Roberto Quagliano

Conflitto d’interessi. La figura del padre

Con questo numero do inizio ad una rubrica che, come dichiara il titolo, si occupa di fatti miei in una forma che propriamente potrebbe essere definita di conflitto di interessi in quanto, approfittando del mio privilegiato accesso alla rivista, da sfogo anche a quelle che sono questioni di mio interesse personale. Forse non si dovrebbe fare, ma in un paese che non conosce giustizia, che non consente ad un cittadino dotato di scarso potere di difendere la giustezza delle sue richieste di fronte alla legge, che vede spesso i giudici non prestare la minima attenzione alle carte processuali, ma essere più attenti alla qualità e alla forza dei soggetti in campo, questo è un mezzo per sperare di avere qualche attenzione su quelli che a mio avviso sono soprusi perpetrati impunemente. Le vicende di cui tratterò sono varie e riguarderanno la mia attività come produttore e ideatore di progetti televisivi per i due maggiori network italiani.

Entro nel vivo delle vicende cogliendo l’occasione di un bellissimo articolo che compare in questo numero, a firma di Monica Zapelli e che riguarda l’incredibile vicenda umana e lavorativa di Ambrogio Mauri. Un uomo onesto umiliato e schiacciato dalla indifferenza e dalla tracotanza di chi gestisce questo miserabile paese.

Ma volevo comunque introdurre gli abbonati e i lettori a questa tematica, che sono sicuro riguarda in piccola o in grande misura anche molti di loro, con la proposta di alcune mie foto che vedono al centro della loro attenzione la figura del padre nella società contemporanea. Perché la figura del padre? Credo che essa sia al centro di uno snodo evolutivo delle società occidentali e probabilmente anche al centro dei conflitti con le culture alternative alla nostra. Quella islamica innanzitutto. È un tema complesso che sto trattando in un romanzo che sto scrivendo da anni e che forse non vedrà mai la sua fine. Qui vorrei accennarlo solo di sfuggita per giustificare semplicemente il tema scelto per le foto. Ho svolto da lungo tempo la mia attività come artista (oltre che come piccolo imprenditore), da principio nelle arti figurative (come artista concettuale) e poi in quelle audiovisive (cinema e televisione soprattutto). La mia ossessione è sempre stata quella di ideare cose per primo, cercare dove siano i buchi nella rappresentazione che la società fa di se stessa e cercare di colmarli. Ma tornando alle foto e al padre. È curioso vedere come il cinema e la letteratura americane da decenni siano concentrate sul problema costituito dalla crisi di questa figura e non lo riconoscano apertamente come tema centrale della loro produzione. Pare quasi che abbiano timore di essere accusati di prendere le difese dell’uomo contro l’emancipazione della donna. Che, come si sa, è un tabù intoccabile. E quindi continuano a parlarne, ma facendo finta di parlarne quasi di sfuggita. All’interno di una vicenda post atomica (La Strada di McCarty), in un film di gangster (Heat di Michael Mann), in un romanzo in cui la figura del padre è addirittura scomparsa ancor prima che la vicenda inizi, ma ne è talmente centrale che definisce tutto il racconto (Molto Forte, Incredibilmente Vicino di Foer). E si potrebbe continuare con pagine e pagine di titoli. Un piccolo inciso va fatto sul cinema americano per dire che purtroppo da ormai un decennio ha perso capacità di costrutto e purezza di ispirazione (tranne pochi inevitabili eccezioni, vedi Inarritu o Sean Penn). Guarda caso in corrispondenza delle torri gemelle e della nascita del primo governo decisamente illiberale e paranoico della loro storia recente.

Mi perdo, lo so. Torniamo al padre. Credo che la sua figura rappresenti uno dei pochi puntelli che non possono mollare la presa in un momento di grandi turbamenti e di tempeste monsoniche che squassano il globo. Sono un po’ gli ultimi picchetti rimasti piantati in terra di una tenda che il tornado ha quasi completamente sradicato dal terreno e fa volare in tutte le direzioni. Quelli che non sono padri o che non lo sono fino in fondo mollano la presa e si predispongono alle soluzioni più varie. Dalla fuga all’illegalità. Ma quelli che credono, nell’importanza di questa figura e della opportunità che questa da di dare amore, restano a cercare di assorbire le tensioni della società che si scaricano su di loro con una forza ed una protervia cui mancherebbe solo un fine per farle definire gloriose. Ma il fine non c’è più. È pura lotta di natura fra le forze in campo. Senza logica, senza neppure coscienza della sua natura di lotta. E loro rimangono per dare un pur precario riparo, nella tormenta, ai loro figli.

Questa rubrica di conflitto di interesse che qualcuno giudicherà, forse, inappropriata, vorrei dedicare ai miei figli, a mio padre e al mio paese (Patria?).

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