Keith Thomas

La verità su Oliver Cromwell

da ''The New York Review of Books''

 

BLAIR WORDEN, God’s Instruments: Political Conduct in the England of Oliver Cromwell, Oxford University Press 2012, pp. 421, $65.00.

 

STORIA: Il grande storico inglese Keith Thomas, recensisce il saggio di Blair Worden, incentrato sulle azioni politiche dell’uomo che diede vita alla rivoluzione inglese nel 1642: Oliver Cromwell.

«Nel dare alla conferenza una veste adeguata per la stampa ho espunto i riferimenti locali e ne ho attenuato il carattere orale». L’eleganza meticolosa e un po’ manierata di questa osservazione introduttiva alla raccolta di saggi di Blair Worden sulla storia religiosa e politica della metà del XVII secolo in Inghilterra, ci fa venire subito in mente il compianto Hugh Trevor-Roper, il mentore di Worden, nonché suo collega e amico, la cui fama postuma egli ha notevolmente incrementato in qualità di esecutore letterario e di sensibile necrologista1.

Trevor-Roper è a mala pena menzionato nel libro, ma la sua influenza è spesso percettibile. È più evidente nella preferenza di Worden per il saggio lungo rispetto alla più scoraggiante alternativa di una narrazione continua, perché sebbene la storia della Rivoluzione puritana progettata da Trevor-Roper non fu mai completata, i suoi saggi sono l’apoteosi del genere. Si può vedere anche nella scelta di Worden dell’argomento, che, come nel racconto di Oliver Cromwell e dei suoi parlamenti o nella sua commemorazione del politico realista e storico Edward Hyde, conte di Clarendon, ricorda precedenti incursioni del suo maestro nello stesso territorio. Anche una voce nell’indice che recita: “Larkin, Philip, poeta minore, p.357” ci fa tornare in mente le stroncature satiriche di cui abbondavano gli indici di Trevor-Roper.

Blair Worden, tuttavia, è uomo che sa pensare con la propria testa e sebbene aspiri raramente ai virtuosismi stilistici di Trevor-Roper, lo supera di gran lunga quanto a profondità di conoscenza, cura nella documentazione, e sottigliezza di scrittura. Trevor-Roper, oltretutto, era insofferente verso tutte le forme di dogma religioso. Apparteneva a una generazione di storici sociologicamente orientati che tendevano, a detta di Worden, a dare per scontato che la religione fosse il modo secentesco di parlare d’altro, solitamente di politica o di economia. Worden ha maggiore affinità con quegli studiosi più recenti che cercano di non incorrere nell’anacronismo di attribuire alle persone del XVII secolo le preoccupazioni del XXI secolo, e che provano a comprendere il passato nei termini che gli sono propri.

La conversione di Worden a questo approccio è stata favorita dalla sua scoperta negli anni Settanta che le cosiddette “memorie” del celebre regicida Edmund Ludlow2, curate nel 1894 dal grande storico Sir Charles Firth e assegnate in studio a generazioni di studenti di Oxford, erano in realtà una riscrittura tardo secentesca del testo originale di Ludlow, da cui ogni traccia della sua appassionata religiosità era stata accuratamente tolta, al fine di rendere l’opera fruibile ai Whig3 radicali che trovavano imbarazzante lo zelo puritano di Ludlow4. Per Worden, tale sorprendente rivelazione è stata un monito: se gli studiosi hanno il compito di comprendere il passato, dovrebbero costantemente resistere alla naturale inclinazione di riscrivere la storia a loro immagine e somiglianza. Worden, quindi, prende alla lettera il linguaggio del tempo, al fine di ricordare in una età più laica, quanto fosse centrale la fede religiosa nella politica del XVII secolo in Inghilterra.

Egli respinge anche molte interpretazioni del periodo che un tempo andavano per la maggiore. Per secoli, la guerra civile inglese è stata descritta come un conflitto in cui parlamentari puritani ma amanti della libertà combattevano contro i monarchici edonisti sostenitori di una chiesa intollerante e del diritto divino dei re. L’esecuzione di Carlo I nel 1649, l’abolizione della Camera dei Lord, la proclamazione della repubblica, e la concessione di un’ampia tolleranza religiosa sotto il protettorato di Oliver Cromwell tra il 1653 e il 1658 sono tutti episodi visti come il culmine naturale di un’epica lotta a favore della libertà politica e religiosa.

