Monica Zapelli

Mauri: storia di un uomo onesto nel paese delle tangenti

MONICA ZAPELLI, Un uomo onesto. Storia dell’imprenditore che morì per aver detto no alle tangenti, Sperling & Kupfer, 2012, pp. 177, € 16,00

PERSONAGGI: la storia di Ambrogio Mauri e del suo sogno di costruire autobus con onestà e lavoro ci porta indietro, negli anni ’80, ad un’Italia corrotta e malata che sembra purtroppo non essere affatto cambiata.

Ci sono storie, piccole storie che magari nascono e si concludono in provincia, tra le pieghe di un’Italia minore che non fa rumore e tantomeno notizia, eppure, nonostante la loro lontananza dai centri del potere, dall’attenzione delle cronache, ci raccontano qualcosa del cuore malato del nostro paese, delle nostre vite, di quello che siamo e forse nemmeno lo sappiamo, come poche altre.

La storia di Ambrogio Mauri, è una di queste.

Ambrogio Mauri non voleva fare la rivoluzione, non immaginava che si sarebbe mai parlato di lui né in un libro, né su un giornale. Ambrogio Mauri voleva solo costruire autobus.

E aveva speso una vita per realizzare il suo sogno, con onestà e con tanto, tantissimo lavoro.

La sua storia comincia in Brianza, a Desio, nel 1950. Ambrogio ha solo diciannove anni, e gli mancano pochi mesi al diploma, quando il padre muore e gli lascia l’officina di famiglia: quaranta operai e una montagna di debiti. Il cliente più importante è l’Atm, l’azienda tranviaria milanese, anche se adesso che tutto è nelle mani di un ragazzino perderlo è quasi un destino ineluttabile. Ambrogio sente sulla sua pelle la diffidenza di tutti, ma non dice nulla. Entra in officina al mattino ed esce la sera. In gioco ci sono la sopravvivenza della sua famiglia e di quaranta operai. Non c’è tempo per pensare, e nemmeno per andare a scuola, bisogna lavorare e basta, tirare fuori l’officina dai debiti e cercare di andare avanti. E mentre  si spacca la schiena in officina, o guarda di nascosto gli operai più anziani per imparare i segreti del mestiere o prende decisioni più grandi di lui, in quelle giornate fatte di sudore, fatica e conti che non tornano, dello sguardo preoccupato di sua madre e di quello diffidente del capo officina, Ambrogio si fa due promesse. Nessun operaio rimarrà a casa e un giorno, lì dentro, gli autobus non saranno solo riparati, ma costruiti. Quella non sarà più solo un’officina, ma un’azienda che progetta, propone nuove idee, autobus e tram belli e moderni come in Italia non li sa fare nessuno.

Sembrano solo le fantasie di un ragazzo. Ma non sarà così. Siamo negli anni Cinquanta, e i sogni di un’Italia che esce dalla guerra con il ricordo della fame inciso negli occhi e nello stomaco, spesso si realizzano, perché se il benessere è ancora un miraggio lontano, gli italiani hanno qualcosa che oggi i loro figli e i loro nipoti hanno perso: il futuro, la sensazione che con il lavoro e i sacrifici almeno qualcuno dei loro sogni si potrà realizzare.

Passano quindici anni, perché Ambrogio possa vedere diventare realtà i suoi sogni di ragazzo. Quindici anni durante i quali l’officina di famiglia cambia pelle, il lavoro si serializza, le braccia degli operai vengono integrate da macchinari moderni che garantiscono qualità e precisione. Quindici anni in cui Ambrogio, mentre ripara gli autobus degli altri, impara a conoscerne limiti e debolezze come nessun altro e intanto, anche se per il momento nessuno li vuole, comincia a progettare i suoi che quelle debolezze non devono avere.

Sono anni di sacrifici, di lavoro quando gli altri riposano, di risparmi, continui, su tutto, perché se qualcosa avanza, va investito nell’azienda, nella ricerca di nuove idee. Ma sono anche anni di speranza. Il ricordo della guerra è ormai sempre più pallido e il futuro è una porta spalancata.

Nel 1966 Ambrogio finalmente vende il suo primo autobus e nel 1970, attraverso un’intuizione geniale, riesce a strappare il suo primo contratto con l’Atm come produttore. All’improvviso Milano si riempie di nuovi jumbo tram, anche se la sua azienda dei trasporti non aveva le risorse per acquistarli. Ci ha pensato Mauri a risolvere il problema, inventandosi dei mezzi della capienza desiderata attraverso l’utilizzo delle vecchie vetture che altrimenti sarebbero state rottamate.

