Nathaniel Rich

Amanda nel paese delle meraviglie

da ''The New York Review of Books''
AMANDA KNOX, Waiting to Be Heard: A Memoir, Harper, pp.461, $ 28,99
ATTUALITÀ: Lo scrittore Nathaniel Rich, recensendo il libro di memorie di Amanda Knox, Waiting to Be Heard, ci offre un ritratto non solo di alcuni degli aspetti più importanti dell'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e della morbosità dei media che seguono questo caso, ma ci offre soprattutto il ritratto di una giovane donna che come una moderna Alice di Carroll (in circostanze terribili) perde la sua “innocenza” diventando finalmente adulta.

«Si stava meglio a casa – pensava la povera Alice – là, non mi capitava di diventare troppo grande o troppo piccola, né di farmi comandare da topi e conigli. Quasi quasi mi rincresce di essermi infilata giù per la tana del coniglio – eppure – eppure – c’è qualcosa di curioso in questo genere di vita! Che cosa mi può essere successo? Non capisco. Tutte le volte che leggevo una favola, mi immaginavo che quelle cose non potessero succedere, e invece eccomi qua, proprio nel bel mezzo di una favola! Dovrebbero scrivere un libro su di me, eccome se dovrebbero! Quando sarò grande, lo scriverò io – ma io sono già grande», aggiunse addoloratissima…

Lewis Carroll

Alice nel paese delle meraviglie

 

Nel maggio 2011, andai a cena a Perugia con diversi giornalisti che avevano passato la maggior parte dei tre anni e mezzo precedenti scrivendo sul caso di Meredith Kercher. Essi condividevano una visione beffarda e diffidente del procedimento giudiziario, su cui i loro resoconti avevano giocato un ruolo esagerato e forse decisivo. Ci incontrammo in un ristorante chiamato, abbastanza appropriatamente, Altromondo. Era sotto il livello della strada, come gran parte di Perugia, compresa l’aula di giustizia in cui Amanda Knox e il suo ragazzo, Raffaele Sollecito, vennero processati e fatti arrestare per la morte della Kercher. A Perugia, ti senti quasi sempre sotto il livello del terreno, anche quando sei all’aperto. La città medievale è adagiata lungo una ripida collina in strade curve, claustrofobiche che si incrociano l’un l’altra con angolazioni assurde. La strettezza delle strade è aumentata dalla tendenza degli antichi palazzi della città a protendersi in avanti, come se stessero per cadere sulla propria facciata. Il sole non brilla sulla maggior parte delle strade per la maggior parte del giorno. L’atmosfera è implacabilmente clandestina, cospiratoria, paranoide.

All’Altromondo i giornalisti ordinarono pasta al sugo di cinghiale e caraffe di vino rosso della casa. Ero a metà del mio piatto di trippa quando un giornalista disse, in modo diretto, «Non so neanche più se Amanda sia colpevole». (Era una posa dei giornalisti di Perugia riferirsi ai protagonisti del caso con i loro nomi di battesimo, proprio come la maggior parte dei fattorini di un ufficio postale di Hollywood potrebbero riferirsi a Brad o Angelina.) L’affermazione mi sorprese, perché questo particolare giornalista aveva di recente pubblicato un libro che accusava la Knox di aver ucciso la Kercher a sangue freddo.

Al nostro tavolo c’era anche un affascinante reporter di cronaca inglese la cui firma appariva regolarmente sotto i resoconti “esclusivi” sul processo. I tabloid inglesi erano stati ispirati da Amanda Knox verso grandi vette retoriche, anche considerando i loro già formidabili standard. I titoli più appariscenti, che successivamente risultarono tutti fuorvianti se non vistosamente falsi, includevano: «“MEREDITH MUORE STANOTTE”: AGGHIACCIANTE SMS PRESAGIVA L’OMICIDIO A SFONDO SESSUALE DELLA STUDENTESSA»; «IL SELVAGGIO, INDECENTE PASSATO DI FOXY KNOXY»; «FOXY KNOXY “TENEVA GIÙ MEREDITH DURANTE LA VIOLENZA SESSUALE MORTALE”»; «Meredith Kercher “DISSE CHE AMANDA ERA UNA PUTTANELLA STRAFATTA”»; «FOXY KNOXY, LA RAGAZZA CHE DOVEVA GAREGGIARE CON LA PROPRIA MADRE PER GLI UOMINI»; «AMANDA KNOX: SONO UN BERSAGLIO SOLO PERCHE SONO SEXY»; «AMANDA KNOX ASSASSINA CON LA FACCIA D’ANGELO E OCCHI DI GHIACCIO».