Per generazioni i bambini inglesi sono stati educati a considerarsi dei Cavaliers5 o dei Roundheads6 naturali, sostenitori di una parte o dell’altra. Il 30 gennaio di ogni anno i simpatizzanti realisti piangevano la morte di Carlo il Martire e il 29 maggio (l’Oak Apple Day) celebravano la restaurazione del figlio Carlo II nel 1660. Non-conformisti, liberali e radicali del XIX secolo, per contro, consideravano Cromwell un eroico paladino della libertà. Nel 1899 riuscirono perfino a fare erigere la sua statua fuori del parlamento, istituzione con la quale, ironia della sorte, egli aveva intrattenuto pessime relazioni. In una precedente raccolta di saggi, Roundhead Reputations (Peguin Books 2001), Worden ha scritto interessanti considerazioni sul significato politico di questa mitologia postuma.

Nel Ventesimo secolo, sotto l’influenza marxista, la guerra civile inglese è stata ampiamente considerata il risultato di sottostanti trasformazioni economiche. Il rovesciamento della monarchia Stuart è stato salutato come la prima rivoluzione borghese che anticipò quelle del 1789 e del 1917. Negli anni Cinquanta le interpretazioni rivali sulle cause sociali alla base delle sommosse della metà del XVII secolo generarono aspre dispute tra gli storici inglesi. RH Tawney, Lawrence Stone, Christopher Hill, e Hugh Trevor-Roper si impegnarono in un conflitto con una ferocia pari a quella della stessa guerra civile.

Oggi quella passione è in gran parte scomparsa. Nelle scuole superiori britanniche Hitler e Stalin hanno da tempo sostituito Carlo I e Cromwell come oggetti più popolari di studio, e nelle università i migliori giovani talenti storici non sono più attratti dal Seicento. Il declinante manipolo che continua a occuparsi di quell’epoca ha in gran parte accantonato le grandiose narrazioni di libertà e rivoluzione. Non si crede più che le due parti in guerra fossero divise da grandi differenze, sia di tipo sociale che ideologico. Le interpretazioni nette del conflitto hanno lasciato il posto a una storia complessa e confusa di contingenza, casualità, e conseguenze indesiderate.

Di questo disinnesco delle passioni e dell’abbandono delle vecchie alleanze Blair Worden ha buona parte del merito (qualcuno potrebbe dire della responsabilità). Il suo magistrale studio The Rump Parliament (Cambridge University Press 1974), dedicato all’organismo che ha governato l’Inghilterra durante i quattro anni successivi all’esecuzione di Carlo I, ritraeva un’assemblea di rivoluzionari estremamente riluttanti, e la sua concisa storia; The English Civil Wars 1640-1660 (Orion Publishing Group 2009).ha sottolineato tanto l’imprevedibilità delle sommosse quanto la loro fondamentale futilità. L’ultima frase di quel libro è una citazione dal poeta John Dryden: «le tue guerre non hanno portato a nulla».

God’s Instruments contiene dieci saggi, ognuno dei quali relativo alla politica e alle idee degli anni Cinquanta del XVII secolo. Due non sono mai stati pubblicati in precedenza. Gli altri sono stati riveduti e a volte notevolmente ampliati. Si occupano di una vasta gamma di argomenti. Tre capitoli sulle convinzioni puritane e sui loro principi politici sono seguiti da un massiccio contributo sulla storia dell’Università di Oxford sotto il governo Cromwell. Lungo 103 pagine e corredato da 717 note a piè di pagina, esemplifica con aria di sfida la convinzione di Worden sui meriti del saggio lungo, che egli descrive correttamente come «una forma ormai fuori moda». Seguono quattro studi sulla politica degli anni Cinquanta e, in conclusione, due pezzi commemorativi su John Milton e sul Conte di Clarendon.

