Gianfranco Pasquino

Giornalista e professore: Raymond Aron

 

RAYMOND ARON, Pensare la politica, la libertà e la democrazia. ‘Rivista di Politica’, 03/2012, pp. 194, Euro 10,00
Il politologo Gianfranco Pasquino analizza la figura e le opere di uno dei più importanti intellettuali liberali del XX° secolo. Sociologo, filosofo e studioso di relazioni internazionali, Raymond Aron, scomparso nel 1983, esercita oggi un’influenza culturale nettamente superiore a quella avuta nel corso della sua vita.

Qualche lettore penserà che il titolo di questa riflessione su Aron, sulla sua attività, sulle interpretazioni dei suoi allievi e estimatori sia ingiustamente riduttivo. Un autore tanto importante e una produzione accademica molto copiosa non possono e non meritano di essere condensate unicamente in quelle due professioni. Poiché, però, è il curatore del fascicolo della ‘Rivista di Politica’ che da questo titolo alla trascrizione di una lezione di Aron, non soltanto esprimo il mio accordo, ma aggiungo che il titolo sarebbe piaciuto ad Aron per due ottime ragioni. In primo luogo, perché è giustificato dalla sequenza del suo impegno professionale con l’attività giornalistica che ha preceduto di molto l’attività d’insegnamento, continuando ad accompagnarla per tutta la vita. In secondo luogo, perché Aron fu egualmente affezionato ad entrambe le attività e le praticò con lo stesso impegno e con lo stesso vigore. Oserei dire con la stessa tensione etica. Nell’esercizio di entrambe le professioni, Aron mirava a perseguire la “verità” e si sforzava di trasmetterla nel migliore dei modi con l’intenzione di “educare” i suoi lettori tanto quanto i suoi studenti.  Nelle sue parole: «Io ho lo stesso desiderio di verità, e faccio lo stesso sforzo per dirla, quando scrivo un articolo sul ‘Figaro’, quando insegno alla Sorbona o quando scrivo un libro sulla teoria delle relazioni internazionali» (p. 115).

Concludendo un lungo e commosso articolo  (che varrebbe ancora la pena tradurre in italiano) dedicato alla sua persona, pubblicato nella ‘New York Review of Books’ pochi mesi dopo la morte di Aron avvenuta nell’ottobre del 1983, il grande studioso di Relazioni Internazionali e di storia politica della Francia, Stanley Hoffman, professore ad Harvard, scrisse:  «per me [Raymond Aron] era il sale della terra». Non ho mai smesso di pensare al senso profondo di questa frase scritta da un grande studioso per onorare uno studioso che considerava maestro e amico. D’altro canto, confesso di avere intellettualmente molto ammirato Aron, ma, allo stesso tempo, di avere nutrito qualche riserva su quanto veniva scrivendo in maniera decisamente prolifica. Qualcuno aggiungerebbe “persino troppo prolifica”. Sono, invece, giunto alla conclusione che criticare gli studiosi perché scrivono troppo è improprio, per lo più anche sbagliato, spesso soltanto una deteriore manifestazione di invidia. Semmai, coloro che scrivono “troppo” dovrebbero essere giustamente criticati se scrivono male, se scrivono articoli e libri banali e inutili, se si ripetono. Come il pregevole fascicolo della ‘Rivista di Politica’, curato da Giulio Di Ligio, dimostra, nessuna di queste critiche merita di essere indirizzata ad Aron e alla sua produzione scientifica. Al contrario, non soltanto perché Aron, che si è occupato di una molteplicità di tematiche, non è mai caduto in ripetizioni. Nessuno dei suoi molti libri e dei suoi moltissimi articoli può essere definito né banale né, tantomeno, inutile. Soltanto occasionalmente, il lettore attento e colto può cogliere qualche inesattezza (che avrebbe dovuto essere eliminata da un editing adeguato). Proprio poiché Aron non fu soltanto un grande studioso di sociologia e di scienza politica, di guerra e di pace, di cultura e di intellettuali, ma anche, come scelse di autodefinirsi, un grande educatore, professore, insegnante, credo che la prospettiva giusta per valutarne l’apporto alle nostre conoscenze sia quella indicata da Allan Bloom: «Aron deve essere giudicato non su una singola parte della sua opera ma sull’insieme della sua vita – il suo sapere, il suo insegnamento, il suo giornalismo e la sua stessa presenza. Non si riscontra in essa nessuna delle spettacolari metamorfosi così tipiche degli intellettuali» (p. 100).

