Zoë Heller

L’orgoglio della vagina

da ''The New York Review of Books''
NAOMI WOLF, Vagina: A New Biography, Ecco, 381 pp., $27,99

Donna, ama la tua fica. Sono trascorsi quarantaquattro anni da quando Germaine Greer1 impartì la sua turpe direttiva, e le donne sembrano averle dato ascolto. Greer ha perso la battaglia sulla terminologia – malgrado tutti i suoi sforzi, “fica” rimane la peggiore delle brutte parole2 – ma oggi “l’orgoglio della vagina” è entrato a far parte della cultura comune, e volti noti della televisione, come Oprah Winfrey, parlano pubblicamente e con spensierato affetto delle loro “iolande”. (Il gruppo conservatore “Parents Television Council”3 calcola che negli ultimi dieci anni l’impiego del termine “vagina” sul piccolo schermo sia diventato otto volte più frequente). I monologhi della vagina, la celebrazione teatrale dell’organo sessuale femminile firmata Eve Ensler, sono stati esportati in tutto il mondo, nonché sottoscritti e rappresentati dalle star patinate di Hollywood e persino dai delegati dello Stato del Michigan. Più di un sito oggi ha come unico scopo quello di permettere alle donne di condividere e confrontare in un “clima di solidarietà”, le foto della loro vulva.

Certo, non tutte le iterazioni di “orgoglio della vagina” rappresentano un innegabile progresso per la causa femminista. Né è stato ancora accertato che i leziosi voli dell’immaginazione di Eve Ensler sulle vagine che profumano “di fiocchi di neve” rappresentino effettivamente un bene per la sorellanza. E qualunque fosse l’obiettivo che Greer sperava di raggiungere quando esortava le donne a “ostentare… la propria sensualità”, possiamo tranquillamente affermare che non si trattava del “vajazzling”4: la recente moda di tempestare di cristalli la vulva rasata.

Si potrebbe ragionevolmente sostenere che l’occasionale richiamo ai fiocchi di neve è un prezzo tollerabile da pagare in nome della liberazione. Naomi Wolf però sconsiglia di cedere a simili compiacimenti. Nella sua nuova “biografia” della vagina, la scrittrice mette in guardia sul fatto che il soggetto del suo ultimo libro rischia di essere banalizzato dalla sua stessa ubiquità culturale. La vagina, dovutamente compresa, è “parte dell’animo femminile” nonché veicolo per “il significato della vita stessa”. Per poter emancipare la sessualità femminile dalla calunnia patriarcale, dalla distorsione della pornografia e da alcun dei dannosi miti della seconda ondata di femminismo è essenziale, afferma, che le donne reclamino “la magia” della vagina e tornino ad assegnarle il posto che le spetta di dritto: “il centro dell’universo”.

Chi conosce i trascorsi di polemista e memorialista di Wolf non rimarrà del tutto sorpreso nello scoprire che essa attribuisce all’anatomia femminile delle proprietà occulte. Negli anni l’autrice, che ha sempre inteso il femminismo come una causa spirituale, oltre che un movimento di diritti civili, ha fatto diverse trasognate allusioni al carattere numinoso della sessualità femminile. In Promiscuities, un’opera a carattere biografico basata sulla sua giovinezza trascorsa nella San Francisco degli anni Settanta, Wolf suggerisce che “la sessualità femminile partecipa all’immagine divina”. Più recentemente, nel 2006, ha dichiarato a uno sbigottito giornalista del Sunday Herald di Glasgow di aver avuto una visione di Gesù durante una sessione di terapia, e di essere più che mai certa che il suo scopo nella vita sia quello di ricordare alle donne “ciò che c’è di sacro nella femminilità”. Tuttavia, Vagina rappresenta ad oggi la sua più schietta esposizione di questi temi, e in quanto tale permette di cogliere con insolita chiarezza i principi della filosofia mistica femminista di Wolf.