Mauri diventa il primo contribuente di Desio, ma non si arricchisce. Tutto quello che guadagna continua a reinvestirlo nell’azienda. Ormai è il migliore costruttore di autobus italiano, sempre un passo avanti agli altri. Lunghissimo è l’elenco delle innovazioni che in pochi anni porta al mondo dei trasporti: progetta le carrozzerie in alluminio, che abbattono i costi di manutenzione dei mezzi, impone le prime vetture climatizzate, si inventa i sedili ignifughi per la metropolitana milanese e i primi filobus dotati anche di motore diesel, così, se la linea che dà energia subisce un’interruzione, il mezzo può tornare in deposito senza intasare il traffico, lavora ai primi autobus in grado di procedere sia con motore diesel che elettrico, in modo da ridurre l’impatto ambientale nei centri storici…

In un paese normale, la vita di Ambrogio Mauri  continuerebbe a scorrere così. Tra nuove idee, battaglie per farle imporre, e tanto lavoro. Una storia bella ma privata, un racconto di famiglia, da tramandarsi di padre in figlio, con orgoglio e senza clamore. Invece la storia di Ambrogio Mauri è diventata la storia di tutti noi. La biografia di un’Italia malata che sacrifica sull’altare dei suoi vizi i suoi figli migliori.

Perché ad Ambrogio Mauri accade qualcosa di strano, mentre l’Italia cresce, si arricchisce, e il benessere degli anni Ottanta comincia a contagiare il paese, la sua azienda fa sempre più fatica. A poco serve la qualità che è in grado di offrire alle aziende dei trasporti italiane. Ad aggiudicarsi appalti e commesse sono quasi sempre altri.

Ha un difetto Ambrogio Mauri, un difetto pericoloso che intralcia il lavoro della sua azienda e le impedisce di crescere come potrebbe.

Ambrogio Mauri è onesto.

Non si accontenta di essere solo un imprenditore, si ostina a essere anche un cittadino che rispetta le regole. Sempre, senza eccezioni.

Non è uno sprovveduto, Ambrogio Mauri. È un uomo determinato e ambizioso, che conosce ogni spigolo del suo ambiente di lavoro. Certe allusioni, certe velate richieste, certe vie privilegiate nelle quali vede infilarsi la concorrenza, le ha già annusate, e da un pezzo. Ha solo deciso che a lui certe strade non interessano. Ha dei valori, i valori con i quali è cresciuto, i valori che condivide con sua moglie e che cerca di trasmettere ai suoi figli. I valori con i quali vorrebbe che fosse amministrata la comunità in cui vive.

Ha ancora una speranza in questi anni, Ambrogio Mauri, che il prezzo della disonestà lo paghi con il denaro, quello dell’onestà con la professionalità e la fatica. Se non cerchi scorciatoie, devi sapere che sarai costretto a essere più bravo degli altri. Farai più fatica, guadagnerai meno. Ma alla fine, anche se piccolo, un tuo spazio lo troverai. Tutto qui.

Intanto, intorno a lui la corruzione dilaga. Mauri non ne parla quasi mai in casa, solo qualche cenno, quando proprio non ne può più. Gli piace lo sguardo limpido che vede negli occhi dei suoi figli, non ha voglia di sporcarlo con il fango nel quale si deve muovere ogni giorno.

Ma quando una sera, a cena, il figlio Carlo gli racconta che ha deciso di fare il servizio di leva nell’Arma dei Carabinieri, capisce che il tempo è passato, che i suoi ragazzi stanno diventando uomini. «Quando avrai la pistola e gli alamari sul collo – gli dice – verrai con me, e vedrai cosa è il mondo del lavoro».

E così una mattina Carlo, con la sua divisa da carabiniere, accompagna il padre. Entrano in un ufficio pubblico. C’è una gara, a cui la ditta intende partecipare. Salutano e si siedono.

Il funzionario che sta loro di fronte li guarda, tranquillo, prende le carte, le accarezza veloce con lo sguardo e poi, con naturalezza, incurante di quel giovane carabiniere che ha davanti, fa la sua richiesta: “mia zia è ammalata, ci vuole il 5% a Lugano”.

