Patricia Storace

Com’è cambiata la cucina e cosa rappresenta questo cambiamento

da ''The New York Review of Books''
ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA: La poetessa Patricia Storace recensisce il saggio di Sandra M. Gilbert The Culinary Imagination, saggio che ricostruisce la storia sociale, estetica, artistica e politica del cibo dagli antichi romani fino ai nostri giorni.
 SANDRA M. GILBERT, The Culinary Imagination: From Myth to Modernity, Norton, pp. 404 , $ 29,95

 

Nel diciassettesimo secolo, quando la dinastia Ming stava crollando, il suo grande storico e memorialista, Zhang Dai, riscrisse la Storia del cibo cucinato di suo nonno Zhang Rulin rinominandolo The Old Glutton Collection. Nella sua prefazione, che è tutto ciò che rimane di questo lavoro perduto, cita molti classici cinesi della gastronomia e descrive l’appetito raffinato di Confucio e il modo di mangiare come una sorta di filosofia incarnata di come vivere. Egli cerca una giustificazione per l’audacia  nel ripubblicare il lavoro di suo nonno:

Ho ricevuto il dono dell’abilità di distinguere il gusto tra l’acqua del fiume Sheng e tra quella del fiume Zi, di capire quando il sangue di un’oca è quello di un’oca nera o bianca, di sapere se il pollo abbia razzolato all’aria aperta o se la carne sia stata cucinata su una stufa a legna già spenta…[1]

L’acutezza e profondità squisite dell’abilità di Zhang Dai relativa al gusto è espressione di sapienza evoluta: non solo la sua, ma anche quella sviluppata dai suoi antenati sulla geografia, sulla botanica, sulla biologia, sull’allevamento degli animali, sulle tecniche culinarie, sulla natura, sulla tradizione e sul passare del tempo. Mangiare con eccellenza disciplinata è una ricerca di saggezza. La pratica del mangiare dal punto di vista filosofico può essere vista anche come il microcosmo di un governo ideale, cui le radici della stessa parola “gastronomia” rimandano, nel momento in cui fanno riferimento alla leggi dello stomaco e dell’appetito.

Questo passaggio, contiene anche un’elegia obliqua e non detta. Zhang Dai è conscio della minaccia politica che distruggerà il mondo in cui questi piaceri hanno avuto vita. Quando i Manchu conquistarono la dinastia Ming, Zhang Dai fuggì sulle montagne, dove finì i suoi giorni come un rifugiato alla fame, scrivendo le «memorie del sogno» di quel mondo perduto e l’iscrizione per la sua tomba: «Per la gente, il cibo è il Paradiso/ Un ingordo Dongpo/Affamato sotto un Solitario Bambù». [2]

La copertina del libro di Sandra M. Gilbert

La copertina del libro di Sandra M. Gilbert

Non c’è nulla di simile a questo atteggiamento nei confronti dell’esperienza gastronomica di Sandra Gilbert, così entusiasta e coinvolta dei modi, soprattutto americani e solo sporadicamente europei, di trattare il cibo nella letteratura moderna, nei film e nell’arte, nonostante la gradevole scampagnata del libro per i molti sentieri culinari.  The Culinary Imagination non riesce mai infatti a guadagnarsi il suo titolo ambizioso che pare non ammettere repliche. È in realtà un lavoro molto parziale: un’indagine culinaria impressionistica, una sorta di armadietto dei gioielli personali e intellettuali, che spazia tra analisi letteraria e ricordi privati, includendo inoltre un commovente e agrodolce autoritratto gastronomico della stessa Gilbert.