Tutti i saggi sono meticolosamente documentati e scritti delicatamente. Attingono a una profonda conoscenza delle fonti e mostrano un’acuta sensibilità linguistica verso il lessico del periodo. In un paio di casi sarebbe stato meglio rendere le argomentazioni più stringenti e meno intricate. Diversi contributi sono sovraccarichi di citazioni da scritti contemporanei. Worden relega troppe delle sue migliori osservazioni nelle ampie note, e il compito del lettore non è facilitato dalla scelta editoriale di un corpo tipografico impietosamente piccolo. Ma God’s Instruments ripaga l’accurata attenzione degli studiosi come dei lettori comuni perché contiene alcuni tra i contributi più ragguardevoli sul periodo Cromwelliano sin dai tempi di Sir Charles Firth.

Il tema centrale nell’esplorazione della fede puritana da parte di Worden è l’assoluta convinzione dei devoti che nulla venisse per caso e che l’intervento divino fosse alla base di tutti i successi e i fallimenti della loro vita quotidiana. Questo tipo di provvidenzialismo, sostiene Worden, era centrale nel dibattito politico e nel processo decisionale del tempo. Quando il New Model Army subì un rovescio, la reazione appropriata fu un incontro di preghiera, e quando il piano di Cromwell di conquistare nel 1655 l’isola caraibica di Hispaniola andò storto, egli proclamò un giorno di digiuno per scoprire cosa avesse provocato Dio al punto da vanificare i suoi piani.

Il testo biblico di riferimento è il capitolo 5 del libro di Giosuè, che racconta come, dopo che gli Israeliti ebbero trionfato a Gerico, il Signore lasciò che venissero sconfitti dagli Amorriti; lo fece perché provocato dal peccato di Acan, che aveva attinto alla “cosa maledetta” saccheggiando oro, argento, e un prezioso capo di vestiario. Solo dopo la confessione di Acan, e la sua lapidazione, fu consentito agli Israeliti di riprendere con successo il conflitto. Per dirla con una nota a margine nella Bibbia di Ginevra (che curiosamente non è una fonte utilizzata da Worden), «Dio volle che da questa disfatta ne uscissero più seri nella ricerca e che fossero puniti per il peccato commesso».

Nel 1655-1656 Cromwell decise che il fallimento a Hispaniola era una punizione divina per la regressione morale della nazione. Da quel momento in poi egli si fece più cauto nell’interpretare le intenzioni di Dio e la sua visione provvidenzialista divenne meno trionfante. Worden suggerisce che il rifiuto da parte di Cromwell della corona offertagli nella Humble Petition and Advice7 del 1657 fu almeno in parte attribuibile alla sua paura che la sua accettazione non sarebbe stata conforme alla volontà di Dio. Naturalmente, la fede nel giudizio divino non era in alcun modo specifica dei puritani, ma Worden suggerisce che a loro avviso le provvidenze speciali ricoprivano un ruolo particolarmente importante nella loro formazione spirituale. Sarebbe stato utile, però, se egli ci avesse ricordato la propria interpretazione di “puritanesimo”, visto che si tratta di un concetto notoriamente sfuggente.

La preoccupazione dei devoti per la salvezza individuale generò una richiesta di tolleranza religiosa, pur delineandone i limiti. Tollerare gli eretici era condannarli al tormento eterno. Per il puritano medio la libertà di coscienza era «la libertà di errare». Eppure l’individuo era responsabile della propria anima, e la sua coscienza non poteva essere forzata. Alcuni contemporanei sostenevano che occorresse far prosperare l’errore perché solo in tal modo la verità sarebbe emersa; cercare di violentare la coscienza equivaleva a «uno stupro spirituale».

Ma Cromwell non la pensava così. Egli vedeva la libertà di professione religiosa come un requisito indispensabile nel progresso della devozione. Doveva essere concessa ai “santi”, non agli irriducibili. Come ministro indipendente affermò nel1656 inparlamento: «Ciò che invochiamo è la libertà e la protezione soltanto del popolo di Dio in quanto tale». Sotto il protettorato di Cromwell questo significò libertà di culto per presbiteriani, indipendenti e battisti, ma non per quaccheri e sociniani. “Papismo” e “prelatura” erano altresì vietati, anche se di fatto i cattolici e gli anglicani venivano lasciati in pace. Ma ciò si doveva a questioni di opportunità politica, non di principio. Worden conclude che, a dispetto della mitologia popolare, Cromwell «non desiderava la tolleranza né la praticava».