Forse il miglior esempio è stato un articolo sul ‘Daily Mail’ intitolato: «AGGHIACCIANTI FOTO DELLA SCENA DELL’OMICIDIO DI MEREDITH RIVELANO L’ORRORE DEL BAGNO DI SANGUE NELL’APPARTAMENTO». Descriveva le condizioni del bagno che condividevano Kercher e Knox nel loro strano appartamento sulla collina, che era arroccato sul bordo dell’anello esterno della circonvallazione di Perugia, con vista su un ripido burrone. La mattina dopo l’omicidio, prima che il corpo della Kercher fosse scoperto nella sua camera da letto chiusa a chiave, la Knox aveva fatto una doccia nel bagno. Aveva dichiarato di non aver notato alcuna ovvia evidenza di un crimine – solo due macchioline di sangue nel lavandino e una macchia marrone-rossastra sul tappeto del bagno.

Ma nella fotografia che accompagnava l’articolo, il bagno appariva come completamente immerso nel sangue. Era quel genere di immagine che ti aspetti di vedere in un film dell’orrore stile Grand Guignol, e appariva come una prova incontrovertibile della colpevolezza della Knox – il liquido rosso doveva essere effettivamente sangue. Ma non era sangue. Era Luminol, un agente chimico usato per evidenziare il sangue, che diventa rosso dopo una prolungata esposizione all’aria. Il giornalista avrebbe dovuto sapere questo. Ciononostante il suo articolo descriveva la stanza da bagno come “immersa nel sangue” e “spalmata di sangue”. Era uno degli innumerevoli resoconti costruiti per condizionare, il pubblico e per estensione la non isolata giuria di Perugia, contro la Knox.

Durante la cena il giornalista inglese mi spiegò come faceva il suo lavoro. Non aveva un contratto con alcun giornale, ma metteva all’asta ogni storia al miglior offerente. Se un suo concorrente offriva un racconto più drammatico agli editori o uno che potesse essere scritto più velocemente, egli sarebbe stato scavalcato. Era sotto una significativa pressione per vendere i pezzi, poiché doveva pagarsi la permanenza a Perugia, e stava in un hotel a buon mercato per mantenere basse le spese. Ammise anche con me di non avere idea se la Knox fosse colpevole e non gli interessava che lo fosse o meno.

Durante i dieci giorni in cui condussi interviste a Perugia, inclusa una con Giuliano Mignini, il procuratore capo del caso, seppi che non c’erano prove fisiche persuasive che collegassero la Knox o il suo ricco fidanzato Raffaele Sollecito, all’omicidio della Kercher1. Né c’era alcun motivo coerente, un fatto chiaramente riconosciuto da una degli investigatori nella sua dichiarazione conclusiva. «Viviamo –  disse questa – in un’epoca di violenza senza senso». Parte di me, lo ammetto, fu disturbata. La storia di due studenti di college imprigionati per un crimine che non avevano commesso era molto più incomprensibile, e meno drammatica, della teoria dell’accusa e cioè: che una Knox ninfomane, insieme al fidanzato e a Rudy Guede (il solo sospetto che lasciò tracce fisiche sulla scena del crimine), avesse ucciso la Kercher perché lei rifiutò di partecipare a un’orgia. Ma fu questa raccapricciante fantasia che risultò irresistibile per i giornalisti, per i responsabili delle televisioni e per i filmmaker che erano scesi a Perugia negli ultimi quattro anni. La storia poteva non essere interamente convincente, ma vendeva.

Knox e Sollecito sono stati dichiarati liberi alla fine del loro processo d’appello il 3 ottobre del 2011. «La sola prova indiziaria che rimane – concludeva la corte nel suo rapporto conclusivo – …non stabilisce in alcun modo la colpevolezza di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per il crimine d’omicidio». La Knox era stata nella prigione di Capanne per circa quattro anni. Durante quel tempo la sua famiglia, nelle stime di suo padre, aveva speso più di 1.5 milioni di dollari di spese legali e viaggi. Nel febbraio 2012, fu riferito che la Knox, che non aveva mai rilasciato un’intervista formale alla stampa, aveva firmato il contratto per un libro per circa 4 milioni di dollari. La memoria in 461 pagine è stata scritta con l’assistenza di una giornalista, Linda Kulman, in circa sei mesi. È stata pubblicata questo aprile – meno di un mese dopo che la più alta corte in Italia, con un sorprendente dietrofront, aveva capovolto l’assoluzione della Knox e ordinato un nuovo processo. Lo stato del nuovo processo a questo punto rimane incerto, ma sembra difficile che la Knox sarà estradata (Sollecito, che vive ancora in Italia, potrà non essere così fortunato).