Attraverso tre Repubbliche (la Terza, la Quartae la Quinta) e un interludio autoritario, il regime di Vichy, Raymond Aron ha saputo contemperare una serie di analisi scientifiche, di filosofia politica, di sociologia, di scienza politica, di analisi del pensiero e delle culture politiche, di relazioni internazionali (non soltanto il classico Pace e guerra fra le nazioni, ma anche fondamentali studi su Clausewitz, sulle armi nucleari e sulla dissuasione), con frequentissimi interventi politici in quanto per decenni fu brillante editorialista del ‘Figaro’, quotidiano della borghesia, soprattutto parigina, e poi del settimanale di centro-sinistra ‘L’Express’. Inflessibile, intransigente, colto e cosmopolita, comunque, tutto meno che provinciale e sciovinista, Aron ha rappresentato per tutta la vita l’alternativa culturale, intellettuale, politica e, senza retorica (dalla quale rifuggiva), anche etica, al filosofo esistenzialista, con scivolamenti marxisteggianti-chic, Jean-Paul Sartre. A trent’anni dalla morte di entrambi, appare evidente che Sartre, con buona pace di Wikipedia, sia un filosofo di nicchia, mentre Aron è un intellettuale la cui influenza appare oggi superiore a quella da lui avuta, sia all’estero sia in Francia (nella quale fu in buona misura snobbato), nel corso della sua lunga vita. Opportunamente, i diversi autori degli articoli presentati in questo fascicolo della ‘Rivista di Politica’ glissano con eleganza su qualsiasi polemica retrospettiva che sarebbe sostanzialmente inutile. In un certo senso, lo noto senza volere fare della retorica, la storia ha già emesso il suo verdetto nettamente favorevole ad Aron. Tuttavia, mi è venuto da pensare che Aron stesso non si sarebbe rallegrato più di tanto della sua vittoria personale e personalizzata nei confronti di Sartre (e dell’altro filosofo marxista notevolmente sopravvalutato Louis Althusser). Piuttosto, avrebbe desiderato che venisse adeguatamente riconosciuta la vittoria delle idee che era venuto articolando ed esponendo e del metodo analitico che aveva utilizzato. Non ho dubbi che anche su questo avesse ragione.

Proprio per questo, poiché questo fascicolo della ‘Rivista di Politica’ contribuisce tanto a (ri)portare all’attenzione degli studiosi e, si spera, degli studenti alcune pagine importanti di Aron che possono invogliare alla lettura dei suoi testi e dei suoi saggi quanto a offrire alcune interpretazioni di particolare importanza e fecondità del suo pensiero e del suo insegnamento, mi sono chiesto se non sia il caso di fare un altro passo. In questo, credo più che in altri casi, sarebbe stato utile mettere a disposizione dei lettori anche qualche contributo critico oppure qualche spiegazione della sua ineguale ricezione dalla comunità scientifica, che Aron stesso, grande polemista, avrebbe gradito, consapevole che, dalle controversie accademiche condotte con scienza e intelligenza, scaturiscono di frequente idee nuove, buone, utilizzabili. Forse, in altra occasione.

