James j. Sheehan

Gli intellettuali americani nella Berlino nazista

da ''The New York Review of Books''
ANDREW NARGOSKY

, Hitlerland: American Eyewitnesses to the Nazi Rise to Power, Simon and Schuster 2012, 385 pp., $28.00

STORIA: Durante l’ascesa al potere del nazionalsocialismo, molti americani residenti a quel tempo in Germania, rimasero affascinati dalla figura di Adolf Hitler. Il saggio di Andrew Nargosky,qui recensito da Sheehan, parla di quei cittadini statunitensi che in quegli anni non si resero conto della catastrofe imminente che si stava per abbattere su tutto il mondo.

A differenza della maggior parte dei libri sugli americani all’estero, Hitlerland di Andrew Nagorski è meno interessato negli americani in sé, quanto in ciò che essi videro e non videro mentre erano lontani da casa. Una volta che i nazisti entrano in scena, chiunque tende a divenire un comprimario, e gli americani di Nagorski non fanno eccezione. Hitlerland, dunque, è un libro che riguarda la percezione delle origini del nazismo e la sua evoluzione a partire dal 1922 – quando il primo rappresentate ufficiale americano intervistò un oscuro agitatore di nome Adolf Hitler – fino al dicembre 1941, quando tutti i cittadini americani furono espulsi dal Reich.

Il più importante tra coloro che non riuscirono a prevedere la catastrofe imminente fu Charles Lindbergh, l’eroe e l’emblema del luminoso presente e del brillante futuro dell’Aeronautica americana. Lindbergh, che si era trasferito in Europa insieme alla sua famiglia dopo il rapimento e l’uccisione del suo figlio maggiore, visitò cinque volte la Germaniatra il 1936 e il 1939. Accolto con celebrazioni ufficiali, portato in visita nei campi d’aviazione e nelle fabbriche, sfarzosamente intrattenuto dal capo dell’Aeronautica Hermann Göring in persona e insignito di una delle più importanti cariche onorifiche civili, Lindbergh non tentò nemmeno di prendere le distanze dal nazismo. «Hitler – scrisse al banchiere Harry Davison – è indubbiamente un grande uomo, e io credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco». Probabilmente Nagorski è forse un po’ troppo gentile con Lindbergh: sopravvaluta l’importanza delle informazioni che egli fornì all’intelligence americana sulla forza aerea tedesca, e sottovaluta la pericolosità dell’antisemitismo dell’Aquila Solitaria1. Lindbergh non era un nazista, ma fu molto più che un involontario credulone del regime.

Alcuni dei testimoni oculari di Nagorski meritano una pagina o due semplicemente in virtù dell’importanza da essi acquistata successivamente. Il ventenne John F. Kennedy, per esempio, non ha trascorso più di una settimana in Germania, durante l’estate del 1937. Le poche righe di diario in cui ha registrato qualcosa su questo soggiorno sono fortunatamente molto scarne: non veniamo a sapere molto del femminile “bocconcino di delizie” che accompagnò il futuro presidente nei suoi viaggi, e possiamo solo cercare di indovinare perché un night club di Monaco fosse “un po’ particolare”. Le annotazioni politiche di Kennedy non sono memorabili. Egli credeva che Hitler, come Mussolini, fosse popolare soprattutto a causa della sua abilità come propagandista; e dei tedeschi stessi pensava fossero «veramente troppo bravi – questo fa coalizzare la gente contro di loro per proteggersi».

