Andrew Hacker

USA, la difficile situazione del white trash

da ''The New York Review of Books''

CHARLES MURRAY, Coming Apart: The State of White America, 1960–2010, Crown Forum, 407 pp., $27.00

TIMOTHY NOAH, The Great Divergence: America’s Growing Inequality Crisis and What We Can Do About It,Bloomsbury, 264 pp., $25.00

SOCIOLOGIA: Charles Murray analizza i cambiamenti della società americana dagli anni ’60 fino a oggi, basando la sua osservazione su quelle che lui definisce le due classi sociali di bianchi oggi: la “nuova alta società” e la “nuova classe inferiore”.

Charles Murray ha scritto un altro libro sulla razza. Se in The Bell Curve1 sosteneva che molti afroamericani fossero geneticamente meno dotati rispetto alla maggior parte dei bianchi, in Coming Apart si occupa delle carenze degli americani di origine europea. Murray accusa gran parte dei bianchi americani – a cui si rivolge – di indolenza, autoindulgenza e incapacità di comprendere le “virtù fondanti” della nazione: onestà, operosità, matrimonio e religione. Un’aria di disperazione pervade l’intero libro: coloro i cui antenati hanno fatto così tanto per costruire questo paese mancano di quel tipo di risolutezza necessario per il secolo a venire.

 

1.

Murray dice di aver scelto di concentrarsi sulla popolazione bianca in modo da poter condurre la sua analisi dei cambiamenti nella società americana «indipendentemente dal patrimonio etnico». Egli omette asiatici e ispanici, perché per la maggior parte sono di arrivo relativamente recente negli Stati Uniti; inoltre, avere origini africane è già di per sé un fardello. In questo modo tralascia quei circa 200 milioni di persone – attualmente il 69 per cento della popolazione, dal 90 per cento che erano nel 1950 – che nell’ultimo censimento hanno dichiarato di considerarsi completamente bianchi al punto da non aver indicato altri gruppi etnici. Come già detto, Murray esclude tutti quelli che identifica come ispanici, sebbene la metà di essi abbiano dichiarato di essere anche bianchi (il modulo del censimento 2010 chiedeva agli intervistati sia se fossero di «origine ispanica, latina, o spagnola», sia la loro razza – bianca, nera, ecc). Diverse generazioni in Cile a quanto pare avrebbero indebolito la rivendicazione di stirpe europea. Né suddivide il suo macroinsieme bianco secondo origine o credo religioso. Qui egli riconosce che ogni anno cresce l’integrazione tra i bianchi americani, con il cognome come promemoria ultimo delle origini di ognuno.

Ma Coming Apart è anche un libro sulle classi sociali. Più precisamente, su due classi sociali opposte di bianchi americani. La prima, una “nuova alta società” che comprende ricchi e potenti ma non solo, dal momento che include un generoso 20 per cento della popolazione; secondo i miei calcoli questa classe sociale comincia con le famiglie che guadagnano 135.724 dollari. L’altra, una “nuova classe inferiore”, è il 30 per cento della popolazione bianca il cui reddito massimo, anche secondo i miei calcoli, è di 52.057 dollari. Non si tratta di classificazioni esclusivamente economiche; a queste Murray, per dare una rappresentazione più completa, aggiunge il livello di educazione e la posizione lavorativa raggiunti. Così tutti nella “sua” alta società devono aver terminato il college e rivestire incarichi professionali o manageriali. Murray spiega ciò che rende “nuove” queste classi, e perché le categorie tradizionali non sono più applicabili. Il restante 50 per cento non viene dibattuto, il che è strano, visto che quel 50 per cento rappresenta letteralmente l’America media e porta la maggior parte dei voti alle elezioni presidenziali.

 

2.

Murray ritiene che una nuova denominazione sia necessaria per caratterizzare una grande percentuale della popolazione bianca. In passato venivano chiamati “classe operaia”, o “colletti blu”, che enfatizzava il loro tipo di impiego. Era un dato di fatto che queste persone si applicassero nel proprio lavoro, qualunque fosse il loro livello di abilità, e prendessero sul serio le responsabilità familiari. I salari sindacali permettevano loro di possedere una casa modesta e la possibilità di mandare i figli al college.