La letteratura italiana su Aron, ancorché in aumento, grazie Giulio De Ligio e a Alessandro Campi (il direttore della ‘Rivista di Politica’, e’ tuttora alquanto scarsa. Direi per tre ragioni. La prima ragione è che coloro che si dichiarano liberali in Italia hanno preferito seguire la via filosofica, magari di rito scozzese, oppure  analitica, di rito austriaco, per analizzare, spesso, non la politica, ma la societa’ e i mercati, talvolta idealizzando societa’ e mercati ideali, ovvero inesistenti. Questa è una limitazione impropria e non accettabile del campo di analisi che Aron non ha né condiviso né apprezzato. La seconda ragione, che in buona misura deriva dalla prima, è che,  in maniera alquanto sorprendente, coloro che si dichiarano liberali (avendo altrove usato l’aggettivo tecnicamente corretto “sedicenti” liberali, tutti loro si sono infastiditi e indignati: coda di paglia “liberale”?) non hanno dedicato, con la significativa eccezione di Angelo Panebianco, quasi nessuna attenzione alla politica liberale: che cosa è, come si costruisce, con quali istituzioni e con quali effetti. In questo contesto, mi sono posto l’interrogativo delle relazioni fra il commentatore politico Raymond Aron e l’uomo politico, anzi, lo statista, Charles De Gaulle. Quale fu il loro rapporto intellettuale? Da entrambe le parti, venivano ammirazione e critica, anche se, naturalmente, è attraverso i suoi numerosi e incisivi commenti che è più facile cogliere entrambe nella versione formulata da Aron. A questo proposito, un’esplorazione mirata e piu’ approfondita consentirebbe di avere un quadro più ampio e più illuminante sia del gollismo visto dal punto di vista liberale sia sul tema, sempre centrale nella riflessione di Aron, del rapporto fra pensiero e azione politica e dei condizionamenti che incombono sull’azione politica. La terza ragione della scarsezza della letteratura italiana su Aron è, mi pare, congenita e strutturale e vale anche per altri paesi e per molti altri studiosi. La specializzazione della ricerca spinge ad interrogarsi su fenomeni ristretti, a dedicare gli studi ad una sola tematica, a confinarsi in un unico campo, a non fare escursioni rischiose nei campi altrui.

Dopo Aron, nessuno studioso ha saputo (ma neppure tentato) di affrontare problematiche complesse in una pluralità di settori, come ho già evidenziato, dalla sociologia alle relazioni, internazionali, dalla guerra alla cultura. Non vorrei, tuttavia, che si pensasse che Aron, studioso eclettico, fosse un “generalista”, qualche volta ai limiti del dilettantismo. Al contrario. Nessuna delle problematiche è stata da lui affrontata senza studi preliminari molto approfonditi. Gli studiosi sanno (o dovrebbero sapere) che la prova dell’approfondimento sta nelle citazioni, vale a dire nei testi con riferimento ai quali Aron costruisce le sue spiegazioni, con i quali si confronta, contro i quali formula la sua interpretazione. Senza volere conferire ai suoi scritti una sistematicità ex post facto che rischierebbe di essere artificiale e che lui stesso non avrebbe gradito, è, però, giusto ricercarne una chiave di lettura complessiva che potrebbe, al tempo stesso, essere la chiave con la quale consapevolmente Aron li elaborò. Traggo questa chiave dalla riflessione introduttiva di Giulio De Ligio, curatore di questo fascicolo e autore di un ottimo libro su Aron e “il primato del politico”: «l’affermazione dell’irriducibilità e della rilevanza della politica, che ha accompagnato significativamente in Aron la rivendicazione dei suoi “limiti” davanti alla politicizzazione estrema perseguita dalle tirannie e talvolta anche dai regimi democratici, è stata così formulata dal pensatore francese non in vane o nefaste tesi volontaristiche (“la politica al comando”), ma in un costante confronto con le dottrine che della politica affermano da qualche secolo l’imminente decesso, l’intrinseca perversita’ morale o l’irrilevanza ultima…» (pp. 9-10). Condivido appieno e apprezzo anche i rimandi che De Ligio fa a due affermazioni metodologicamente insopprimibili di Aron «Eterno è il problema dell’ordine politico» e «Eterno è il problema dell’ordine internazionale», entrambe tratte da un suggestivo articolo su Tucidide (qui cit. a p. 10).

