Franco Petroni

Berlusconi e il Sessantotto

MARIO PERNIOLA, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis, 48 pp., € 3,90
idem, Contro la comunicazione, Einaudi, 118 pp., € 10,00
idem, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 100 pp., €10,00

Alla fine del2011, inconcomitanza con la cessione (temporanea?) della funzione di governo da parte di Berlusconi, si è aperto un problema: qual è il rapporto tra il berlusconismo e il Sessantotto? Già porre il problema è politicamente scorretto: non verso Berlusconi, ovviamente, che è onnivoro e assimila tutto, ma verso il Sessantotto. Del Sessantotto, come di Garibaldi, non si deve parlar male, e nemmeno è di buon gusto parlare troppo male di una deriva (non inevitabile) del Sessantotto stesso, cioè del terrorismo di sinistra. Precisamente: anche di questa deriva si può parlar male, però adoperando un linguaggio adeguato: mai il sarcasmo, che abbassa chi ne è l’oggetto e gli toglie ogni dignità, impedendogli di atteggiarsi a eroe alfieriano vindice degli oppressi, ed evidenziando magari un narcisismo patologico, da piccolo borghese frustrato. Ora però un filosofo, Mario Perniola, (sia riconosciuto ai filosofi il merito di prendere le cose alla radice), ha osato fare quello che finora, da sinistra, non era stato fatto.

Chi ha avuto la ventura di vivere gli anni del mitico Sessantotto (ma direi che l’accento andrebbe posto anche sull’anno precedente: all’inizio del Sessantasette era già ben vivo, in molte Università italiane, il movimento studentesco, e fu nel febbraio di quell’anno che vennero stese, durante un’occupazione della Sapienza di Pisa, le famose «Tesi della Sapienza»), ha presente ancora il clima di entusiasmo che accompagnò quel periodo. Le assemblee autogestite che si convocavano qua e là, al di fuori e contro l’apparato accademico, erano una fucina di nuova conoscenza sociologica, in cui le esperienze che si discutevano provenivano veramente «dal basso», dal vissuto personale di chi, magari per la prima volta, si trovava a parlare in pubblico. Poi ci furono il leaderismo, la volontà di tradurre in termini immediatamente politici quell’esperienza, e questo fu un impoverimento. Il movimento studentesco nasceva dalla necessità oggettiva di adeguarsi a una nuova realtà sociale e culturale, italiana e internazionale, e aveva tutto da perdere nel ritrovarsi stretto in una logica di potere che era ancora quella dei vecchi partiti politici, ai quali si aggiungevano ora i gruppi e i gruppetti in cui il movimento si era frazionato, ognuno con il proprio leader e in competizione tra loro, in un processo di auto esaltazione e di sfaldamento che subito apparve patologico.

Nonostante questi limiti, che apparivano evidenti e sui quali gli stessi studenti, dei quali tutto si può dire tranne che mancassero di spirito, facevano battute autoironiche («andare a battere davanti alle fabbriche», era per esempio il modo di designare il loro deprimente approccio con gli operai iscritti al PCI e al Sindacato; a proposito di Mao e della Gloriosa Rivoluzione Culturale Cinese, ai quali tutti dicevano di ispirarsi, circolavano barzellette feroci, che non potevano essere spiegate altro che con il freudiano ritorno del represso), il movimento andò avanti e gestì (cosa che non riuscì a fare l’apparato istituzionale) il tumultuoso aumento degli studenti e la loro volontà di essere comunque presenti. Quindi l’Università, pur nel caos, riuscì a essere una cosa viva, almeno finché non assunse un andamento delirante la tendenza dei gruppi a riprodursi per scissione come le amebe (la scissione rafforza, si ripeteva, perchè l’importante è scegliere la linea giusta; ma nessuno ci credeva: la scissione rafforza chi in quel momento gestisce il gruppo, salvo essere scalzato un momento dopo).