Carlo salta sulla sedia. Mauri resta fermo, immobile. Troppe volte ha già sentito pronunciare frasi così, per emozionarsi o per stupirsi. Fissa il funzionario con gli occhi scuri. Non c’è nessun imbarazzo in quell’uomo. Solo la quieta, scandalosa naturalezza di chi considera l’estorsione non un reato, ma un’altra delle tante incombenze che riguardano il suo lavoro. Dentro quella busta che stringe tra le mani c’è una proposta pensata per settimane, nel tentativo di trovare la soluzione migliore, c’è la fatica di garantire un prodotto d’eccellenza contenendo i costi, lira per lira, in modo da non essere scavalcati dalla concorrenza, ci sono le soluzioni tecniche più adatte alle esigenze del committente. C’è il lavoro di quaranta operai e la passione del loro imprenditore, c’è la qualità della vita delle migliaia di cittadini che prenderanno quegli autobus. Ma tutto questo all’improvviso è solo polvere. Non viene neanche guardato. Semplicemente non esiste. Conta solo il 5%.

Il funzionario aspetta la risposta, senza fretta.

Mauri lo fissa e prova un incontenibile senso di schifo. Si volta verso Carlo e si rivolge direttamente a lui, come se il funzionario non esistesse più:

«Vedi lui è vecchio, fra poco andrà in pensione. Quando tu tornerai qua a parlare con il suo sostituto, augurati che ‘el sia men lader de ques’chi».

Poi si alza e se ne va, seguito da suo figlio. Siamo nel 1981. Tangentopoli è lontana nelle carte giudiziarie, ma per chi lavora, è già cominciata.

Mauri se ne torna a casa, con un lavoro in meno e un nemico in più. Un nemico che in quell’ufficio si ritroverà ancora davanti per anni, pronto a ricordarsi di quelle parole e a chiudergli la porta in faccia, senza ritenerlo nemmeno più degno delle sue richieste vergognose.

Che cosa vuol dire per lui tornare a casa, quella mattina, come già molte altre mattine è successo, con una commessa in meno? Che cosa vuol dire perdere un cliente, per un’azienda che ha quaranta dipendenti che deve pagare ogni mese e lavora in un paese in cui nessuna municipalizzata ti salda mai nei tempi concordati e quando alla fine paga, mai ti riconosce gli interessi legati al ritardo?

Vuol dire che a pagare sei sempre solo tu. Gli interessi con le banche, il dolore della tua solitudine, l’umiliazione di vedere che il tuo lavoro non conta nulla.

Devi pagare tutto. Anche i nemici che ti fai perché pensi che sia un tuo diritto lavorare senza corrompere. E che sia un tuo dovere di uomo onesto fare vergognare il disonesto.

Ma quanti altri imprenditori, in quell’ufficio, avranno fatto lo stesso? E quanto costa dire di no, se le altre ditte dicono di sì? Se l’è mai chiesto Ambrogio Mauri, in quegli anni? Sicuramente sì. Tutti i giorni. E ha deciso che non gli interessava, perché lui era fatto così, aveva scelto una strada, molti anni prima, quando era ragazzo, quella dell’onestà e del lavoro, non poteva lasciarla adesso. Non poteva tradire quella che fino a quel momento era stata tutta la sua vita.

Dirà molti anni più tardi Antonio Di Pietro ai figli: «Quando scorrevo l’elenco dei fornitori che lavoravano con l’Atm, l’unico nome che non c’era mai, era quello di vostro padre».

Mauri intanto continua a lottare, passa gli anni Ottanta girando l’Italia alla ricerca di nuovi appalti, ma le commesse si fanno sempre più rare e i conti non tornano più. Non basta tagliarsi lo stipendio. Bisogna tagliare gli operai. Mauri per la prima volta sente che non ce la fa. Licenziare non è una parola che fa parte del suo vocabolario.

Per Mauri l’azienda è la sua vita. Quegli operai se li è assunti uno per uno, ha vissuto e lavorato per anni al loro fianco. Conosce i loro figli e le loro mogli, le loro vite senza lusso, appese al lavoro e allo stipendio che arriva sicuro ogni 27 del mese.

Guarda i suoi macchinari, i tavoli pieni di progetti, e piange, nel chiuso del suo ufficio. Piange come non ha mai pianto nemmeno quando era bambino. Perché tutto quello in cui credeva comincia a sgretolarsi. Perché sono quarant’anni che lavora e non è vero che se sei il migliore prima o poi te lo riconoscono. Perché non puoi arrivare a sessant’anni e capire che devi ricominciare tutto da capo. E tradire chi ti ha seguito, chi ha passato i mesi a lavorare per te, chi si è fidato del tuo entusiasmo e del tuo sorriso, raro ma grande.

