John Paul Stevens

La Corte Suprema e il diritto di voto: un’opinione contraria

da ''The New York Review of Books''
GARY MAY, Bending Toward Justice: The Voting Rights Act and the Transformation of American Democracy, Basic Books, pp. 314, $28.99
POLITICA: Commentando una recente sentenza della Corte Suprema sul Voting Right Act (legge che nel 1965 permise ai cittadini afroamericani di poter votare), l'ex giudice John Paul Stevens ricostruisce le battaglie (spesso purtroppo sanguinose) condotte dai militanti per i diritti civili in America negli anni '60 per ottenere l'emancipazione dei cittadini di colore americani.

In Bending Toward Justice, il professor Gary May descrive una quantità di conflitti tra i suprematisti bianchi in Alabama e i lavoratori non violenti per i diritti civili che condussero all’attuazione del Voting Right Act del 1965 – spesso chiamato solo VRA. Il libro descrive anche gli sviluppi politici che influenzarono il presidente Lyndon Johnson nel sostenere l’atto nel 1965, e gli eventi seguenti che supportarono le approvazioni successive del VRA da parte del Congresso firmate dal presidente Richard Nixon nel 1970, dal presidente Gerald Ford nel 1975, dal presidente Ronald Reagan nel 1982 e dal presidente George W. Bush nel 2006.

Il libro di May molto leggibile è particolarmente tempestivo perché la Corte Suprema, il 25 giugno 2013, ha emesso la sua decisione nel caso Shelby County v. Holder, invalidando la parte del VRA approvato ancora nel 2006 che conservava la formula usata nel 1965 in cui si affermava che gli Stati e le giurisdizioni locali debbano ottenere l’approvazione del Dipartimento di Giustizia, o della Corte Distrettuale degli Stati Uniti del Distretto di Columbia, prima che i cambiamenti nelle loro leggi elettorali possano diventare effettivi. Quella formula imponeva la richiesta di autorizzazione preventiva agli stati che avevano mantenuto un “test or device1 come prerequisito per partecipare alla votazione del 1 novembre 1964, e avevano meno del 50 percento dei votanti registrati o dei presenti alle urne nelle elezioni presidenziali del 1964. L’Alabama, dove la Contea di Shelby  è situata, è uno di questi Stati. A dispetto del dissenso del giudice nato in Alabama, Hugo Black, la Corte aveva confermato la misura dell’autorizzazione preventiva nel caso South Carolina v. Katzenbach poco dopo che il VRA fu emanato nel 1966.

Il libro di May fornisce completezza di informazioni sugli eventi che condussero all’attuazione dello statuto nel 1965 – e sulla dedizione ed eroismo dei poco conosciuti partecipanti agli eventi che furono all’attenzione nazionale nel 1964 e 1965. Include informazioni a favore e non su ben note figure come Martin Luther King Jr. e J. Edgar Hoover, e altre su alcuni metodi usati dai bianchi per evitare che i neri votassero e si registrassero per il voto.

Nel suo prologo l’autore rende chiaro che negli anni ’60 nel profondo sud non solo agli afroamericani era proibito votare, ma   era anche pericoloso il solo tentare di farlo. Descrive la differenza tra repressione degli anni ’60 e le condizioni di un secolo prima durante il periodo che più tardi divenne noto come “Ricostruzione Radicale”2. Nel decennio dopo la Guerra Civile, quando il sud era diviso in distretti militari occupati dalle truppe federali, i neri del sud accolsero entusiasticamente la loro recente libertà politica acquisita:

 

Almeno duemila servirono come legislatori statali, consiglieri comunali, assessori al fisco, giudici di pace, giurati, sceriffi, e US marshals3; quattordici politici neri entrarono nella camera dei rappresentanti; e due divennero Senatori degli Stati Uniti.

 

Benché egli non identifichi il ritiro delle truppe del 1876 come la causa principale del cambiamento, May nota che dal 1877 «i bianchi democratici del sud avevano deposto ogni nuovo governo statale e stabilito costituzioni statali che spogliavano i cittadini neri dei loro diritti politici.» Gruppi terroristi «come il Ku Klux Klan e i Cavalieri della Camelia Bianca distruggevano le scuole e le chiese dei neri e uccidevano a volontà.»