Come l’autrice spiega nella sua introduzione al volume, l’idea originaria era di scrivere un libro che prendesse in esame le rappresentazioni culturali della vagina nei secoli. Nel corso delle sue ricerche però, Wolf ha deciso che “la verità sulla vagina” non è da ricercarsi nella storia o nella cultura, bensì nelle più recenti scoperte della neuroscienza e della psicologia evolutiva. Così, accantonato il progetto iniziale, il libro è diventato una sorta di studio del “personaggio” vagina. Ciò che rimane del progetto “biografico” originario – una panoramica in cinquantasette pagine di alcuni dei “drastici cambiamenti” nell’atteggiamento verso la vagina – è un’opera scadente, infarcita di generalizzazioni infantili e banali cliché femministi: gli antichi sumeri e babilonesi adoravano la vagina, i cristiani post-paolini ne provavano orrore, i maschi modernisti l’hanno oggettivata, e via dicendo.

A suscitare una particolare irritazione è la convinzione secondo la quale “il modo in cui ogni cultura tratta la vagina… è una metafora del modo in cui le donne in generale sono trattate in quel luogo e in quell’epoca”. Se è affrettato immergersi ne Il giardino profumato, un manuale erotico scritto nell’Arabia del quindicesimo secolo, e concludere che nella cultura islamica di cinquecento anni fa esistesse una “consapevolezza assai non-occidentale del fatto che le vagine sono pluralistiche, individualistiche e dotate di volontà e intenzioni proprie”, ancora più affrettato è presumere che quel testo possa fornirci delle informazioni utili sul modo in cui le donne erano trattate “in generale in quel luogo e in quell’epoca”. La venerazione della vagina non equivale alla venerazione delle donne (Il giardino profumato contiene, ad esempio, un capitolo interamente dedicato agli “inganni e tradimenti della donna”), e una concezione sgradevole della sessualità femminile non è paragonabile a delle solide obiezioni ai diritti civili delle donne. È per questo che l’America è capace di produrre sia la rivista Hustler che un segretario di Stato donna.

La versione incompiuta dello studio culturale di Wolf non offre forse motivi di rimpiangerne la brevità, ma anche la sua entusiastica incursione nella “nuova scienza” presenta una serie di incongruenze. Come molti di coloro che hanno attinto resoconti superficiali dalla sorgente della biologia e delle neuroscienze evolutive, Wolf è talmente elettrizzata all’idea di spiegare tratti complessi e sovradeterminati del comportamento umano attraverso dei semplici riferimenti alla savana preistorica o all’ipotalamo, da ignorare spesso i richiami del buon senso e della logica.

Il suo interesse nella scienza è nato, spiega, in seguito a una crisi da lei vissuta nel 2009, quando senza alcun motivo apparente smise di provare orgasmi vaginali – una perdita che Wolf definisce “incredibile” e “traumatica”. Benché la sua capacità di provare orgasmi clitoridei fosse rimasta intatta e lei abbia continuato a trarre un grande piacere fisico dai rapporti sessuali con il compagno, Wolf si vide privata delle intense esperienze postcoitali a cui era abituata: “quel senso di una dimensione spirituale che unisce ogni cosa – indizi della sensazione che ogni cosa freme di luce”.

L’assenza di questo sublime elemento dell’amore fisico iniziò a incidere su altri ambiti della sua vita, e lei piombò in un ennui esistenziale. “Era come un film dell’orrore”, scrive, “con la luce e la scintilla del mondo che si affievoliscono sempre più… Non potevo immaginare di convivere con quel problema per il resto della mia vita”. Finalmente si rivolse al suo ginecologo, e le fu prontamente riscontrato un disallineamento della colonna vertebrale che causava la compressione del nervo pelvico.

Prima di allora Wolf non aveva mai sentito parlare del nervo pelvico, ma venuta a conoscenza dell’elaborata rete di circuiti neurali che trasmettono impulsi dalla vagina alla spina dorsale e di lì al cervello, iniziò a sospettare l’esistenza di “una profonda connessione tra cervello e vagina”, ovvero, di un rapporto causale tra la funzione vaginale e il benessere emotivo generale. Un sospetto che vide confermato quando, dopo essersi sottoposta a un intervento alla colonna vertebrale, tornò a provare orgasmi vaginali, e insieme a questi “un senso di vitalità che infondeva il mondo, di gioia per me stessa e tutto ciò che mi circonda, e di energia creativa che percorre tutto quanto è vivo”. La vagina e il cervello, comprese, appartenevano a “un unico sistema”.