Il Movimento viveva anche e soprattutto perché aveva alle spalle il lavoro delle riviste dell’inizio anni ’60, prima e più importante delle quali, dal punto di vista teorico-politico, fu ‘Quaderni Rossi’. Nel Sessantotto alla conoscenza della società si erano aperti orizzonti inediti: tra il reale e il progettuale si era creato un rapporto che conferiva alla cultura un enorme potere. Ma, osserva Mario Perniola, nel Sessantotto non c’era una percezione chiara del fatto che la rivoluzione cognitiva e lo spontaneismo vitalistico rappresentano scelte opposte e inconciliabili:

Ben pochi si accorgono che lo sfrenato vitalismo della contestazione è qualcosa di retrogrado e di reazionario rispetto al movimento stesso e che esso rappresenta un modo di bloccare dall’interno la rivoluzione intellettuale. Ancora peggio andrà negli anni successivi, specie nei paesi in cui, come in Italia, il vitalismo si sposa con l’oscurantismo e con il populismo. Tuttavia, trasformando i contestatori del Sessantotto in professori e i contestatori del Settantasette in giornalisti, la rivoluzione cognitiva è ricondotta nell’ambito della burocrazia e delle istituzioni: il vitalismo viene abbandonato alla deriva autodistruttiva del terrorismo e delle tossicomanie.1

Con la fine della seconda guerra mondiale si era interrotto il processo di razionalizzazione della vita privata e collettiva sul quale è fondata la nostra civiltà, e che aveva trovato il suo compimento con la vittoria sul nazifascismo; vittoria raggiunta tra gli orrori e le stragi, gli eccidi e i genocidi, di cui sono responsabili principali i nazisti, ma a cui hanno contribuito anche i vincitori, sia l’Unione Sovietica che le potenze democratiche: basti pensare ai bombardamenti a tappeto a scopi terroristici e al lancio delle due prime bombe atomiche. Tuttavia, anche nella ferocia di una guerra senza quartiere era presente un elemento di razionalità, grazie al quale il mondo poté raggiungere un equilibrio (l’equilibrio del terrore atomico) che resse, pur nella sua perenne precarietà. La pratica della guerra, con la connessa esigenza vitale di commisurare le intenzioni ai possibili effetti, e quindi di applicare costantemente nei fatti il principio di causa, pur nel fracasso delle opposte ideologie aveva imposto la razionalità e la responsabilità, evidenziando le mistificazioni della retorica. La fine del secondo conflitto mondiale è quindi da considerarsi un’acme della civiltà, in cui, pur nella costante presenza dei presupposti della catastrofe totale, la catastrofe tuttavia viene evitata. Gli ideologismi vengono temperati dalla visione della necessità, e la retorica, pur con la sua grossolanità e la sua invadenza, viene usata per raggiungere obiettivi riconosciuti e giustificati dalla ragione.

Le generazioni che crebbero dopo la fine della guerra, afferma Perniola, non hanno però ereditato questa concezione del mondo basata sull’importanza decisiva dell’azione individuale e collettiva e sul carattere razionale della Storia, perché sono state testimoni di eventi del tutto imprevedibili, il cui significato resta opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre ai concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Chi avrebbe previsto che una rivolta di studenti parigini (nel Maggio francese) avrebbe dato luogo al più grande sciopero selvaggio della Storia? Che una monarchia (quella persiana) sostenuta dal forte appoggio americano e da un sistema repressivo spietato sarebbe stata rovesciata in pochi mesi da una rivolta popolare diretta dal clero? Che un regime (quello della Germania Orientale) costruito su una fittissima rete poliziesca di delatori e di spie si sarebbe dissolto rapidamente, nell’89? Che, nel 2001, diciannove kamikaze sarebbero riusciti a portare a termine con successo un devastante attentato sul suolo americano?

Nei confronti di questi fatti la stragrande maggioranza delle persone ha fatto propria una frase dello scrittore francese Georges Bataille, impossible et pourtant là (“impossibile, e nondimeno qui!”). […] Questi eventi appaiono più come miracoli che come compimenti di processi di cui si conosce lo svolgimento; più come traumi che come tragedie o catastrofi di cui sia possibile elaborare il lutto2. 

Lentamente la società occidentale comincia a essere pervasa da una mentalità miracolistica, al cui diffondersi un contributo determinante è dato dagli sviluppi di una tecnoscienza vissuta come fantascienza in procinto di realizzarsi, significativamente accompagnata dal declino nella maggior parte della popolazione delle conoscenze tecnico-scientifiche elementari.