Un’etica che oggi, secondo Murray, esiste a malapena. Per come la vede lui, i bianchi di “prima generazione” in questa società, soprattutto uomini sui trenta-quarant’anni, rifiutano regolarmente impieghi a disposizione, oppure lavorano (quando lo fanno) sempre meno ore, spesso fingendosi malati o infortunati. Secondo i suoi calcoli la maggior parte di essi sono divorziati, separati o riluttanti a fare il grande passo verso il matrimonio. Gli uomini sposati non sono poi molto diversi, perlomeno nel quartiere di Philadelphia di cui Murray scrive (le donne «si può dire abbiano un figlio in più in casa, altrimenti noto come “il marito”», come Murray definisce il preside di una scuola parrocchiale). Ben più di un po’ indugiano in attività che li faranno prima o poi finire in prigione. A volte Murray si riferisce a questi ultimi chiamandoli rednecks2 e rabble (marmaglia), non proprio espressioni tongue-in-cheek.3

Nella scorsa generazione il termine “classe inferiore” era di uso corrente, fomentato dalla paura di microcriminalità, nascite indesiderate e costi del welfare in forte crescita4. Premessa non dichiarata era che quasi tutti all’interno di quella classe fossero neri, dal momento che i bianchi non potevano cadere così lontano. Murray sostiene che i benefici della Great Society hanno trasmesso a gran parte della società un messaggio del tipo “tutto per niente”. A partire dagli anni Sessanta i bianchi hanno cominciato a intrecciarsi al “groviglio di patologie” che Daniel Patrick Moynihan attribuiva agli afroamericani. Come mostra la tabella A, ogni anno si vedono le nascite extraconiugali bianche avvicinarsi ai tassi dei neri. Questo rappresenta una sfida per Murray, sfida che egli evita diligentemente. Come detto esplicitamente in The Bell Curve, egli ritiene che l’eredità genetica razziale per caratteristiche come l’intelligenza sia reale, e “nero” e “bianco” non siano soltanto categorie. Egli dunque interpreta il deterioramento morale che riscontra nei bianchi come un segnale che la più vasta razza umana stia perdendo il potere di adattarsi e competere? Murray si limita a insinuare che la risposta è affermativa.

Egli inizia col lodare la sua “nuova alta società”. I matrimoni sono duraturi, la frequentazione delle funzioni religiose, almeno a quanto dicono, regolare. (Nessuna distinzione viene operata tra, per dire, episcopali e evangelici, anche se questi ultimi hanno la loro parte di laureati al college). Vengono lodati per essere «accattivanti, ben educati, buoni genitori e buoni vicini». Murray ne ammira le competenze sociali e professionali, e si riferisce a loro come un’“elite cognitiva” istruita a un mondo in rapido cambiamento. Eppure la loro ascesa li ha resi “sempre più isolati” dal resto della società e “sostanzialmente inconsapevoli di come vivono gli altri”. Murray avvalora la sua opinione sottoponendo i suoi altolocati lettori a un quiz: Quand’è stata l’ultima volta che hanno guardato Judge Judy5 o cenato da Applebee’s6? Sono questo isolamento e queste lacune a separare la sua nuova alta società dai loro predecessori. Murray ricorda la città della sua giovinezza nell’Iowa, dove il banchiere salutava il macellaio del quartiere chiamandolo per nome.

Poi, senza preavviso, i toni in Coming Apart si inaspriscono. Vediamo la sua alta società descritta come «snob sovraistruiti ed elitari» che «si credono, assieme ai loro pari, superiori al resto della popolazione». Su questo punto il libro si basa fortemente sulla satira di David Brooks dei “borghesi bohémien”. Così leggiamo di nuovo di persone che si sentono attratte da focaccia feta e spinaci e sorbetto di sidro di mele speziato, centri benessere e maratone. La tesi è che i ricchi e benestanti siano anche frivoli ed egocentrici. Ma statisticamente questo non va bene. Murray ha scelto di fare grande la sua alta società inglobando un americano ogni cinque. Potranno aver tutti quanti finito il college, per il resto spaziano dalla specializzazione in arte a Yale alla laurea in ingegneria all’Iowa State University, dal sorbetto di sidro di mele ai burritos mangiati durante il Super Bowl. Tuttavia, Murray ha montato un atto d’accusa tombale per i suoi concittadini americani bianchi, partendo dall’alto. Pur con tutta la loro abilità cognitiva, la loro è «un’élite fondamentalmente vacua» e «altrettanto disfunzionale quanto la nuova classe inferiore lo è a modo suo».

