Fintan O’Toole

Coetzee, ‘Il maestro del non detto’

da ''The New York Review of Books''
J.M. COETZEE, L'infanzia di Gesù, trad. it. di M. Baiocchi, Einaudi, pp. 256, € 20,00
LETTERATURA: Fintan O'Toole recensisce l'ultimo libro (che a breve verrà pubblicato in Italia da  Einaudi) di uno dei più importanti scrittori contemporanei, vincitore nel 2003 del Premio Nobel per la letteratura: John Maxwell Coetzee.

In due lettere a Paul Auster, scritte nell’autunno del 2009 e recentemente pubblicate in Here and Know [1], J.M. Coetzee considera l’idea dello “stile tardo”:

Non è raro per gli scrittori, quando invecchiano, divenire intolleranti con la così detta poesia del linguaggio e procedere verso uno stile più asciutto (“stile tardo”). Il più famoso esempio, suppongo, è Tolstoj, che nella vita tarda espresse una disapprovazione moralistica nei confronti dei poteri seduttivi dell’arte e confinò sé stesso a storie che non sarebbero state fuori posto in una scuola elementare…. Si può pensare a una vita nell’arte, schematicamente, in due o forse tre livelli. Nel primo incontri, o poni a te stesso, una grande domanda. Nel secondo ti affatichi per rispondere ad essa. E poi, se vivi abbastanza a lungo, arrivi al terzo livello, in cui la grande domanda di cui sopra comincia ad annoiarti, e hai bisogno di guardare da un’altra parte.

Poi ritorna al soggetto che è ovviamente nella sua testa: «Lo stile tardo, per me, comincia con l’ideale di un linguaggio semplice, controllato, disadorno e la concentrazione su questioni di reale gravità, anche questioni riguardanti la vita e la morte».

Questi pensieri sullo “stile tardo” erano per Coetzee, a malapena, riflessioni astratte. Si stava poi avvicinando al suo settantesimo compleanno, che presumibilmente suona ancora come una undicesima ora biografica. (Ora ha settantatré anni.) Può darsi che in modo più rilevante, il suo bisogno di «guardare da un’altra parte» sia tangibile. L’ultimo romanzo di Coetzee, la fiction Tempo d’estate meravigliosamente giocoso ma spesso autobiografico in modo lacerante, cominciava e finiva con il desiderio di scappare, di liberare sé stesso dal carico di responsabilità nei confronti della storia e la famiglia. Quel libro costituiva un regolamento di conti letteralmente finale con la sua carriera dentro e oltre il suo nativo Sud Africa: l’idea del romanzo è che John Coetzee è morto e coloro che lo conobbero meglio vengono intervistati da un biografo qualche volta ottuso.

Per stare al gioco, possiamo dire che il suo nuovo romanzo, L’infanzia di Gesù [2], è perciò non tanto un lavoro tardo quanto una pubblicazione postuma. È il dopo vita dello scrittore, Coetzee dopo Coetzee. Come il personaggio principale, Simón, spiega a David, il ragazzo di cui lui è diventato il padre surrogato: «Dopo la morte c’è sempre un’altra vita… Noi esseri umani siamo fortunati da questo punto di vista».

Nel posto misterioso in cui entrambi sono giunti: «Nessuno di noi ha un passato. Cominciamo di nuovo qui. Cominciamo con una lavagna vuota, una lavagna vergine». Un’importante locuzione rincorrente ne L’infanzia di Gesù è «lavato e pulito» – pulito da tutti i legami, pulito dai ricordi, pulito dal passato. Il romanzo stesso può essere visto come un assalto di Coetzee su una lavagna vuota, la sua escursione in un universo di finzione da cui tutte le cose che erano aggrappate al suo precedente lavoro, spesso a dispetto di esso – la politica, la storia, il sesso, la famiglia – sono state alla fine spazzate via.

