Franco Petroni

Economia finanziaria e mafia nel mondo globalizzato

WALTER SITI, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012, pp. 324, €17,00
LETTERATURA: Franco Petroni recensisce il libro di Walter Siti Resistere non serve a   niente, vincitore del Premio Strega 2013. In questo romanzo Walter Siti ci porta all'interno della “zona grigia” abitata da bankster, broker  senza scrupoli, politici corrotti, finanzieri e mafiosi in cui alta finanza e criminalità organizzata convivono e collaborano.

Con quest’ultimo romanzo, Walter Siti abbandona il tema dell’ossessione omosessuale che è alla base dei suoi precedenti romanzi. («Sei tornato a scrivere un libro per froci»: così avrebbe detto Franchini, editor della Mondadori, a proposito del penultimo romanzo di Siti, Autopsia dell’ossessione: lo riferisce lo stesso Siti nelle prime pagine di Resistere non serve a niente, pubblicato non, come gli altri suoi romanzi, da Mondadori, ma da Rizzoli). L’argomento di Resistere è attualissimo: la Borsa, e in generale l’economia finanziaria (si noti che la Borsa è poco o niente presente nella narrativa italiana: l’unica eccezione, però illustre, è La coscienza di Zeno di Italo Svevo). Il protagonista, Tommaso Aricò,  è un bankster d’assalto che è diventato ricchissimo per l’urgenza psicologica di superare una condizione di profonda inferiorità: da ragazzo era mostruosamente obeso e quindi isolato e ignorato dalle donne; per di più suo padre si trova in galera perché, per saldare un debito con la mafia, ha dovuto eseguire una sentenza dell’organizzazione e garrotare un infame. La mafia finanzia i suoi studi e l’operazione chirurgica che lo libererà dal grasso. Questo, dei soldi e delle opportunità fornite a lui e alla madre da personaggi che stanno sullo sfondo, è un problema sempre presente a Tommaso, e tuttavia per lui, a quanto sembra, non preoccupante. Per Tommaso il problema essenziale è sfruttare le capacità che egli sa di avere. Fin da ragazzo ha scoperto in sé un’eccezionale attitudine alla matematica, e la capacità di utilizzarla sia a fini ludici che economici, per cui nel suo curriculum di studente di economia ha scelto di inserire, oltre alle materie obbligatorie, il calcolo delle probabilità e la teoria dei giochi. Il tema dell’individuo che vuole essere autosufficiente, e tuttavia anche vincente, solo contro tutti, è dominante nel romanzo borghese, e assente nella narrativa di mafia. Ma l’autore, contro la logica profonda che muove la materia narrativa, e che è quella che veramente lo guida, ha deciso di scrivere un romanzo di mafia. Siti ha temperamento e interessi ben diversi da quelli di Roberto Saviano, anche se ci tiene a inserire Saviano nella pagina dei ringraziamenti per le notizie che Saviano gli ha fornito sulla “zona grigia” tra finanza e criminalità. Egli è cresciuto e si è formato non a Scampia, come Saviano, ma nella Scuola Normale Superiore di Pisa: è naturale che a lui interessi la logica della competitività, che è alla base della concezione borghese della vita e, quindi, del romanzo europeo. Palesemente, la sua concezione della vita è il contrario di quella del mafioso, che non è individualista e intellettualmente aristocratico, ma pone al sommo dei valori la fedeltà a una “famiglia”, dalla quale deriva ogni vantaggio, e che può essere tradita, certo, ma dalla quale allora deriva la morte (concezione, come si vede, arcaica, e mi stupisce che questa arcaicità non venga rilevata da quelli che sottolineano il contributo delle mafie al processo di globalizzazione).

La lotta di Tommaso per il successo è per un momento interrotta, e anche messa in forse, da un episodio narrativamente importante, perché su di esso avrebbe potuto svilupparsi una riflessione sui valori che rendono una vita degna di essere vissuta. Questo episodio viene ignorato dai critici che hanno scritto sul romanzo di Siti: non casualmente, penso, perché l’autore non ne segnala l’importanza; anzi, si direbbe, fa di tutto per minimizzarlo e quasi per occultarlo, forse perché lo sente troppo estraneo alla logica della vicenda che intende raccontare. È la storia dell’amore adolescenziale di due sconfitti, Tommaso e Stella, una ragazza ammalata di fibrosi cistica, che le intasa i polmoni di muco e le rende impossibile la vita di relazione: un’esclusa, quindi, come è un escluso Tommaso. Tra i due “mostri”, ricoverati in ospedale, si stabilisce una relazione che Siti descrive con pochi tocchi da grande narratore:

