Suketu Mehta

Nelle violente favelas del Brasile

da ''The New York Review of Books''
ATTUALITÀ: Negli ultimi anni il Brasile ha compiuto progressi economici straordinari, e adesso vanta la classe media più numerosa del mondo. Ma è ancora un paese in cui le diseguaglianze sociali sono molto forti, con un tasso di povertà e violenza altissimi. Lo scrittore Suketu Metha ci offre un reportage all'interno di uno dei luoghi simbolo di queste diseguaglianze: le favelas in cui vivono in condizioni di estrema povertà milioni di brasiliani, e in cui, nonostante gli sforzi, a dettare legge non è lo Stato, ma gang di trafficanti e poliziotti corrotti.

L’amica brasiliana Marina ed io stavamo andando a prendere un’ altra amica in visita da New York, che dirige una ONG, nella hall del suo hotel vicino a Paulista, il viale più prestigioso di San Paolo. Erano le 7.30 di un trafficato venerdì notte lo scorso ottobre. Camminavamo verso un taxi fuori dall’hotel. Mi sedetti davanti per lasciare le due donne dietro a chiacchierare. Marina mi chiese di controllare il menù del ristorante su Google. Lo stavo facendo quando vidi un teenager correre verso il taxi e gesticolare attraverso il mio finestrino aperto. Pensavo fosse un mendicante che chiedeva denaro. Poi ho visto la pistola che si muoveva dalla mia testa al cellulare.

«Dagli il telefono», disse Marina dal sedile di dietro.

Gli diedi il telefono. Lui non andò via.

«Dinheiro, dinheiro!»

Non volevo dargli il mio portafoglio. Il ragazzo gridava oscenità. «Dinheiro, dinheiro!»

Il corpo del ragazzo fece un salto indietro, quando il braccio di un uomo intorno al suo collo lo sollevò da terra. L’uomo, vestito con una camicia nera, stava urlando; aveva assalito il ragazzo dalle spalle. Cominciò a picchiare il ragazzo. Il tassista seduto vicino a me era impassibile. Disse che questo non gli era mai successo prima, ma non avrebbe potuto essere più menefreghista.

La cosa successiva che vidi fu il ragazzo e un altro teenager, probabilmente il complice, scappare lungo la strada. L’uomo in camicia nera li inseguì per un po’, poi tornò affannato al taxi. «Il bastardo ha preso qualcosa?» chiese il nostro salvatore, che più tardi soprannominammo Batman. Non era un poliziotto come avevo pensato all’inizio; era solo un comune cittadino stanco dei criminali.

«Un telefono», rispose Marina.

«Figli di puttana. Questi stronzi – vengono sempre in due. Codardi.»

Il tassista ci guidò alla più vicina stazione di polizia. Due poliziotti indolenti erano le sole persone lì dentro. «Ce ne sono dieci al giorno di queste denunce, solo in questo distretto», disse uno di loro.

L’altro poliziotto andò a controllare nel suo registro. «Tre prima di voi oggi». Ci sono 319 rapine a mano armata al giorno a San Paolo.

Ognuno in questo paese ha una storia analoga. Priscilla, che incontrai il giorno seguente, è stata rapinata dieci volte. Una volta un ragazzo teneva una bottiglia di vetro rotta sul suo collo. Un’altra volta era in una casa invasa da uomini armati, e uno di loro tenne un fucile puntato alla sua testa per quaranta minuti.

Io me la cavai con poco –  persi solo il telefono. Avevo ancora il mio portafoglio, grazie a Batman, e non ero stato ucciso o rapito.