Tra le decine di osservatori americani presenti in Hitlerland, nessuno amò la Germania più del romanziere Thomas Wolfe. Ispirato da un potente amore per la storia, Wolfe visitò sei volte la Germania tra il 1926 e il 1936. Durante i due mesi che vi trascorse nel 1935, Wolfe, ottenebrato dal suo amore per la cultura tedesca (ed euforico per come i tedeschi avevano accolto i suoi romanzi), non si accorse di quante cose fossero cambiate da quando Hitler aveva preso il potere due anni prima. Ma quando tornò l’estate successiva, non poté più chiudere gli occhi sull’aspetto brutale del nuovo Reich. Nel racconto intitolato I Have a Thing to Tell You, pubblicato su ‘The New Republic’ nel 1937, lo scrittore descrisse un viaggio in treno da Berlino fino alla frontiera belga, durante il quale uno dei suoi compagni di viaggio, apparentemente un ebreo, viene arrestato per aver provato a portare clandestinamente del denaro fuori dal Paese. Il narratore (come sempre l’alter ego dell’autore appena mascherato) reagisce con un misto di pietà e paura, impotenza e sdegno; una donna tra i viaggiatori, una tedesca giovane e attraente, accusa gelidamente la vittima: «Questi ebrei! – esclama – Certe cose non accadrebbero se non fosse per loro!». Wolfe morì l’anno successivo; prima di allora, il governo tedesco aveva messo al bando i suoi libri e i suoi amici tedeschi erano divenuti, proprio come aveva temuto, «remoti come sogni, come imprigionati in un altro mondo».

La storia di Nagorski è ambientata per lo più a Berlino, dove l’ambasciata costituiva il centro sociale e politico della comunità americana. Nel 1930 gli Stati Uniti acquistarono il Blücher Palace, un elegante edificio cittadino sulla Pariser Platz, proprio di fronte alla Porta di Brandeburgo (vicino al luogo che oggi ospita quella mostruosità fortificata dell’attuale ambasciata americana). Ma prima che il palazzo potesse essere completamente restaurato, esso era gravemente danneggiato dal fuoco, ciò significa che tra il 1931 e il 1939 l’ambasciatore e il suo staff dovettero lavorare in uffici provvisori vicino al Tiergarten. Per gli standard attuali, l’ambasciata era piccola, aveva fondi insufficienti ed era modestamente fornita. Ciononostante, negli anni Venti e negli anni Trenta gli Stati Uniti furono rappresentati da uomini particolarmente validi; tra questi Truman Smith, un ufficiale di fanteria pluridecorato, il quale, nel 1922, in qualità di giovane addetto militare, fu il primo ufficiale americano a incontrare Hitler e a mettere in guardia il comando sulla rapidità con cui la Germania si andava riorganizzando militarmente; e George S. Messersmith, console generale nel 1933-1934, i cui rapporti descrivevano vividamente ai suoi superiori, spesso scettici, la violenza e l’ostilità intrinseca al Nazismo.

Dopo l’elezione di Franklin Roosevelt nel 1932, Frederic Sackett – l’ex senatore repubblicano del Kentucky che era stato l’ambasciatore in Germania di Herbert Hoover – fu sostituito da William E. Dodd, professore di storia presso l’Università di Chicago. Dodd non era certamente la prima scelta del presidente (e nemmeno la seconda o la terza), ma sembrava qualificato per il posto.

Stimato studioso e autore di una formidabile serie di opere sulla storia americana, Dodd conosceva la Germania dagli anni in cui, all’inizio del secolo, si era recato a Lipsia dopo la laurea. Con le sue ferme convinzioni progressiste e il suo comportamento riservato, il nuovo ambasciatore incarnava il meglio dei valori americani. Dodd si rivelò ligio al dovere, ben intenzionato e perspicace, ma non fu un diplomatico brillante. Hitler considerava «il buon vecchio Dodd» con disprezzo, rifiutava di credere che potesse parlare tedesco, e lo incontrò il meno possibile.

Lo stesso Dodd disprezzava sempre di più il regime nazista. «Il mio compito qui è lavorare per la pace e stabilire relazioni migliori», scriveva nel 1934. «Non vedo come si possa combinare qualcosa fino a quando Hitler, Goering e Goebbels saranno a capo del Paese». Sempre più insofferente nei confronti dei suoi superiori del Dipartimento di Stato e dei consulenti del Foreign Service presso l’ambasciata, affaticato dallo sforzo di dover vivere con uno stipendio relativamente modesto, e frustrato poiché non riusciva a fare progressi nella sua storia in più volumi del vecchio Sud, Dodd divenne sempre più irritabile e fisicamente debilitato, prima di essere costretto al ritiro nel 1937.