In ogni caso era successo, nel più squallido e tenero dei modi e nel luogo meno romantico; tra le maioliche bianche, frugando e chinandosi, senza un’idea in testa e senza scoprirsi troppo; con reciproco tornaconto e una fisiologia perfettamente sana; regalandosi erezione e tosse, e liquidi fuori bersaglio. Riabbottonandosi e cercando di ricordare quel che aveva appena intravisto, Tommaso considerava tra sé: ecco, la mia fissa è sempre stata di non toccare le cose degli altri, ma questi dieci minuti sono gli altri che non me li devono toccare.1

La vicenda si svolge sullo sfondo della più dolce e tragica delle musiche, la canzone del salice dall’Otello di Verdi:

 

«Salce, salce, salce»: Stella si era messa a gorgheggiare altre parole assurde, «scendean gli augelli a vol dai rami cupi…» – fin che qualcuno da dietro una porta non aveva urlato bestemmiando «ma che cazzo te canti, con quei polmoni de merda».2

 

Nando, il fraterno amico di Tommaso, gli raccomanda: «Falla guarì, quella è giusta per te», ma Stella muore, senza che Tommaso lo sappia («gliel’avevano sottratta alla vista, con un gioco di prestigio»: la mafia, naturalmente), e Tommaso, allora, riflette; «Nando aveva avuto torto, Stella non era adatta a lui, perché Stella era morta e lui era vivo – i sentimenti vaffanculo, sono un vapore oleoso che offusca l’orizzonte». A questo punto interviene il narratore, che usa l’indiretto libero, forma che esprime una coscienza intermedia tra quella del narratore e quella del personaggio:

 

Lui sarà destinato alla centrifuga, scontando un eccesso di vitalità che in quel momento non sa neppure di avere; la sua è una generazione in debito di utopia, che si affanna a saturare con l’attivismo l’identità che le manca; su e giù nel pentolone che bolle, ingannandosi con mille pretesti pur di essere il fagiolo che rimane a galla.3

 

Tommaso rimarrà a galla, pur nel pentolone che bolle. Sante, il padre, viene messo in galera per omicidio; se mio padre è un assassino, pensa Tommaso, io non ho niente da spartire con ‘sti bambocci (i suoi compagni di scuola) dalla vita facile e dal futuro già pronto. «Io devo stare sopra e non sotto. E senza che mia madre ci vada di mezzo, le sue minigonne se le metta in naftalina».4 Accetta di farsi fare l’operazione che lo libererà dal grasso, ma «Io nun vojo dì grazie a nessuno». Insomma, la mafia si muove, dietro di lui, ma lui non sa, e non vuole sapere, nulla. Può fruire della situazione, ma non si sente un mafioso, ed è lontanissimo dall’esserlo. Sa districarsi in una complessa situazione accademica, scegliendo per la tesi di laurea il docente che gli garantirà, più che la carriera, i migliori contatti con la finanza che conta, mostrando in questo una sensibilità e una competenza non da mafioso ma, semmai, da studente della Scuola Normale Superiore. Farà i milioni, si conquisterà amanti (la Gabry, definita da pressoché tutti i critici una olgettina: impropriamente, perché la Gabry è abituata a tenersi asserviti gli amanti solo offendendoli, e non mi sembra che le olgettine reali in questo le somiglino), e inoltre la Edith, che è l’esatto contrario di Gabry: tenacemente e noiosamente onesta, e soprattutto politicamente corretta. Ma, fino al capitolo Il patto cambia (pag. 211), la situazione rimane la stessa, e il lettore nulla, o quasi, sa delle interferenze della mafia. Non sospetta nemmeno quando l’amico, e socio in affari, di Tommaso muore perché l’albero della barca che sta guidando gli sbatte in testa, e – guarda un po’ – è stata la mafia a organizzare l’attentato: questo il lettore lo saprà molte pagine dopo. Insomma, da pagina 211 in poi il lettore si trova davanti un romanzo diverso da quello cha aveva cominciato a leggere. Ma Siti è deciso a scrivere un romanzo storico, che collochi in una prospettiva di lungo respiro l’attualità. In questo progetto (molto reclamizzato, con cui ha vinto il Premio Strega) costringe la vicenda che sta narrando. L’idea di base è che non esiste, e non può esistere, nel mondo globalizzato, una distinzione tra economia legale ed economia criminale mafiosa. Il patto di cui si parla nel titolo del capitolo è quello a suo tempo stabilito tra il personaggio Walter Siti e Tommaso Aricò. Tommaso doveva raccontare la verità e Walter trascriverla, dietro compenso: ma ora la verità è cambiata, o meglio si è fatta più complessa, e ciò che era pudicamente taciuto ora viene sbattuto in faccia: «Senza incertezza e volatilità non decollano i profitti. Da quel ventre profondo [le grandi banche, in cui si creano depositi protetti da cortine di riservatezza] il denaro orfano, virtuale e aggressivo risale in superficie e si lancia in azzardi che a volte si ritorcono contro gli ignari detentori iniziali: i soldi dei pensionati, in fondi come Fidelity o Vanguard, possono mischiarsi al tesoro trafugato di un dittatore africano e causare indirettamente la turbolenza politica che mette in ginocchio i pensionati; coi soldi dei Verdi la Deutsche Bank può comprare titoli di un’impresa che garantisce il dieci di rendimento annuo e sta deforestando l’Amazzonia»5; «Tra finanza legale e illegale non c’è più un limite preciso; la pretesa di mettere sotto controllo la speculazione babelica e apolide è come voler mettere sotto controllo la rotazione terrestre»6; «Nei Paesi più disinvolti, dove l’accumulazione primitiva del capitale sta replicando le violenze dei pirati inglesi del Seicento o dei robber baron ottocenteschi, per inverare una previsione favorevole non ci si arresta davanti al sangue – invece di anticipare i fatti, li si provoca eliminando gli ostacoli al loro accadere. Dirigenti, ufficiali, giornalisti muoiono come le mosche»7.