Le leggi elettorali dello Stato che vennero approvate dopo il 1877 furono disastrose per i cittadini neri. Mentre 130.000 neri si erano registrati per votare in Louisiana nel 1896, solo 1.342 si registrarono per votare nel 1904. In Alabama solo il 2 percento dei neri adulti con diritto di voto furono registrati, e tutti rischiarono serie rappresaglie se tentavano di esercitare il loro diritto a votare. La privazione dei diritti civili dei neri, come con la segregazione, fu quasi completa lungo tutto il sud per almeno sessant’anni. Fu imposta non solo dalle leggi discriminatorie, ma anche l’uso ufficiale e non ufficiale della violenza.

Scrivendo a nome della maggioranza dei cinque della Corte nel caso Shelby County, il caso recentemente deciso dalla Corte Suprema che sfidava il VRA, il Presidente della Corte Suprema John Roberts ha fatto notare che «i tempi sono cambiati» dal 1965. I “test and device” che bloccavano l’accesso degli afroamericani al ballottaggio nel 1965 sono stati proibiti in tutta la nazione per oltre quarant’anni; i livelli di registrazione e di voto degli afroamericani negli Stati del sud sono ora comparabili, o più grandi di quelli dei bianchi.

In aggiunta, le due città del sud, Philadelphia, Mississippi e Selma, Alabama, dove ci furono nel 1964 e 1965 le cattive condotte più pubblicizzate da parte di ufficiali di polizia bianchi, ora hanno sindaci afroamericani. In vista dei cambiamenti che sono avvenuti nel sud, la maggioranza concludeva che l’applicazione attuale dei requisiti di autorizzazione preventiva contro i pochi stati identificati nello statuto vìola una regola non scritta che richiede al Congresso di trattare tutti gli stati come ugualmente sovrani.

Il pesante assegnamento che la Corte faceva sull’importanza di un «principio fondamentale di uguale sovranità tra gli Stati» mentre veniva sostenuta a parole in un precedente giudizio del Presidente della Corte Roberts, ignorava il fatto che l’Articolo I, Sezione 2, della Costituzione aveva creato una seria ineguaglianza tra gli Stati. Quella clausola sommava i “tre quinti” degli schiavi di uno stato (al corpo elettorale) con lo scopo di stabilire la dimensione della sua delegazione al Congresso e della sua rappresentanza nel Collegio Elettorale. Questa disposizione era offensiva perché trattava gli afroamericani come se ognuno di loro fosse uguale a solo tre quinti di una persona bianca, ma era ancor più offensiva perché aumentava il potere degli Stati del sud che potevano annoverare i loro schiavi nel corpo elettorale, anche se a questi schiavi non era permesso di votare. Gli Stati del nord avrebbero avuto maggior peso politico se la popolazione degli schiavi fosse stata semplicemente omessa dal numero usato per stabilire il potere di voto degli Stati schiavisti.

Il fatto che questo “slave bonus” (bonus schiavi) creasse un’ineguaglianza di base tra gli Stati schiavisti e gli Stati liberi è stato spesso sottovalutato, così come lo è stato il suo impatto di vasta portata. Nel 1800, per esempio, quel bonus determinò il risultato dell’elezione presidenziale perché diede agli Stati del sud nove o dieci voti in più nel Collegio Elettorale, e Thomas Jefferson prevalse su John Adams di solo otto voti elettorali. A causa dello slave bonus, Adams servì come presidente solo un mandato.

Lo slave bonus aumentò ingiustamente il potere degli Stati del sud nel Congresso durante tutto il periodo precedente la Guerra Civile. Fu dopo la guerra che la Sezione 2 del Quattordicesimo Emendamento, passato nel 1868, mise fine allo slave bonus. Quando il Quindicesimo Emendamento fu ratificato nel 1870 durante l’amministrazione Grant, la misura delle delegazioni al Congresso degli Stati del sud era stabilita dal numero di cittadini con diritto di voto. Poiché quel numero includeva neri così come bianchi, durante la Ricostruzione quegli stati non furono più sovrarappresentati né nel Congresso né nel Collegio Elettorale.

