Christopher Benfey

Django Unchained

da ''The New York Review of Books''

Django Unchained, un film di Quentin Tarantino

Ho messo da parte per tre ore i libri su John Brown e il suo raid di mezzanotte all’arsenale di Harpers Ferry1 per andare a vedere Django Unchained, di Quentin Tarantino, che si diceva avesse qualcosa a che fare con la liberazione degli schiavi ottenuta con mezzi estremamente violenti.

Ho messo da parte per tre ore i libri su John Brown e il suo raid di mezzanotte all’arsenale di Harpers Ferry1 per andare a vedere Django Unchained, di Quentin Tarantino, che si diceva avesse qualcosa a che fare con la liberazione degli schiavi ottenuta con mezzi estremamente violenti.

Era il Boxing Day: giorno in cui i ricchi un tempo erano soliti offrire doni ai propri domestici e ai poveri meritevoli, nei multisala i film sembravano ispirarsi al tema della miseria umana. Da quanto ho potuto notare, madri e figlie optavano per Les Misérables, mentre i maschi (ero in compagnia di mio figlio maggiore) gravitavano verso Tarantino. (In quelle stesse ore i senatori rientravano in volo a Washington per alcune faccende lincolniane, e decidere se far pagare più tasse ai ricchi o decurtare i programmi di assistenza per i poveri – o entrambe le cose).

Assistere a Django aveva qualcosa di vagamente trasgressivo. In seguito al massacro della scuola di Newtown, in Connecticut, situata a un paio di ore da dove abitiamo, la presentazione del film pieno di armi, prevista poco prima di Natale a Los Angeles con tanto di red carpet, era stata annullata; Spike Lee, dal canto suo, aveva annunciato su Twitter che avrebbe boicottato Django per rispetto dei propri antenati. “La schiavitù americana non era uno Spaghetti Western di Sergio Leone”, ha scritto con severità, come se qualcuno avesse sconsideratamente affermato il contrario.

All’inizio del film i titoli di testa spartani, le musiche di Ennio Morricone, i massi di cartapesta e i fondali dozzinali su cui erano dipinte le montagne facevano temere che Spike Lee potesse avere ragione, benché sia difficile resistere alla scena – più Mezzogiorno e mezzo di fuoco che La nascita di una nazione – in cui Jonah Hill si ritrova a un raduno del Klu Klux Klan guidato da “Big Daddy” (Don Johnson), e i “cavalieri della notte” scoprono che dai buchi dei loro cappucci non riescono a “vedere una fottuta merda”, è praticamente irresistibile.

Con l’entrata in scena del meraviglioso personaggio interpretato da Christoph Waltz il film assume un tono più serio. Si tratta di un cacciatore di taglie tedesco, nonché dentista, per finta o per professione, di nome dottor King (come Martin Luther?) Schultz. Il dottor Schultz non è certo John Brown, quanto meno non all’inizio del film. Pur considerando la schiavitù disdicevole, egli scorge una certa analogia tra la propria attività (“uccido la gente e ne vendo i cadaveri in cambio di contante”) e il redditizio commercio di esseri umani ridotti in schiavitù.

La piccola carrozza di Schultz trainata da un cavallo ci appare per la prima volta in lontananza, in una notte buia, con il suo enorme dente (dentro il quale il dottore nasconde tra le altre cose della dinamite) che sobbalza baldanzoso sulla molla a cui è fissato. King apostrofa due bianchi che stanno trasportando sette schiavi, legati tra loro alle caviglie. È in cerca di uno schiavo che sia in grado di identificare i fratelli Brittle, dei fuorilegge sulla cui testa pende una taglia di tutto rispetto. Django (interpretato con intensità e compenetrazione da Jamie Foxx) si rivela essere lo schiavo di cui ha bisogno. Con gli occhi che scintillano e i baffi che frullano, Schultz paga affinché venga liberato dalle catene, e di fronte all’indignazione degli schiavisti reagisce con un’efficienza fredda (e spietatamente violenta) – alla quale gli spettatori faranno presto l’abitudine – avendo l’accortezza, prima di fare fuoco, di crearsi un alibi di autodifesa. Django e Schultz s’imbarcano così in un sodalizio proficuo; alla fine del film saranno entrati l’uno nel mondo dell’altro, per uscirne trasformati.