Il suo incanto è che fallisce. Tradisce una profonda incertezza sul progetto di uno “stile tardo” che lo indebolisce come romanzo ma che affascinerà gli ammiratori di Coetzee. Esso mostra l’autore in due atteggiamenti mentali: determinato a cominciare di nuovo senza coinvolgimenti o ricordi ma preoccupato che tale mondo possa essere un posto arido. Forse per la prima volta nella sua brillante carriera, colui che è uno scrittore raffinato tra i più sicuri di sé sembra in ansia perché questo nuovo mondo potrebbe essere una terra di nessuno in cui egli non può collocare alcun punto di riferimento significativo. La tensione è, nel suo proprio modo, stranamente avvincente.

Gli editori descrivono L’infanzia di Gesù come un “racconto allegorico”, ma ciò è fuorviante. Un’allegoria ha una chiara correlazione fuori di sé stessa, una realtà parallela o narrativa con cui si accorda. Qui, non c’è questo parallelo. C’è qualche residua relazione alla storia biblica suggerita dal titolo del libro. Simón, David e Inés, la madre adottiva del ragazzo, formano una sorta di Sacra Famiglia. Simón ha alcune similarità molto forti con il rassegnato, stoico San Giuseppe. Inés è una “madre” vergine. David è speciale per il fatto che è sorprendentemente intelligente, ma non in un qualche modo soprannaturale. Invitato da un insegnante a scrivere le parole «Devo dire la verità», scrive invece «Sono la verità», la più esplicita evocazione di Gesù nel romanzo.

Lontano dal funzionare come una chiave per la storia, comunque, questi paralleli funzionano in realtà nel modo opposto. Sono un esercizio nel depistaggio autoriale. Sembrano promettere al lettore accesso a ciò che Coetzee vuole dire e invece creano un senso voluto di aspettativa frustrata. Essi in realtà sembrano enfatizzare come la narrazione sia chiusa in sé stessa, come sia illusoria la ricerca di ogni significato esterno. Solo un avvertimento al lettore: sai solo quello che io ti dico. O come Simón istruisce David: «Per leggere veramente devi sottometterti a quello che è scritto sulla pagina».

Quello che è sulla pagina, quello che Coetzee sceglie di dirci, è rigidamente limitato. Non include il tempo o l’ambientazione. L’azione sembra collocarsi in qualche periodo nella seconda metà del ventesimo secolo. Nei magazzini del porto, in cui Simón trova lavoro come scaricatore, l’utilizzo dei container non è ancora avviato e i carichi sono trasportati da cavalli e carretti. Altrove, ci sono macchine e telefoni, la televisione e Topolino. (Viene il sospetto che Topolino sia stato scelto deliberatamente come uno dei pochi punti moderni di riferimento culturale che eludono la specificità temporale: il suo regno attraversa molte decadi.) Non ci sono ancora cellulari e computer.

Il posto è una città chiamata Novilla con il suo hinterland: il nome può essere o meno un gioco di parole sulla parola “novel” (“romanzo”). Sappiamo che parlano spagnolo ma anche che non è in Spagna perché Simón deve spiegare a David, che sta leggendo la versione per bambini del Don Chisciotte, che «La Mancha è in Spagna, da cui originariamente la lingua spagnola proviene». Vi è una burocrazia, delle professioni, una forza di polizia, e un qualche tipo di classi sociali (mentre la maggior parte degli abitanti sembrano vivere a pane e minestra di fagioli in disadorne case popolari, alcuni vivono in ville in cui bevono sherry e giocano a tennis) ma non c’è una storia o una politica apparente.

È possibile naturalmente, che Novilla sia letteralmente un dopo vita. A un certo punto, quando David è turbato per la morte di un cavallo di cui era diventato amico, Simón gli dice che il cavallo sta attraversando il mare per un posto in cui può «ricominciare lavato e pulito», le stesse parole che sono utilizzate per il loro viaggio. Più tardi, veniamo a sapere che il capitano del porto (come Caronte, che trasporta i morti attraverso lo Stige) «non lascia che alcuno prenda la barca per tornare alla sua vecchia vita…. Nessun ritorno». Ma come le tracce della storia evangelica, questi sapori di un’ambientazione mitica concedono molto poco sulla via dell’illuminazione.