La scoperta che le sensazioni vaginali – o la loro assenza – siano in grado di produrre stati mentali non appare in se’ particolarmente sorprendente. Le sensazioni provate in ogni parte dell’anatomia causano il rilascio di sostanze chimiche in grado di provocare sensazioni. Sentiamo l’odore di una pasticceria e proviamo il desiderio di acquistare un croissant; ci schiacciamo le dita in una porta e proviamo rabbia. Corpo e cervello appartengono a “un unico sistema”. Stando a Wolf, però, le sostanze chimiche rilasciate durante l’orgasmo femminile “superiore”, o trascendente, veicolano delle “verità umane profondissime”, consentono a una donna di cogliere la somma, luminosa realtà di “un Femminino Divino o Universale”, le danno la sicurezza che “tutto sia in ordine nell’universo” e di esistere “in una sorta di perfezione”.

Quando, a causa dell’assenza di orgasmi – o semplicemente di orgasmi “perfettamente adeguati da un punto di vista culturale” (il corsivo è mio) – una donna viene privata di queste sostanze chimiche, essa si estranea dalla Dea che è in lei e la sua capacità di amarsi e di provare gioia si esaurisce.

La lettrice che non si è mai sentita, né a letto né altrove, “una parte radiante dell’universo femminile”, potrebbe credere che Wolf abbia confuso la propria esperienza di felicità sessuale, spiccatamente personale e religiosa, con una definizione comune. Ma è anche possibile, naturalmente, che la lettrice in questione abbia solo provato, senza saperlo, orgasmi di tipo inferiore. Wolf, ritiene che il sesso mistico che spetta alle donne per nascita sia negato a molte – forse alla maggioranza – delle donne moderne, e che ciò, a dispetto di tutte le conquiste economiche e politiche compiute negli ultimi cinquant’anni, spinga le donne a lamentare “livelli sempre più bassi di felicità e soddisfazione”.

Il problema è che i convenzionali modelli di amplesso eterosessuale non funzionano a dovere. Il sesso “lineare, che mira a uno scopo” che prevale in Occidente non prende sufficientemente in considerazione l’estrema sensibilità delle donne per il contesto emotivo nel quale viene consumato. Tanto la pornografia che il classico femminismo della seconda ondata hanno teso a promuovere la tecnica sessuale come chiave della soddisfazione sessuale femminile. Le femministe, in particolare, hanno tentato di convincere le donne che possono “scopare come uomini, o cavarsela con un buon vibratore… ed essere semplicemente strumentali rispetto al proprio piacere”. Si tratta, afferma Wolf, di miti dannosi. Per poter raggiungere l’orgasmo superiore, le donne hanno bisogno di sentirsi al sicuro e protette (idealmente, dovrebbero sentirsi “straordinariamente apprezzate” e “ben volute”). Hanno bisogno di atmosfera (luce di candela, arredi piacevoli, sguardi trasognati) e di “particolari tributi o gesti preparatori” (fiori, una vasca da bagno pronta). Pare che anche essere apostrofate come “Dea” sia di grande aiuto.

Non si tratta, sottolinea Wolf, delle specifiche predilezioni culturali di una donna difficile da accontentare, ma di requisiti biologicamente determinati e presenti in ogni donna. In epoca preistorica (consderata “la vicinanza di animali selvatici o di aggressori di altre tribù”), per le donne era rischioso abbandonarsi al disinibito stato di trance indotto da un orgasmo superiore, e la scelta di partner sessuali che tenessero a loro abbastanza da proteggerle in caso di emergenza era cruciale.

