cespugli di crisantemi, l’acqua di cisterna come palline di naftalina, l’asfalto imputridito come lucido da scarpe, il concime chimico abbandonato e solidificato come l’allume?

Nel romanzo questi paragoni rientrano in una tecnica inventata da Leo Aubach per impedire «alle sostanze chimiche di possederlo velenosamente». Egli converte gli odori in fragranze e «riesce a produrre in una gradevole assuefazione». Allo stesso modo, il ragazzo si unisce alle donne del campo quando tentano di ingannare la fame mangiando sontuosi pasti immaginari ed elencando ricette elaborate (tagliatelle alle nocciole, testina di maiale bollita con rafano). Di notte, inerpicandosi nei loro letti a castello, si inerpicano nella loro stessa fame e continuano a mangiare il loro sonno, golosamente, sogno dopo sogno.

Nessuno ha idea di quando saranno rilasciati, e se mai lo saranno. Entro il quarto anno, più di trecento di loro sono morti, e i loro corpi sono stati ammassati nella neve ghiacciata dietro l’infermeria, in attesa che il disgelo primaverile consenta di smembrarli e seppellirli in una fossa. Quando muore l’unica persona di etnia rumena – una donna apparentemente catturata dai soldati di guardia del treno solo per aumentare il numero dei prigionieri – Bea Zakel ordina che i suoi lunghi capelli vengano tagliati per imbottire un cuscinetto antispifferi destinato a bloccare la corrente. Togliere i vestiti al cadavere di qualcuno appena deceduto, o spartirsi le sue scorte di pane, rientra nella norma. «Quando tutto ciò che ti rimane è pelle-e-ossa, i sentimenti sono per i coraggiosi». Ma Bea Zakel ha oltrepassato il confine di ciò che può essere tollerato.

Poco dopo, Leo riceve una cartolina, il primo messaggio da casa durante gli anni trascorsi al campo. Cucita alla cartolina c’è la fotografia di un bambino; al di sotto di essa, con la grafia di sua madre c’è scritto: «Robert, nato il 17 apr. 1947». Non una parola per Leo, il quale deduce che i suoi genitori hanno avuto un altro bambino perché oramai hanno rinunciato a lui. Sarebbe stato lo stesso se sua madre avesse scritto: «Per quanto mi riguarda, puoi morire là dove stai, si risparmierebbe posto a casa».

Leo si costringe a non rispondere alla cartolina e a non fare nessun tentativo per contattare la sua famiglia. Egli sente sempre di più che il campo, o meglio la sua vita al campo, è diventata la sua unica vera casa:

 

Alcuni dicono e cantano e tacciono e vanno e siedono e dormono la loro nostalgia, così a lungo e così inutilmente. Alcuni dicono che con il tempo la nostalgia perde il suo contenuto, diventa bruciante e allora davvero sì struggente perché non ha più nessun legame con la propria vera casa. Io faccio parte di quelli che lo dicono.

 

Anche la tremenda figura di Fenya, la donna russa che detiene su di loro il potere di vita o di morte, quando la mattina dosa la miserevole razione di pane tagliando ciascuna fetta con il suo coltellaccio, giunge a sembrare maestosa piuttosto che spregevole. «C’era in Fenya una specie di santità comunista». Lei è giusta. «Mi suddivide il cibo…. ho il Lager, e il Lager ha me. Ho bisogno solo di una branda e del pane di Fenya e della mia scodella di latta. Neppure di Leo Auberg ho bisogno».

Quando viene rilasciato, nello scenario sconfortante della Romania del 1950, non è solamente la paura delle conseguenze politiche a far sì che Leo tenga per sé i propri ricordi. È una specie di vergogna, condivisa e compresa dagli altri sopravvissuti. A un certo punto gli sembra di vedere Bea Zakel ad una finestra, i suoi capelli biondi divenuti grigi, ma continua a camminare senza farle neanche un cenno. Nella piazza principale di Hermannstadt incontra Trudi, la sua amica del campo, che zoppica verso di lui. La donna lascia cadere in terra il proprio bastone e guarda verso il basso come se dovesse allacciarsi una scarpa:

Per rispetto l’uno dell’altra volevamo non conoscerci più. In questo senso non c’è niente da capire. Girai in fretta la testa. Ma quanto avrei voluto abbracciarla e dirle che ero d’accordo con lei.

 

Gli giunge una lettera da un altro compagno di campo, da Vienna; Tur Prikulitsch è stato trovato morto sotto un ponte del Danubio, con la testa spaccata da una scure. Leo acquista dei quaderni a righe e inizia a scrivere. Dapprima cerca di raccontare la verità. Ma poi strappa le parti riguardanti i pochi sprazzi di luce – il latte, il fazzoletto di batista – e al loro posto scrive di come sia riuscito a trionfare sulla fame grazie al proprio ingegno e alla propria autodisciplina:

Per l’angelo della fame sono andato in estasi, come se mi avesse solamente salvato e non tormentato… È stato un grande fallimento interiore, essere ora a piede libero e irrimediabilmente solo, e un falso testimone per me stesso.

 

L’altalena del respiro è un’opera letteraria meravigliosa, appassionante e poetica, scritta – come ha affermato un critico – nel sangue del cuore stesso di Herta Müller. È un romanzo che, come la fornace di un fabbro, consuma completamente e in maniera fruttuosa i fatti sui quali si basa. Ma il modo in cui l’autrice ha raccolto e poi utilizzato questi fatti merita di essere raccontato a parte. Il poeta Oskar Pastior, un “sassone”, aveva la stessa età di Leo quando fu deportato nel 1945.La Müller aveva sempre desiderato descrivere quanto era avvenuto alla generazione dei suoi genitori, e quando incontrò Pastior, come lei esule a Berlino, decisero di collaborare a un romanzo sui campi. Ma Pastior (che a quanto pare ha inventato la metafora dell’«angelo della fame») morì improvvisamente nel 2006. Dopo un’interruzione, Müller decise di scrivere il romanzo da sola, basandosi sulle proprie ricerche e sugli appunti che aveva preso dal suo amico. La vita di Leo non corrisponde esattamente alla biografia del giovane Oskar, ma ci sono parecchi punti in comune, e in molte occasioni si avverte che il linguaggio, la scelta degli epiteti, appartiene più a Pastior che non a Müller.