Le città del Brasile sono oggi tra i posti più violenti del mondo. Vengono uccise più persone in Brasile che in ogni altro paese del mondo. Nel 2010, ci sono stati 40.974 omicidi – 21 ogni 100.000 abitanti, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite sulle Droghe e il Crimine (UNODC), rispetto a un rapporto medio globale di 6,9. Il più alto numero di omicidi è stato in India, 41.726. Ma l’India ha una popolazione sei volte maggiore del Brasile, così il suo rapporto è solo di 3,4 per 100.000 abitanti. (L’Italia, per fare un confronto ha avuto 529 omicidi quell’anno, con un rapporto di 0,29). Quattro città del Brasile hanno un rapporto di omicidi superiore a 100 per 100.000 residenti. Gli omicidi risolti in Brasile sono tra il 5 e l’8 percento – a confronto del 65 percento degli omicidi americani e del 90 percento degli omicidi in Inghilterra. La maggior parte delle vittime sono maschi e poveri, tra i quindici e poco meno dei trent’anni. L’alta percentuale di omicidi ha ridotto di sette anni le aspettative di vita nelle favelas di Rio.

E quest’anno un’altra forma di violenza ha cominciato a guadagnarsi le prime pagine, con diversi casi gravi di stupro a Rio, incluso quello di un’americana in un autobus pubblico in movimento. Gli stupri nella città sono aumentati del 24 percento l’altr’anno, fino a 1.972 casi riportati. I sociologi e i funzionari di polizia hanno difficoltà a spiegare questa tendenza in un paese in cui le donne sono libere di vestire come piace a loro, le cui leggi sono spesso ritenute un modello per combattere la violenza di genere, e il cui presidente, Dilma Rousseff, è una donna.

La violenza sugli esseri umani va di pari passo con la violenza che colpisce l’ambiente. Nella grande striscia di verde che costituisce una larga parte del paese, incendi, disboscamenti e gli ambiziosi progetti degli speculatori agricoli, continuano a devastare la foresta pluviale, a dispetto dei – o forse a causa dei – cambiamenti apportati dal presidente Rousseff nel codice forestale emanato per la prima volta nel 1965. Secondo rappresentanti del governo, la deforestazione, diminuita dell’84 percento negli otto anni prima dell’agosto del 2008 ha mostrato un incremento del 35 percento da quell’anno.

La violenza non ha impedito al Brasile di emergere a livello mondiale come il paese più importante dell’America Latina. Il prossimo anno ospiterà la Coppa del Mondo di calcio; due anni dopo le Olimpiadi. Tra il 2003 e il 2011, Luiz Inácio Lula da Silva – “Lula” – straordinario presidente del Brasile, ha varato una riforma dietro l’altra che ha fatto crescere l’economia del paese. La Rousseff, suo successore, era fino alla proteste di questo giugno, favorita per ottenere un secondo incarico il prossimo anno. Sia lei che Lula sono del Partito dei Lavoratori di centrosinistra. Ora, benché non stia crescendo così rapidamente come ha fatto nei giorni prima della crisi del 2008, l’economia è ancora la settima più grande del mondo. La popolazione del Brasile nel 1950 era per l’85 percento rurale e per il 15 urbanizzata. Oggi il rapporto è invertito: la popolazione è per l’87 percento urbanizzata. In tempi recenti è l’urbanizzazione più veloce di ogni altro paese

Il Brasile è anche un modello per gli altri paesi in via di sviluppo che cercano di aiutare la parte più povera della loro popolazione. Bolsa Familia (assegno familiare), introdotto da Lula nel 2003, è un programma di straordinario successo che prevede che il governo dia piccole somme di denaro contante direttamente alle famiglie povere. Alcuni dei benefici disponibili sono vincolati a certi requisiti che chi li riceverà deve dimostrare, come per esempio la certezza che i loro bambini vadano a scuola. Riguarda un quarto di tutti i Brasiliani, 50 milioni di persone. Questo programma ha condotto a una diminuzione del 20 percento nella diseguaglianza economica in Brasile dal 2001, anno in cui era uno dei paesi più ineguali del pianeta. Grazie a Bolsa Familia, la classe media del Brasile è cresciuta da 40 a 105 milioni negli ultimi dieci anni. Creando così la più numerosa classe medio-bassa del mondo.