Come già il libro recente di Erik Larson sulla famiglia Dodd, In the Garden of Beasts: Love, Terror, and an American Family in Hitler’s Berlin (Crown, 2011), Hitlerland presta particolare attenzione alle vicissitudini di Martha Dodd, la figlia ventiquattrenne dell’ambasciatore. Disoccupata e piena di energia, Martha trascorreva il suo abbondante tempo libero impegnata in un’intensa vita sociale, occupata da flirt con svariati uomini, tra i quali alcuni turisti come Thomas Wolfe, tedeschi come Rudolf Diels – il capo della Gestapo di Berlino – e Boris Vinogradov, che sotto le false spoglie di diplomatico sovietico era in realtà un agente del NKVD2.

Martha giunse a Berlino senza precise idee politiche – anche se inizialmente mostrò una certa simpatia per i nazisti – ma pian piano si avvicinò al comunismo, in parte per l’influenza di Vinogradov, in parte a causa della sua amica Mildred Harnack, un’americana il cui marito tedesco, Arvid, era funzionario presso il Ministero dell’Economia e aveva legami con la clandestinità comunista. Dopo essere tornata in patria con la propria famiglia, Martha finì per lavorare per l’intelligence sovietica. Quando lei e il suo benestante marito, Alfred K. Stern, nel 1957 furono incriminati per spionaggio, fuggirono a Praga, dove la donna trascorse gli ultimi trent’anni della sua esistenza. I suoi amici berlinesi furono meno fortunati di lei: Vinogradov fu assassinato nel 1938 dalla polizia segreta di Stalin; gli Harnack furono incarcerati dai nazisti per spionaggio; Arvid fu impiccato nel 1942, Mildred decapitata nel 1943.

Quando non era impegnata in avventure romantiche o in discussioni sul marxismo con gli Harnack, Martha Dodd passava il suo tempo tra i corrispondenti americani di stanza a Berlino. Durante gli anni Trenta, nel periodo che oggi ci appare come l’età dell’oro del giornalismo internazionale, a Berlino c’erano cinquanta corrispondenti americani, che rappresentavano agenzie di stampa, reti radiofoniche, così come dozzine di quotidiani e riviste, molti dei quali resistettero a lungo prima di sparire. Non sorprende che Nagorski, che è stato lui stesso un importante corrispondente, faccia di questi giornalisti i personaggi principali del suo libro. Un’ampia parte di Hitlerland si basa sui loro dispacci, sulle loro lettere e sui loro ricordi.

Dal 1923 fino al momento in cui fu costretto a lasciare la Germania, nel settembre 1933, il decano dei giornalisti accreditati presso Berlino era Edgar Ansel Mowrer, che scriveva per il ‘Chicago Daily News’. Alloggiato in un ufficio proprio al di sopra del famoso Kranzler Café su Unter den Linden, fu uno dei primi a vedere la minaccia nell’enorme popolarità di Hitler. Il suo Germany Puts the Clock Back (W. Morrow & company, 1933), scritto alla fine del 1932, venne stampato in tutta fretta subito dopo l’ascesa al potere di Hitler nel gennaio del 1933. Come suggerisce il titolo, il libro di Mowrer anticipa è una versione originaria di quello che gli storici chiamano la “via peculiare” della Germania, che rivela le origini del nazismo nelle tradizioni nazionali profondamente radicate dell’autoritarismo e del militarismo.