Coming Apart ha poco da dire circa le condizioni economiche che creano le classi sociali tratteggiate da Murray. Per rientrare nella sua nuova alta società è necessaria una laurea, perché segni, parole e numeri sono i suoi prodotti di base. Di tanto in tanto mi sono chiesto se la sua non sia una grande illusione, una fantasia su mandarini moderni che si sentono in grado di dominare l’universo con fogli di calcolo e modelli economici, in un mondo in cui le decisioni finanziarie e militari si affidano alle equazioni differenziali e alle presentazioni in PowerPoint. Né sono convinto che la sofisticazione verbale (“pensiero critico”, “ragionamento morale”), come definita negli incarichi accademici, migliori necessariamente la produttività. Eppure, l’economia ha trovato i fondi per assicurarsi questa presunta élite, in gran parte pagando meno per il lavoro svolto da tute blu in patria o all’estero.

Ciò che rende “nuova” la nuova classe inferiore di Murray è il suo esile collegamento alla forza lavoro. Il paese un tempo aveva una base sostanzialmente industriale, in gran parte formata da bianchi. Anche se Murray ammette che ora ci sono meno posti di lavoro modello Detroit, comunque non piange la morte del lavoro organizzato («I sindacati di solito non giocano un ruolo importante nel generare capitale sociale»). Il problema, a suo parere, è che troppi dei suoi nuovi uomini di classe inferiore sono quel che gli inglesi una volta chiamavano work-shy (lavativo, scansafatiche). Murray ci dice che un uomo delle pulizie guadagna in media 13,37 dollari l’ora, il che porta a 26.740 dollari l’anno. Quel che riesce a risparmiare, dice, dovrebbe essere «sufficiente per poter condurre un’esistenza dignitosa – aggiunge – anche se sei sposato e tua moglie non lavora». Così Coming Apart auspica un serio cambio di atteggiamento, da cui emergerà una nuova società post-sindacale di lavoratori ben felici di quei 26.740 dollari annui. (L’attuale soglia di povertà per una famiglia di quattro persone è di 23.050 dollari l’anno.) Questa mentalità alterata, dice Murray, dovrebbe rafforzare il rispetto fra le classi. I bidelli grati, per il loro lavoro non invidieranno, i 267.400 dollari percepiti dai business manager freschi di assunzione a cui puliscono l’ufficio.

 

3.

Murray è sempre stato affascinato dal patrimonio genetico, che esso riguardasse intere razze o specifiche coppie di genitori. Nella sua “elite cognitiva” bianca dice di notare un aumento nelle unioni tra «persone con caratteristiche simili». Con più della metà delle lauree che va alle donne, coppie di laureati non sono più una novità. «Quando individui con capacità cognitive affini hanno figli», ci dice Murray, «il potere dell’elite, persistente di generazione in generazione, aumenta». I tratti trasmessi dai partner possono essere culturali, come la dizione e il portamento, o intrinsechi, come una predisposizione per la matematica o la musica. A differenza dei suoi predecessori, la nuova alta società non sarà basata esclusivamente sul privilegio, ma sarà più simile a una meritocrazia ereditaria, per via di una maggiore quota di intelligenza della società.

Per rafforzare questo punto, Murray, dice che la ricerca mostra che «i laureati usciti da college prestigiosi hanno più probabilità di sposarsi con altri laureati provenienti dai medesimi college d’elite». A prima vista, questa affermazione sembra avere senso. Dartmouth e Duke sono ambienti congeniali per i giovani dove mischiarsi e fare conoscenza, anche se al giorno d’oggi possono in realtà passare anche dieci anni prima del matrimonio. Tuttavia, la fonte da lui citata non supporta questa ipotesi. Per prima cosa, non prende in esame i neolaureati, ma uomini e donne che, quando è comparso l’articolo, erano di età comprese tra 58 e 72 anni7. Inoltre, meno di un quarto delle persone comprese in questo campione ha scelto il coniuge «da un college con le stesse caratteristiche istituzionali».