A dimostrare tale assunto interviene anche un “teorico”, tale Morgan Lucchese, figlio di Giuseppe Lucchese detto ‘u Lucchiseddu, nel capitolo appunto più dimostrativo e teorico, intitolato Gli uomini preferiscono le tenebre (citazione dal vangelo di San Giovanni). È un capitolo scoppiettante di banalità sentenziose, del tipo: «Essere al servizio degli dei significa comprendere che nessuna verità è definitiva, perché ciò che apparentemente è superato è lì pronto a ritornare»; «La matematica abolisce la democrazia perché la democrazia è contro natura»; «Il tiranno si accontenta del corpo, la democrazia pretende anche l’anima»; «La democrazia è il dio morto della modernità che sopravvive come idolo di cartapesta»; banalità che colgono anche sprazzi della situazione reale, tenendosi tuttavia distanti da qualsiasi possibile rapporto con la prassi politica. Al fondo c’è un pessimismo materialistico che ha una lunga e nobile tradizione culturale in Italia, e che è testimoniato dalla stessa frase di Giovanni che costituisce il titolo del capitolo, e che Leopardi mise in esergo a La ginestra. Nell’intenzione dell’autore, Morgan Lucchese dovrebbe essere rappresentativo della nuova mafia che non spara, ma mette a disposizione degli Stati la propria energia antiburocratica, la propria «flessibilità e immediatezza d’applicazione, le proprie tecniche più soft, di intimidazione e di ricatto»8, tanto che gli Stati non possono che riconoscerla come un’alleata nella lotta contro l’immobilismo e l’anarchia. La volontà di scorgere un’evoluzione inevitabile del capitalismo finanziario moderno verso una società totalitaria di stampo mafioso, non accompagnata dalla narrazione di un’esperienza concreta, mi sembra però che conduca verso una rappresentazione astratta e non sorretta dall’umorismo paradossale, alla Orwell, che ci aspetteremmo.

Comunque, come in ogni romanzo, la vicenda dell’ascesa sociale del «feroce bankster» Tommaso Aricò – così, per scherzo, egli stesso si è presentato all’inizio – doveva avere una conclusione. Sentendo non certo il peso dell’età, perché ha oltrepassato da poco i trent’anni, ma l’usura della sua frenetica attività e dello stravolgimento che questa porta nei rapporti umani, Tommaso  teme d’aver smarrito il suo tocco, quell’intuito infallibile che sempre gli suggeriva che cosa comprare e che cosa vendere. Prima, tutto sembrava un gioco, ora pare che, comunque e dovunque lui si muova, urti contro gli spigoli. Sta male come le poche volte che ha fatto cilecca a letto. Il decorso lo conosce: «prima il mal di stomaco, poi la cistite… non piscio per una settimana e alla fine chiudo la posizione». Di errori, riflette ancora Tommaso, ne sta commettendo troppi e non è più colpa della matematica. Legge i report degli analisti e ammette che in linea teorica non è cambiato niente, il mestiere è sempre quello; ma allora perché si sente addosso tutta quella pesantezza, perché guarda i grafici con fastidio? Non saprebbe dire se i soldi, per lui, sono stati una scelta o un destino: «le potenzialità si sono chiuse e non ho realizzato niente… forse anche quella che io chiamavo felicità era malattia»9.