Dorothy Thompson si trasferì a Berlino nel 1925 come corrispondente del ‘Philadelphia Public Ledger’ e del ‘New York Evening Post’. Thompson fu una delle giornaliste più famose dei suoi tempi, il modello da cui trasse ispirazione la formidabile Tess Harding del celebre film di George Stevens La donna del giorno3. Nel 1932 pubblicò I Saw Hitler! (Farrar & Rinehart, 1932) basato su un’intervista dell’anno precedente al leader nazista. Come sua abitudine, Hitler parlò per tutto il tempo rivolgendosi alla giornalista come se fosse un’intera folla di suoi sostenitori. Lei non si lasciò impressionare dal suo «charme sottile, quasi femminile», né dalle sue argomentazioni contro gli ebrei (i quali erano, egli insistette, «responsabili di ogni male»).

Come molti altri osservatori prima del 1933, la giornalista non poteva immaginare che una figura insignificante come lui potesse arrivare al potere: «Oh, Adolf! Adolf! Non avrai fortuna!», scrisse. Nel 1934 alla Thompson fu proibito di rimettere piede in Germania, ma lei continuò a scrivere del movimento che un tempo aveva così gravemente sottovalutato. A differenza di Mowrer, non enfatizzò il carattere eminentemente germanico del nazismo, ma specificò che si trattava di una piaga politica che avrebbe potuto sorgere in qualsiasi Paese.

Dopo che Hitler ebbe consolidato il proprio potere in patria, ricostituito le forze armate e iniziato a sfidare l’ordine internazionale, un numero sempre maggiore di giornalisti cominciò a sgomitare per ottenere un posto a Berlino, città nella quale sentivano – e con ragione, come si dimostrò in seguito – si stava per determinare il destino dell’Europa. Tra di loro si trovavano futuri maestri del calibro di Howard K. Smith, Richard C. Hottelet, Joseph Harsch e William Shirer. Shirer, che entrò a far parte del leggendario team di giornalisti di Edward R. Murrow alla CBS, giunse a Berlino nel 1934 e raccontò l’occupazione tedesca dell’Austria nel 1938, l’invasione della Polonia nel 1939 e le sbalorditive vittorie della Wehrmacht in Europa occidentale. Il suo resoconto dal vivo dell’armistizio franco-tedesco del giugno 1940 è diventato uno dei grandi momenti nella storia del giornalismo radiofonico.

Nel 1941, dopo aver abbandonato la Germania prima che la Gestapo riuscisse a catturarlo, Shirer pubblicò Berlin Diary: The Journal of a Foreign Correspondent, 1934–1941 (Johns Hopkins University Press, 2002), la migliore testimonianza personale di quegli anni, una delle poche che ancora vale la pena leggere. Vent’anni più tardi, lo straordinario e imprevedibile successo del suo Rise and Fall of the Third Reich (Random House, 2002) fu la prima spia del fascino popolare esercitato dal nazismo, che continua a ispirare una serie apparentemente interminabile di film, programmi televisivi, romanzi e libri di storia.

Per molti degli americani che risiedevano a Berlino il collegamento più importante con il regime era un personaggio equivoco di nome Ernst Hanfstaengl, a tutti noto con il suo soprannome da bambino, “Putzi”. Figlio di un ricco commerciante d’arte tedesco, sua madre apparteneva a un’importante famiglia germano-americana (entrambi i suoi nonni erano stati generali nella guerra civile). Come lui stesso andava raccontando a tutti, Hanfstaengl si laureò a Harvard (classe 1909), dove per la prima volta dimostrò il suo talento nel rendersi ben accetto alle persone che contano. A Monaco, durante i primi anni Venti, Hanfstaengl e la propria moglie americana furono tra i primi sostenitori di Hitler. Dopo il 1933, egli gravitava ai margini dell’élite nazista, sempre pronto a distendere i nervi del führer suonando il pianoforte, oppure, con minor successo, offrendo i propri consigli su come gestire le relazioni internazionali, specialmente con gli Stati Uniti.