Per ricavare un test più aggiornato, ho intrapreso un’indagine informale per conto mio, indagine che suggerisce che Murray abbia ragione solo a metà. Negli elenchi dei matrimoni pubblicati sul ‘New York Times’ nei primi tre mesi di quest’anno, tra le coppie in cui almeno uno dei due coniugi aveva una laurea, in quasi la metà dei casi anche l’altro era laureato. D’altro canto, i laureati a Yale e Stanford hanno scelto i rispettivi compagni di vita anche da scuole come Baylor e Michigan State.

Sappiamo che genitori benestanti o comunque affermati possono essere d’aiuto, o almeno provarci. Quindi la domanda successiva è come se la caverà questa progenie privilegiata una volta raggiunta l’età adulta. Gli studi che abbiamo ci suggeriscono che i vantaggi iniziali non sempre durano. Tom Hertz, economista presso l’American University, ha scoperto che, di tutti i bambini cresciuti in famiglie che rientravano nelle prime cinque posizioni dei redditi più alti, soltanto il 38 per cento erano ancora in questa fascia di reddito da adulti. Ron Haskins alla Brookings Institution, che pure monitorava i giovani che appartenevano a famiglie che rientravano nelle prime cinque posizioni dei redditi più alti, è stato sorpreso di scoprire che solo poco più della metà (53 per cento) hanno ottenuto una laurea.

Claudia Dreifus e io abbiamo portato avanti un’indagine simile per un libro che è stato pubblicato due anni fa8. Abbiamo monitorato un’intera classe di Princeton, dando ai suoi 883 laureati il tempo di crescere figli in età da college. Abbiamo stimato che, messi insieme, abbiano avuto come minimo 1.500 figli. Come si è visto, soltanto 120 di loro hanno superato il test di ammissione (con o senza raccomandazioni), mentre circa 180 sono stati respinti, il che da un’idea della presunta ereditarietà dei privilegi dell’elite.

Naturalmente non tutti i giovani vogliono frequentare la stessa scuola dei propri genitori, anche se potrebbero esservi ammessi. Nel nostro caso (Princeton), l’annuario realizzato in occasione della riunione della classe indicava anche dove molti di loro avessero proseguito gli studi. Soltanto in due finirono in istituzioni di pari livello: uno ciascuno ad Harvard e Cornell. Degli altri, alcuni sbarcarono a Leigh, Wake Forest, Denison, Penn State, Carleton, UCLA, Tulsa, NYU, Virginia, Scranton, o alla Northwestern. Non è compito nostro stabilire se si sia trattato di discesa sociale o più semplicemente di regresso verso la media. In ogni caso, si può avere un’educazione eccellente anche in college come questi. Il punto è che ora la maggior parte dei posti nelle istituzioni d’elite vanno a richiedenti – molti dei quali nati all’estero – i cui genitori hanno frequentato scuole meno prestigiose o nessuna scuola affatto. Murray dovrà quindi fare più ricerche se ha intenzione di dimostrare che l’aristocrazia americana sta diventando sempre più ereditaria.

4.

L’onestà è una delle quattro “virtù fondanti” – assieme a operosità, matrimonio e religione – che Murray vede minacciate. Come misura di tale dote (o della sua assenza) negli americani, cita i tassi di carcerazione degli adulti bianchi in costante aumento. Se è vero che la maggior parte dei detenuti sono neri e ispanici, lo è altrettanto che 850.000 bianchi tra uomini e donne si trovano attualmente dietro le sbarre. Murray fornisce i dati dettagliati di arresti e condanne, oltre che dei casi di concessione della libertà vigilata. «I bianchi nelle carceri statali e federali – aggiunge – vengono prevalentemente dai quartieri operai o di classe inferiore». È probabilmente vero che la maggior parte dei detenuti ha commesso qualcosa di illegale. Ma guardare solamente a chi finisce in carcere serve a fare della disonestà in gran parte il fallimento di una classe inferiore.

Riguardo all’onestà nella sua alta società, Murray ammette le «prove schiaccianti di illeciti sistematici» nel mondo finanziario. Ciò nonostante, dice di «non avere le idee chiare» su quanto si sia diffuso tra i benestanti un «declino dell’integrità personale». Per un’affermazione così ampia, le statistiche carcerarie non sono di grande aiuto. Se anche tornano in mente Martha Stewart, Bernard Madoff e Raj Rajaratnam, non se ne riesce a elencare molti altri. Tra i bianchi di classe inferiore praticamente chiunque può vantare un amico o un parente o un vicino di casa che sia stato in prigione. Cosa che capita raramente tra i membri della classe media, che preferiscono non sospettare nemmeno una condotta criminale nelle persone che conoscono.