Perfetta, questa analisi di una crisi, che non è solo del personaggio ma di una civiltà. A questa analisi ha contribuito un banale episodio di qualche giorno prima. Due ragazzine protestatarie si abbassano le mutande all’ingresso di un ristorante di lusso e pisciano sulla moquette, con la faccia rossa dalla vergogna, tra l’ira e le ingiurie di camerieri e clienti. Tommaso fa un paterno rimprovero e ha negli occhi un lampo di desiderio. Una delle due gli sputa addosso, poi ambedue si allontanano. «Quell’istante di desiderio e sì, di soggezione, che il ricco maiale ha avuto negli occhi ha trasmesso loro la superiorità necessaria per abbandonare il luogo della rivoluzione e dello scorno. Quanto a Tommaso, più delle auto in fiamme e dei cartelli stradali usati come arieti, quell’umidore carnale è il marchio a fuoco della giovinezza finita e di una progressiva, inquietante, perdita di lucidità.»10

Bellissimo, quest’episodio, e adatto per una conclusione. Ma Siti non vuol concludere. Sorprendentemente, introduce nel romanzo un tema dostoieskiano, quello dell’atto gratuito, che proprio non c’entra. Tommaso, senza alcuna ragione, perché non prova nemmeno desiderio sessuale, violenta una ragazzina di dodici anni, approfittando del fatto che il padre di lei ha bisogno di soldi. Ma l’atto gratuito ha una rilevanza e un senso all’interno di un sistema di valori morali: all’interno di un sistema di valori economici è soltanto un atto insensato e stupido.

«Dopo Isa [la ragazzina stuprata]», dice Tommaso nel colloquio finale con Walter, «l’umanità mi è diventata insopportabile… vedo del male in tutto… al posto del cuore ho un chewing-gum masticato e mi viene da ridere.»11

«Certo è difficile», dice Walter, «con quest’ultima versione di te, tener ferma la mia prima idea di un inno materialista e anticulturale… mi togli il pennello dalle mani, senza un profilo riconoscibile del protagonista non c’è romanzo.»

Questo, del personaggio fittizio che fa da stuntman al Walter reale,12 è un giudizio globale e limitativo che Siti dà sul romanzo di Siti.

Tommaso: «Preferivi un tecnocrate insaziabile che capisce solo di numeri?»

Walter: «Le réalisme, c’est l’impossible… pare l’abbia detto Picasso guardando una fica… non una fica reale ma quella dipinta da Courbet per un diplomatico turco e poi posseduta da uno psicanalista francese…»13.

«Adesso dove sta?»

«Al museo.»

E, come conclusione della vicenda, ecco la dichiarazione di resa totale che dà il titolo al romanzo:

«Resistere non serve a niente… il sangue dei vecchi non lo vuole nessuno».

1. Walter Siti, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012, pp. 76-77.

2. Idem, p. 77.

3. Idem, p. 80.

4. Idem, p. 82.

5. Idem, pp. 216-217.

6. Idem, p. 217.

7. Idem, p. 218.

8. Idem, p. 276.

9. Iem, p. 289.

10. Idem, p. 287.

11. Idem, p. 312.

12. «Forse sei il mio stuntman, quello che esegue per me le scene pericolose… un prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore.» (Walter Siti, Resistere non serve a niente, cit., p. 314).

13. Idem, p.312

 

Franco Petroni è ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia. È redattore di ‘Allegoria’ e di ‘Moderna’. I suoi libri più importanti sono: L’inconscio e le strutture formali. Saggi su Italo Svevo (Liviana, 1979), Le parole di traverso. Ideologia e linguaggio nella narrativa d’avanguardia del primo Novecento (Jaca Book, 1998) e Ideologia e scrittura. Saggi su Federigo Tozzi (Manni, 2006). È stato direttore di ‘Nuovo Impegno’, che nel ’68 pubblicò le Tesi della Sapienza, manifesto del movimento studentesco. Ha collaborato alle pagine culturali del ‘Messaggero’.

 

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