In un capitolo successivo Worden ci ricorda che secondo alcuni dei contemporanei di Cromwell la tolleranza religiosa avrebbe dovuto estendersi a tutti. Egli non considera questa posizione come un segno di indifferenza religiosa, ma come il prodotto della convinzione puritana che la libertà di coscienza individuale fosse essenziale per la salvezza. Nel 1648 gli oratori nelle discussioni interne all’esercito descrivevano la libertà di coscienza come un “diritto civile” e «un diritto e una libertà comune». Per i regicidi, il legame tra libertà civile e religiosa sembrava sempre più stretto. Durante il protettorato, Cromwell fu costretto ad attenuare la propria idea che la libertà religiosa fosse la via per la realizzazione spirituale, accettando la necessità pragmatica di costituire una base più ampia di sostegno al regime. Nei discorsi ai suoi parlamenti egli collegava insieme «libertà di coscienza e libertà dei soggetti» arrivando a descrivere la prima come «un diritto naturale».

Il lungo resoconto di Worden sulla Oxford dei tempi di Cromwell potrebbe sembrare di interesse solo locale. L’abbondanza di dettagli affascinerà senza dubbio gli abitanti del posto, che potranno cercare il loro particolare college e vedere cosa successe ai suoi membri durante il dominio puritano8. Ma l’argomento solleva questioni molto più ampie. Nell’Inghilterra del XVII secolo la maggior parte dei leader spirituali e politici del paese avevano studiato a Oxford o a Cambridge. Tenere sotto controllo l’istruzione significava plasmare il carattere della nazione. Ecco perché William Laud, arcivescovo di Carlo I, dedicò molto tempo ed energia al suo rettorato di Oxford, e perché il filosofo Thomas Hobbes espresse la convinzione che educare il popolo ai giusti principi politici «dipendeva in toto dal corretto insegnamento dei giovani nelle università».

La vittoria del parlamento nella guerra civile fu seguita da tre successive “visite” alle università destinate a depurarle dai simpatizzanti realisti sostituendoli con capi e consiglieri favorevoli al nuovo regime. Cromwell, un uomo di Cambridge convinto che senza cultura «non sarebbe fiorito alcun bene comune», fu eletto rettore di Oxford nel 1651. Si può ancora leggere il suo nome nell’elenco di benefattori della biblioteca Bodleiana. Ma dopo l’elezione non si fece più vedere sul posto. Fornì una buona dose di patrocinio all’università durante il primo anno, ma poi presenziò agli appuntamenti meno frequentemente di quanto avessero fatto i monarchi Tudor e Stuart. Commissionò invece il rettorato lasciando la gestione dell’Università al suo vice-rettore, John Owen, un autorevole ministro indipendente, che era stato imposto come decano di Christ Church, il più ricco college di Oxford. Attraverso Owen e il suo stretto alleato Thomas Goodwin, un altro indipendente imposto alla presidenza del Magdalen College, Oxford esercitò un’influenza decisiva sul personale e sul carattere della chiesa Cromwelliana.

Owen e Goodwin erano entrambi convinti che «uno dei fini principali dell’università» fosse formare i ministri per la salvezza delle anime, e che una riforma accurata di Oxford fosse necessaria per raggiungere questo obiettivo. Ma in questo caso, come in altri, vi era, come sottolinea Worden, una permanente tensione nelle politiche di Cromwell tra il desiderio di realizzare la riforma e la necessità urgente di fornire al regime una base più ampia, assimilando altri elementi.

I tentativi di Owen di riformare moralmente l’università furono in gran parte dei fallimenti. Egli cercò di abolire la veste accademica come «del tutto superstiziosa», ma l’unico effetto fu che gli stessi accademici che in precedenza si erano dimostrati indifferenti a feluche e cappucci ora uscivano a comprarseli. La disfatta di Owen su questo fronte non deve sorprendere, perché si riteneva (senza ragione, a detta di Worden) che egli indossasse fasce di tela batista, giacca di velluto, calzoni con nastri colorati e, se si dà fede a un buontempone contemporaneo, «polvere nei capelli sufficiente a scaricare otto cannoni» (un gioco di parole sui canonici di Christ Church che vennero espulsi dai loro incarichi)9.