Si da il caso che siano disponibili informazioni al riguardo. Nel 2006, l’anno dei rilevamenti più recenti, l’IRS (Internal Revenue Service, Agenzia Esattoriale del governo degli Stati Uniti) ha calcolato di non essere riuscita a incassare almeno 450 miliardi di dollari per errori nella compilazione dei moduli, pagamenti non segnalati o in difetto e trattenute fasulle, la maggior parte dei quali tentativi coscienti di evadere il fisco. C’è ragione di sospettare che gli evasori fiscali provengano in gran parte da quel 20 per cento di popolazione segnalato da Murray. Certo, questa porzione comprende i dirigenti aziendali e i loro consiglieri, alcuni dei quali vengono periodicamente colti in flagranza di reato. Quasi ogni settimana il prezioso Corporate Crime Reporter riporta la notizia di un’altra banca o società di intermediazione mobiliare che ammette che i suoi dipendenti hanno commesso frodi di investimento; la stessa fonte ci racconta anche delle case farmaceutiche che ammettono che persone sotto il loro libro paga abbiano regolato prezzi o commercializzato prodotti illegalmente. Di solito, comunque, sono solo le grosse società a finire nel mirino, non i dirigenti che hanno pianificato o tollerato i crimini. Alle aziende viene quasi sempre permesso di pagare le multe e risolvere la questione senza troppi clamori e senza ammettere l’illecito. Gli avvocati dell’accusa sostengono che questo sia il meglio che possono fare, perché è difficile dimostrare il dolo a una giuria che ha votato all’unanimità. (I casi di insider trading sono più semplici, perché spesso nascono da delazioni o intercettazioni).

È forse questo un tacito accordo per risparmiare grane ai dirigenti? Il TRAC (Transactional Records Access Clearinghouse, organizzazione no-profit che offre informazioni complete ai cittadini statunitensi sul personale, la spesa e azioni di controllo fiscale del governo federale) alla Syracuse University tiene l’unico elenco che ho potuto vedere dei procedimenti finanziari che si sono conclusi con una condanna. Nei dodici mesi fino al novembre 2011, i 94 uffici del Procuratore degli Stati Uniti hanno registrato in tutta la nazione un totale di 719 casi in cui gli imputati sono finiti in carcere9. Sembra che Murray veda in cifre così basse una prova dell’onestà dell’alta società. Di conseguenza cita un rilevamento dell’IRS del 2005 dove, su 31 milioni di depositi fiscali da parte di imprese, titolari e partnership, soltanto 217 sono stati tassati per frode fiscale. Murray non sembra essere a conoscenza delle scoperte del Corporate Crime Reporter. Inoltre non si chiede quanti di questi rendiconti siano stati attentamente riesaminati per frode, né si chiede quante volte i pubblici ministeri, di fronte a prove che indichino la frode, abbiamo scelto di sporgere denuncia. (I dati relativi alle proporzioni dei rendiconti effettivamente riesaminati e a quanti di essi presentassero pagamenti insufficienti potrebbero essere rivelatori, ma qui non vengono forniti.)

5.

Per parte sua, Murray mostra in sé stesso ogni segno di quel che connota l’essere bianchi. È cresciuto a Newton, Iowa (dal censimento del 1960: popolazione composta per il 99,6 per cento da bianchi, il 98,4 per cento dei quali nativi), e lamenta il fatto che i cittadini della sua stirpe hanno perso la loro bussola morale. A parte dare la colpa a Lyndon Johnson, Murray non cerca spiegazioni più profonde per il declino della sua razza. È forse del tutto implausibile suggerire che il tempo del potere e del profitto per l’America bianca stia volgendo al termine, sia in patria che all’estero, e che i resti di tale vigore vengano impiegati piuttosto per la conquista del piacere personale? Da qui il clima di disperazione che serpeggia tra gli aspiranti repubblicani – se non altro sappiamo qual è la razza della base del partito – nella speranza di un ultimo urrà al concludersi della propria epoca. Anche se la demografia non sempre è il destino, non dovrebbe comunque mai essere presa per scontata. Per iniziare, i bianchi americani non stanno procreando abbastanza da mantenere inalterata la propria razza. La popolazione non bianca, tra immigrazione e riproduzione, sta continuando ad aumentare. Jonathan Chait pronostica che in soli trent’anni i non bianchi rappresenteranno la maggioranza dell’elettorato10.