 Il libro esplora una grande varietà di scenari culinari; possiamo osservare di passaggio una gamma di cibi e abitudini funerarie, di feste rituali dell’antichità greca e romana e del monoteismo, il divenire dei modi e degli utensili nello stare a tavola, uno scelto gruppo di chef televisivi (Julia Child, ma non Martha Stewart; Anthony Bourdain, ma non Jamie Oliver), vignette sul cannibalismo e  sulla dieta gianista[3] vegetariana, radicalmente utopica, imposta dal trascendentalista Bronson Alcott alla sua comunità di Fruitlands. Alcott rifiutava tutto il cibo animale «corruttore», e proibiva la semina di certi vegetali e radici che «crescono sottoterra anziché all’aria aperta».

La Gilbert ci porta dentro la cucina di Emily Dickinson, che la poetessa concepiva come una esotica isola di spezie chiamata «Domingo». Condivide con noi la ricetta della poetessa per la Torta Nera, in un’adorabile evocazione di come magicamente i sapori di un piatto possano riportare a momentanea vita una persona scomparsa.

Cogliamo lo scorcio del centrotavola di un banchetto Rinascimentale ideato da Andrea del Sarto per ricordare il Battistero di Firenze:

Il pavimento era un grandissimo piatto pieno di gelatina con spartimenti di vari colori di mosaico. Le colonne che parevano di porfido erano grandi e grossi salsicciotti, le basi e i capitelli erano di formaggio Parmigiano…Nel mezzo era posto un leggio da coro fatto di vitella fredda…e quelli che cantavano a leggio in qualità di cherici erano tordi col becco aperto, e tutti con certe camiciuole a uso di cotte, fatte con rete sottile di porco.

Mi sarebbe piaciuto che la Gilbert ci avesse raccontato l’occasione per cui venne realizzato, la qual cosa ci avrebbe aiutato a capire i suoi significati politici sottintesi; avremmo capito meglio come del Sarto fosse riuscito a mantenere un’espressione seria nel momento in cui lavorava duro per i soldi dei Medici.

Una sezione particolarmente forte si occupa dei moderni libri per bambini con temi culinari. Attraverso le opere di scrittori come Roald Dahl e Maurice Sendak, Gilbert mostra come il terrore – di essere ingoiati, avvelenati, cotti in torte, lasciati morire di fame – sia un tema tanto prevalente nei libri per bambini come lo sono i sogni di una vita familiare idilliaca. Questi scrittori esplorano con la fantasia, come fanno le fiabe, l’interminabile realtà del pericolo nella vita dei bambini. Il grande chef degli inizi del diciannovesimo secolo, Carême, il cui lavoro fu fondamentale nelle manovre diplomatiche di Talleyrand al Congresso di Vienna del 1814 – 1815, era stato abbandonato dai genitori sulle strade di Parigi. Sembra più che una coincidenza che egli da prima si sia fatto una reputazione come pasticcere, specializzato in costruzioni elaborate, dolci quasi indistruttibili come castelli e templi inventati fatti di zucchero.

Un'opera di Daniel Spoerri del 1992

Un’opera di Daniel Spoerri del 1992

Un capitolo sul cibo nelle arti visive  parla non solo di nature morte ma delle opere deliberatamente non invitanti di artisti e performance artist come Daniel Spoerri che creano una sorta di anti-natura morta utilizzando  vero cibo avariato. Nella parte dedicata al cibo nei film, la Gilbert, in maniera un po’ deludente, si limita ai recenti film che vedono i cuochi come protagonisti, come Il pranzo di Babette e Ratatouille. Si sente la mancanza dell’intensità e della persistenza nel tempo con cui il rapporto con il cibo ha comunicato personaggi, condizione sociale e universi etici nei film precedenti – per esempio il cibo raffinato ed elegantemente preparato dei film di Chabrol, che costituisce la cucina della sua borghesia viziata e omicida, o l’insipido pollo arrosto che Ingrid Bergman cucina per Cary Grant nel Notorious di Hitchcock, rivelando il personaggio decadente e virginale, che sperimenta per la prima volta l’amore. La ricerca del cibo comunica la realtà della guerra in Via col vento e della corruzione politica in The Hunger Games, in cui i cittadini vengono affamati, sfruttati e lasciati morire come intrattenimento per la classe dominante ben nutrita.