Schultz, che è un truffatore, ha un debole per il teatro e i travestimenti, e Django, vestito come il Ragazzo in blu di Gainsborough2 (in seguito lo vedremo indossare un cappello nero e dei minacciosi occhiali da sole), finge di essere il suo valletto. Essendo diventato, grazie al dottore, la “pistola più veloce del Sud”, lo aiuterà a rintracciare i fuorilegge ricevendo in cambio un terzo (non la metà) dei profitti. Schultz a sua volta aiuterà Django a liberare la moglie (interpretata con una certa apatia da Kerry Washington, alla quale la sceneggiatura riserva un ruolo di limitato respiro) da una famigerata piantagione del Mississippi.

Quello che era forse nato come uno stratagemma per spiegare l’accento tedesco di Waltz (è un immigrato, etc.) sembra essersi esteso nella trama del film. Schultz apprende con stupore che la moglie di Django si chiama Brünnhilde (in realtà Broomhilda) von Shaft (presumibilmente da Wagner, e forse da Isaac Hayes)3, e ha imparato a parlare un ottimo tedesco dai suoi padroni. Durante una serata trascorsa in relax tra i massi di cartapesta, il dottor Schultz racconta a Django l’episodio della liberazione di Brünnhilde da parte di Sigfrido, prefigurando l’anello di fuoco che finirà per delimitare il luogo della prigionia di Broomhilda e il raid vendicatore con cui Django, fucile alla mano, la libererà.

Il film ama simili allusioni alla cultura europea. Un “Mandingo” – addestrato a combattere per esibirsi in spettacoli di lotta all’ultimo sangue che sono più saldamente radicati nei film della “blaxploitation” e sui gladiatori romani che nelle vicende della schiavitù americana — di nome Dartagnan ispira un breve scambio su I tre moschettieri che si conclude con la prevedibile affermazione di Schultz: “Alexandre Dumas è nero”. Broomhilda, che è più un oggetto di reminiscenze che una donna in carne ed ossa, assomiglia ad altre peccatrici della letteratura francese, come la Milady di Dumas, che come lei fu marchiata, o Fantine, di Les Misérables (la quale, prima che da Anne Hathaway, è stata interpretata nel 1998 da Uma Thurman4, convinta sostenitrice di Tarantino, in un film di Bille August).

Il principale “cattivo”, in un film che di cattivi è pieno, è Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), viscido proprietario della piantagione di Candyland e attuale padrone di Broomhilda, una “donna di conforto” per i suoi schiavi combattenti. Tarantino è forse più interessato a Candie di quanto lo siano gli spettatori o, per quel che vale, di quanto sembri esserlo lo stesso DiCaprio. A lui Tarantino affida una scena lunghissima che prevede l’impiego di un teschio e di una sega, nella quale egli spiega che gli schiavi, come dimostrato dalla frenologia, sono innatamente servili. Candie tuttavia non è molto astuto; la sua incestuosa sorella, che suona “Per Elisa” sull’arpa, pensa molto in vece sua.

Il fatto che buoni e cattivi siano separati da un profondo abisso è forse un punto debole del film di Tarantino, benché in linea con il genere spaghetti western. I brutti, gli ambiziosi e le vie di mezzo non trovano alcuno spazio. Un’eccezione è forse rappresentata dal fedele Stephen (meravigliosamente e minacciosamente interpretato da Samuel L. Jackson), traditore delle propria razza e di certo vittima della schiavitù quanto gli altri personaggi del film, al quale viene però riservata una fine particolarmente efferata. Fedele ai generi da lui scelti e forse al suo stesso temperamento, Tarantino gode nell’imporre la vendetta ai torturatori più famigerati della storia: ai nazisti, in Bastardi senza gloria e, adesso, agli schiavisti. Come se una sufficiente quantità di sangue potesse redimere un mondo corrotto.