La prova del declino della razza bianca è in realtà a portata di mano. Murray dice poco degli americani di origine asiatica, a parte che i loro tratti somatici di base gli sembrano “simili a quelli dei bianchi”. Qui si sbaglia di grosso. Negli aspetti essenziali presentano notevoli differenze, come dimostrano le voci della tabella B a fianco. Che gli americani di origine cinese, giapponese, coreana e indiana lavorino di più e meglio è ampiamente riconosciuto, non ultimo il fatto che spesso superino i bianchi nei concorsi creati dai bianchi stessi. Essere motivo d’orgoglio per i propri famigliari è il vero obiettivo principale, un impulso tradizionale incrementa l’egemonia sul mondo moderno.

Da Princeton a Berkeley, ogni anno vede sempre più posti assegnati, in base al merito, a studenti asiatici, con sempre meno facce bianche a spiccare nelle competizioni. Mi chiedo se Murray voglia sostenere che, se i suoi bianchi si fossero applicati sul serio, avrebbero potuto eguagliare gli asiatici nei test di ammissione (attualmente le donne asiatiche superano gli uomini bianchi). Dal momento che dà tanta importanza alla genetica, pensa forse che stiamo incontrando segni di deterioramento nel ceppo bianco?

Nella conclusione Murray ritorna al titolo del suo libro: «La nostra nazione sta cadendo a pezzi». La causa, secondo lui, è un ripiegamento su di sé a ogni livello sociale. La sub-urbanizzazione isola chi parla molto da coloro i quali svolgono la maggior parte del lavoro della nazione. Nella visione di Murray saremmo dovuti essere non soltanto una unione di Stati, ma una società unificata. Da ciò, il mantra conservatore che ogni discussione su diseguaglianze di reddito o privilegio metterà i cittadini uno contro l’altro, fomentando quindi la guerra di classe. Anche se Murray non invidia gli stipendi spesso sontuosi della sua elite cognitiva, esprime comunque preoccupazione per la “sconvenienza” di molti comportamenti aziendali. Una classe dirigente responsabile non ostenta mega-ville.

Murray auspica un moderno noblesse oblige: non soltanto donazioni in beneficenza, ma reale mescolanza, magari da Applebee’s. E, alla maniera di Edmund Burke11, avrebbe fatto accettare alla sua classe inferiore “il proprio posto stabilito”, in nome di un lavoro onesto e del rispetto per l’autorità. E questa non è assolutamente una chimera. Quando i repubblicani mettono insieme le maggioranze, lo fanno risvegliando gli ardori degli elettori bianchi sotto la media, lodandoli come baluardo della nazione. Ma una tale strategia richiede la presenza di altri cittadini da etichettare come sleali, indegni o immorali, non esattamente una ricetta per tenere unito il Paese.

6.

Le classi sociali rimodellate da Murray vengono fuori come un pesce dall’acqua; non sono il prodotto di interessi organizzati o di una politica deliberata. Qui The Great Divergence di Timothy Noah è un antidoto benvenuto. Noah non si limita a mostrare l’evidente aumento delle diseguaglianze a partire dagli anni ’60. Da allora quasi ogni anno una parte sempre maggiore del reddito della nazione si è spostata negli strati più alti, siano essi nella fascia di reddito più alta, l’1 per cento o le quattrocento famiglie più ricche. Noah mostra anche come gli alti gradi di management e finanza hanno concepito modi e maniere per aggiudicarsi sempre più soldi, usando al tempo stesso il potere politico per decimare i sindacati. Come egli osserva, i posti di lavoro non vengono trasferiti all’estero soltanto per i salari più bassi: l’utilizzo di manodopera straniera permette infatti di svincolarsi dai più decisi lavoratori americani. Raccomando in particolar modo il suo elenco di soluzioni, tutto teso ad ampliare i libri paga pubblici, con progetti stile WPA12, piuttosto che arricchire appaltatori privati; un’altra soluzione sarebbe ingaggiare ulteriori revisori dell’IRS per riportare indietro le entrate americane spostate sulle banche svizzere. Personalmente appoggio in particolare la sua richiesta di «imporre una regolamentazione dei prezzi di college e università». La crescente dipendenza degli studenti dai prestiti sta generando una nuova classe a contratto.

