Roberto Quagliano

Conflitto d’interessi

L’uscita di Django e la recensione sulla nostra rivista mi da un’occasione che non posso perdere. Nel ’94, poco dopo le elezioni di quell’anno, scrissi per mio assoluto piacere un breve testo contenente un parallelo fra l’ascesa di Silvio Berlusconi [...]

L’uscita di Django e la recensione sulla nostra rivista mi da un’occasione che non posso perdere. Nel ’94, poco dopo le elezioni di quell’anno, scrissi per mio assoluto piacere un breve testo contenente un parallelo fra l’ascesa di Silvio Berlusconi nel mondo della televisione e la nascita dello spaghetti western all’inizio degli anni sessanta. Un confronto da un mio personale punto di vista, più interessato al cinema che alla politica, fra l’operazione compiuta da Sergio Leone (e suoi colleghi nel genere) nell’ arte del raccontare per immagini e quella compiuta da Berlusconi all’inizio degli anni ottanta nel settore televisivo. A seguire queste righe troverete questo parallelo, ma qualcosa vorrei aggiungere sul film di Tarantino prima di lasciarvi a quelle considerazioni dei primi anni novanta. Non capisco sinceramente l’amore che il regista italo americano prova sia per lo spaghetti western che per il cinema di serie b alla Bava e la ragione sarà chiara a breve, ma ho trovato spesso i suoi film di ben più alto livello rispetto ai suoi modelli. In questo Django una cosa mi ha colpito. Il suo film mi è parso uno sfogo contro tutti i razzisti del suo paese, come se urlasse loro in faccia qualcosa tipo: ‘Razzista di m… devi solo andare a ‘ff… per sempre!’. E la cosa mi ha fatto profondamente ridere e provare piacere perché è veramente lì che dovrebbero dirigersi in maniera molto veloce. Chiamandosi questa rubrichetta ‘Conflitto d’interesse’ non riesco neppure a trattenermi dal citare un fatto personale cui potrete dare il valore che vorrete. Mi è capitato spesso di passare qualche settimana all’anno in una di quelle community che circondano un po’ tutte le città americane. Quelle con le case a due piani, il giardino non recintato, le strade affiancate dal tipico marciapiede su cui nei film si incontrano i vicini e corrono in bicicletta i bimbi, dove al mattino consegnano il latte e il giornale. Quelle per cui si infervorano i copy delle agenzie pubblicitarie nazionali. Quelle che tutti conosciamo. Molto piacevoli da vivere. Una volta chiesi al padrone di casa (quello con una compostezza femminea a fronte della scompostezza maschia della moglie) in prestito la bicicletta perché volevo vedere cosa vi fosse intorno oltre le strade a otto corsie che la circondavano da tutti i lati a grande e silenziosa distanza. Attraversai una di queste superstrade, interrotte da frequenti semafori (che a differenza di quanto accadrebbe da noi sono effettivamente percorsi come una corrente elettrica dall’onda verde), e mi inoltrai nel territorio sconosciuto al di là di essa. Mi colpì una cosa: le case erano disposte in modo più sparso sul territorio, senza giardini troppo curati o aiuole tirolesi, con giocattoli abbandonati un po’ ovunque. Come nella community dove risiedevo non si vedeva quasi anima viva per le strade e nei giardini, neppure bambini. Foglie secche non raccolte, rami caduti non rimossi. Non avevo notato il fatto che alla club house a cinquanta metri da dove dormivo non avessi mai visto altro che bianchi. Bianchi nei vialetti, nel porticciolo, sui campi da tennis, ma soprattutto in piscina. Soprattutto, perché rifulgevano di biancore anglosassone. Essendo a mezz’ora di macchina da Washington, la mia mente aveva rimosso qualsiasi possibile pensiero fastidioso. Procedendo nella mia corsa in bicicletta mi venne un dubbio: non è che questa sia una zona abitata solo da neri? Non avevo fatto a tempo a formularlo che su una veranda vidi un anziano signore nero che si godeva una birra sul dondolo. La cosa più curiosa fu che la zona mi diede una sensazione di maggiore rilassatezza, non nel senso di trascuratezza ma nel senso di una serenità contigua con parole come verità, armonia, tolleranza. Giravo che era un piacere in quella zona. Quando tornai, rimisi la bici nel famoso garage cinematografico ed entrai. In cucina la padrona di casa, quella col fare maschile, mi chiese dove fossi andato. Glielo dissi e le chiesi: ‘Come mai in questa comunità non ci sono neri e dall’altra parte dell’autostrada sono tutti neri?’. Mi osservò a lungo incerta su cosa rispondere e poi alzò le spalle. Non riuscii a capire se lo scoprisse per la prima volta, se lo avesse rimosso, sorpresa che qualcuno fosse così impertinente da ricordarglielo, se trovasse la cosa di difficile conciliazione con il suo perenne frequentare la chiesa. Probabile che avesse pensato che un italiano difficilmente poteva capire di cosa sia e sia stato composto il loro paese. Era il 2005.