Simón, che è di mezza età, e David, che ha cinque anni, arrivano a Novilla all’inizio del libro, dopo essere stati in un campo profughi per sei settimane. Delle loro vite precedenti non sappiamo quasi nulla. Non sono né spagnoli né inglesi né tedeschi, visto che inizialmente non conoscono o (riconoscono) quelle lingue. (È possibile che Simón sia ebreo o musulmano, visto che ha una forte avversione al maiale, ma questo equivale a nulla più che a una suggestione passeggera.) Non si chiamavano originariamente Simón o David – questi sono nuovi nomi dati loro nel campo profughi come parte di un processo di pulitura dal passato. Non sono parenti. Si sono incontrati sulla barca che li portava in questo nuovo posto.

David a Novilla ha perso la lettera che identificava sua madre, e Simón, per ragioni che non ci sono chiare, si è preso piena responsabilità del bambino. Ha anche, di nuovo per ragioni che rimangono non spiegate, convinto sé stesso che riconoscerà la madre di David appena la vedrà. Alla fine, e di nuovo per nessuna ragione apparente, sceglie la virginale Inés, che, per analoghi oscuri motivi, reclama il ragazzino con una possessività ossessiva. Niente più succede finché David viene mandato a scuola, si mette nei guai con il suo insegnante insistendo sulle sue private versioni della letteratura e della matematica, ed è poi mandato in un’istituzione per bambini problematici. Da lì scappa e la strana piccola famiglia, ora con un’aggiunta all’ultimo minuto scarsamente spiegata, parte alla ricerca di un’altra «nuova vita».

In tutto ciò, noi lettori abbiamo sufficienti informazioni per essere continuamente consapevoli di quanto poco sappiamo. Frammenti di fatti apparenti penzolano davanti a noi, non per darci un’idea di una realtà esterna ma per ricordarci della sua assenza. Non è mai molto chiaro che cosa sia in gioco nel romanzo. «Chi, in questa storia, deve qualcosa a chi? Io non posso dirlo, e sono sicuro che neanche tu puoi», dice gentilmente il caposquadra Álvaro a Simón nei magazzini del porto.

Sud Africa, anni '70: "Coetzee, anche sotto l'enorme pressione dello scrivere durante l'apartheid in Sud Africa, insisteva sempre sul fatto che i suoi romanzi non documentavano o testimoniavano la realtà – si opponevano a essa."

Sud Africa, anni ’70

Niente di questo è in sé particolarmente problematico per chi ama il precedente lavoro di Coetzee. È un consumato occultatore, uno dei grandi maestri del non detto e dell’inesplicito. Coetzee, anche sotto l’enorme pressione dello scrivere durante l’apartheid in Sud Africa, insisteva sempre sul fatto che i suoi romanzi non documentavano o testimoniavano la realtà – si opponevano a essa. Il suo scopo, come l’ha messa nel 1987, era di produrre

un romanzo che agisce nei termini delle sue stesse procedure e delle sue proprie argomentazioni, non un romanzo che agisce nei termini delle procedure della storia e sfocia in argomentazioni verificabili attraverso la storia.

Se egli desiderava ed era in grado di estraniarsi dalla realtà in un momento di grande urgenza storica, non sorprende che scelga di farlo anche quando non c’è più una tale urgenza. Pochi di coloro che leggono L’infanzia di Gesù sono probabilmente sorpresi di scoprire che, quando entriamo in un posto chiamato Laguna Verde, non ci sarà nessuna laguna, figuriamoci una verde. Tra le parole e le cose c’è sempre, in Coetzee, una distanza.

Né è sorprendente che i personaggi appaiano come invenzioni della narrazione piuttosto che come individui in carne ed ossa. La loro piattezza, la loro mancanza di profondità psicologica o di dettagli significativi, non è necessariamente importante in una storia che non mira al realismo. L’infanzia di Gesù è una favola. («Cos’è una favola?» domanda David. «Una storia dei giorni andati che non è più vera» risponde Inés.) Tali storie generano le loro proprie regole. Ma una favola di successo deve rispondere a due requisiti. Deve essere internamente coerente. E l’autore deve rimanere fedele ad essa, e mantenere un atteggiamento di assoluta convinzione nei confronti della “realtà” che egli crea. Questo è il patto dalla parte dell’autore se si vuole che il lettore, a sua volta, «si sottometta a ciò che è scritto sulla pagina».