Waiting to Be Heard (Aspettando di essere ascoltata) è, come la mette il suo editore, la chance della Knox per «raccontare per la prima volta l’intera storia dal suo punto di vista». È notevole, perciò, quanto poco della sua storia non fosse già stato detto. I dettagli dell’investigazione e dei processi sono stati largamente documentati per anni, sulla stampa e sulle ossessive chat room di internet dedicate al suo caso. Gli sforzi determinati di Migniti e dei suoi colleghi per provare la colpevolezza della Knox, e per proteggere la loro reputazione, appariranno familiari a chiunque abbia una conoscenza trascorsa del caso, così come lo sarà il ritratto della Knox come una sfigata, viziata teenager di Seattle, candida fin quasi al punto dell’aberrazione. Come il suo patrigno mi disse: «è la persona più intelligente che potresti conoscere» ma «stupida come una pietra» quando «se la deve cavare per le strade di una città». Era il tipo di teenager che cantava a squarciagola a sé stessa nei corridoi della sua scuola e camminava per strada come un egiziano (Walk like an Egyptian è il titolo di una canzone del 1986 del gruppo rock The Bangles, N.d.R.) o un elefante. Avvicinava i barboni nei parchi e gli faceva domande sulla loro vita, e attraversava Seattle in bicicletta di notte senza consultare una mappa. Il suo solo fidanzato vero prima di Sollecito aveva una cresta da moicano e indossava un kilt.

Dopo quattro anni in prigione, la Knox non è più ingenua. Ma è chiaro da Waiting to Be Heard che lei – o il suo team legale – si sentisse spinta a giustificare il suo stravagante, spesso immaturo comportamento durante le indagini e il processo. Ciò è comprensibile, poiché molti dei suoi problemi derivarono dalle osservazioni degli investigatori italiani delle sue azioni nelle ore e nei giorni seguenti l’omicidio della Kercher. Tuttavia, la costante affermazione della sua precedente ingenuità può essere stancante: «Ero troppo ingenua allora…», «Ero troppo ingenua per immaginare che…», «Così ingenua quanto ora capisco che questa era…»; «Perché sono ancora così ingenua?», «Ero molto ingenua e assolutamente non coraggiosa…», «Ero ingenua». Queste sono anche le parti del libro che sembrano subire l’impronta più pesante di un collaboratore più vecchio, leggermente paternalistico – o di un avvocato. È difficile dar credito che frasi come la successiva siano state scritte da un venticinquenne: «il sesso casuale era, per la mia generazione, semplicemente quello che si faceva», o «ora vedo che ero un topolino nel gioco del gatto».

Tuttavia lo sconvolgente nell’ingenuità della Knox è la parte centrale della memoria che è anche la narrazione più avvincente. Naive: dal francese antico naif, appena nato; la Knox, quando arrivò in Italia era ancora una bambina. Waiting to Be Heard appartiene al genere romanzo di formazione, anche se la trasformazione della Knox fu in modo inconsueto brusca e violenta (anche se non, naturalmente, così brusca e violenta come quella di Meredith Kercher). Il sistema della giustizia criminale italiano ha offerto alla Knox un corso di immersione nella disillusione, nel cinismo, nell’indifferenza e nella crudeltà. Le lezioni sono state troppo veloci per lei da digerire, tuttavia, tanto che ha speso i primi due anni a Capanne in uno stato di negazione.

Quando, dopo essere stata imprigionata per omicidio e condannata a ventisei anni, fu finalmente forzata a dare un senso al suo destino, si rivolse alla letteratura. I suoi resoconti della prigione, in cui elencava i libri che leggeva, rivelano che stava compiendo un percorso educativo attraverso l’esistenzialismo (Al di là del bene e del male di Nietzche, Senza uscita e La nausea di Sartre), il realismo magico (Calvino, Borges, Eco), l’assurdo e la disperazione (Kafka, Vonnegut, Beckett, Woody Allen), e il suo sottogenere, la prigionia (I Know Why the Caged Bird Sings, Lo scafandro e la farfalla, La consolazione della filosofia di Boezio). Stava studiando il canone. Stava cercando disperatamente di coglierlo. E stava prendendo appunti. Un giorno, suo padre predisse a un giornalista nel 2009, «scriverà il suo libro su questo».