Gilbert discute anche a lungo della proliferazione di autobiografie incentrate sul cibo e sulla cucina, che in maniera infelice insiste a chiamare «cibografie». Il termine delimita un soggetto per il quale vuole richiedere una nuova dignità. Ciò sconvolgerebbe M.F.K. Fisher, uno dei suoi grandi esempi del genere, che non si considerò mai una scrittrice di cucina.

Il cibo è al centro di questo genere di autobiografie perché è una parte essenziale di un’altra storia. Il potente The Last Resort di Norma Watkins, per esempio, analizza il cibo perché la cucina dell’hotel di famiglia nel Sud  del Mississippi segregazionista è un concentrato di piaceri e crudeltà, generosità e ingiustizia, nel momento in cui la gente di colore cucinava per i bianchi ma non poteva mangiare con loro, o viceversa. Ed è un’omissione gigantesca in un libro sui nuovi modi di scrivere sul cibo non avere menzionato l’influente raccolta annuale di saggi Oxford Symposium on Food and Cookery, aggiornata, elegante e ad ampio raggio

Nella sua trattazione delle autobiografie, la Gilbert manca anche l’opportunità di considerare gli effetti multipli della tecnologia sull’immaginazione culinaria. L’intensità dell’attenzione al cibo non è nuova – il Dott. Johnson[4] come è noto sosteneva che l’uomo che non si preoccupa della qualità del suo cibo «dovrebbe essere sospettato di trascuratezza anche nelle altre cose». Se avesse fatto questa affermazione oggi, sarebbe stata probabilmente pubblicata con un mosaico di ricordi e di immagini delle cene che aveva fatto nel suo pub, il Cheshire Cheese, e con  un link al vocabolario del cibo nel suo dizionario online.

Internet ci consente di testimoniare e di esprimere una meditazione sul cibo condivisa, palese, universale e appassionata. I blog e i siti web sono come riviste o antologie personalizzate. Se una storica del lavoro posta una ricetta sul suo sito web o un’immagine  della sua cena su Instagram, questa ora funziona come qualsiasi altra caratteristica di interesse in quella che equivale ad una sua rivista personalizzata, e non toglie nulla alla sua reputazione accademica, anche se lo avrebbe fatto trenta o quarant’anni fa.

In un altro punto del libro, la Gilbert dice che Dickens non incluse una ricetta per l’oca arrosto in Canto di Natale – ma lo fece sua moglie da un’altra parte, pubblicando menù e ricette con il nome d’arte di Lady Maria Clutterbuck. Dickens non pubblicò ricette (sebbene possa averne avuto l’impulso) perché così facendo avrebbe compromesso la sua autorevolezza e dignità come autore. Il contrasto tra l’artista Dickens e la  moglie artigiana rese chiara la separazione, e contribuì ad evidenziare la distinzione tra l’abilità manuale dell’una e l’artisticità dell’altro.

Internet non offre solo nuove libertà nel leggere e nello scrivere, ma anche esperienze intensamente  elaborate di lettura. Gli scrittori online assillano i lettori senza sosta, in particolare nei siti di cucina, per “condividere” o  cliccare “mi piace”, o per “raccomandare” o  “pinnare”, o “twittare” un articolo o una ricetta sui social media. La gente che cerca ricette spesso deve ricavarle da video fatti da cuochi desiderosi di diventare dei “marchi”, benché per i cuochi esperti, le ricette scritte forniscano informazioni molto più rapidamente.