Il liberalismo politico di Aron non era soltanto una “dottrina”, ma anche una guida cum grano salis all’azione, all’applicabilità delle conoscenze acquisite attraverso l’analisi, meglio se comparata, ad esempio, nelle classiche lezioni sulle società industriali. Aron credeva eccome nel potere delle idee ragionevoli e argomentabili. Ho particolarmente apprezzato le due frasi che seguono: «se colui che consacra la sua vita a studiare le societa’ non avesse nulla di valido da dire, ciò proverebbe che la sua scienza è povera e sterile! Ma se pretendesse di agire da uomo di scienza o di formulare solo commenti scientifici, verrebbe meno sia all’onestà della scienza che a quella dell’azione» (p. 123). Aron si dimostra qui assolutamente convinto che le sue conoscenze scientifiche, di studioso colto e aggiornato, fossero essenziali per svolgere in maniera autorevole e responsabile la sua funzione, egualmente importante, di commentatore politico. «Il commentatore che non è legato ad un partito compie una sorta di servizio pubblico che non è né scientifico né schierato. (…) L’esperto è colui che pone il sapere razionale al servizio del giudizio ragionevole» (p. 119). Aron non si nascose mai dietro verità rivelate (da chi, poi?) oppure dietro autorità non sfidabili. Altro che “ipse dixit”! Aron non soltanto andava a vedere che cosa era stato detto, ma anche chi l’aveva detto per acquisire una migliore comprensione di quello che era in discussione. D’altronde, come avrebbe potuto sfidare l’eteromarxismo di Sartre e le variazioni movimentate di Althusser se non avesse né voluto né saputo mostrare le falle di un pensiero spesso dogmatico nella sua ricezione e nella sua divulgazione?

L’elemento complessivamente più significativo della metodologia che Aron applica, senza mai eccedere, in quanto è intrinseca al suo modo di pensare e di scrivere, riguarda la stretta relazione fra Stato e società. Raramente (una delle poche eccezioni è il libro sull’Europa), Aron fa ricorso ai sentimenti e, in un certo senso, all’etica. Il liberalismo di Aron si fonda su un’etica politica che potrebbe essere ricondotta alla famosa distinzione di Max Weber (uno dei sociologi da Aron meglio studiato e piu’ ammirato) fra etica della convinzione e etica della responsabilità,  nella fortissima consapevolezza, anch’essa weberiana, che il politico vero (e forse anche i migliori fra gli analisti della politica) debbono sapere tenere insieme le due etiche, combinarle in maniera saggia, contemperarle, equilibrarle, armonizzarle. Tutto questo si configra come il più difficile dei compiti che, non casualmente, spiega perché non siano molti gli uomini politici che meritino la valutazione di grandi, che siano effettivamente assurti alla dimensione di statisti. Con qualche riserva e con “sentimenti misti”, Aron riconosce al Generale De Gaulle fattosi Presidente molto più del titolo di statista grazie alla sua capacità di applicare nei momenti decisivi quell’etica, convinzione e responsabilità, che era indispensabile.

I liberali non sono né uomini più buoni degli altri, più compassionevoli (né tantomeno, “buonisti”), e neppure studiosi automaticamente preferibili poiché, almeno in linea teorica, più aperti e non dogmatici. La cifra del liberalismo di Aron è certamente stata quella dell’intransigenza severa, qualche volta, nei confronti degli intellettuali, sia quelli marxisteggianti della metà degli anni Cinquanta sia quelli fiancheggiatori della “rivoluzione introvabile”, come Aron definì il Movimento del Sessantotto parigino, accompagnata dal sarcasmo. La sua opinione fu certamente condivisa da un altro grande sociologo, Alain Touraine, peraltro molto più simpatetico nei confronti degli studenti e, di conseguenza, meno criticato, che intitolò il suo libro (straordinaria la capacità degli intellettuali parigini di riuscire a scrivere instant books su tutto, regolarmente sfruttando le loro esperienze personali): Le mouvement de mai ou le communisme utopique. Colpito in quello che aveva di più caro, la concezione della ricerca scientifica e della trasmissione delle conoscenze e il suo stesso “ruolo” di professore, Aron finì per irrigidirsi in maniera talmente eccessiva da perdere qualsiasi influenza sugli avvenimenti, sulla loro interpretazione, sul loro esito. E, forse, se ne rese dolorosamente conto.  