Un certo numero di scrittori, a cominciare da John Guare nel 2009, hanno descritto la Knox come una Daisy Miller dei giorni nostri. «L’urgenza di paragonare le due è irresistibile», ha scritto recentemente Sam Tanenhaus sul ‘New York Times’.

Come la Knox, l’eroina americana di James, lasciò gli osservatori a chiedersi se la sua apparenza angelica esterna mascherasse «una calcolatrice, un’audace, una giovane donna senza scrupoli», anche se era «molto poco sofisticata», come spiega James, «solo una graziosa e civettuola americana». Ma Waiting to Be Heard segue un modello letterario differente, nel suo racconto la storia della Knox appartiene meno a Henry James e più a Lewis Carroll.

La Knox cade giù nella tana del bianconiglio quattro giorni dopo l’omicidio della Kercher, nel momento in cui viene presa in custodia dalla polizia. Questo è anche, non per pura coincidenza, il punto in cui il memoriale comincia. È dove la Knox comincia a raccontare la sola parte della sua storia che è nuova: i dettagli della sua vita nella prigione di Capanne e il modo in cui la cambiarono.

Presto quella mattina, dopo un violento interrogatorio in cui gli investigatori usarono quasi tutti i trucchi psicologici e procedurali disponibili per ottenere una confessione, la Knox aveva firmato due dichiarazioni. Le dichiarazioni erano scritte in italiano dalla polizia. Entrambe coinvolgevano il suo capo, Patrick Lumumba, il proprietario di un nightclub locale, e in entrambe la Knox dichiarava di essere stata sulla scena dell’omicidio.

Queste erano bugie, anche se bugie suggerite dagli investigatori, e in aggiunta alla sua condanna per omicidio la Knox sarebbe stata giudicata colpevole di aver diffamato Lumumba; questa accusa fu mantenuta in appello, nel momento in cui fu scagionata dall’accusa di omicidio. Benché avesse un forte alibi, Lumumba fu tenuto in galera per quasi tre settimane. Fu rilasciato quando i test confrontarono le impronte digitali e il DNA trovati sulla scena del delitto con quelli di Rudy Guede, un ladro di bassa tacca senza precedenti penali che era fuggito nei giorni seguenti la morte della Kercher. Guede fu condannato in un processo separato e sta scontando attualmente sedici anni di prigione. La seconda dichiarazione della Knox fu firmata alle 5:45 del mattino. Alle 2 del pomeriggio stava già esprimendo dubbi agli investigatori.

«Quello che ho detto l’altra notte non mi pare che corrisponda ai miei ricordi», dice. «Mi sento come se avessi immaginato gli eventi».

«No, la tua memoria tornerà», replica un investigatore, «vedrai».

La Knox è informata che dev’essere tenuta in custodia «solo per un paio di giorni – per ragioni burocratiche». È messa in una stanza davanti a un dottore, un’infermiera e diverse poliziotte, le si chiede di spogliarsi nuda e allargare le gambe:

 

Il dottore ispezionò le labbra esterne della mia vagina e poi le separò con le sue dita per esaminare l’interno. Misurò e fotografò le mie parti intime. Non potevo capire perché stessero facendo questo.

 

Più tardi quel giorno è gettata nella prigione di Capanne. Una delle sue guardie la abbraccia salutandola.

«Andrà tutto bene», dice la guardia, rassicurandola. «La polizia avrà cura di te».

Perché le guardie carcerarie e la polizia cercassero costantemente di rassicurare la Knox, anche dopo che lei aveva firmato la sua confessione, è tanto enigmatico quanto ogni altra cosa la Knox fece nelle ore seguenti l’omicidio della Kercher (lei sarebbe poi stata criticata per essersi stirata le gambe nella stanza d’attesa della stazione di polizia, per aver abbracciato Sollecito ed essersi seduta sulle sue ginocchia, e per non aver pianto abbastanza per la sua amica assassinata). Quando la Knox contesta la restrizione della sua libertà, le viene detto che ciò è fatto per la sua sicurezza. Lei accetta questa spiegazione – il killer della Kercher, dopotutto, era ancora a piede libero. E lei crede di stare aiutando le indagini. Vuole maldestramente essere d’aiuto. Quando la Knox è ammanettata, lei cortesemente informa la sua guardia che le  manette sono troppo larghe. «Mi scusi», dice, «ma posso far scivolare fuori la mia mano». Le sue manette vengono strette. «Non mi venne in mente», scrive, «che forse dovevo chiamare un avvocato».