La tecnologia ha sempre influenzato il modo in cui parliamo del cibo e il modo in cui cuciniamo, come avvenne per l’invenzione del frigorifero all’inizio del ventesimo secolo che diede prestigio ai piatti freddi inventati allora che costituirono la caratteristica dei libri di cucina dell’epoca, e che furono nuovi ed eleganti finché la refrigerazione non divenne di utilizzo comune. Nella nostra era di smartphone e tablet, ci sembra di essere preda di una sorta di cucina Wi-Fi, in cui l’interazione tra cibo virtuale e cibo realmente commestibile dà forma alla gastronomia. Nel ristorante alla moda di Ibiza di Paco Roncero, Sublimotion, lo chef saluta gli ospiti virtualmente, ovvero su uno schermo sul loro tavolo, e offre cocktail che si shakerano da soli; il tavolo stesso diventa una sorta di schermo e i dessert fluttuano verso i clienti. Sono in corso sforzi per creare anche un tipo di cucina algoritmica, che realizzi combinazioni di ingredienti con il computer e che copi i gusti provenienti da un laboratorio, non dalla terra.

Il ristorante Sublimotion dello chef Paco Roncero

Il ristorante Sublimotion dello chef Paco Roncero

La vastità del libro della Gilbert è ottenuta a volte sacrificando l’approfondimento. Vuole appassionatamente convincere i lettori che l’attenzione attuale per il cibo «rappresenta una frenesia alimentare e gastronomica che è sia senza precedenti che unica».  Insiste nel raccontare la storia del cibo americano come la storia di una rivoluzione, di una rottura drammatica con il passato, in un modo che può rendere vani i nostri sforzi per comprendere quali elementi attualmente siano veramente nuovi ed unici.

Qualche volta la Gilbert sembra presa dalle esigenze di una storia che impone determinati modelli al suo pensiero: questo la porta ad affermazioni che possono sembrare a volte molto vaghe. Commenta, per esempio, che «negli anni ’50 poche famiglie borghesi in Inghilterra e in America potevano vantarsi di avere dei cuochi a servizio, e la maggior parte di esse aveva un aiuto saltuario per i lavori di casa». Ciò può essere stato vero in l’Inghilterra, ma nel Sud degli Stati Uniti negli anni ’50 le donne di colore erano in grande maggioranza impiegate come cuoche e cameriere, mentre le donne latino-americane  facevano i lavori di casa per la classe media bianca del Sudovest.

In un’altra parte del libro, l’autrice sottolinea che il ventunesimo secolo è un periodo di esibizione culinaria impareggiabile, benché sia difficile far conciliare questa affermazione con i sontuosi  banchetti rinascimentali che lei stessa descrive,  con  il “Bos Ball” messo in piedi a Boston in onore di Dickens, caratterizzato da inesauribili portate di ostriche e di  pièces montées decorate con scene tratte dal suo romanzo La bottega dell’antiquario, con le stravaganti cene a dorso di cavallo dei nuovi ricchi allo Sherry restaurant, e con le impressionanti cene di Ringraziamento offerte dalle sottoscrizioni dei cittadini per confortare le truppe dell’Unione sul campo di battaglia nel 1864. Questa prodezza gastronomica, intensamente coperta dalla stampa, servì a mostrare ad un Sud sempre più affamato l’abbondanza e la varietà di cibo disponibili al Nord e la capacità dell’Unione  nel rifornire le sue linee.

Gilbert fornisce una «linea narrativa principale» che chiama «Tact» – «Tale of American Culinary Transformation» (“la favola della trasformazione culinaria americana”) – mettendo a confronto una cena della Cornell University nel 1955 in cui mangiò uno stufato di tonno fatto con zuppa in scatola, e una cena del 1985 a base di agnello ricoperto di mostarda di Dijon all’eating club di Princeton[5]. «Una volta» scrive, «gli americani mangiavano gelatina Jell-O, torta di mele, vegetali in scatola e i soliti vecchi arrosti e “stufati” fatti con crema di funghi in scatola», ad eccezione delle famiglie di immigrati, come quella della stessa autrice, che conservavano qualcosa del loro tradizionale vocabolario culinario.