Il romanzo non è stato accolto ovunque in modo positivo quando nel 2009 è apparso in tedesco nella sua versione originale. La critica più infamante di tutte è arrivata da alcuni esuli rumeno-tedeschi comela Müller, aizzati dai molti veterani dell’antica Securitate ancora fin troppo attivi. Costoro, non essendo a suo tempo riusciti a costringerla con il ricatto a diventare un’informatrice, si sono vendicati spargendo la diceria che in realtà la scrittrice aveva acconsentito a diffondere informazioni segrete in cambio del permesso di lasciarela Romanianegli anni Ottanta. Gli esuli hanno inoltre affermato chela Müllerha slealmente «infangato la propria patria» rammentando il passato nazista della generazione precedente.

Questo tipo di stupide accuse era in un certo senso prevedibile e non è di nessun valore. Più sorprendente e interessante è stato l’attacco violento ed elaborato da parte della critica Iris Radisch sul settimanale tedesco «Die Zeit», di estrazione intellettuale-progressista. La giornalista ha contestato L’altalena del respiro sotto due aspetti: affermando che era scritto in uno stile affettato e inappropriato, e sostenendo che ciò che la stessa Radisch ha definito «letteratura da gulag» non possa essere realizzata «di seconda mano», da qualcuno che non ha fatto mai esperienza diretta dei campi.

Prima di prendere in considerazione i commenti della Radisch, uno straniero dovrebbe ricordare che in Germania la critica letteraria ha una tradizione di ferocia esagerata e devastante. Gli scritti dell’influente critico tedesco Marcel Reich-Ranicki, un rifugiato proveniente dalla Polonia, sono un caso emblematico. Alcune delle sue recensioni sulla narrativa più recente di Günter Grass sembravano lasciare solamente un cratere dove un tempo c’era stato un romanzo. Iris Radisch archivia L’altalena del respiro come «polveroso e artificiale… una dolcezza puerile e magica si avvolge intorno all’orrore come una pezza si avvolge intorno al piede di un prigioniero, e copre tutto e tutti nella malinconia orribilmente imbellettata di una desolata ninnananna». In particolare, Radisch contesta a Müller la sua propensione fuorimoda ed espressionista per la metafora e la similitudine, e il suo lessico eccessivamente lirico con cui adorna le esperienze più orribili. Il risultato è «una prosa simile a neve artificiale che seppellisce il dolore al di sotto di un pathos da antiquario».

Sembra una recriminazione un po’ eccentrica. Le immagini di Herta Müller sono spesso complesse e oscure, più che nei suoi precedenti romanzi ambientati nella Romania di Ceauşescu, ma non sono mai sentimentali. La Radischconfronta questo libro con lo stile semplice e privo di metafore di Imre Kertész, che trasformò in un romanzo la propria esperienza a Buchenwald. Ma esistono molti modi per scrivere un buon romanzo. Proiettare fantasie bizzarre e scenari surreali e antropomorfici in un campo di lavoro sovietico avrebbe potuto non funzionare con un artista meno valido della Müller, ma ne L’altalena del respiro non c’è mai un momento in cui il lettore perda la propria fiducia nella sua padronanza di linguaggio.

La menzione di Kertész ci porta al secondo punto: la strana obiezione relativa alla scrittura «di seconda mano» sui campi di prigionia e sui genocidi del Ventesimo secolo. La giornalista afferma che «l’era della letteratura da gulag, dopo averci emozionati fino a toglierci il respiro, è giunta al suo termine naturale, e non può essere rivissuta come un’industria di seconda mano attraverso musiche d’arpa e cori angelici». La scrittrice polacca Eva Hoffman ha affrontato questo argomento nel suo bel libro After Such Knowledge (2004). In quest’opera chiede che venga riconosciuta una «seconda generazione» di sopravvissuti. Coloro che non hanno sofferto direttamente le tragedie del gulag o dell’olocausto, ha scrittola Hoffman, sono cresciuti come parte organica di tali esperienze attraverso il legame con i propri genitori. «La seconda generazione è la generazione ponte nella quale la conoscenza degli eventi trasmessa dai padri viene trasformata in storia, o in mito». Oppure, nel caso di Herta Müller – che appartiene esattamente a quella generazione ponte –, in superba immaginazione creativa.

(Traduzione di Luca Alvino)

1. I nomi possono risultare fuorvianti: i “sassoni” non provenivano dalla Sassonia, e gli “svevi” non provenivano dalla Svevia. I “sassoni” migrarono principalmente dalla Renania nordoccidentale nel primo Medioevo; gli “svevi”, reclutati dall’Impero asburgico per colonizzare le terre del Danubio, arrivarono per lo più dalla Lorena e dalla Baviera del Nord alla fine del diciassettesimo secolo. I dialetti tedeschi di entrambi i gruppi somigliano a quelli della valle della Mosella e del Lussemburgo.

NEAL ASCHERSON è professore onorario dell’Istituto di Archeologia presso la University College di Londra. In Italia è stato pubblicato il suo libro Mar Nero. Storie e Miti del Mediterraneo d’Oriente (Einaudi, 1999)

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