Le rivoluzioni generalmente cominciano con la formazione di una classe media, come gli eventi recenti dimostrano. In giugno, le proteste a San Paolo per un aumento di dieci centesimi nei biglietti degli autobus, si sono trasformate nelle più grandi dimostrazioni dalla caduta della dittatura, portando milioni di persone nelle strade di tutte le maggiori città. Protestavano contro le spese sontuose per la Coppa del Mondo e per altri eventi sportivi a scapito dei servizi di base per il trasporto e l’educazione; per la corruzione endemica nel Partito dei Lavoratori; per il rallentamento dell’economia; e per gli alti livelli di violenza nella società brasiliana. La maggior parte dei protestanti erano giovani, universitari e non affiliati ad alcun partito.

Il governo ha cercato con forza di rispondere alle lagnanze ad ampio raggio dei dimostranti. I sindaci di San Paolo e di Rio hanno fatto marcia indietro sul biglietto dell’autobus. Dilma Rousseff ha promesso un referendum su un pacchetto di riforme che include un cambiamento dal sistema proporzionale al voto per distretto, che può significare un’amministrazione più responsabile nelle favelas. I dimostranti, alcuni dei quali vorrebbero un’immediata cancellazione della Coppa del Mondo, non sembrano molto contenti. Il gradimento della Rousseff è sceso dal 57 percento di inizio giugno al 30 percento di un mese dopo.

La rabbia dei dimostranti nasce in parte dalle ingiustizie che hanno attraversato la storia del Brasile. Bolsa Familia ha fatto molto per risolvere il problema dell’ineguaglianza, ma poco per quello della razza. Metà del paese è nero, ma i neri sono il 70 percento dei brasiliani più poveri. Secondo studi basati sul censimento del 2000, un ragazzo brasiliano bianco di diciotto anni ha, in media, 2,3 anni di educazione in più rispetto a un ragazzo nero di diciotto anni. Anche il padre di un ragazzo bianco ha 2,3 anni in più d’istruzione rispetto al padre di un ragazzo nero. Sessanta anni fa, il nonno di un ragazzo bianco di oggi aveva 2,4 anni di educazione in più. Praticamente ogni altra cosa nel paese è cambiata, ma la disparità nell’educazione tra bianchi e neri è rimasta ostinatamente costante per tre generazioni.

Ai brasiliani piace pensare a sé stessi come a una società multirazziale, ma una passeggiata nelle favelas delle città demolisce questo mito. La maggior parte dei residenti è di pelle scura, molto più scura della maggior parte dei ricchi che vivono vicino all’oceano o nei sobborghi, e più scura della maggior parte dei giovani che stavano recentemente protestando nelle strade. Nell’ultimo anno e mezzo, sono stato a visitare San Paolo, e in particolare Rio de Janeiro, per osservare il processo di “pacificazione”, attraverso il quale il governo tenta di entrare e ristabilire il controllo dello stato nelle enclavi più violente delle città, quelle dominate dalle gang della droga chiamate traficantes, o dalle associazioni di poliziotti corrotti chiamate milizie. Fino al 2008, quando il programma di pacificazione partì, i traficantes controllavano con la forza metà delle favelas, e le milizie l’altra metà. Entrambe detengono ancora il potere nella maggior parte delle favelas. L’obbiettivo più recente del piano del governo statale di Rio, chiamato la Unidade de Policia Pacificadora (UPP), o Unità di Pacificazione della Polizia, è di portare entrambi questi gruppi fuori e rimpiazzarli con lo stato. Oggi, dei 6,3 milioni di abitanti di Rio, 1,4 vive nelle favelas. Ce ne sono circa 630, che contengono più di un migliaio di “comunità”. Il governo statale mira a “pacificare” quaranta di queste favelas in tempo per la Coppa del Mondo del prossimo anno – una sorta d’azione dimostrativa per avere l’attenzione dei visitatori. Da quando il programma partì nel 2008, trenta delle più grandi sono state pacificate – cioè, sono sotto il controllo delle forze ufficiali di polizia, non degli spacciatori o delle milizie. Nel passato, la polizia compiva raid in singole favelas, catturava o uccideva gli spacciatori più grossi, e se ne andava. Essi sarebbero stati subito rimpiazzati da altri spacciatori, e la violenza sarebbe continuata. «La nuova strategia è di non puntare a singoli spacciatori. È di prendersi di nuovo il territorio», mi ha detto un alto ufficiale della polizia.