Questa sembrerebbe essere un’ipotesi troppo fragile per sostenere un’intera teoria sull’innata esigenza delle donne di ingraziarsi il partner prima del coito, ed esagera fatalmente lo stato di oblio che l’orgasmo produce nella donna. Prove aneddotiche sembrano indicare che una donna, benché assorta nell’impeto di una passione culturalmente più che adeguata, è in grado di recuperare la propria lucidità con sorprendente rapidità quando un figlio irrompe inaspettatamente nella camera da letto, e che sarebbe in grado di reagire con tempestività addirittura maggiore se l’intruso fosse un peloso mammut.

La tentazione di apporre un imprimatur evolutivo alle sue teorie sulla sessualità femminile sembra far irrigidire Wolf di fronte a simili obiezioni. È sorprendente notare come, di fronte a una versione dell’evoluzione che non soddisfa i suoi pregiudizi (l’idea, ad esempio, che la predilezione transculturale degli uomini per alcune specifiche proporzioni tra punto vita e fianchi nelle donne possa essere dovuta a una preferenza adattiva verso compagne all’apparenza fertili) Wolf sia felice di respingerla in quanto “sessista” senza alcuna ulteriore elaborazione. Tuttavia, posta di fronte a una teoria non meno controversa, che guarda caso avvalora le sue convinzioni aprioristiche, essa reagisce con ingenuo stupore. Per corroborare la sua opinione sulla superiorità degli orgasmi vaginali rispetto a quelli clitoridei, Wolf cita il fenomeno del “risucchio uterino”, a riprova del fatto che i primi sono, evolutivamente parlando, “superefficienti”.

Wolf  forse non sa che gli studi sui “propositi” adattivi degli orgasmi – vaginali o meno –  sono decisamente più controversi e inconcludenti di quanto lei lasci intendere. La teoria del “risucchio” dell’orgasmo femminile si basa su dati derivati da una ricerca condotta nel 1970 su un’unica partecipante. E il fatto che tra uno e due terzi delle donne non raggiungano mai, o solo raramente, l’orgasmo attraverso un rapporto sessuale appare in se’ un’argomentazione piuttosto convincente a sfavore di qualsiasi interpretazione evolutiva dell’orgasmo femminile. La sua teoria presenta però anche un altro problema. Perché una donna femminista che fa sesso senza mirare alla procreazione dovrebbe preoccuparsi se ciò che sta facendo è “adattivo” o meno? Si direbbe che Wolf abbia ceduto alla pericolosa tentazione di attribuire a taluni comportamenti sessuali un’importanza maggiore perché “naturali” o “evolutivamente preziosi”.

Come abbiamo visto, la sua convinzione secondo la quale la vagina è integrale al “senso centrale” di una donna, si basa non solo sulle esperienze mistiche che la vagina “media” durante gli orgasmi, ma sugli effetti continui e benefici che gli orgasmi hanno sul resto della vita di una donna. Wolf afferma di trovare nelle biografie di scrittrici e artiste (Georgia O’Keefe, Emma Goldman, Edith Wharton) prove convincenti del fatto che spesso le donne “creano meglio dopo un risveglio sessuale o un rapporto particolarmente liberatorio dal punto di vista sessuale”. E interpellate donne “dai vissuti assai diversi tra loro” — amiche, studentesse, le 16.800 iscritte alla sua comunità di Facebook – scopre che le loro risposte confermano l’esistenza, nelle donne, di un nesso tra una vita sessuale felice e maggiori livelli di autostima.

Suggerire che un’attività sessuale gratificante doni benessere alle donne, e che questo benessere possa renderle più produttive in altri ambiti della loro vita appare ragionevole, se non banale. Tuttavia, non esistono prove che dimostrino che si tratti di un fenomeno esclusivamente femminile, o che il sesso in questione debba essere di tipo mistico, mentre si potrebbero citare infiniti esempi a sostegno della tesi opposta: ovvero che gli intensi piaceri dell’amore sessuale tendono a distrarre una donna dai propri compiti.