Quando la Ricostruzione Radicale finì, comunque, le tattiche terroristiche del Ku Klux Klan e degli altri gruppi devoti alla causa della supremazia bianca impedirono in concreto ogni voto significativo da parte degli afroamericani, rimpiazzando in questo modo il bonus dei tre quinti di prima della guerra con un bonus post-Ricostruzione del 100 percento di afroamericani che non votavano. Perciò, per quasi un secolo – fino a che il VRA fu promulgato durante l’amministrazione Johnson – la rappresentanza al Congresso degli Stati del Sud era significativamente più grande di quanto non avrebbe dovuto essere. Sia la sottorappresentanza dei neri che la sovrarappresentanza dei suprematisti bianchi nel sud durante quel periodo, smentisce la nozione che «il principio fondamentale di uguale sovranità fra gli stati» sia parte della nostra Costituzione non scritta. Come la giudice Ginsburg sottolinea nel suo largamente ignorato dissenso sul caso Shelby County, la Corte nel suo giudizio che approvava il Voting Right Act originale del 1965:

 

Sosteneva, in termini certi, che il principio [dell’uguale sovranità] «si applica solo ai requisiti con cui gli Stati sono ammessi all’Unione, e non ai rimedi che sono successivamente stati approvati per risolvere le problematiche locali».

A eccezione del suo riferimento al fatto che il primo secolo di conferma da parte del Congresso della garanzia del Quinto Emendamento del diritto di voto «possa solo essere visto come un fallimento», il giudizio del Presidente della Corte Roberts dà al lettore l’impressione che il Voting Right Act fosse la risposta del Congresso a un problema specifico che si sviluppò negli anni ’90 dell’800. Ripetendo come un pappagallo il giudizio del Presidente della Corte Earl Warren nel caso South Carolina v. Katzenbach, il Presidente della Corte attuale Roberts ha scritto:

 

Negli anni ’90 dell’800, Alabama, Georgia, Louisiana, Mississippi, North Carolina, South Carolina e Virginia cominciarono ad attuare test d’alfabetismo per la registrazione al voto e a impiegare altri metodi mirati a prevenire il voto degli afroamericani.

 

Non c’è riferimento nel giudizio ad ogni altro evento accaduto dopo il 1890. Selezionando due esempi – Philadelphia, Mississippi e Selma, Alabama, dove ora presiedono sindaci neri – per illustrare l’importanza del cambiamento che ha avuto luogo nel 1965, comunque, Roberts paradossalmente enfatizza il fatto che i “test or devices” che furono usati nella formula di copertura dello statuto non furono i mezzi principali con cui i suprematisti bianchi impedirono ai neri di votare.

Il contrasto tra il recente giudizio di Roberts e il giudizio di Abe Fortas nel caso United States v. Price (1966), il caso sollevato dagli eventi accaduti in Mississippi4, è impressionante. Mentre il Presidente della Corte Suprema nota che «tre uomini furono uccisi mentre lavoravano nell’area per registrare votanti afroamericani», il giudice Fortas spiegava che gli omicidi avvennero dopo che i tre uomini erano stati presi in custodia e che gli ufficiali di polizia li portarono a un rendezvous con quindici cospiratori per “punirli”. Nel discutere le questioni legali presentate dal caso, il giudice Fortas notava che:

 

l’obiettivo e lo scopo delle approvazioni del 1866 e del 1870 devono essere visti sullo sfondo degli eventi e delle passioni del tempo. La Guerra Civile era finita nell’aprile del 1865. I rapporti tra i Negri e i bianchi erano sempre più turbolenti. Il Congresso aveva preso il controllo dell’intero processo governativo negli ex Stati Confederati… Per pochi anni i repubblicani “radicali” dominarono i governi degli Stati del sud e i Negri giocarono un ruolo considerevole. Ma le contromisure furono rapide e violente. Il Ku Klux Klan fu organizzato dai bianchi del sud nel 1866 e un’organizzazione simile apparve con il romantico nome de I Cavalieri della Camelia Bianca. Nel 1868 fu lanciata un’ondata di omicidi e assalti inclusi assassinii mirati a tenere i Negri fuori dai seggi.

 

Nulla di quello che avvenne prima del 1890 è nemmeno nominato nel giudizio di Robert a nome della Corte nel caso Shelby County.

La storia della “Domenica di Sangue” a Selma, Alabama, dove, come nota il Presidente della Corte, «la polizia picchiò e usò gas lacrimogeni contro le centinaia che manifestavano a sostegno dell’emancipazione degli afroamericani», è raccontata nel dettaglio dal libro di May. Dato il fatto che il 57 percento dei residenti a Selma sono neri, non è affatto sorprendente che la città oggi abbia un sindaco nero. Ciò che è notevole è il fatto che i pochi membri fossero di quella maggioranza registrati per votare nel 1965.