Visto che il suo libro è al tempo stesso necessario e un piacere da leggere, l’unica obiezione che mi sento di muovere è da intendersi benevolmente. Riguardo agli immigrati, temo che Noah faccia troppo affidamento sugli esempi che pretendono di mostrare come i salari siano scesi perché vengono utilizzati sempre più lavoratori “senza documenti”. In termini di forza lavoro, possono essere un 2,3 per cento o 3,7 per cento, a seconda della fonte. Ma chi avverte l’impatto più duro sono i quarantenni che non riescono a rientrare in quella fascia di 13,37 dollari per ogni ora di lavoro, che Murray trasforma in un commento sul loro carattere. Tali salari vengono accettati da – o meglio, stabiliti in funzione di – immigrati che nei loro primi anni di vita negli Stati Uniti sono disposti a dormire in cinque in una stanza. La loro importanza negli impianti di confezionamento carni, in cucina e nei turni di dodici ore consecutive a guidare un taxi non solo attesta la funzione che svolgono nel mondo del lavoro, ma indebolisce ogni possibile consenso su una coerente politica di immigrazione. La loro presenza è deplorata dai politici, mentre i loro servigi sono ricercati dai business manager. In ogni caso, sempre meno imprese – compresi i subappaltatori dei marchi più grandi – sono disposte a pagare quelli che un tempo erano visti come “salari bianchi”.

Noah sa però che, per come stanno le cose, non può aspettarsi molto quando chiede una nuova regolamentazione di Wall Street, che dia maggiore sostegno ai sindacati e faccia sì che i ricchi contribuiscano di più nelle tasse. Noah pensa che la sua dimostrazione della crescente disuguaglianza e la sua proposta per porvi rimedio valgano un libro. Al contrario, non è chiaro quale sia il punto di Coming Apart. Senza troppa convinzione, Murray auspica un “risveglio” parareligioso. Oltre a questo, non crede che si possa fare molto per l’auto-indulgenza e l’indolenza dei suoi archetipi di classe inferiore e superiore. In effetti, la sua “stanchezza mondiale” non riguarda soltanto due classi sociali e una razza, ma un’intera nazione di fronte a un secolo scoraggiante.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

1. Richard J. Herrnstein e Charles Murray, The Bell Curve: Intelligence and Class Structure in American Life (Free Press, 1994); crf. la recensione di Alan Ryan, ‘The New York Review’, 17 novembre 1994.

2. Termine dispregiativo per indicare le persone bianche appartenenti alle classi sociali meno abbienti. Redneck vuol dire letteralmente “collo rosso”, per indicare la nuca scottata del sole delle persone che lavorano nei campi. N.d.R.

3. Letteralmente: con la lingua nella guancia. È un termine che in inglese indica un tipo di umorismo in cui le battute (anche pesanti) sono ironiche solo a metà. N.d.R.

4. Si veda The Lower Depths, ‘The New York Review’ , 12 agosto 1982.

5. Programma televisivo statunitense molto popolare che va in onda dal 1996, inparte simile al nostro Forum, in cui un giudice donna particolarmente severo, Judith Shendlein, giudica i casi che le vengono presentati in studio. N.d.R.

6. Catena di ristoranti americani. N.d.R.

7. Richard Arum, Josipa Roksa, Michelle J. Budig, “The Romance of College Attendance”, in Social Stratification and Mobility Vol. 26 (2008).

8. Higher Education?: How Colleges Are Wasting Our Money and Failing Our Kids – and What We Can Do About It (Times Books, 2010), pp. 71–76.

ANDREW HACKERinsegna Scienze Politiche. In Italia è noto per  Due Nazioni: nera e bianca. Separate, ostili, ineguali (Anabasi, 1993). Il suo libro più recente, scritto con Claudia Dreifus è Higher  Education? How Colleges Are Wasting Our Money and Falling on our Kids and What We Can Do About It (Time Books, 2010).

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