La specifica domanda che il raid di John Brown suscita, è se in presenza di leggi inique sia moralmente lecito spingersi oltre la disobbedienza civile per abbracciare una violenza illegale. (“Di sicuro, se ami l’insurrezione è un dovere sacro, lo è quando è diretta contro la schiavitù”, scrisse Victor Hugo a proposito di Brown). La domanda trova una facile risposta nei film dell’Ispettore Callaghan (l’altro classico ruolo di Clint Eastwood, dopo che si fu allontanato dal genere spaghetti western), ma viene soppesata più a lungo da Schultz, il quale, in veste di cacciatore di taglie, si è meticolosamente attenuto alla legge per tutta la sua carriera, traendone enormi vantaggi.

In una scena cardine che ha luogo nella grande residenza di Candyland, vediamo il dottor Schultz, le spalle curve e la schiena rivolta al pubblico, riflettere su quella domanda prima di afferrare una Derringer che tiene nascosta nella manica. La scena del trionfale ritorno di Django fucile alla mano non è lontana  e in sella a un cavallo al galoppo. Ed è solo quando l’angelo nero pareggia il conto e irrora quelle stanze di diversi strati di sangue fresco che il pubblico potrà respirare un certo sollievo. “Hung be the Heavens in Scarlet” (“Un drappo scarlatto copra il nostro cielo”)5 scrisse John Brown prima di scatenare l’inferno all’Harpers Ferry.

Scontri a fuoco (oggi fuori moda) a parte, Django Unchained è considerato, com’era prevedibile, “controverso”: se da un lato c’è chi mette in discussione il diritto di Tarantino di mostrare questo o quell’aspetto della schiavitù, altri celebrano la presenza di un “giusto” di colore: un Ispettore Callaghan in versione afro-americana che si fa carico di correggere una nazione imperfetta. “Nel mio mondo ti devi sporcare” Django sussurra a Schultz. “Lo sto facendo. Mi sto sporcando”. Quanto al dottor King Schultz, forse non sarà John Brown, ma con il suo temperamento bizzarro, da raggiratore – che riflette le manipolazioni del regista – egli sa cosa è davvero importante.

(Traduzione di Marzia Porta)

 

1. John Brown (1800 -1859), attivista americano. Brown si battè a lungo contro lo schiavismo in America anche tramite la lotta armata. Nell’ottobre del 1859 guidò l’assalto all’arsenale americano di Harpers Ferry, in Virginia. Brown voleva provocare una rivolta tra gli schiavi, che sarebbero stati armati con le armi prese dall’arsenale. Il tentativo di rivolta fallì, e Brown venne condannato a morte per cospirazione, omicidio e insurrezione armata il 2 dicembre 1859. N.d.R.

2. Thomas Gainsborough (1727 – 1788), pittore inglese. Il suo quadro Ragazzo in blu è considerato il suo capolavoro. N.d.R.

3. Nel creare il personaggio della moglie di Django, Tarantino (amante delle citazioni), ha fuso il nome di Broomhilda, personaggio dell’opera di Wagner del 1800, con quello di Shaft, protagonista del film omonimo del 1971 e interpretato dall’attore afroamericano Isaac Hayes. Shaft, è il capostipite della così detta “blaxploitation”, genere cinematografico nato in America negli anni ’70, sotto l’influenza delle rivolte nei ghetti neri degli anni ’60 e soprattutto dal movimento delle Pantere Nere. I film della “blaxploitation” oltre ad essere principalmente interpretati da attori afroamericani e rivolti soprattutto ad un pubblico afroamericano, erano di genere poliziesco ed erano ambientati tra i ghetti delle grandi città americane, fra spacciatori, sfruttatori e prostitute. N.d.R.

4. L’attrice Uma Thurman è considerata la “musa” di Quentin Tarantino, visto che ha recitato in tre film del regista: Pulp Fiction e Kill Bill Vol. I & II. N.d.R.

5. Brown, nel pronunciare questa frase, citò un verso tratto dalla tragedia Enrico VI di William Shakespeare: “Hung be the heavens with black” (“Un drappo nero copra il nostro cielo”). La frase, viene pronunciata da Enrico nella prima scena del primo atto, durante i funerali del padre Enrico V, morto durante la battaglia di Azincourt contro i francesi nel 1415. N.d.T.

CHRISTOPHER BENFEY è docente di inglese presso il Mount Holyoke College, nel Massachusetts. Il suo libro più recente è Red Brick, Black Mountain, White Clay: Reflections on Art, Family and Survival (Penguins Books 2013).

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