Si tormenta, Mauri. Poi si fa forza. Lui sarà sempre scelto per quello che produce, non per quello che paga sottobanco. Prende la prima lettera e la firma.

Non è più fiero, Mauri, perché in Italia accade anche questo, che un uomo debba vergognarsi della sua onestà.

Poi, un giorno, succede qualcosa che sembra poter cambiare per sempre la storia di questo paese. Il 17 febbraio del 1992, il presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, viene arrestato mentre riceve una tangente. È l’inizio di un ciclone. Nel giro di pochi mesila Prima Repubblicacrolla e il mondo industriale viene decimato dalle inchieste.

Mauri nelle carte dei giudici trova le risposte che da anni cercava, la prova che con le continue bocciature a cui era sottoposta la sua azienda, la qualità non c’entrava proprio nulla.

Finiscono in carcere il presidente dell’Atm Maurizio Prada e il consigliere Sergio Radaelli, trascinando nelle inchieste concorrenti e colleghi di Mauri.

Per Mauri quelle inchieste sono una boccata di ossigeno. Finalmente forse, l’Italia può cambiare, si dice, e reagisce nell’unico modo che conosce. Lavorando, migliorando ancora la qualità della sua produzione. Concentra i suoi sforzi sulla accessibilità degli autobus, progettando e realizzando i primi mezzi a pianale completamente ribassato.

Non è un momento facile, l’azienda è allo stremo delle forze, ma Mauri non si vuole arrendere, perché se l’Italia finalmente riparte senza più partite con le carte truccate, la ripresa è dietro l’angolo.

Per questo, quando nel ‘96, l’Atm indice una gara per cento nuovi veicoli a pianale ribassato, un lavoro importante, da 60 miliardi di lire, Mauri sente che tra le righe di quel bando non c’è solo una commessa importante, ma il futuro stesso della sua azienda. Dal punto di vista economico immediato, ma anche e soprattutto perché nel modo in cui verrà presa quella decisione ci saranno le premesse del tempo che verrà. Perché se la sua ditta non riuscirà a vincere nemmeno una gara che sembra ritagliata sulle sue caratteristiche, allora vuol dire che il suo futuro è segnato, che resistere non è servito a niente.

È un Ambrogio Mauri ancora combattivo, quello di quei giorni. L’appalto per i cento autobus a pianale ribassato, in fondo, è a portata di mano.La Mauriè l’unica ditta in Italia che già li produce.

E invece questo dettaglio non interesserà a nessuno. Dopo una maratona estenuante, fatta di attese ma soprattutto di comportamenti scorretti (anche al limite della legalità) l’appalto va all’Iveco.

Per Ambrogio Mauri è l’ultimo atto di una lunga vita in salita. La sua azienda deve chiudere. Non paga l’onestà e non pagano i sacrifici. Quelli che hai fatto tu e quelli che hai fatto fare alla tua famiglia. Ingegnere nella testa e imprenditore nel cuore, per questo paese Ambrogio Mauri deve essere solo uno sconfitto. Non può Ambrogio Mauri raccontarlo ai suoi figli. Lui le parole le ha sempre usate poco, ma non ha mai fatto fatica a trovare quelle giuste. Eppure questa volta non le ha. I suoi ragazzi, se si fosse comportato in un altro modo, sarebbero stati ricchi. Adesso tutto quello che si ritroveranno saranno solo mucchi di pietre e montagne di debiti. Non sa Ambrogio che giorno dopo giorno con la dignità e la costanza del suo esempio, oltre alle pietre e ai debiti ai suoi figli ha lasciato anche la forza per sollevarli. O forse lo sa molto bene, ed è per questo che comincia a pensare che anche senza di lui la vita può andare avanti.

Siamo ormai nel 1997. È di nuovo primavera, ma Mauri non se ne accorge nemmeno. E per fortuna che non legge più i giornali. Perché altrimenti, il 17 aprile, vedrebbe qualcosa tra le pagine del ‘Sole24ore’ che lo ferirebbe molto. Una lettera, firmata dal fior fiore del nostro mondo industriale.

Che cosa denunciano i garanti della nostra economia, Cuccia, Della Valle, Leonardo Mondadori, Antoine Bernheim, Letizia Moratti, Enrico Bondi e molti altri ancora?