 

 
Prima di passare a Berlusconi e il western del ’94, vorrei segnalare una visione strampalata del western che abbiamo trovato nel romanzo “Una tranquilla città”. “E questa mania dei film western? Perché?… cosa ci trova di tanto interessante” Domanda già fatta lo sa, ma non gli viene in mente altro. Vettore si rigira nel divano cercando una posizione più comoda e sprofonda sempre più in basso

 “Hai fatto la prima comunione, sei mai andato a catechismo?”

 “No”

 “Vedi, dove andavo io facevano lezione due vecchie zitelle… erano piccole, magre, brutte, pelose… come facevi ad appassionarti a quei contenuti, a quei valori? Il personaggio di Cristo era forte ma lo avevano annacquato in una selva di regolette senza senso e senza alcuna consequenzialità con ciò che loro stesse dicevano che avesse detto… un cristianesimo senza anima, ti puoi immaginare che paradosso, un cristianesimo che negava nei fatti la sua discendenza da Cristo… che razza di cosa poteva mai essere, come poteva affascinare i ragazzini? La famiglia faceva la sua bella fatica a darti valori perché in sostanza rimandava il discorso alla chiesa e alla scuola. La chiesa e la scuola… ti rendi conto? Anche quel coglione di quel presidente americano che c’era anni fa si definiva cristiano rinato e poi andava a bombardare dovunque potesse gente che non aveva nessuna responsabilità nei problemi americani… quale cavolo di Cristo era il Cristo di quello lì? Era lo stesso delle due zitelle? Probabile, ma come poteva affascinare dei ragazzini? E dall’altra parte c’era il cinema, americano ovviamente. Con i suoi valori precisi e proprio belli da vedere e da sentir pronunciare e nei film western questi valori prendevano una sorta di forma perfetta, avevano quella essenzialità e quella inevitabilità che li rendeva veramente desiderabili. Onestà, coraggio, giustizia, difesa dei deboli e tutta quella roba lì. Come già ti ho detto un’altra volta, era la nostra vera Bibbia, la nostra vera religione, il nostro catechismo…”

 

Una strana interpretazione della ascesa politica di Berlusconi

Aprile ’94

Un’idea curiosa, uno sguardo particolare sulla situazione politica italiana, sul ruolo di Berlusconi, sul cinema, sulla televisione.

All’inizio degli anni sessanta un regista italiano, Sergio Leone, prese un genere cinematografico tipicamente americano, il western, ne isolò gli elementi strutturali, eliminò tutte le sfumature connotative, e intorno a questi unici elementi costruì un genere apparentemente figlio della cosiddetta epopea della frontiera, ma in realtà generò un mostro inopinatamente prolifico.

Il cattivo era un sadico, il giusto un cinico, la legge vincente era quella del più forte, la violenza era il gusto dell’effetto rallentato e ingrandito che essa produce, la complessità del ruolo femminile era racchiuso come un tampax dentro i suoi slip, i riferimenti antropologici azzerati.

Straordinariamente questo tentativo di massimizzare gli effetti enfatizzando i pochi elementi strutturali ebbe un notevole successo.

D’altra parte perché non avrebbe dovuto averlo?

È un po’ come se qualcuno trovasse il modo di costruire case preoccupandosi solamente degli aspetti edili e non di quelli architettonici. Finestre squadrate senza fronzoli, sottotetti senza motivi ornamentali, porte di alluminio ‘che dura più a lungo’, balconi come quelli del Lego. Le case costerebbero molto meno ed ognuno se le potrebbe permettere. Se la legge consentisse di dimenticare i riferimenti culturali tradizionali nel costruire case, il territorio italiano sarebbe pieno di cubi bianchi o verdini con buchi rettangolari al posto delle finestre e delle porte. Tanti potrebbero avere la casa in campagna, ma più nessuno potrebbe spaziare con lo sguardo senza sentire un senso di oppressione dovuto alla disarmonia degli elementi combinantisi nel paesaggio.