Un metro e novantacinque, folti capelli neri e una forte voce tonante, Hanfstaengl fu una presenza cospicua sulla scena sociale di Berlino, comparendo talvolta con un’uniforme marrone disegnata da lui stesso, della più raffinata stoffa britannica, come assicurava. Inizialmente molti americani furono attratti dalla sua cordialità e dal suo apparente candore, tratti non largamente condivisi dai leader nazisti. «Devo ammettere che a prima vista mi era sembrato un tipo a posto. – ricorda un giornalista – Dovevi conoscere Putzi per arrivare a detestarlo davvero».

Nel 1937, dopo essere rimasto coinvolto in uno degli intrighi di corte che dividevano continuamente l’entourage hitleriano, Hanfstaengl lasciò la Germania e andò a stabilirsi a Washington, dove si servì delle proprie conoscenze harvardiane per promuoversi come esperto del movimento nazista. Le sue memorie spudoratamente mendaci, scritte dopo la guerra, sono la sintesi di una lotta irrisolta tra l’autoesaltazione dell’autore, che lo spinge a esagerare la propria influenza (egli sostiene, tra l’altro, di avere inventato il saluto nazista Sieg Heil ispirandosi a quello di una squadra di football di Harvard), e il suo desiderio di prendere le distanze dal comportamento criminale del regime.

Gli americani della Berlino hitleriana costituivano una casta privilegiata, ben pagata, alloggiata comodamente, e di solito (se non sempre) al riparo dalle intimidazioni e dalle violenze con cui il regime trattava i propri detrattori. Abitavano in un ambiente ristretto e in qualche modo isolato, popolato da gente che si incontrava regolarmente ai ricevimenti e alle conferenze stampa, e che poi si rifugiava presso l’hotel Adlon per bere un martini seguito da una cena a tarda ora presso un noto ristorante italiano, Die Taverne.

Quando nel settembre 1939 iniziò la guerra in Europa, la vita a Berlino divenne più difficile anche per questi americani privilegiati. Il cibo e il carburante iniziarono a scarseggiare, i continui blackout rendevano i viaggi difficoltosi, mentre gli allarmi aerei e – dopo il settembre 1940 – i bombardamenti della RAF interferivano con la normale vita sociale. Quando l’appoggio di Washington alla Gran Bretagna divenne più palese, dopo le vittorie lampo di Hitler del 1940, le tensioni tra i giornalisti americani e i loro ospiti tedeschi aumentarono rapidamente. Dopo che Hottelet nel marzo 1940 venne arrestato e imprigionato per quattro mesi con l’accusa di spionaggio, ai giornalisti apparve chiaro che il malumore del regime poteva costargli qualcosa di più che una semplice espulsione. Alla fine del 1941, aBerlino erano rimasti solamente quindici corrispondenti americani.

Per i funzionari dell’ambasciata americana, che finalmente aveva preso possesso dei nuovi uffici di Pariser Platz, gli anni dal 1939 al 1941 furono particolarmente frustranti ed estenuanti. Non avevano un ambasciatore residente. Hugh Wilson, il diplomatico di carriera che aveva preso il posto di William Dodd, trascorse solo alcuni mesi a Berlino, prima di essere richiamato nel novembre 1938 come atto di protesta contro le violenze antisemite della Notte dei Cristalli4. Dal momento che Wilson non tornò mai al suo posto, l’ambasciata fu diretta dal chargé d’affairs con l’aiuto di George F. Kennan, a quel tempo promettente giovane funzionario del Foreign Service che nel settembre 1939 venne trasferito dall’ambasciata di Praga a quella di Berlino.

Tra il 1939 e la dichiarazione di guerra del dicembre 1941, le relazioni diplomatiche tra la Germania e gli Stati Uniti rimasero stagnanti. Considerando che la vittoria militare appariva imminente, Hitler non aveva nessun incentivo a negoziare con Washington, e, d’altro canto, negli Stati Uniti la dilagante tendenza isolazionista impediva a Roosevelt di mettere seriamente Berlino sotto pressione. I funzionari dell’ambasciata, anziché avere a che fare con questioni diplomatiche, svolgevano l’attività – spesso straziante – di dare ascolto a folle di disperati, per la maggior parte ebrei, che tentavano di sfuggire alla minaccia crescente della persecuzione nazista.