Ho l’impressione che alcuni autori, in questo fascicolo, è specialmente il caso di Alain Besançon, ma anche di Allan Bloom, eccedano nel dare dell’uomo e dello studioso Aron un’immagine edulcorata. Aron era un combattente, un polemista, un uomo che esponeva e difendeva le sue idee e le sue posizioni in maniera netta, se necessario, in maniera tranchante. La sua polemica, naturalmente tutt’altro che priva di argomenti, si faceva durissima quando trovava avversari all’altezza. Così è stato ne L’oppio degli intellettuali, ne La rivoluzione introvabile, ne Da una santa famiglia all’altra. Questi libri sono importantissimi per il loro cospicuo contenuto culturale, ma la loro lettura è resa ancora più attraente ed eccitante proprio dallo stile, dalla passione, dall’argomentazione poderosa, tagliente e aggressiva. Però, come ho accennato, in qualche passaggio de La rivoluzione introvabile, Aron eccede, diventa ingeneroso e acido. Per comprendere l’atteggiamento di Aron non sono sufficienti gli innumerevoli e sgradevoli eccessi della rivolta studentesca francese che cozzava contro l’intera concezione che Aron aveva della funzione e dei compiti dell’Università, del tipo di insegnamento richiesto e da impartire, dei rapporti, nient’affatto “autoritari” (Aron non si comportò mai da classico “barone” universitario, qualifica che ottenne piuttosto tardi a causa della sua travagliata vita accademica), ma neppure di falsa parità, fra docenti e studenti. La spiegazione dell’intransigenza e della durezza di Aron sta, da un lato, nella esibita spettacolarità del Sessantotto francese, per troppi partecipanti commedia più che tragedia ovvero, semplicemente, ma più produttivamente, azione collettiva informata da principi (fra i quali, Aron avrebbe collocato ai primi posti la verità e la responsabilità, ma anche la serietà e la sobrietà). Dall’altro, nello spettacolo, assolutamente irritante, di troppi suoi colleghi (il bersaglio grosso che Aron colpisce e, direi, affonda con gusto e con cattiveria) alla ricerca di popolarità e visibilità riflesse, i quali rinunciavano, per un misto di ambizione e di viltà, al ruolo di educatori in grado di capire e criticare, per farsi amici, qualche volta, servi,  del movimento.

Pensatore liberale, civico e costituzional-pluralista, un po’ meno economico, di quel sostiene (p.22) Joël Mouric nel suo articolo, che, per dirla con un’espressione inglese, non aveva bisogno di esibire il suo liberalismo mettendolo sulla manica del vestito. Vaccinato per esperienza personale contro l’estremismo di destra, ma anche contro il comunismo, Aron non fu mai disposto a chiudere un occhio sugli inconvenienti, le contraddizioni e le furbizie delle democrazie liberali. Non due pesi e due misure, ma una valutazione fredda, eppure appassionata, di qualsiasi scelta, decisione, opzione, tenendo conto del contesto e delle conseguenze. Per Aron, il problema non fu mai quello di schierarsi (viveva, difendeva e voleva rendere migliori le società aperte), ma quello di comprendere il funzionamento delle società e soltanto dopo di spiegare come e perchè lo schierarsi contro gli autoritarismi e i totalitarismi aveva un senso politico e culturale che conduceva nella direzione di un europeismo consapevole e convinto. Aron, liberale europeo, rimane un punto di riferimento e di apprendimento.

 

 

GIANFRANCO PASQUINO, Presidente della Società Italiana di Scienza Politica, è Senior Adjunct Professor  al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi libri più recenti sono La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana (Pearson-Bruno Mondadori 2011) e Politica é (Casa deiLibri 2012). Sono in corso di pubblicazione il volume Finale di partita. Come tramonta una Repubblica (Milano, Egea, febbraio 2013) e il fascicolo da lui curato Aux urnes, citoyens! della rivista ‘Paradoxa’ gennaio-marzo 2013.

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