È il romanzo, il racconto che una civiltà fa di se stessa, che ci permette di “vedere” la realtà, e gli elementi che rifiutano il romanzo, che ne interrompono la trama intellegibile, si inseriscono come rumore in un’opera sinfonica, fino a renderne intollerabile l’ascolto.

Qualcuno fa notare che il territorio italiano è pieno di cubi bianchi. Appunto. Si vede che non c’era la legge!

Più di qualsiasi altra società industrialmente avanzata siamo andati lontano su questa strada che rinnega ogni riferimento culturale tradizionale (nel costruire case per esempio) e che pratica l’utilitarismo come sua ideologia. Utilitarismo che vede uniti destra e sinistra, vecchi e nuovi politici.

Perché anche i più modesti non avrebbero dovuto costruirsi una casa in campagna spendendo il meno possibile? Perché i commercianti della lega debbono pagare le tasse per sostenere il sud? Perché la delinquenza nel sud deve sparire quando crea tanti posti di lavoro? Perché non mi debbo costruire una bella Svizzera del sud tirando su un muro da qualche parte? Perché non debbo percepire la pensione di invalidità anche se invalido non sono? Perché non debbo fare film puntando sulla violenza più brutale se questo mi consente più visibilità e più incassi?

Cultura egemone e cultura subalterna, nuovi e vecchi politici uniti in questa suicida corsa all’azzeramento di quel surplus culturale apparentemente di alcuna utilità pratica. Un pragmatismo italico che somiglia sempre più a un Cesare Borgia telematico e sempre meno al suo sofisticato interprete.

Tornando quindi agli anni sessanta nacque così lo spaghetti-western che ebbe grande successo da noi, ma non solo. Il cinema americano apprezzò molto il genere e il suo innovativo linguaggio iperbolico ed ebbe un tale sussulto che la rappresentazione cruda della violenza divenne elemento obbligatorio per molti differenti generi cinematografici hollywoodiani. Per fortuna la tradizione per così dire umanista del cinema americano ha continuato e continua a darci i suoi stupendi frutti, ma corre continuamente fiancheggiata e combattuta da un potente cinema utilitarista.

Il noto regista italiano prese quindi un genere americano, lo trasformò e questo ibrido a sua volta trasformò i generi americani (si pensi che prima di allora non era neppure pensabile far vedere un personaggio morto con un piano ravvicinato).

Qualche autorevole osservatore straniero ha detto, commentando i recenti risultati elettorali in Italia, che il nostro paese è ancora una volta il laboratorio politico e culturale dell’Occidente.

Vediamo dunque cosa ha fatto Berlusconi con la televisione.

Qualcosa di simile a quello che fece Leone con il western.

In una società che guardava al mondo televisivo americano come ad un’iperbole, lui lo ha preso e spogliato dei suoi elementi superflui, ne ha enfatizzato gli elementi strutturali ed ha scoperto che, poiché ciò gli dava buoni ritorni economici, non vi era nessun buon motivo per fare diversamente. La televisione di Berlusconi è la parodia del mondo televisivo americano, spesso ne è la caricatura e ha trascinato sulla sua strada anche la televisione di stato.

Le sue presentatrici hanno la brillantezza del cadavere ricomposto per le esequie, i suoi programmi hanno un ritmo che sconfina spesso nell’isteria, i suoi sceneggiati una costruzione dell’intreccio che ricorda certi ospedali abbandonati nel sud Italia. Melodrammaticamente prevedibile, utilitarista. Perché mettere gli infissi dal momento che la sola struttura ci ha già consentito di avere i soldi? Bisogna dire che purtroppo anche gli americani si sono inoltrati su questo terreno in profondità.

Bene! Ora Berlusconi si accinge a portare un modo di intendere la politica all’americana anche in Italia. Non fa che ripeterlo. Dobbiamo aspettarci che i modelli di riferimento siano i due esempi riportati sopra? E dovremo anche aspettarci che ciò influenzi di ritorno la politica americana e occidentale in genere? Ne estrarrà gli elementi di immediata vittoria e butterà il resto a mare? Non ho antipatia per Berlusconi, ma spero vivamente che il modello di riferimento non sia la sua televisione. Perché se è vero che è meglio non avere cassaintegrati, è pur vero che un vagabondo guardando un paesaggio armonioso è a volte più sereno di noi che lavoriamo sovrastati dal rumore comunicativo, anche architettonico.

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