La descrizione di May delle condizioni a Selma comincia con un racconto di Benrard Lafayette, che, come membro ventunenne del Comitato Nonviolento degli Studenti, si recò nella città nel 1962 per incoraggiare i neri a registrarsi al voto. L’impegno di Lafayette per una resistenza nonviolenta alla segregazione, che aveva  origine nella sua formazione religiosa, si era radicata durante il sit-in degli studenti a Nashville nel 1960.

L’esperienza di Lafayette a Selma durante il 1962 mette in luce alcuni dei modi in cui la minoranza bianca cercava di evitare il voto dei neri – con il semplice boicottaggio in risposta ai ripetuti tentativi di registrarsi; richiedendo loro di superare test di difficoltà impossibile per qualificarsi per il voto; tollerando atti privati di violenza da parte di giovani delinquenti bianchi; attraverso le pratiche di inasprimento della legge da parte dello «sceriffo della città, Jim Clark, che vestito come George S. Patton e, con una banda privata a sua completa disposizione, dettava legge con un pugno di ferro». Una delle tattiche di Clark era di usare pungoli per bestiame per disperdere i tentativi dei neri di organizzare dimostrazioni pacifiche. Il racconto delle attività di Lafayette spiega anche come, a dispetto del suo arresto illecito per vagabondaggio e il suo brutale pestaggio, egli ebbe successo nell’ispirare il sostegno locale alla resistenza dei neri contro il malgoverno dei bianchi. Alla fine dell’estate, stava organizzando incontri settimanali di massa a cui parteciparono più di ottocento manifestanti.

Agenti dell’FBI monitoravano questi incontri senza fornire a Lafayette alcun tipo di supporto o di protezione. (In realtà, l’FBI sembra essere stata più interessata nel mettere insieme informazioni contro Martin Luther King Jr., piuttosto che nell’occuparsi della protezione dei suoi seguaci.) Essi notarono che molto del sostegno di Lafayette proveniva da teenager troppo giovani per votare. Nei suoi primi sforzi organizzativi, un importante ostacolo che dovette superare fu la preoccupazione dei membri più vecchi e più conservatori della comunità nera, inclusi leader religiosi, sulle conseguenze della reazione della maggioranza bianca contro il movimento.

Seguendo l’esempio messo in atto da Lafayette a Selma, nel 1963 King si affidò alla scuola superiore della città e persino alla scuola elementare per aiutare ad organizzare grandi dimostrazioni. In risposta alla dimostrazione del 3 maggio, il famoso Connor, detto “Bull”, scrive May:

Lasciò libera la sua polizia. Picchiarono i giovani neri con i manganelli e permisero ai loro feroci cani d’attacco di assaltare e mordere i dimostranti, strappando i loro vestiti e la loro carne. Poi arrivò l’idrante dei pompieri che, una volta azionato, spazzò via la gente con getti di acqua pressurizzata. I protestanti rotolarono e capitombolarono come bambole di pezza; tra loro c’era Colia Lafayette5, le cui ferite la resero inabile per diversi mesi. Dopo l’assalto si aggiunsero altri arresti. Alla fine della giornata oltre novecento bambini erano in prigione.

La risposta del Klan alle dimostrazioni di King fu ancora più crudele. La domenica, il 15 settembre 1963, probabilmente rispondendo al famoso “I Have a Dream” di King pronunciato a Washington ad agosto, gli uomini del Klan fecero esplodere la Chiesa Battista della 16esima strada di Birmingham, uccidendo all’istante quattro bambine, e provocando altra violenza che causò altri morti e diversi feriti. Questi incidenti motivarono l’amministrazione del Presidente John F. Kennedy nel cercare una legislazione federale che potesse tenere a freno tale violenza.

Fui sorpreso di sapere da May che la prima proposta avanzata dall’amministrazione Kennedy, a differenza dello statuto approvato alla fine sotto l’amministrazione Johnson, avrebbe limitato la difesa dei diritti dei neri di votare a coloro che avevano finito la scuola elementare. In risposta alla proposta di Kennedy, i seguaci di King «erano furiosi. Gli Stati del sud avevano evitato che loro ricevessero un’educazione uguale a quella dei bianchi, ed ora loro li stavano “punendo” nelle urne elettorali a causa di quel diniego».