Sotto il programma UPP, unità di élite della polizia – e in alcuni casi truppe dell’esercito e anche della marina – invadono le favelas e rimangono per un massimo di tre mesi. Poi sono rimpiazzati dalla polizia regolare e da squadre di inservienti civili della UPP. L’UPP organizza le scuole e la raccolta dei rifiuti, porta società private e pubbliche per fornire servizi come l’elettricità e la televisione, e rilascia documenti legali come i certificati di lavoro e di residenza. Nelle aree sotto il loro controllo, le UPP hanno messo in piedi comitati per la sicurezza della comunità, che tentano di mediare nei conflitti tra le teste calde locali prima che esplodano. Il messaggio è: lo Stato è qui per rimanere. Finora il programma è stato generalmente visto come un successo, ed è stato il principale fattore nella rielezione di Sérgio Cabral nel 2010 come governatore dello Stato sostenuto dal Partito dei Lavoratori.

Una notte a Rio, Walter Mesquita, un fotografo di strada, mi portò a un baile funk, un party di strada organizzato dagli spacciatori, in una favela non pacificata di Ararà. Fu una scena straordinaria: a mezzanotte i traficantes hanno bloccato molti isolati, trasformando la favela in un gigantesco nightclub all’aperto. Da una parte della strada c’era un gigantesco muro costituito da dozzine di altoparlanti, che sparavano canzoni e storie su uccisioni di poliziotti e sesso minorile. I teenager vagavano imbracciando gli AK-47; ragazze preadoloscenti inalavano droga e danzavano. In alcuni angoli la cocaina veniva venduta da grandi sacchetti di plastica. Tutti danzavano, le nonne danzavano, i bambini danzavano, io danzavo. Andò avanti fino alle otto del mattino.

Benché questi party siano ufficialmente proibiti nelle favelas pacificate a causa delle infrazioni multiple della legge, che vanno dal disturbo della quiete all’incitazione all’omicidio – anche la musica suonata lì è chiamata baile funk proibidão lo Stato e le sue forze non erano da nessuna parte. Le gang rivali erano una minaccia più grande della polizia. Le tre gang che controllano la maggior parte di Rio sono rimaste più o meno immutate per le ultime due decadi: il Commando Rosso, il Terzo Commando e Gli Amici degli Amici. Secondo un alto ufficiale della polizia con cui ho parlato, in una città di poco più di sei milioni di persone, ci sono circa da trenta a quarantamila persone nelle gang.

Il giorno dopo il baile funk stavo volando in un elicottero della polizia sopra Rio. Ci portò sopra Ipanema, una spiaggia per benestanti, e sulla favela recentemente pacificata di Rocinha. Domandai se potessimo volare sopra Ararà. Il pilota la indicò a distanza e disse che non poteva volare direttamente sopra di essa. Era preoccupato di essere abbattuto. Un paio di anni prima, i traficantes avevano abbattuto un elicottero della polizia con armi antiaeree. Così la polizia non poteva entrare in sicurezza in una grande parte di Rio né da terra né da aria. Questo è anche il futuro di molte megacittà nel mondo in via di sviluppo, da Nairobi a Caracas. C’è una divisione de facto del potere tra i legittimi organismi dello Stato e le gang, le milizie. Molta gente morirà perché gli esatti limiti di questa divisione del potere siano negoziati.