Il grande rivale di Owen fu John Wilkins, preside del Wadham College e patrono della piccola cerchia di filosofi naturali le cui riunioni negli anni Cinquanta prefigurarono la fondazione della Royal Society. Wilkins s’impegnò per mantenere l’indipendenza politica dell’università ma aveva legami potenti, visto che nel 1655 sposò la sorella di Cromwell. Il diarista John Evelyn riteneva che lo avesse fatto:

 

al fine di preservare le Università dall’ignorante sacrilego Comandante e dai relativi soldati, che avrebbero volentieri demolito tutto… luoghi e persone che aspiravano soltanto alla Cultura.

 

In realtà, come sottolinea Worden: «i puritani vennero per riformare Oxford, ma anche per preservarla». Benché ritenessero che «la grande erudizione» potesse «coesistere con una malvagità mostruosa», essi intendevano rendere la «nazione… più dotta, per la salvezza delle anime». C’erano estremisti che volevano una riforma radicale delle università, per sbarazzarsi dei «college monacali», mettendo fine allo studio delle lingue morte e della filosofia scolastica, e introducendo materie di maggiore utilità pratica, ma non la ebbero vinta a Oxford, che continuò con i suoi metodi tradizionali.

La conclusione del fine resoconto di Worden è che Oxford trovò accettabile la gestione puritana perché ristabilì l’ordine e tenne a bada i critici più radicali dell’università. Ma l’idea di un serio programma di riforme non fu mai abbracciata. Tra i membri del clero laureati nella Oxford di Cromwell alcuni dopo il 1660 si unirono ai Dissenters, ma molti altri divennero alti ecclesiastici e oppositori del puritanesimo. Alla Restaurazione, John Wilkins fu fatto vescovo e l’università diventò un baluardo della monarchia e della Chiesa anglicana.

Gli stessi limiti nell’impegno rivoluzionario emergono nella discussione che Worden sviluppa sul repubblicanesimo inglese. Gli anni tra il 1649 e il 1660 furono l’unico periodo nella storia inglese in cui il paese fu governato in assenza di un monarca. Ma tale risultato non era nelle intenzioni di chi iniziò la guerra nel 1642. Ancora nel 1648 il parlamento esprimeva ancora al governo il suo impegno per conto delle tre classi di «Re, Lord e Comuni». Con la morte di Carlo I non si creò una repubblica perché, come avrebbe detto Cromwell, il piano era decapitare il re con ancora la corona in testa. Fu solo l’impossibilità di trovare un successore accettabile che portò all’abolizione della monarchia sei settimane più tardi. Solo una manciata di parlamentari erano repubblicani per principio. Se venne istituito il Commonwealth fu per ragioni pragmatiche, non ideologiche.

L’intuizione più distintiva di Worden è quella di sottolineare che, sebbene le argomentazioni repubblicane non causarono l’abolizione della monarchia, esse nacquero da essa. Nel 1657, quando a Cromwell fu offerta la corona, emerse una sostanziale opposizione da parte di alcuni tra i vecchi compagni dell’esercito. Questa opposizione fu, in gran parte, non tanto repubblicana quanto anti-cromwelliana. Ma l’ostilità alla dittatura di Cromwell si trasformò a poco a poco in ostilità verso il governo di un singolo in quanto tale. John Milton, ad esempio, aveva ritenuto un tempo che la monarchia fosse possibile in presenza di un leader sufficientemente virtuoso. Ma alla fine del protettorato egli osteggiò ogni forma di governo monocratico. Nel 1659 c’erano i sedicenti “commonwealthsmen” e la parola “repubblicano” entrò nell’uso comune. Dopola Restaurazione, quando il termine diventò offensivo, si sostenne erroneamente che i principi “repubblicani” fossero responsabili della rivoluzione.

A ulteriore esempio di come le nuove idee sorgessero dopo la guerra civile e non prima, Worden cita il binomio «libertà civile e religiosa». Egli ci ricorda che il significato originale di «libertà religiosa» era teologico: la «libertà cristiana» era sentirsi liberi dal peccato per mezzo di Cristo. Questa libertà dell’anima era completamente svincolata dalla politica. Come Giovanni Calvino aveva osservato: «la libertà spirituale può benissimo coesistere con l’asservimento civile».