Nessuna di queste condizioni è pienamente rispettata ne L’Infanzia di Gesù. Presto, a Simón viene detto dal caposquadra Álvaro che non deve disperarsi nella sua lotta per imparare lo spagnolo: «Non preoccuparti, insisti. Un giorno cesserai di sentirlo come una lingua, diventerà il modo in cui le cose sono». Questa è un’eccellente descrizione di quello che si prova a leggere una favola di successo: cominciamo sentendoci perduti e disorientati ma la certezza dell’autore ci fa accettare che quello che c’è sulla pagina è il modo in cui le cose sono – almeno in questo universo parallelo. Qui, quel passaggio non c’è.

Una delle difficoltà è che il mondo interiore del romanzo non è molto coerente. In Here and Now, Coetzee accetta quella che egli definisce «la debole tesi di Nabokov» sulla costruzione delle realtà di finzione: «il romanziere non deve fornire dati internamente contraddittori (un tappeto per esempio che è rosso in una pagina e blu nell’altra)». Qualche volta, L’Infanzia di Gesù supera la linea tra l’occultamento passivo dei dati di base da parte del lettore e l’attiva fornitura di dati contraddittori. Per esempio, nel capitolo 2, Simón non sembra sapere l’età che ha: «Non si sente di un’età particolare. Si sente senza età, se questo è possibile». Ma nel capitolo 24, guarda indietro a quello stesso periodo e ricorda che, lontano dal sentirsi senza età, era irritato perché la sua nuova carta d’identità gli ricordava di essere quarantacinquenne: «aveva sentito di essere più giovane». Come poteva egli sentirsi simultaneamente senza età ed essere più giovane dei suoi quarantacinque anni?

Gli abitanti di Novilla sembrano avere una fiducia completa nella vita dopo la morte e quindi un atteggiamento rilassato nei confronti di essa. «Se fosse morto», spiega Inés di un marinaio che aveva avuto un incidente ai magazzini del porto, «sarebbe andato nella nuova vita. Quindi non c’è bisogno di essere preoccupati per lui». Perché, allora, Álvaro fa sforzi frenetici per salvare lo stesso marinaio? La perdita della lettera di David a sua madre ricorre spesso come un punto importante nella narrazione. Ma perché dovrebbe avere importanza in un mondo in cui tutti i ricordi e i legami passati sono stati recisi? Abbiamo imparato presto nel romanzo che non c’è, in ogni caso, un meccanismo a Novilla per riunire membri divisi della famiglia.

Simón dice di essere in lotta con la nuova lingua che deve imparare e dà sfogo alla sua profonda frustrazione per l’incapacità di esprimere sé stesso:

Cosa pensi che stia facendo in questo paese in cui non conosco nessuno, in cui non posso esprimere i sentimenti del mio cuore perché tutte le relazioni umane devono essere ricondotte al solo spagnolo per principianti che conosco?

Tuttavia sia prima che dopo questo sfogo lo troviamo a discutere cose molto complesse in questo spagnolo apparentemente rudimentale. Lo abbiamo già sentito usare, in frasi formate in modo appropriato, parole astratte come «animosità», «pregiudizio», «materializzarsi», «destino», «intuizione», «intimidito». In tre pagine ci viene detto che egli è coinvolto in regolari «dispute filosofiche» con i suoi colleghi di lavoro.

Ciò include discussioni giornaliere durante la pausa pranzo su «verità e apparenza, giusto e sbagliato». (Non discussioni sul baseball o barzellette volgari per questi rozzi proletari.) Alcune pagine dopo, uno di questi lavoratori si riferisce a lui (senza ironia – i Novilliani non fanno ironia) come «il nostro eloquente amico».

Copertina dell'edizione italiana del libro di Coetzee: "Ma un senso di ansietà autoriale attraversa L’Infanzia di Gesù come una nuvola oscura densa di ripensamenti."