Meglio conosciuto degli eventi del 1965 che alla fine condussero all’attuazione del VRA, fu lo scontro sull’Edmund Pettus Bridge il 7 marzo 1965 – una data che sarebbe stata conosciuta come la “Domenica di Sangue” – tra seicento uomini, donne e bambini che intendevano marciare da Selma a Montgomery e personale delle forze dell’ordine dell’Alabama con elmetti e armati di manganelli, fruste e pungoli per bestiame, come pure di armi da fuoco e gas lacrimogeni. May descrive come la polizia iniziò i suoi brutali attacchi sui dimostranti, e dice che l’evento fu testimoniato dai giornalisti di ABC, NBC e CBS. La  diffusione a livello nazionale portò un sostegno significativo ai dimostranti. Nel parere contrario in un recente caso della Corte Suprema, la giudice Ginsburg cita il libro di May e si riferisce a questi pestaggi come «il catalizzatore per l’attuazione del VRA.»

La sua caratterizzazione della “Domenica di Sangue” come «catalizzatore» è appoggiata da May. Dopo aver citato un commento fatto da King pochi giorni prima – «Noi scriveremo la legge sul diritto di voto sulle strade di Selma» – May sottolinea che King si sbagliava perché, nelle parole di May, «il Voting Right Act sarebbe stato scritto – col sangue – sull’Edmund Pettus Bridge». Di fatto, comunque, pochi giorni dopo il Presidente Johnson reagì sfavorevolmente alle numerose richieste per una risposta immediata, affermando che non sarebbe stato «“costretto con le minacce” ad un’azione frettolosa, sia nel mandare le truppe a Selma o nell’inviare una legge sul diritto di voto al Congresso».

Poi, sabato 16 marzo 1965 (solo sei giorni dopo la “Domenica di Sangue”) incontrò il governatore razzista dell’Alabama George Wallace nella Stanza Ovale della Casa Bianca per più di tre ore. L’insistenza di Wallace sul fatto che egli non avesse il potere per rendere possibile ai neri il voto in Alabama ovviamente offese e fece arrabbiare Johnson – come mostrato dal linguaggio volgare che Johnson usò come risposta – e può ben essere stato il vero catalizzatore che motivò la pronta e decisa azione del Presidente.

Più tardi, quel sabato, Johnson tenne una conferenza stampa speciale davanti a centinaia di reporter:

Non era più l’indeciso, esitante leader che si era incontrato con gli uomini di chiesa solo pochi giorni prima … Sorprese i reporter annunciando che una nuova legge sul diritto di voto sarebbe stata mandata al Congresso lunedì 15 marzo – solo due giorni dopo.

 

La descrizione di May degli eventi che accaddero quel weekend, culminati nell’eloquente discorso di Johnson al Congresso quel lunedì sera, rendono evidentemente chiaro che il Presidente aveva finalmente concluso che c’era una necessità imperativa di un pronto intervento federale per proteggere il diritto di voto dei neri.

Nel prologo del suo libro, May identifica due importanti conseguenze del VRA: metteva fine a oltre mezzo secolo di pratiche che impedivano agli afroamericani di esercitare il loro diritto di voto «e cambiava la politica americana trasformando il sud, una volta solidamente democratico, in una roccaforte repubblicana.»

Rispetto alla prima conseguenza, egli esprime la preoccupazione che anche se le circostanze che diedero vita all’atto potrebbero non avere un esatto parallelo oggi, le loro eco possono essere trovate oggi sotto i sottili e insidiosi sforzi per impedire il voto ai neri. Egli descrive la sua preoccupazione a lungo nel capitolo finale del libro in cui critica le leggi di riportare le foto sui documenti d’identità per poter votare e nota che un’analisi dell’elezione di Obama dimostra che la razza rimane una materia di divisione – sottolineando il fatto che Obama nel 2008 ha ricevuto solo il 10 percento del voto dei bianchi.

Riguardo alla seconda conseguenza, May dice molto poco; infatti, quando lessi quel passaggio fui critico sulla sua precisione, poiché durante la Ricostruzione gli ex schiavi votarono in maniera preponderante per i candidati repubblicani e così ci si sarebbe aspettati che la protezione del loro diritto di voto sarebbe andata a beneficio di quel partito. Non c’è stato, tuttavia, un aumento dei neri repubblicani che ha trasformato il sud in una roccaforte repubblicana – perché oggi la maggior parte dei neri vota candidati democratici. Invece, il partito repubblicano nel sud è divenuto più gradito ai votanti bianchi che includono gli eredi dei suprematisti bianchi che erano democratici durante e dopo la Ricostruzione.