Il cibo che lei descrive, però, non sarebbe stato riconosciuto come rappresentativo del cibo americano da Thomas Jefferson o da Mark Twain, il quale, nel suo Vagabondo in Italia, elencava ottanta piatti americani che desiderava ardentemente, inclusi la zuppa di tartaruga di Philadelphia, l’alosa del Connecticut, pancetta e piselli, l’opossum, il procione e le «galline di prateria dell’Illinois». L’eroina del romanzo di Mary McCarthy del 1971,  Uccelli d’ America, diverte il figlio giocando a cucinare solo cibo americano – piatti come il bollito del New England, il merluzzo stufato conosciuto come il Tacchino di Cape Cod, lo spoon bread del Sud degli Stati Uniti, il budino indiano e  la gelatina di mela cotogna.

Lo stufato della Cornell del 1955 non è un archetipo del cibo americano, ma il prodotto di un periodo e ambiente particolari, e cioè la cucina che veniva insegnata nei corsi di economia domestica. La scuola di economia domestica della Cornell era la più antica degli Stati Uniti. Eleanor Roosevelt fu un’importante finanziatrice della scuola, e gli insegnanti di economia domestica furono attivi durante la Grande Depressione, quando suo marito era governatore di New York, nei programmi per famiglie disagiate che insegnavano le tecniche nutritive e di cucina a basso costo. Gli esperti di economia domestica aiutarono inoltre a mettere  a punto la gamma di cibi razionati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Negli anni ’50, l’economia domestica fu una professione adatta alle donne, le quali non erano più così richieste come forza lavoro nel dopo guerra, e le aziende che progettavano elettrodomestici per la cucina e nuovi tipi di utensili o cibo industriale, le assumevano per produrre piatti come lo stufato descritto dalla Gilbert. Era questo il cibo evocato nei quadri di Warhol, intrugli che erano pubblicità commestibile, che attingevano alla cucina povera degli anni ’30 e ’40. Come nell’esempio dell’eating club di Princeton, il romanzo di Owen Wister del 1903 su Harvard, Philosophy 4, con il suo menù da studenti coccolati a base di «granchi teneri, aragosta arrostita viva, salmone, grass plover, chiurlo boreale e omelette al rum», implica che i ricchi Ivy Leaguers[6] hanno sempre mangiato bene.

Andy Warhol, Campbell's Soup Cans, 1962

Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans, 1962

Uno sguardo più attento alla storia del cibo americano ci aiuterebbe a vedere le sue differenti origini geografiche, la sua identità incerta, la sua differenziazione regionale e il suo continuo intreccio con politica e affari. Tra «gli alimenti base eterni» che la Gilbert menziona – uova, zucchero, burro, grano, mais e riso – solo il mais non era di importazione.

Il New England lottò per definire sé stesso come inglese nei modi di cucinare e di coltivare finché la Rivoluzione non fece del cibo semplice una virtù ideologica, mentre il Sud, dove la ricchezza del cibo distingueva il padrone dallo schiavo, non abbracciò mai la dieta della «semplicità repubblicana». Le galline di prateria di Twain, un tempo emblematica prelibatezza americana, sono ormai praticamente estinte a causa degli insediamenti urbani che hanno distrutto il loro habitat e a causa delle battute di caccia su larga scala che le ferrovie resero possibili.

La Guerra Civile, a causa della strategia militare del Nord di affamare sia i soldati che i civili del Sud, e gli sviluppi che essa portò nella tecnologia della conservazione del cibo, ebbe un effetto potente sull’agricoltura americana, anche il proibizionismo alterò profondamente l’evolversi del modo di cucinare americano, portando alla chiusura di molti grandi hotel e ristoranti che avevano rappresentato l’equivalente americano delle nobili cucine europee, e causando la deriva finale del modo di cucinare americano verso quello inglese: senza il brandy, il mincemeat[7] e il budino di prugna, che erano stati una caratteristica consueta della tavola nel giorno del Ringraziamento, scomparvero. La cucina americana è condita con abbondante amnesia.