Copertina dell’edizione italiana del libro di Coetzee

Questi problemi di coerenza interna sono resi più sconcertanti dalla sensazione che Coetzee manchi di fiducia nell’universo che egli stesso ha creato. Per accettare quello che è sulla pagina, il lettore deve sentire che l’autore fa la stessa cosa. Ma un senso di ansietà autoriale attraversa L’Infanzia di Gesù come una nuvola oscura densa di ripensamenti. La risposta appropriata del narratore alla questione «Perché questo è così?» è quella data da Simón a David: «Perché quello è il modo in cui il mondo è». Il narratore di favole non deve mai chiedere scusa e mai spiegare. Qui, Coetzee si preoccupa del suo mondo inventato. Sembra a volte essere preso tra l’audace affermazione della sua realtà fittizia e un’urgenza colpevole di offrire giustificazioni mentali.

Il lettore si chiederà, per esempio, perché tutto il grano che arriva nei magazzini del porto di Novilla sia scaricato a mano, sacco dopo sacco, anche se siamo in un’era di meccanizzazione. Ma il lettore può andare oltre questo dubbio – se lo fa anche l’autore però. Coetzee, comunque, riflette tenacemente sul problema, fino al punto di avere gli scaricatori che tengono un dibattito ufficiale se debbano o meno usare le gru. Non sembrano rendersi conto che la ragione per cui non usano le gru è che Coetzee ha deciso che non debbono.

Le cose improbabili sono presentate in maniera audace, ma poi ci si scusa con irritazione per le stesse. Quando incontriamo Álvaro per la prima volta, è il capo di un gruppo di lavoro più straordinariamente dolce nella storia della letteratura. Si prende anche cura di David quando Simón è al lavoro e dà al suo nuovo, sconosciuto impiegato denaro di tasca sua. Poi l’ansietà dell’autore si insinua e Coetzee sussurra: «non è quello che ti aspetteresti da un caposquadra». Gli altri scaricatori non chiedono a Simón niente su di lui o sul ragazzo. Coetzee si giustifica dicendo che ciò è causato dal fatto che essi sono «stranamente disinteressati». (Perché dovrebbe essere strano in una realtà puramente inventata, dove la gente non si comporta come ci si aspetta?)

Quando Álvaro usa la frase «le sollecitazioni del cuore», Coetzee è di nuovo colpito dall’incongruità delle parole che egli ha appena scritto: «Chi avrebbe pensato che Álvaro avesse dentro di sé la capacità di parlare in quel modo?» Non è sufficiente che Simón si ponga domande sul senso di tutto ciò, deve porsi domande anche sul perché indulga in questa autointerrogazione:

Perché egli si sta continuamente facendo domande, invece di vivere semplicemente come qualsiasi altro? È tutto parte di una transizione troppo tardiva dal vecchio e confortevole (il personale) al nuovo e inquietante (l’universale)?

Questa mancanza di convinzione mette una pressione insolita nello stile di Coetzee. La maggior parte del libro è scritto nella pulita, scarna prosa che lo ha reso così piacevole da leggere. Ma ci sono alcune frasi stranamente goffe in questo libro: «vestita con stivali e cappotto, non l’ha mai vista prima comportarsi così imperiosamente». Strane esclamazioni popolari da diciottesimo secolo irrompono da non si sa dove: «La prego, mi dica»; «Che disdetta!»; «Osservi!»; «Mio giovine». Inoltre la piattezza eccessiva del dialogo risulta a volte involontariamente comica. Ana, una giovane donna con cui Simón vuole giacere, è sia confusa che disturbata dall’idea. Appare, nella sua robotica incomprensione delle fobie umane, come la metà vulcaniana di Mr. Spock in uno dei primi episodi di Star Trek: «Tu vuoi afferrarmi stretta e spingere parte del tuo corpo dentro di me. Come un omaggio, dichiari. Sono frastornata». È difficile credere che fosse questo ciò che Coetzee aveva in mente quando scrisse a Auster a proposito di un disadorno stile tardo, spogliato della «poesia del linguaggio» . Oppure, se lo fosse, la poesia a cui fa riferimento non parrebbe così spregevole dopotutto.