Mentre in Europa dilagava la tragedia, l’ultimo atto della vita americana a Hitlerland fu un misto di farsa e melodramma. Quandola Germania dichiarò guerra agli Stati Uniti quattro giorni dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, i diplomatici americani e i giornalisti furono confinati e infine reclusi in un albergo malandato a Bad Nauheim, a pochi chilometri da Francoforte. Fu qui che Kennan si ritrovò responsabile di centotrentadue americani annoiati, ansiosi e perennemente affamati, che non smettevano di lamentarsi della loro sistemazione, litigavano tra loro e trovavano mille modi per rendergli la vita difficile. Nel maggio 1942 essi furono finalmente scambiati con un gruppo di prigionieri tedeschi, che aveva trascorso un periodo di reclusione decisamente più confortevole presso il Greenbrier in West Virginia.

I testimoni oculari che riempiono le pagine del libro di Nagorski sono un gruppo straordinariamente prolifico. Prima del 1939 essi hanno scritto centinaia di rapporti ufficiali, articoli su quotidiani e riviste, libri. Di tutto questo materiale, solo una minima parte fornisce analisi davvero originali e durature sulle origini del nazismo e sulla sua evoluzione. Nessun testimone di quello che accadde nel 1933 lasciò un resoconto paragonabile alla vivida descrizione della presa del potere da parte dei bolscevichi compiuta da John Reed5 in I dieci giorni che sconvolsero il mondo (BUR 2001). Non c’è nessun racconto sulla vita quotidiana nella Germania nazista che abbia la profondità e l’immediatezza di Behind the Urals di John Scott (Indiana University Press, 1942), che narra le esperienze dell’autore mentre lavorava nella nuova città industriale di Magnitogorsk negli anni Trenta. Nessun altro – e certamente nessun americano – arrivò così vicino a catturare le sfumature e le contraddizioni della società nazista con la profondità di visione e la precisione che troviamo negli stupefacenti diari di Victor Klemperer, un ebreo che riuscì a rimanere a Dresda durante la guerra perché sposato con una donna “ariana”, e che infine scampò alla deportazione dopo che la città venne pesantemente bombardata nel febbraio 19456.

La cosa migliore che può essere detta degli americani residenti a Hitlerland è che la maggior parte di loro riconobbe molto rapidamente l’aspetto disumano del nazismo. A differenza degli americani che si trovavano in Unione Sovietica o nell’Italia fascista, nella Germania nazista è difficile trovare dei testimoni conniventi con il regime. Perfino i visitatori come Lindbergh, che espressero una certa ammirazione per i risultati ottenuti dal nazismo, dovettero porre un freno al proprio entusiasmo; certamente più di quanto non fece Lincoln Steffens7, il quale, dopo un breve soggiorno in Unione Sovietica, pronunciò la celebre frase: «Ho visto il futuro e funziona». E così, mentre illustri americani come William Randolph Hearst8 e Henry Luce9 erano desiderosi di perdonare Hitler in virtù della sua ostilità nei confronti del comunismo, la maggior parte degli americani che videro il regime con i propri occhi lo condannarono apertamente. La spudorata brutalità dei nazisti, l’insolente persecuzione degli ebrei e la politica estera sempre più aggressiva erano troppo vicini alla superficie della vita quotidiana per essere ignorati o giustificati.