La Gilbert compie diverse altre elisioni che sono sconcertanti. Ci viene detto che M.F.K. Fischer era «sui generis, la prima a scrivere…un’autobiografia incentrata sul cibo», ma questa affermazione ignora Colette, i cui scritti e romanzi autobiografici inventarono il «linguaggio del gusto», secondo il termine usato da Julia Kristeva, e mostrò alla Fischer come scrivere di cibo senza essere coinvolta in un ruolo materno e di nutrimento. Il Grand Dictionnaire de Cuisine di Dumas è un esperimento ancora precedente che combinava l’aneddoto autobiografico con ricette e storie sul cibo. La confidenza della Fischer con la letteratura francese le insegnò molto sulla sua arte grazie a scrittori come Maupassant, che scrisse in maniera incomparabile sulle classi sociali attraverso il cibo in storie come Palla di sego, e Simenon, per il cui commissario Maigret  la gustosa cucina borghese rappresenta il solo mistero che non riesce a risolvere: Come può essere possibile la pace domestica e la stabilità che essa evoca in questo mondo criminale?

Who's Having More Fun (Kids Eating Corn) di Norman Rockwell

Who’s Having More Fun (Kids Eating Corn) di Norman Rockwell

L’affermazione della Gilbert che Walt Whitman e l’America furono la fonte di una «poetica culinaria» di «novità senza precedenti» che consentì agli scrittori di descrivere ciò che vedevano nella vita quotidiana, usando il linguaggio della gente comune, radicalmente libero di onorare le cose di tutti i giorni – i boccali di sidro al posto delle coppe di champagne –  interrompe una storia di continuità complessa. In realtà fu il poeta scozzese Robert Burns, che Whitman conosceva bene, che portò questo candido e disinvolto coinvolgimento con il quotidiano nella poetica americana. Burns, che scrisse come è noto un’ode all’haggis, un piatto scozzese impeccabilmente umile (insaccato a base di avena e frattaglie di pecora), fu una presenza poetica significativa negli Stati Uniti ben prima di Whitman.

Il ‘Pennsylvania Packet’, il primo e più importante quotidiano degli Stati Uniti, pubblicò 26 numeri dal 1787 al 1788 con presentazioni di canzoni e poemi di Burns. Come ha sottolineato il biografo di Burns, Robert Crawford, ci sono più statue di Burns negli Stati Uniti che di qualsiasi altro poeta americano[8]. Le Burns Night suppers[9] in occasione della data di nascita del poeta erano intrattenimenti consueti in cui venivano invitati figure importanti, persino il presidente.

A Boston, nel 1859, ad una Burns Night supper (appropriatamente tenuta alla Parker House, luogo di nascita dell’involtino  Parker House) Emerson tenne un eloquente discorso in lode di Burns:

Egli ha dato voce a tutte le esperienze della vita comune; ha fatto amare la fattoria e il cottage, le pezze e la povertà, i fagioli e l’orzo; la birra, il vino del povero; gli stenti; la paura dei debiti…Che amore per la Natura, e, lo devo dire?,  per la Natura della classe media.

Anche D.H. Lawrence, di cui la Gilbert parla come poeta in questa parte del libro, si era occupato di Burns, scrivendo poesie in dialetto ispirate da lui e progettando di scrivere un romanzo su di lui.

Burns fu profondamente debitore nei confronti di Alexander Pope, che scrisse una delle tante versioni della satira di Orazio, Il topo di città e il topo di campagna, un’occasione di virtuosistica visualizzazione di natura morta, alta e umile. Pope, traduttore di Omero, è il ponte tra Burns e Omero. La descrizione del poeta greco del pasto tragico di semplice carne arrosto cucinato da Achille per il distrutto Re Priamo dopo che Achille stesso gli ha ucciso il figlio Ettore, è la premonizione della morte imminente di entrambi e la più potente descrizione di un pasto nella letteratura occidentale. Descrivere la vita e il destino attraverso il cibo comune non è una scoperta americana, ma lo sviluppo di una tradizione, un sottile ma genuino collegamento ad un passato letterario più antico sia della letteratura americana che dell’America stessa.