Il mio amico Luiz Eduardo Soares mi raccontò una storia sul potere nelle favelas. Lui è un antropologo che è stato segretario nazionale per la sicurezza pubblica nel 2003. Ha scritto anche il libro Tropa de Elite, uno studio sulla corruzione e la brutalità della polizia, che è stato tradotto nel film più popolare nella storia del cinema brasiliano. Si è fatto molti nemici tra i politici e la polizia corrotta. Nel 2000 forze di sicurezza trovarono piani dettagliati per uccidere Luiz e le sue figlie – c’erano appunti su quando e dove sarebbero andate a scuola e a che ora. Gli organizzatori erano ufficiali corrotti della polizia. Luiz dovette fuggire con la sua famiglia, prima negli Stati Uniti, e poi quando tornò in Brasile, in uno stato del sud del paese.

Una notte Luiz ricevette una telefonata da un uomo chiamato Lulu, uno dei traficantes più importanti di Rio. Lulu era ormai vecchio per il traffico di droga – nei suoi trenta. Voleva arrendersi; voleva smetterla con le gang e vivere per vedere suo figlio crescere.

Luiz disse che se Lulu fosse andato a incontrarlo avrebbe dovuto farlo arrestare. Allora sarebbe stato messo in una prigione come Carandiru, quella in cui dopo una rivolta nel 1992 la polizia aprì i cancelli e mitragliò i detenuti massacrando 111 di loro. Luiz sperava il meglio per Lulu, ma le sue prospettive non sembravano buone. Era ricercato sia dalla polizia che dalle gang rivali.

Un po’ più tardi Luiz era nell’estremo nord del paese, in un tempio tradizionale dove si venerano vecchie divinità, quelle che esistevano prima dell’arrivo dei portoghesi. Luiz stava pregando quando sentì un colpo sulla spalla. Si girò e vide Lulu sorridergli.

«Cosa ci fai qui?» domandò Luiz.

«Sono qui per vedere mia madre. Parto».

Subito dopo quell’incontro la polizia di Rio trovò Lulu. Fu stupido per lui: il primo posto in cui un ricercato corre è da sua madre. Arrivarono degli uomini con una jeep e, senza arrestarlo, lo portarono di nuovo a Rio, alla stazione di polizia della favela.

Secondo Luiz, il capo della polizia locale si appellò a Lulu: «Ti vogliamo al tuo posto. È diventato un inferno da quando te ne sei andato. Tenevi la pace tra le gang. E inoltre, ho bisogno del tuo denaro per la mia campagna politica. Devi tornare al lavoro, o peggio per te».

Così Lulu tornò al lavoro, vendendo cocaina e metanfetamina ai ragazzi ricchi nei nightclub di Copacabana e Ipanema. Ma aveva cercato di smettere; i ragazzi di strada non gli credevano più, non lo rispettavano come una volta. Non riusciva a guadagnare i 300.000 reais che la polizia gli chiedeva ogni settimana.

Così un giorno andarono di nuovo da Lulu. I poliziotti, mi disse Luiz, lo misero a sedere in una poltrona di pietra in un’aerea all’aperto del ghetto, con l’intera favela che osservava, e gli spararono in testa. Era utile alla polizia solo quando aveva potere da spartire. Senza potere, era un uomo morto.

Mario Sérgio Duarte è l’alto ufficiale di polizia che ha condotto l’invasione di Alemão; una delle più grandi e più pericolose favelas di Rio. In un’operazione durata otto giorni nel 2010, la polizia trovò più di cinquecento armi: 106 carabine, lanciarazzi, bazooka, trentanove fucili antiaerei Browning.

«La pacificazione è cominciata con me», mi dice al bar sul tetto del mio hotel. La madre di Duarte faceva la sarta; il padre fu ucciso nel 1972 per una “disputa personale”. Duarte ha studiato fisica all’università, ma poi ha scelto di entrare nelle forze di polizia. La sua t-shirt dice, «Ascolta mentre la tua giornata si svolge».