Sarebbe interessante sapere in che modo Wolf spiega la creatività di artiste vergini come Jane Austen, Emily Brontë ed Emily Dickinson, o le estasiate esperienze delle mistiche della storia (la cui esistenza non presenta un gran numero di esperienze sessuali liberatorie). Quale che sia la morale che Wolf trae dal fatto che Edith Wharton scrisse L’età dell’innocenza dopo aver provato i suoi primi orgasmi, di certo è alquanto compromessa dalla considerazione che Emily Brontë scrisse Cime Tempestose senza mai aver avuto un rapporto sessuale (certo, potrebbe essersi masturbata: Wolf però esclude esplicitamente la masturbazione come mezzo per raggiungere l’orgasmo superiore: “Una vagina felice ed eterosessuale richiede, è ovvio, un uomo virile”).

Dopo aver consultato numerosi studi e intervistato molti scienziati, Wolf ha deciso che il nesso tra sesso e creatività può essere spiegato con la dopamina: una delle sostanze chimiche coinvolte nell’orgasmo femminile. La dopamina, secondo Wolf, è la sostanza che promuove la concentrazione e la motivazione nelle donne. È ciò che le fa balzare dal “fetore dei loro talami lardosi”5 per scrivere romanzi. Le donne moderne che si lamentano di soffrire di depressione avrebbero bisogno di esperienze sessuali migliori e di più dopamina, ma le società patriarcali, temendo un’eccessiva consapevolezza sessuale nelle donne, preferiscono tenerle a bada con gli antidepressivi.

“La serotonina”, scrive Wolf, “attenua letteralmente la voce femminile, mentre la dopamina letteralmente la intensifica”.

Wolf letteralmente non comprende il significato del termine “letteralmente”, e anche la sua comprensione delle ricerche scientifiche è alquanto dubbia. Confondendo ripetutamente tra loro cause e correlazioni, esagera enormemente ciò che la neuroscienza può dirci in maniera affidabile sulle funzioni delle singole sostanze chimiche presenti nel cervello. Di certo la dopamina ha un ruolo nell’orgasmo femminile. Ma lo ha anche nella schizofrenia e, per ammissione della stessa Wolf, in una varietà di dipendenze. Alla luce di ciò, appare sconsiderato designarla, come fa l’autrice, la sostanza chimica “femminista per eccellenza”.

Oltre a scoprire il ruolo vitale della vagina nell’“infondere” autostima e gioia alla psiche femminile, Wolf è giunta a comprendere i dannosi effetti dell’ostilità verbale nei confronti della vagina. Un insulto alla vagina è, afferma, “un enunciato performativo” (ritiene, erroneamente, che un “enunciato performativo” sia qualsiasi affermazione che produce un risultato tangibile nel mondo). Lei stessa, dopo aver partecipato a una cena alla quale si serviva della pasta a forma di vagina, chiamata “cuntini”6, ha sofferto per sei mesi di blocco dello scrittore.

Gli attacchi fisici contro la vagina producono, naturalmente, conseguenze ancora più gravi. Lo stupro non è solo un “reato sessuale”, o una forma di violenza, scrive Wolf, ma una profonda “lesione al cervello” dalla quale una donna non è in grado di riprendersi completamente. Le sue esperienze con delle vittime di stupro in Sierra Leone – donne che si definiscono “merci danneggiate” e nelle quali Wolf ha scorto un “particolare affievolimento della vitalità”, ben distinto da quello osservabile in qualsiasi altra vittima di guerra – l’hanno convinta che lo stupro distrugge lo spirito femminile come altre forme di crudeltà, fisica o mentale, non riescono a fare.

Non è chiaro in che modo Wolf distingua una vitalità particolarmente affievolita da una “normalmente” affievolita. Ma se i traumi subiti da queste donne contengono uno specifico elemento di orrore, si sospetta che questo abbia più a che fare con la sensazione di essere state intimamente violate, soggette a raccapriccianti ferite interne, e segnate dall’infamante marchio sociale associato alle vittime di stupro, che non con la peculiare capacità dello stupro di “svuotare” l’animo femminile. È strano che Wolf adessa veda lo stupro in questi termini, se si pensa che solo lo scorso anno sembrava aver assunto una posizione ben diversa. In un articolo scritto per il Guardian sulle accuse di stupro rivolte a Julian Assange, Wolf affermò infatti che le accusatrici dell’uomo non avrebbero dovuto poter restare anonime, dal momento che tale esenzione equivaleva a vedere erroneamente nello stupro un reato “diverso”. La consuetudine di tutelare le accusatrici di stupro era, notò, “un resto dell’era vittoriana… in cui lo stupro era considerato “un destino peggiore della morte”, che rendeva le donne… ‘merci danneggiate’”.