Paul Auster e J.M. Coetzee

Paul Auster e J.M. Coetzee

Tuttavia la mancanza di fiducia nel suo mondo inventato che lascia L’Infanzia di Gesù così depotenziata è in realtà una buona notizia. Poiché se il romanzo non riesce a funzionare come una favola di una qualche forza, ciò ha un suo proprio dramma interno: la messa in campo della discussione con sé stesso di un grande romanziere su dove vuole andare in futuro. Nella sua forma complessiva, il romanzo può essere visto come una sorta di fantasia di fuga artistica – dalla poesia, dalla seduzione del narrare, dalla memoria, da un luogo, dal passato. Una lavagna vuota gradualmente riempita con qualsiasi segno che Coetzee si senta di fare. Ma l’ansia che aleggia sul libro funziona come un attacco a questa stessa fantasia. Essa suggerisce che Coetzee, a dispetto di sé stesso, non è felice di salpare verso uno stile tardo di narrazione pieno invenzioni di pura immaginazione che dibattono astratte «questioni di vita e di morte».

Novilla, per certi versi, è ciò che la narrativa di Coetzee sarebbe se fosse stata scritta a gravità zero, se fosse stata in realtà libera da coinvolgimenti umani, politici e storici. È una pallida, amnesica utopia. La sua gente ha lasciato dietro di sé un’esistenza disordinata e naviga verso una nuova vita di semplicità disadorna. Essi sono liberi dai peccati mortali: lussuria (il sesso sembra puramente funzionale); avidità (ogni cosa è economica e non c’è molto da comprare in ogni caso); gola (il cibo a Novilla è noioso, elementare e insignificante); rabbia (essi sono per la maggior parte considerevolmente calmi); ambizione (i lavoratori del porto sono appagati dal loro lavoro massacrante); vergogna (non ci sono ricordi che perseguitano la coscienza). Non c’è la Storia: uno degli scaricatori filosofi dice che «la Storia non è reale…è solo una Storia costruita». Non c’è la politica – anche la radio non ha notiziari. E non c’è sottotesto – ogni cosa sembra operare sulla superficie. La gente dice quello che pensa.

J.M. Coetzee: "È piuttosto positivo sapere che Coetzee non può offrirsi interamente a una tale storia, che non è del tutto convinto dall'anodina utopia che egli ha creato."

J.M. Coetzee

È piuttosto positivo sapere che Coetzee non può offrirsi interamente a una tale storia, che non è del tutto convinto dall’anodina utopia che egli ha creato. Simón probabilmente parla per lui quando chiede, in un momento di angoscia: «Cos’è il buono di una nuova vita se non siamo trasformati da essa, come io certamente non lo sono stato?» È una critica astuta al mondo che Coetzee ha inventato per lui, notare che «le cose qui non hanno il loro dovuto peso» – definizione precisa della difficoltà che si può avere con un romanzo in cui ogni cosa può accadere, e perciò, niente di quello che accade può avere molto significato.

Forse la verità è che Coetzee non può in realtà avere uno stile tardo, per la semplice ragione che egli ha sviluppato il suo stile tardo molto presto. La prosa disadorna, l’insofferenza della seduzione della narrazione, il desiderio di evocare le grandi questioni dell’esistenza umana, il muoversi dal particolare all’universale – questi sono sicuramente attributi, non dei libri che Coetzee può scrivere nel futuro, ma di quelli che ha già scritto. Questi libri non girano le spalle al mondo – nelle sue parole, essi vi si oppongono in tutto i suoi personali e pubblici collegamenti. L’ansia che perseguita L’Infanzia di Gesù suggerisce che Coetzee non può rifugiarsi comodamente nell’aridità, che egli è troppo vivo per una scrittura postuma, e che egli è condannato ad andare avanti come uno dei più grandi oppositori della realtà.

  1. Paul Auster e J.M. Coetzee, Here and Now: Letters, 2008–2011 (Viking 2013).
  2. Il romanzo verrà pubblicato in Italia a fine novembre da Einaudi. N.d.R.
FINTAN O’TOOLE, è redattore letterario presso ‘The Irish Time’ e docente di letteratura irlandese a Princeton. Il suo libro più recente è A History of Ireland in 100 Objects (Royal Irish Academy, 2013).
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