Negli anni ’80, la cocaina cominciò a entrare nelle favelas dalla Colombia e dalla Bolivia, accompagnata dagli AK-47 est-europei dal Paraguay. Una carabina, come un AK-47 o un M-15, ora costa circa quindici o venti mila reais – da 7.500 a 10.000 dollari –. I traficantes ora hanno lanciarazzi, dice Duarte, «armi migliori di quelle della polizia», che ha pistole 38 special e 9 millimetri. Ogni anno, circa cinquanta poliziotti e 1.500 trafficanti vengono uccisi. L’altr’anno  a San Paolo oltre cento poliziotti sono stati uccisi dai trafficanti di droga, e la polizia ha promesso di uccidere cinque “ragazzacci” per ogni poliziotto ucciso.

Il commercio di droga in una sola favela, Rocinha, mi dice Duarte, muove circa un milione di reais alla settimana. Ma non c’è solo droga. Gli spacciatori gestiscono un’economia parallela nelle televisioni via cavo piratate, nei telefoni, nei moto taxi, e hanno i loro propri sistemi giudiziari.

«Non ci aspettiamo che la droga sia fermata, solo la violenza associata ad essa», dice Duarte.

Le droghe di questi giorni sono l’ecstasy, il PCP, e i cristalli di metanfetamina, che vengono dall’Europa. Segnala poi Santa Marta come un esempio di favela pacificata in cui le droghe sono ancora in commercio, ma non ci sono armi in vista, “nessun re della collina”. Il governo statale ha aumentato le forze di polizia armata a Rio da 36.000 a 42.000, per arrivare a un obbiettivo di 50.000. (Altri 10.000 sono nella “polizia civile”, che non indossa uniformi e non porta ufficialmente armi.) Il loro stipendio parte da 1.500 reais al mese, in sei anni arriva a 1.900 reais. Un poliziotto collocato in un’area pacificata ne prende altri 500 al mese per stimolarlo a combattere la tentazione di prendere bustarelle o di unirsi alle associazioni violente – le milizie – manovrate dalla polizia corrotta.

Duarte chiama le milizie «il prodotto marcito dell’ordine ufficiale». Ci sono due migliaia di poliziotti nelle milizie, stima, insieme a pompieri ed ex militari. Hanno iniziato…

«…dal 2006!» interviene un cameriere di Rocinha che ci stava ascoltando mentre ci serviva i drink.

Le milizie non permettono commercio di droga da parte dei traficantes, ma fanno soldi con i servizi di protezione, la tv via cavo, i trasporti, lo strozzinaggio. «Un trafficante è l’inferno, un uomo della milizia è il purgatorio», dice Duarte. Le milizie creano regole non scritte, ma ampiamente rispettate, per gli abitanti del quartiere: non puoi uscire di casa dopo una certa ora; se stupri le donne, sarai giustiziato con una cerimonia pubblica. La tua radio non può essere sentita a volume troppo alto. La punizione è spesso la tortura o la condanna a morte. Le milizie vendono armi ai trafficanti; consegnano droga quando necessario; impiegano miliziani che sono ex trafficanti espulsi dalle gang.

I nemici delle milizie sono le squadre della polizia d’élite, il BOPE, creato durante la dittatura per combattere i Marxisti ma successivamente ricreate per ottenere la pacificazione. (BOPE sta per Batalhão de Operações Policiais Especiais, o Battaglione della Polizia per Operazioni Speciali – le unità rappresentate nel libro di Soares, Tropa de Elite.) Duarte, che guidò il BOPE per un periodo, dovette faticare per convincere il governo che c’era un particolare tipo di conflitto a Rio: «né etico, né tecnico, né religioso, né marxista». A lui piace citare Platone e Hegel nelle conversazioni casuali. Quando più tardi ho fatto riferimento a un sergente del BOPE che mi ero incontrato con Duarte, ha detto, con una risata canzonatoria, «Ah, il filosofo». Con Marina sono andato a incontrare alcuni “ragazzacci” nel Parque União che è una sezione della favela Maré, agglomerato vicino al porto. Due di loro ci incontrano in un bar all’aperto, un ventunenne ex traficante e un bel giovane della stessa età che canta in un nightclub e fa  lì il maestro di cerimonie. Lo spacciatore ha un tatuaggio sull’avambraccio destro che dice “Emilly”. «Minha filha», spiega – sua figlia –. Ha sette anni e non vuole che vada al baile funk dove lui rimorchia le sue donne. «Vorrei che mia figlia rimanesse fuori dalle statistiche».