I giorni passano. I suoi carcerieri dicono «è solo per pochi giorni», «ragioni burocratiche», e «è tutto sotto controllo». Viene in mente Alice, che insegue il Grifone e la Falsa Tartaruga per arrivare in tempo in tribunale. «Che processo è?» chiede Alice, affannata, senza realizzare che è il suo processo.

Infatti è fino alla prima apparizione in tribunale della Knox, una settimana dopo il crimine, che lei non si rende conto di essere la principale sospettata dell’omicidio. Anche allora occorrerà un altro anno prima che riceva un’accusa formale per il delitto.

A Capanne, le cose divengono via via più strane. Un giorno un dottore della prigione la informa che è risultata positiva al test per l’HIV. Sconvolta, la Knox compila una lista nel suo diario della sua storia sessuale: sette partner, tre da quando è arrivata in Italia. L’informazione è immediatamente trasmessa agli investigatori e usata come profilo caratteriale contro di lei. Due mesi dopo scopre di non avere l’HIV. Fu, il suo test positivo, il risultato di un errore in buona fede, o un piano per estorcere informazioni? Possiamo solo fare ipotesi. La Knox è isolata dalle altre detenute e tenuta sotto stretta sorveglianza. Le guardie carcerarie la osservano mentre fa la doccia o va in bagno. Il suo solo amico è un prete della prigione, Don Saulo, che le dice cose come «non importa cosa accade, vivi la tua vita nella sua pienezza». Le sue conversazioni con i visitatori sono registrate, così come le telefonate. I suoi diari, le sue lettere, anche i suoi esercizi di grammatica sono regolarmente prelevati dalla sua cella. Le sue parole, scritte e origliate, sono estratte dal contesto per giustificare le teorie dell’accusa. Durante una visita della madre, la Knox, discutendo del suo alibi (lei era con Sollecito la notte dell’omicidio), dice: «È stupido. Non posso dire altro che la verità, perché so che ero là». Lei si sta riferendo all’appartamento di Sollecito, ma l’accusa prende quel “là” nel senso di scena del crimine. Un paio di settimane dopo il ‘Telegraph’ di Londra pubblica un pezzo sotto il titolo “UNA REGISTRAZIONE COLLOCA LA KNOX SULLA SCENA DEL DELITTO”. Il giudice concorda con questa interpretazione. «Può certamente essere letta come una conferma della presenza della ragazza nella sua casa al momento del crimine», scrive in una dichiarazione. Questo prova, aggiunge, che la Knox è «scollegata dalla realtà con un’elevata… fatale, capacità di uccidere ancora».

La maggior parte viene perso nella traduzione – non è sempre chiaro se dovuto a incompetenza o a malafede. Si consideri il seguente passaggio da uno dei suoi diari di prigione sequestrati, scritto dopo che era stato riferito che il DNA di Sollecito era stato ritrovato sul reggiseno della Kercher (un ritrovamento che si rilevò successivamente erroneo):

 

A meno che Raffaele abbia deciso di uscire dopo che io mi ero addormentata, abbia afferrato il suddetto coltello, sia andato a casa mia, lo abbia usato per uccidere Meredith, sia tornato a casa, lo abbia pulito, abbia sfregato le mie impronte digitali su di esso, lo abbia messo via, e poi si sia rinfilato nel letto, e quindi abbia fatto finta davvero molto bene nei due giorni successivi, beh, io ho proprio forti dubbi su tutto ciò.

 

La traduzione italiana di questo passaggio (nell’articolo originale ritradotta in inglese e a sua volta ritradotta da noi in italiano, N.d.R.),  trasforma lo scetticismo in affermazione, il dubbio in incomprensibilità:

 

Non ricordo nulla. Ma penso che sia possibile che Raffaele andasse a casa di Meredith, la violentasse e poi la uccidesse. E poi quando tornò a casa, mentre stavo dormendo, mettesse le miei impronte digitali sul coltello. Ma non capisco perché Raffaele lo abbia fatto.