Il miope punto di vista modernista della Gilbert nega ai suoi lettori la piena avventura nel pensare all’affascinante materiale che tratta, e cosa significhi che noi ora siamo in grado di esplorarlo. Quando cita l’inizio del diario di Virginia Woolf, «credo sia vero che  si guadagni un certo controllo sulla salsiccia e sull’eglefino scrivendo di essi», ci dice che «con queste parole sullo scrivere sul cibo, la stessa Woolf si unì alla nuova squadra di romanzieri, poeti e saggisti che stavano rappresentando il cibo in cucina, non solo sul tavolo da pranzo».

Ma naturalmente scrittori precedenti avevano già raccontato la preparazione del cibo. Dora in David Copperfield serve un comico pasto di ostriche senza realizzare che queste devono essere aperte; Becky Sharp ne La fiera delle vanità vede le dinamiche interne nella ruvida casa di campagna di Sir Pitt Crawley e mangia salsicce in una squallida pensione. L’epopea domestica del Pan Tadeusz di  Adam Mickiewicz è un’enciclopedia sulla vita di campagna in Polonia, dal cercare i funghi al modo particolare dei polacchi di fare il caffè (i romanzi e i poemi nazionalisti sono spesso ricchi, nelle loro descrizioni, di cibo e abitudini gastronomiche locali, che servono a rievocare un paese minacciato, o a sostenere l’aspirazione colonialista su un territorio ambito).

Un’altra collocazione principale per lo scrivere fuori dalla sala da pranzo nel diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo è stata la letteratura per l’infanzia per bambini: Louisa May Alcott, Kate Douglas Wiggins, Margaret Sidney e Laura Ingalls Wilder ci mostrano in dettaglio la topografia dell’epoca delle cucine, dei menù e del pensiero sul cibo.

Il contrasto dal punto di vista sia del genere di chi scrive che del genere di romanzo è significativo. Quando la un tempo famosa ma ora dimenticata Marion Harland, una infaticabile ed eclettica scrittrice di romanzi e libri di viaggio, scrisse il suo best-seller di cucina del 1871, Common Sense in the Household,

mi [le] fu assicurato che avrei perso la notevole reputazione letteraria che mi ero guadagnata con i romanzi, le storie brevi e i saggi se avessi insistito in questa ignobile impresa. Un critico mi preannunciò che «qualunque cosa avessi scritto dopo questa  nuova insensata avventura avrebbe assunto un fastidioso, per l’immaginario lettore e critico, odore di cucina».

Scrittori e scrittrici narravano del cibo nelle loro opere, ma per gli uomini, parlare di cibo poteva rappresentare padronanza artistica nella sua interezza; per le donne diventava uno stigma, una subitanea diminuzione letteraria. Ora, come la Gilbert sottolinea con palpabile eccitazione, gli scrittori possono permettersi di pensare al cibo sempre più oltre i confini delle distinzioni di genere letterario.

Caravaggio, Canestra di frutta, 1596 circa, Milano, Pinacoteca Ambrosiana

Caravaggio, Canestra di frutta, 1596 circa, Milano, Pinacoteca Ambrosiana

Quello che rende interessante la nuova gamma e possibilità di scrittura sul cibo – da parte sia delle donne che degli uomini – è il fatto che assistiamo a un inconsueto slittamento tettonico di un’estetica profondamente radicata e di gerarchia etica che si è esteso alle arti visuali, come alla letteratura, nelle quali, dai greci fino a Joshua Reynold, la natura morta «era stata relegata al livello più basso», come scrisse lo storico dell’arte Norman Bryson. La natura morta era un genere adatto alle pittrici e agli artisti maschi meno talentuosi, rappresentazioni di materia immobile e morente, un promemoria della colpevole e spregevole mortalità del corpo umano, i cui appetiti ed estinzione erano la prova visibile della colpa.