Worden delinea il passaggio da questa nozione più antica alla concezione riconoscibilmente moderna della libertà religiosa come libertà di fede e di culto secondo la coscienza individuale. Cromwell stesso ha avvalorato il mito crescente che a causare la guerra civile fosse stata la richiesta di libertà civile e religiosa. Dopo la sua morte le due libertà furono considerate l’essenza della «buona vecchia causa». Worden commenta che «come la maggior parte degli effetti della rivoluzione puritana, l’unione dei concetti civili e religiosi di libertà era lontana dagli obiettivi originali dei parlamentaristi». L’abbinamento si sarebbe comunque dimostrato duraturo. L’indissolubilità fra «libertà civile e religiosa» diventò uno slogan ricorrente nel pensiero di whig e liberali dopo la rivoluzione del 1688. Come dichiarò John Witherspoon, preside della Princeton University, nel 1776, non vi era «un solo esempio nella storia in cui, una volta perduta la libertà civile, la libertà religiosa si sia mantenuta intatta».

Leggendo God’s Instruments il lettore percepisce la presenza incombente di Oliver Cromwell, figura enigmatica per i posteri quanto lo era per i contemporanei. Worden lavora da decenni alla sua biografia e gran parte dei saggi contenuti in questo libro non sono in realtà che i necessari preliminari a tale ambizioso obiettivo. Essi gettano luce sulle convinzioni religiose del Protettore e analizzano i fondamenti del suo governo. Rendono giustizia alla sua incrollabile convinzione di essere stato appositamente scelto da Dio per salvare l’Inghilterra e alla sua abitudine altrettanto esasperante di affermare di non aver mai cercato vantaggi per sé. Egli affermò di non aver mai saputo in anticipo dei piani per epurare il parlamento nel dicembre 1648 o di nominarlo Protettore nel 1653 o di offrirgli il regno nel 1657. Soprattutto, Worden sottolinea la sua costante ricerca di una soluzione duratura, la sua disponibilità a trattare con gli avversari, a moderare i riformatori più conflittuali, e a mantenere un equilibrio tra i sostenitori civili e militari del protettorato.

L’idea di Worden è che il protettorato fosse destinato a fallire perché non aveva mai raggiunto la legittimità. La condanna a morte del re fu possibile soltanto perché il parlamento lungo era stato epurato nel mese precedente da quei parlamentari che avrebbero potuto opporsi. Cromwell non sarebbe mai diventato Protettore senza il colpo di stato militare che aveva preceduto lo «Strumento di governo», la costituzione che gli affidò il potere esecutivo. Il suo gabinetto è stato importante «solo perché vi sedevano i generali». Il suo primo parlamento contestò la base giuridica dello Strumento e dovette essere sciolto. Il secondo subì la stessa sorte. L’attrattiva principale della restaurazione di Carlo II fu quella di offrire il primo parlamento «pieno e libero» da dieci anni a quella parte.

Tuttavia, anche se Cromwell non ottenne mai il consenso parlamentare al suo governo, le sue prospettive nel 1658 erano forse più positive di quanto suggerisca Worden. Negli ultimi anni di protettorato, Cromwell aveva ampliato la base del governo riconquistando alla causa i presbiteriani che aveva alienato nel 1649 e assicurandosi l’obbedienza passiva di molte tra le vecchie famiglie realiste. Stava a poco a poco aumentando il potere e la partecipazione dei civili al suo regime e dipendeva sempre meno dall’esercito per la sicurezza interna. Nell’emendata Petition and Advice – in pratica una seconda costituzione – egli gettava le basi per un accordo permanente, non fosse altro per la precisazione che nessuna parte delle entrate pubbliche in tempo di pace avrebbe dovuto essere reperita tramite una tassa sulla terra. Gli ultimi anni di Carlo II avrebbero dimostrato che, se esenti dalle imposte dirette, le classi agrarie dell’Inghilterra avrebbero potuto vivere felicemente senza parlamento. La più grande debolezza del protettorato era la dipendenza dai pesanti tributi per finanziare la guerra (peraltro vincente) controla Spagna. Mala stretta fiscale si sarebbe allentata nel 1659 quando, dopo il trattato di pace tra Spagna e Francia, la guerra ebbe termine.