La successiva esclusiva del ‘Daily Mail’ portò il “gioco del telefono” (del passaparola) un gradino più oltre: «Amanda Knox ha ora accusato Raffaele Sollecito di aver commesso l’omicidio e di aver impresso le sue impronte digitali sull’arma del delitto mentre lei dormiva».

Comincia a divenire chiaro alla Knox e ai suoi accusati che l’accusa sta manipolando le prove. I dati degli hard disk dei computer che appartengono alla Knox, a Sollecito e alla Kercher e a un altro coinquilino della Knox, che avrebbero potuto convalidare gli alibi degli imputati, sono stati cancellati dai tecnici della polizia. Ciò dimostra incompetenza. Con la finalità di giustificare la mancanza di prove fisiche sulla scena del crimine, gli investigatori ipotizzano che la Knox abbia cancellato le sue tracce (ma non quelle di Guede) con detersivi e materiale per la pulizia. Così uno scontrino della pizza, trovato tra gli effetti personali, è presunto

essere una ricevuta della candeggina.

Di fronte all’assenza di un’arma del delitto, un investigatore apre il cassetto delle posate nella cucina di Sollecito e rimuove un coltello. Quando gli viene chiesto come sapesse di dover esaminare proprio quel coltello, e non uno degli altri nel cassetto, l’investigatore fa riferimento ad un “intuito investigativo”. In una perfetta distorsione burocratica, l’accusa invia alla Knox il conto per le “spese investigative”, inclusi i compensi per la traduzione dei suoi diari, il che significa che lei deve personalmente finanziare l’investigazione dello Stato contro di lei.

Nel frattempo gli avvocati della Knox continuano a incasinare il caso sul fronte della pubblica opinione. Non volendo scendere al livello dell’accusa, rifiutano di parlare alla stampa del caso. Uno di loro corre persino via dai giornalisti nella strada davanti al tribunale. Ma questa strategia si dimostra disastrosa, poiché ogni punto delle prove falsificate è riferito senza contestazione. La Knox comprende esattamente quanto disastrosa sia questa strategia, perché le sue compagne di cella tengono la televisione accesa tutto il giorno e rifiutano di spegnerla. La maggior parte del tempo la Knox si ritrova a guardare sé stessa in televisione.

«Mi sentivo stranamente piccola», scrive la Knox, «come Alice nel paese delle meraviglie, mentre ogni cosa intorno a lei era più grande».

Tuttavia il lettore di Waiting to Be Heard, riceve l’inequivocabile sensazione che almeno in quella prima, frenetica settimana d’investigazione, alla Knox non dispiacesse la sensazione di divenire molto più grande. Ha viaggiato all’estero con l’obbiettivo di «imbattersi nella maturità». Per un anno aveva fatto lavoretti extra, risparmiando denaro in modo da potersi pagare il viaggio in l’Italia, e aveva combattuto duramente per ottenere il permesso dei suoi genitori. Anche durante l’interrogatorio, circondata dagli investigatori che la schiaffeggiavano sulla nuca e le davano della bugiarda, secondo le sue dichiarazioni nel libro, lei non ha mai preso in considerazione di lasciare Perugia.

«Ero determinata a non lasciare che questa tragedia vanificasse tutto quello per cui avevo lavorato così duramente nell’ultimo anno», scrive. «Il modo in cui la vedevo, se fossi andata a casa, era che stavo confessando un fallimento». L’omicidio della sua coinquilina aveva spinto la maturità su di lei molto prima di quanto lei avesse previsto. Ma nonostante l’orrore delle circostanze e la paura degli anni in prigione, come poteva l’esperienza non essere stata anche, in qualche modo, segretamente emozionante? Si era guadagnata la maturità alla fine. E ciò che aveva perso – ciò che tutti noi perdiamo, quando lasciamo dietro di noi l’infanzia – era la sua libertà.

 

1. Per un resoconto dettagliato del caso e del processo, si veda il mio articolo: The Neverending Nightmare of Amanda Knox, ‘Rolling Stone’, 27 giugno 2011.

 

NATHANIEL RICH è uno scrittore e saggista americano. Scrive per ‘The New York Review of Books’, ‘San Francisco Chronicle’ e ‘The Paris Review’. È autore del saggio San Francisco Noir. The City in Film Noir from 1940 to the Present  (The Little Bookroom. 2005) e dei due romanzi The Mayor’s Tongue (Riverhead Books 2008) e Odds Against  Tomorrow (Farrar, Straus and Giroux 2013)

 

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