Mentre questi americani nutrivano ben poche illusioni nei confronti del nazismo, molti altri, specialmente coloro che avevano trascorso del tempo in Germania prima del 1914, inizialmente non riuscirono a  capire che una nazione così rispettosa delle leggi, disciplinata e raffinata era caduta in balia di un manipolo di demagoghi e criminali. I ricordi di questa Germania precedente, fecero sì che alcuni osservatori sottovalutassero il potenziale di Hitler prima del 1933 e che altri sopravvalutassero la capacità dei cosiddetti “moderati” di influenzare il nuovo regime dopo la conquista del potere. Queste illusioni vennero meno non appena Hitler, attraverso un’abile combinazione di false promesse e violenza reale, consolidò il proprio controllo sul Paese. Dopo il 1934 un numero sempre maggiore di americani iniziò a identificare il nazismo con la Germania. William Shirer10, per esempio, insisteva che il nazismo non era l’opera di un’esigua minoranza: «Negli ultimi tre o quattro anni il regime nazista ha dato voce a un sentimento molto radicato nella natura tedesca e in questo si è dimostrato rappresentativo del popolo che esso domina».

Nagorski si limita a descrivere senza criticarla la semplice psicologia degli scrittori di cui narra. Anzi, elogia il modo in cui essi aiutarono i loro concittadini in patria a comprendere la natura del nazismo. Questo fatto, conclude, «minò a poco a poco i sentimenti isolazionisti e preparò psicologicamente i loro compatrioti alle lotte e agli spargimenti di sangue degli anni a venire». Abbastanza vero. Ma vale la pena ricordare che nel 1941 la maggior parte degli americani era ancora pronta a convivere con l’aggressività estera e la violenza razziale di Hitler. Non furono le idee e l’eloquenza di questi testimoni ma piuttosto la decisione dello stesso Hitler di dichiarare guerra agli Stati Uniti che alla fine frantumò l’illusione isolazionista e aprì la strada alla distruzione finale di Hitlerland.

(Traduzione di Luca Alvino)

 

1. Epiteto di Charles Augustus Lindbergh e titolo italiano del film di Billy Wilder del 1957 (The Spirit of St. Louis) ispirato alla storia della prima traversata dell’oceano atlantico compiuta in solitario dall’aviatore statunitense. N.d.T.

2. Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del, Commissariato del popolo per gli affari interni, corpo di polizia segreta dell’Unione Sovietica, alla morte di Stalin si sarebbe chiamato KGB (Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti). N.d.T.

3.Woman of the Year, film del 1942 con Katharine Hepburn e Spencer Tracy. N.d.T.

4. Con questo termine viene indicata la notte tra il 9 e il 10 novembre 1938,  in cui reparti delle SS in Germania, Austria e Cecoslovacchia, distrussero e incendiarono negozi ebraici e sinagoghe; seviziarono, uccisero un numero imprecisato di ebrei e ne deportarono circa 30.000 nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. N.d.R.

5. John Reed (1887-1920), giornalista, scrittore e militante comunista statunitense.  Il suo libro più famoso è per l’appunto I dieci giorni che sconvolsero il mondo, reportage sulla rivoluzione d’ottobre in Russia nel 1917, che Reed visse in prima persona. La sua vita è stata portata al cinema da Warren Beatty nel 1981 nel film Reds. N.d.R.

6. I diari sono stati recensiti su ‘The New York Review of Books’ da Gordon A. Craig, il 3 dicembre 1998.

7. Joseph Lincoln Steffens (1866 –  1936), giornalista e attivista statunitense, noto per essere stato uno dei più importanti rappresentanti del cosiddetto giornalismo muckraker, tipo di giornalismo progressista investigativo emerso in America tra il 1890 e il 1920 [Fonte Wikipedia]. N.d.R.

8. William Randolph Hearst (1863- 1951), magnate dell’editoria statunitense, alla sua figura si ispirò Orson Wells per il suo film del 1941 Quarto Potere. N.d.R.

9. Henry Robinson Luce (1898 –1967) giornalista ed editore statunitense, creatore del giornalismo illustrato moderno. Sue creazioni sono le riviste ‘Time’, ‘Life’, ‘Fortune’ e ‘Sports Illustrated’. N.d.R

10. William Lawrence Shirer (1904 –1993) giornalista e storico statunitense.

JAMES J. SHEEHAN,

é uno storico della Germania moderna, presidente della American Historical Association e docente di storia a Stanford. In Italia è stato pubblicato il suo libro L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea (Laterza 2011).

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