Quando a Cromwell fu offerto il regno nel 1657, i monarchici più previdenti avevano il terrore che lo accettasse, perché sapevano che ciò avrebbe significato la fine della monarchia Stuart. Per loro fortuna egli rifiutò. Se fosse vissuto più a lungo è quasi certo che gli sarebbe stata offerta di nuovo la corona e molto probabilmente l’avrebbe accettata. Se fosse successo, sul trono d’Inghilterra oggi potrebbe sedere uno dei suoi discendenti perché, come ha osservato lo storico del tardo XVII secolo Gilbert Burnet, la nobiltà e la borghesia sarebbero state «soddisfatte in gran parte nel rivedere un re e una corte», e nessuno degli scontenti leader dell’esercito avrebbe saputo mettere in atto una rivolta efficace10.

Il più abile fra i generali, John Lambert, si era dimesso nel 1657 per protesta controla Petitionand Advice, ma nessuno ne seguì l’esempio. I generali non erano grandi aristocratici e non avevano eserciti privati. Nel 1660 il generale George Monck licenziò tutti i dissidenti tra le sue truppe prima di marciare dalla Scozia a Londra per riportare Carlo II al trono. Come aveva fatto notare in precedenza, non c’era un solo ufficiale dell’esercito in grado di farsi seguire da due uomini una volta privato del proprio mandato. È proprio perché Richard Cromwell non aveva l’autorità militare di suo padre che i generali riuscirono a rovesciarlo nel 1659.

La storia dice che Oliver Cromwell morì nel settembre 1658, all’età di 59 anni. Il suo grande contemporaneo francese, Blaise Pascal, osservò nei suoi Pensées che Cromwell e la sua famiglia si stavano attrezzando per godere di un potere a tempo indeterminato, quando un granello di sabbia si depositò nella sua vescica11. È proprio a causa di questo minuscolo frammento siliceo che Carlo II venne riportato al potere e l’esperimento Puritano ebbe fine.

(Traduzione di Andrea Sirotti

1. La sua superba memoria si può leggere in Proceedings of the British Academy, Vol. 150 (2008).

2. Edmund Ludlow  (1617 -1692), parlamentare inglese, fece parte della giuria che condannò a morte il re Carlo I. N.d.R.

3. Partito politico formatosi in Inghilterra tra il XVII e il XIX secolo. I Whig si dichiaravano a favore del libero mercato, dell’abolizione dello schiavismo e all’ampliamento del suffragio. Nel 1859, i Whig formarono il Partito Liberale. N.d.R.

4. Edmund Ludlow, “A Voice from the WatchTower, Part Five: 1660–1662,” Camden Fourth Series, Vol. 21, July 1978. Vedi anche Blair Worden, Roundhead Reputations: The English Civil Wars and the Passions of Posterity (Penguin, 2001), capitoli 1–4; e “Whig History and Puritan Politics: The Memoirs of Edmund Ludlow Revisited”, Historical Research, Vol. 75, No. 188 (Maggio 2002).

5. Nome usato dai parlamentari inglesi che supportarono la monarchia durante il periodo che va dalla Guerra Civile, fino al periodo della Restaurazione. N.d.R.

6. Nome dato ai sostenitori del parlamento inglese durante il periodo della Guerra Civile. N.d.R.

7. Fu il secondo e ultimo esempio di costituzione scritta che si ebbe in Inghilterra nel 1657, dopo l’Instrument of Govermente del 1653. N.d.R.

8. Al mio arrivo al St John’s College nel 1957, l’allora preside si rammaricava ancora del governo del suo predecessore Thankful Owen, imposto alla presidenza dal 1650 al 1660.

9. Si gioca sull’assonanza tra il termine cannon (cannone) e  canon (canonico). N. d. T.

10. A Supplement to Burnet’s History of My Own Time, a cura di H.C. Foxcroft (Oxford: Clarendon Press, 1902), p. 232

11. Si fa riferimento alla presunta causa (o concausa) della morte di Cromwell: un calcolo renale. N. d. T.

 

 

 

KEITH THOMAS è uno storico inglese. è stato presidente della British Academy, vice presidente della Royal Storical Academy e membro onorario della American Academys of Arts and Science. Nel 1991 gli è stato conferito l’Ordine al merito della Repubblica Italiana. In Italia é stato pubblicato il suo libro, L’uomo e la natura. Dallo sfruttamento all’estetica dell’ambiente (1500-1800) (Einaudi 1994)

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