Quando era attivo nella gang, ha ucciso in combattimenti a fuoco, e non si sente a disagio per questo. «In quel momento, non potevo permettermi di pensare se loro potessero essere padri come me. Avrei preferito che le lacrime della madre cadessero sulla loro tomba piuttosto che quelle di mia madre sulla mia». Fu anche coinvolto in rapine nelle zone ricche di Rio. Dopo le rapine, lui e la sua gang requisivano una serie di macchine finché erano al sicuro nella loro favela. Non ha mai rapinato nella favela. Solo chi è fatto di crack lo farebbe. Questo spiega perché mi sento più al sicuro qui di quanto non lo fossi sulla spiaggia di Ipanema.

Quando la favela vuole organizzare un baile, la gente ruba due autobus dal cortile lungo Avenida Brasil e con questi bloccano la strada. Al baile potrebbero venire a sapere di qualcuno che verrà ucciso prima della fine della serata – qualcuno per esempio che ha insultato il “proprietario della favela” – il capo traficante.

I due giovani insistono per scortarci al nostro van sulla superstrada. Lungo la strada ci sono tre dissuasori di metallo bianchi piantati intorno, che la trasformano in un’area pedonale. «Questo è per il BOPE», spiega il trafficante. Le macchine della polizia avranno una sorpresa se cercheranno di invadere.

La loro favela, dicono, deve essere pacificata alla fine della settimana. Non è che ai giovani trafficanti manchino alternative di lavoro, come per esempio nell’industria del turismo di Rio che sta esplodendo. È che non avranno lo stesso livello di benessere: «una catena d’oro larga come il braccio di un bambino».

Il BOPE ha poi inavaso il complesso del Maré – ma non all’interno del programma UPP –. Durante le proteste di giugno, rapinatori dalla favela cominciarono a saccheggiare i negozi lungo l’Avenida Brasil. Il BOPE fu chiamato, e un sergente che rincorreva i rapinatori nella favela fu ucciso. I colleghi esplosero di rabbia. Prima che il fumo scemasse, otto abitanti della favela – alcuni di loro giovani traficantes come quello che avevo appena intervistato, altri semplicemente passanti innocenti – furono uccisi.

Quello che sta succedendo nelle favelas di Rio non è tanto una pacificazione quanto una legalizzazione. La dittatura che ha governato dal 1964 al 1985 fu abbattuta dopo molti anni e grandi sacrifici. Chiunque non fosse collegato alla giunta ne era vittima. La gente correva a spendere la propria paga appena l’aveva tra le mani, perché nel pomeriggio avrebbe avuto un valore molto inferiore. Quando arrivò la democrazia, ciascuno – il ricco a Leblon e il povero a Rocinha – sentirono che avrebbero avuto vantaggio da essa, e in Brasile, per un certo periodo, la maggior parte della gente ne beneficiò.

Ma nelle favelas continuava a non esserci democrazia. I trafficanti continuavano con la loro dittatura; la gente della favela faceva fatica a rivolgersi ai tribunali o a esprimere un voto. La pacificazione è stato un tentativo per interrompere un processo dispotico. È, per i lavoratori edili e per le signore che vendono la feijoada – uno stufato di fagioli neri – nel ghetto, la caduta definitiva della dittatura.