Un contributo ancora più importante all’avvento della mentalità miracolistica è recato dai mezzi di comunicazione di massa che proprio a partire dagli anni Sessanta giocano un ruolo molto maggiore che in passato, per la diffusione della televisione e per l’effetto di feedback esercitato sugli agenti: a dire impossible et pourtant là non sono solo gli spettatori, ma anche gli attori degli eventi, i quali sono i primi a meravigliarsi del rilievo dato dai media alle loro performance e dell’interesse con cui ne seguono gli sviluppi. Le loro parole e i loro comunicati diventano immediatamente una parte essenziale degli eventi influenzandone in modo molto rilevante lo svolgimento; la verità effettuale della cosa è sommersa e scompare sotto una quantità enorme di parole e di immagini trasmesse in tutto il mondo.3

Alla razionalità e alla conoscenza, alle quali si accompagna la responsabilizzazione degli individui e della comunità, si sostituisce quindi la comunicazione, che è qualcosa di totalmente diverso e negativo:

La comunicazione è qualcosa di finto che per essere creduto ha bisogno di un eccesso di realtà»; essa è insieme «vera, perché pone dinanzi a un fatto; falsa, perché adotta tecniche di esagerazione, manipolazione e mistificazione; finta, perché l’aspetto fantastico e immaginativo vi gioca un ruolo essenziale. […] Chi ha paragonato i meccanismi con cui funziona la comunicazione al lavoro onirico descritto da Freud non si è sbagliato. Dal momento in cui la comunicazione ha preso il posto dell’azione, viviamo come in un sogno, che talora è un prodigio talora un incubo.4

Di quella fabbrica di sogni, destinati a trasformarsi in incubi, che è la comunicazione massmediatica è maestro Berlusconi. Ma il sogno che si trasforma in incubo, afferma Perniola, è ciò che accomuna Berlusconi al Sessantotto:

Può sembrare sorprendente e perfino incongruo considerare Berlusconi come colui che ha realizzato ciò che il Sessantotto aveva sostenuto. Eppure per chi ha vissuto all’interno di quel movimento, non è difficile trovare in lui quella volontà di potenza, quel trionfalismo farneticante, quella estrema determinazione di destabilizzare tutta la società da cui il Sessantotto fu pervaso.

 Ed esemplifica, facendo una rassegna degli obiettivi perseguiti dai sessantottini e realizzati, di fatto, trenta, quarant’anni dopo, da Berlusconi:

Fine del lavoro e della famiglia, descolarizzazione, distruzione dell’università, deregolamentazione della sessualità, contro-cultura, discredito delle competenze mediche e crollo delle strutture sanitarie, ostilità nei confronti delle istituzioni giudiziarie considerate come repressive, vitalismo giovanilistico, trionfo della comunicazione massmediatica, oblio della storia e presentismo spontaneistico.

Per concludere infine:

Tutto ciò è ormai diventato realtà. Con Berlusconi si chiude un periodo storico iniziato negli anni Sessanta, nel quale le basi logiche del pensare e dell’agire sono state sostituite da un sentire collettivo manipolato e delirante, lunatico e stravagante.5

1. Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2004, pp. 25-26.
2. Mario Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 6.
3. Ivi, p. 10.
4. Ivi, p. 20 e p. 37.
5. Mario Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, 2011, p. 11.

FRANCO PETRONI, è ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea nell’Università di Perugia. È redattore di ‘Allegoria’ e di ‘Moderna’. I suoi libri più importanti sono: L’inconscio e le strutture formali. Saggi su Italo Svevo (Liviana, Padova 1979), Le parole di traverso. Ideologia e linguaggio nella narrativa d’avanguardia del primo Novecento (Jaca Book, Milano 1998), Ideologia e scrittura. Saggi su Federigo Tozzi (Manni, Lecce 2006). È stato direttore di ‘Nuovo Impegno’, la rivista pisana che pubblicò le cronache e i documenti del movimento studentesco. Ha collaborato alle pagine culturali de ‘Il Messaggero’.

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