Le statistiche esposte nel recente giudizio di Roberts spiegano in maniera persuasiva il perché un decisore neutrale potrebbe ragionevolmente concludere che finalmente l’imposizione dei requisiti di autorizzazione preventiva negli Stati che persero la Guerra Civile – o più propriamente continuando a usare la formula che nel 1965 identificava quegli Stati – non è giustificata dalle condizioni che prevalgono oggi. Il parere sbaglia, tuttavia, nello spiegare perché una tale decisione dovrebbe essere presa dai membri della Corte Suprema. I membri del Congresso, che rappresentano i milioni di elettori che li hanno eletti, sono di gran lunga i più adatti a valutare correttamente il rischio che l’interesse nel mantenimento della supremazia della razza bianca giochi ancora un ruolo significativo nelle politiche di quegli Stati. Dopotutto, quell’interesse fu decisivo nel creare lo slave bonus quando la Costituzione venne definita, e nel giustificare al comportamento violento che negava per decenni prima dell’approvazione del VRA l’accesso dei neri alle urne in quegli Stati.

Le numerose decisioni del Congresso per prevenire i requisiti di autorizzazione preventiva – inclusa la sua decisione del 2006 – furono precedute da meticolose audizioni probatorie che avevano dimostrato in maniera consistente più violazioni sul voto in quegli Stati che in altre parti del paese. Queste decisioni hanno avuto i voti di sostegno di una grande maggioranza dei membri di entrambi i maggiori partiti politici. Non solo il Congresso può valutare meglio della Corte il problema, ma è anche il ramo del governo designato dal Quindicesimo Emendamento per prendere decisioni di questo genere.

Nel suo eloquente parere contrario di trentasette pagine, la giudice Ginsburg, coadiuvata dai giudici Breyer, Sotomayor e Kagan, ha descritto le esaurienti decisioni del Congresso sui requisiti dell’autorizzazione preventiva, i precedenti che sostenevano che la Corte aveva il dovere di rispettare le decisioni del Congresso e sulle ragioni per cui i requisiti dell’autorizzazione preventiva dovessero essere mantenuti. In realtà, lei ha colto il principale errore della maggioranza concisamente e chiaramente quando ha spiegato che «rigettare l’autorizzazione preventiva quando ha funzionato e sta ancora funzionando per fermare i cambiamenti discriminatori, è come gettar via il tuo ombrello durante una tempesta perché non ti stai bagnando». Il giudizio della giudice Ginsburg riassume esattamente perché l’autorizzazione del VRA dovrebbe essere sostenuta:

Il documento che sostiene la riautorizzazione del VRA è … straordinario. Era descritto dal Presidente della Commissione Giustizia della Camera «come una delle più dettagliate analisi di qualsiasi parte della legislazione con cui il Congresso degli Stati Uniti ha avuto a che fare nei 27 anni e mezzo in cui ho lavorato alla Camera» … Dopo un’esaustiva raccolta di prove e un processo deliberativo, il Congresso riautorizzava il VRA, incluso la misura di copertura, con uno schiacciante sostegno bipartisan. Era il giudizio del Congresso che sosteneva che «40 anni non sono stati una quantità di tempo sufficiente per eliminare le vestigia della discriminazione cui sono seguiti  quasi 100 anni di non rispetto delle indicazioni del 15esimo emendamento e per assicurarsi che il diritto di tutti i cittadini di votare fosse protetto come garantito dalla Costituzione.» … Questa determinazione del Congresso autorizzato a far rispettare gli Emendamenti della Guerra Civile «con una legislazione appropriata» merita il massimo rispetto di questa Corte. A mio giudizio, la Corte sbaglia clamorosamente a ignorare la decisione del Congresso.

 

Un’ulteriore caratteristica inusuale della decisione della Corte merita un commento finale. Anziché sostenere che fosse incostituzionale applicare la richiesta di approvazione preventiva nella Contea di Shelby, la Corte semplicemente sosteneva che fosse incostituzionale l’uso della formula già nell’Atto del 1965 nell’identificare quelle giurisdizioni che dovevano avere la preautorizzazione delle loro proposte per i cambiamenti nelle procedure di voto. Presumibilmente quella proprietà più limitata era intesa ad evitare la regola del controllo giudiziario che normalmente, nella cosiddetta facial challenge, richiede che il querelante sfidi la costituzionalità di uno statuto federale per convincere la Corte che lo statuto non sia valido sotto tutti gli aspetti. Perciò, la Corte ha eluso il problema, che il passato della storia dell’Alabama supporterebbe adeguatamente una continuazione dell’applicazione delle procedure di autorizzazione preventiva nella Contea di Shelby concentrandosi solo sulla forma usata per  assoggettare la Contea di Shelby a questo prerequisito.