C’è una strana arroganza nell’affermazione con la quale Wolf dichiara di comprendere come ogni stupro tocchi ogni donna. Ed è la stessa arroganza che la spinge a spiegarci come tutte le donne abbiano bisogno di essere corteggiate, e come tutte le donne si sentano quando “vengono”. In questo libro Wolf fa notare in più di un’occasione che non intende imporre delle norme – purtroppo però non riesce a trattenersi dal farlo. Non avrà pace sino a quando tutte le donne non avranno udito il suo verbo e avranno iniziato ad avere rapporti sessuali non solo piacevoli, ma proficui. Il suo rifiuto di accettare l’eterogeneità del temperamento femminile, delle preferenze sessuali delle donne e del desiderio femminile risulterebbe irritante se non fosse così campato in aria. Di fatto, il suo tentativo di porsi come profeta visionaria del sesso suscita una sorta di affettuoso sgomento.

Verso la fine di Vagina, Wolf presenta due esempi chiarificatori del tipo di pratica sessuale “incentrata sulla Dea” che intende promuovere tra i suoi lettori. La prima è la “sacra cura sessuale” somministrata da Mike Lousada, che si autodefinisce “terapista somatico” e che nel suo studio di North London offre a donne “eroticamente sofferenti” massaggi, masturbazioni e rapporti sessuali. Il secondo è un laboratorio di Tantra della durata di un fine settimana, nel quale le partecipanti scelgono il partecipante che il sabato sera, in una camera d’albergo del Midtown di Manhattan, praticherà loro “il massaggio della zona segreta”.

Wolf li considera incoraggianti esempi di adorazione della vagina. E forse lo sono. Ma sono anche esempi di donne che raggiungono un’intensa soddisfazione sessuale tramite prestazioni a pagamento e con estranei. Altro che sensibilità femminile per l’“ambiente emotivo”. A differenza di Wolf,la Deasembra pronta ad ammettere che ciascuno raggiunge la propria soddisfazione come meglio crede.

 

 (Traduzione di Marzia Porta)

 

1. Greer respingeva il termine “vagina” in quanto riferito di fatto solo a una porzione dei genitali femminili (lo spazio tra vulva e collo dell’utero) e perché il suo significato latino, “guaina di spada”, obbligava le donne a considerare il proprio sesso come “contenitore per un’arma”.
2. È un gruppo di pressione statunitense fondato dal conservatore attivista L. Brent Bozell III nel1995. L’associazione pubblica recensioni e ricerche non scientifiche sui programmi televisivi e sul potenziale effetto dannoso che potrebbero avere per lo sviluppo dei bambini [Fonte Wikipedia]. N.d.R.
3. Il vajazzling è una tecnica di “decorazione” del monte di Venere, che consiste nel tempestare la parte più visibile della vagina con cristalli Swarovski. N.d.R.
4. Germaine Greer (1939) è una giornalista e scrittrice australiana, considerata uno delle teoriche femministe più importanti del XX secolo [Fonte Wikipedia]. N.d.R.
5. Citazione dall’Amleto di Shakespeare. N.d.T.
6. La parola inglese “cunt” corrisponde al nostro “fica”. N.d.R.

ZOË HELLER è una scrittrice e giornalista inglese. In Italia sono stati pubblicati i suoi romanzi Gli Illusi (Bompiani 2009), Tutto quello che sai (Bompiani 2008) e La donna dello scandalo (Bompiani 2005) da cui è stato tratto il film del 2006 diretto da Richard Eyre Diario di uno scandalo.

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