Negli ultimi vent’anni, i trafficanti di droga presero il controllo informale della maggior parte della vita nelle favelas, inclusa, in modo più profondo, la musica, sangue vitale e culturale del Brasile. «La nostra sfida è cosa avverrà dopo la pacificazione», mi disse Ricardo Henriques, fino allo scorso anno capo dell’Istituto Pereira Passos, il nucleo urbano del governo che elabora la linea politica delle UPP.

Come Henriques piuttosto ottimisticamente la vede, il decollo delle favelas avverrà in tre fasi. La prima consiste nell’ingresso della polizia nel quartiere e nell’impedire agli spacciatori di fare quello che vogliono, con la legge e con la cultura. La seconda: «è un po’ noiosa, la polizia sta qui». La terza fase consiste nella sostituzione da parte dello Stato della cultura proibita con una cultura ufficialmente omologata, o almeno una cultura che non continui a glorificare lo stupro e l’omicidio. «Devi farlo in una maniera creativa», spiegava Henriques. «Niente armi. Meno erotismo, ma vera creatività. La musica non è proibidão».

Per decenni, le favelas sono esistite in un sistema parallelo al resto del Brasile. «L’idea dello Stato è di rimanere a lungo, lungo termine», dice Henriques. Egli vuole ridurre la disuguaglianza fra la favela e il resto della città. «La nostra sfida è di integrare queste aeree nel resto della città».

Se questa visione, che suona un po’ schematica, della pacificazione funziona – e le continue proteste in tutto il paese lo stanno mettendo in dubbio – che cosa verrà dopo di ciò? Una notte sono andato in un jazz club nella favela di Tavares Bastos, che è stata pacificata da un anno, proprio sotto il quartier generale del BOPE. Le stanze del club erano piene di corpi e di uno spesso fumo di marijuana. Se il BOPE avesse voluto trovare la droga non avrebbe dovuto andare lontano. Ma non verrà mai qui, perché queste sono persone delle aeree ricche, bianche di Ipanema e Leblon. Le uniche persone nere che vidi erano il sassofonista e la mia guida, il fotografo di strada, che viveva qui. «La gente delle favelas non può immaginarsi qui», disse il fotografo. La musica era bebop e bossa nova, un’idea americana del jazz che ascoltano i brasiliani. Non c’era samba, men che meno funk.

Il club fu aperto cinque anni fa. Una bellissima esperta finanziaria bianca che lavora per una banca, che indossava un vestito molto costoso, mi disse che si annoiava. «Due anni fa qui c’era gente più interessante. Ora vedo solo tutta la gente che vedrei sulla spiaggia».

Costa cinquanta reais entrare; una birra quindici reais. Sulla strada per il club, passammo davanti a diversi piccoli caffè. In alcuni, gli abitanti del quartiere si stavano godendo birre che costavano al massimo un terzo. In uno, coppie piacevolmente sovrappeso stavano ballando il samba una vicina all’altra. Tutte le luci nelle case della favela erano spente. Era passata mezzanotte. Ma i clienti bianchi sulla strada per il jazz club erano rumorosi, ridenti, eccitati per il brivido della spedizione in questa destinazione clandestina.

A Tavares Bastos e nelle favelas come Cantagallo, con facile accesso alla ricca zona meridionale di Rio e la sicurezza aumentata dopo la pacificazione, i residenti vengono spinti fuori, non dalla violenza, con cui potrebbero convivere, ma dagli alti affitti, che rendono impossibile vivere lì. Il loro diritto di vivere lì è stato protetto finché era illegale. Dopo la pacificazione, la più grande minaccia per i residenti di lungo periodo delle favelas di Rio, non verrà dagli agenti della droga, ma dagli agenti immobiliari.

 

SUKETU MEHTA è professore associato presso l’Arthur Carter Journalism Institute della NYU. È autore del libro Maximum City. Bombay città degli eccessi (Einaudi 2008).
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