Quando lessi per la prima volta il giudizio del Presidente della Corte, questo metodo inusuale di entrare nel merito di una materia costituzionale senza preliminarmente rivolgere alla Corte la questione antecedente di quale genere di ricorso si trattasse, per me era criticabile. Mi risultò ancora più criticabile quando lessi il parere discorde del giudice Scalia nel caso del Difense of Marriage Act6, che fu deciso il giorno dopo. Nel suo parere, il giudice Scalia asseriva che la Corte aveva commesso un errore nella sua decisione precedente in cui sosteneva di avere giurisdizione per entrare nel merito della costituzionalità o meno del DOMA. La «radice malata» che il giudice Scalia descrive nel paragrafo introduttivo del suo parere contrario al DOMA poteva aver bene influenzato il giudizio della maggioranza di cui lui faceva parte nel caso sul diritto di voto. Egli scrisse:

 

Questo caso riguarda il potere sotto diversi aspetti. Riguarda il potere del nostro popolo di governare sé stesso, e il potere di questa Corte di certificare la legge. Il giudizio di oggi ingigantisce l’ultimo aspetto, con la prevedibile conseguenza di far diminuire il precedente. Non abbiamo potere per decidere questo caso. E anche se lo avessimo, non abbiamo il potere secondo la Costituzione di invalidare questa legislazione adottata democraticamente. Gli errori della Corte in entrambi i punti scaturiscono dalla stessa radice malata: una concezione esaltata del ruolo di questa istituzione in America.

 

1. Con il termine test or device vengono indicati i prerequisiti necessari a una persona per poter votare. Per avere questi prerequisiti un elettore deve «essere in grado di saper leggere, scrivere, interpretare e comprendere qualsiasi tipo di argomento, presentare un qualche tipo di rendimento scolastico e possedere un buon carattere morale» N.d.R. [Fonte: www.avalon.law.yale.edu]

2. Il termine si riferisce al cambiamento radicale che subì la vita politica e sociale degli Stati del sud nel periodo che va dal 1863 al 1877 con la fine dello schiavismo degli afroamericani. N.d.R.

3. Gli US marshal sono il braccio armato della corte federale del Paese. Il loro compito è quello di proteggere gli ufficiali di corte, i tribunali e i ministeri oltre che assicurarsi che le operazioni giudiziarie siano svolte regolarmente. Scortano inoltre i trasporti di prigionieri e si occupano della ricerca di fuggitivi in caso di evasione. N.d.R

4. L’autore qui si riferisce all’omicidio di James Chaney, Andrew Goddman e Michael Schwerner, attivisti per i diritti civili uccisi nella contea di Neshoba, vicino la città di Philadelphia, Mississippi, il 21 giugno 1964. Per gli omicidi vennero accusati 18 membri del Ku Klux Klan (tra cui lo sceriffo della contea). Sette di loro vennero condannati in via definitiva. Alan Parker si è ispirato a questa vicenda per il suo film del 1988 Mississippi Burning. N.d.R.

5. Colia Lafayette (1940), leader afroamericana del movimento per i diritti civili, nel 2010 e 2012 si è candidata al Senato con il Partito Verde degli Stati Uniti. N.d.R.

6. Il Difense of Marriage Act (spesso chiamato semplicemente DOMA) che consente ai singoli stati di rifiutare il riconoscimento di matrimoni tra persone dello stesso sesso. La legge nel 2013 è stata dichiarata incostituzionale. N.d.R.

JOHN PAUL STEVENS è un giurista statunitense, giudice associato della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1975 al 2010. La sua giurisprudenza, inizialmente di tendenza moderata, si è gradualmente evoluta verso posizioni progressiste. Stevens ha avuto un ruolo importante nelle decisioni della Corte che hanno dichiarato illegali alcune delle modalità scelte dall’amministrazione Bush per condurre la guerra in Afghanistan e la lotta al terrorismo islamico. Il suo libro più recente è Five Chiefs:A Supreme Court Memoir(Little, Brown and Company 2012).
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