L’idea che la morte sia prima di tutto la punizione per una colpa e che il desiderio sia svilente è cambiato. Sembra a proposito che nel 2004 il famoso fornaio francese Lionel Poilane insieme a Paul Bocuse e a un certo numero di altri intellettuali francesi abbia scritto un’affascinante e divertente, ma sincera, supplica al Papa per rimuovere la gola dalla lista dei peccati mortali.

Per secoli l’immagine di Eva e della sua mela ha svolto la funzione di memento mori ed emblema della colpa. Come cantava Nina Simone nella sua gioiosa e amara canzone “Forbidden Fruit” (“Frutto proibito”): «Ti sei fatta avanti e l’hai mangiata, ora devi arrangiarti». Pare di essere arrivati al momento in cui siamo in grado di vedere la mela come una fonte di conoscenza più che di colpa. Anziché insultare Eva per aver assaggiato la mela, ora stiamo cominciando a domandarci: Cosa ha scoperto?

PATRICIA STORACE, è una poetessa americana. Il suo ultimo libro è The Book of Heaven (Pantheon Books, 2014)

 

 

[1]  Scribes of Gastronomy: Representations of Food and Drink in Imperial Chinese Literature, a cura di Isaac Yue e Siufu Tang (Hong Kong University Press, 2013), p. 93.

[2]  Il poeta dell’undicesimo secolo della dinastia Song, Su Dong Po, fu uno dei gastronomi classici della Cina. La sua incarcerazione ed esilio lo hanno reso simbolo di supremo conoscitore ridotto a mendicante.

[3]  Il gianismo è una religione indiana riconducibile storicamente a Mahāvīra, detto Jina, contemporaneo del Buddha e citato anche nel canone buddista. Il gianismo mantiene vari elementi delle correnti più antiche della filosofia naturale indiana, fra cui l’atomismo, l’assenza di un Dio come causa dei fenomeni naturali e la materialità del karma. Predicando un’assoluta non-violenza, il giainismo prevede una forma estrema di vegetarianesimo: la dieta del fedele esclude anche molti vegetali e persino l’acqua viene filtrata al fine di non ingerire involontariamente piccoli organismi. N.d.R. [Fonte: www.treccani.it]

[4] Samuel Johnson (1709 – 1784) critico letterario, poeta, saggista, biografo e lessicografo britannico. Johnson è l’autore dell’Oxford English Dictionary, pubblicato nel 1755 e tuttora considerato il dizionario britannico per eccellenza. N.d.R.

[5]  Club fondati alla fine del diciannovesimo secolo in alcuni college degli Stati Uniti. Gli Eating Club permettono agli studenti di combinare conversazioni erudite con cene raffinate. N.d.R.

[6]  Termine con cui vengono indicati gli studenti che frequentano le università che fanno parte dell’Ivy League,  titolo che accomuna le otto più prestigiose ed elitarie università private degli Stati Uniti d’America. N.d.R.

[7]  Il mincemeat è un mix di frutta secca tritata, liquori distillati, spezie e carne di manzo o di cervo. N.d.R.

[8] Robert Crawford, The Bard: Robert Burns, A Biography (Princeton University Press, 2009); recensito da John Carey, su ‘The New York Review of Books’, 5 novembre 2009 .

[9]  Le Burns Night suppers sono delle celebrazioni (che hanno luogo soprattutto in Scozia e in Irlanda del Nord) tenute in onore del poeta Robert Burns. Si svolgono ogni anno il 25 gennaio (data di nascita del poeta), durante queste celebrazioni si mangiano piatti di haggis, si beve scotch e si tengono letture delle poesie di Robert Burns. N.d..R.

 

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