Dovrebbero lamentarsi che la corruzione ha ripreso piede, che l’evasione fiscale corrode il paese, che le tangenti producono una selezione in negativo delle nostre realtà imprenditoriali, perché vince il più bravo a corrompere e non il più bravo a produrre, dovrebbero chiedere l’istituzione di una black list, una lista nera delle aziende che pagano sottobanco, perché se un’azienda unge un amministratore pubblico, forse dovrebbe venire estromessa dalle gare, almeno per un periodo, forse dovrebbe pagare un pedaggio per la sua disonestà.

No. Il mondo della finanza e dell’industria italiana il 17 aprile del 1997 scrive al ‘Sole24ore’ per esprimere solidarietà a Cesare Romiti. Perché ha lavorato bene? Viene da chiedersi. No. Perché è stato condannato da un tribunale della Repubblica per falso in bilancio, frode fiscale e finanziamento illecito dei partiti.

E mentre tanti colleghi si stringono solidali attorno a uno di loro che ha violato la legge, non ce n’è nessuno dalle parti di Desio pronto a fare altrettanto per un uomo costretto a veder fallire la sua azienda per onestà.

Ma Mauri ormai di queste cose non si cura più. Questo non è più il suo paese. E forse non lo è mai stato.

Ambrogio Mauri passa la domenica del 20 aprile1997 ascrivere. Otto lunghe lettere. Ai familiari e agli amici. Ma non solo. Ce n’è una anche per un dirigente dell’Atm, con cui tante volte si è scontrato.

Alle otto del mattino del 21 aprile, come sempre, si presenta in azienda.  È il suo ultimo giorno di lavoro, ma lui è l’unico a saperlo.

Ambrogio indugia ancora un momento. Guarda quel paesaggio che l’ha accompagnato fedele per tutta la vita. La sua fabbrica, con le rotaie per i tram che entrano fin dentro l’officina e sull’altro lato della strada, il capannone nuovo. Grande, imponente, moderno. Quello che non userà mai. Quello che forse i figli saranno costretti a vendere, se vorranno salvare la baracca.

Ambrogio ritorna in ufficio. Si siede alla scrivania e scrive un’ultima lettera.

Passa un altro quarto d’ora. Sono le otto e trenta. La lettera è finita. L’Italia non cambierà mai. Non c’è più niente che debba fare.

Con il cuore pieno di angoscia apre il cassetto della scrivania e tira fuori la sua pistola. Una Magnum 357, regolarmente denunciata, la pistola con cui proteggeva i versamenti in contanti tanti anni prima o con cui provava, tra le risate generali, la resistenza dei nuovi sedili antiproiettile.

Ambrogio guarda la pistola. Sono gli ultimi istanti, i più difficili, con il cuore che batte impazzito, un dolore che schiaccia lo stomaco. Sente freddo Ambrogio, ma è come se il suo corpo fosse quello di un altro. Come se i suoi gesti seguissero un rituale già stabilito. Obbedienti a una decisione presa, inappellabile. Lui in questo paese non ci vuole più vivere.

Il mondo intorno sembra non esistere più, è tutto già lontano, la fabbrica, le gare, le tangenti, il lavoro, la rabbia, la solitudine. Impugna la pistola e la punta verso il cuore. Perché è lì che è stato ferito in tutti questi anni. Non nella testa, nel cuore.

Si alza il maglione, per non bucarlo. È l’ultimo gesto di un uomo che nella sua vita non ha mai sprecato niente. Poi si spara.

Della sua vita, della sua meravigliosa e struggente vita potrebbe non restare più nulla. Solo il dolore di chi gli ha voluto bene, lo sgomento dei suoi operai, gli occhi lucidi degli autisti dell’Atm, che sapevano che se salivano su un autobus della ditta Mauri non restavano mai a piedi.

Ambrogio Mauri non è una vittima della mafia, non è una vittima della criminalità, non è nemmeno una vittima dei magistrati, come sono stati classificati i suicidi di alcuni indagati. Non ha padrini che lo vogliano usare, corporazioni che lo possano difendere. E così, sottile, sussurrato ma inarrestabile, si insinua subito un pensiero, un pensiero di buon senso, da buona borghesia moderata, la voce di chi ragiona e non si lascia mai travolgere dall’emotività. Cosa c’entrano le tangenti, la corruzione, c’è stata qualche condanna, qualche rinvio a giudizio per le cose che denunciava Mauri? No. La verità è più semplice, banale, e con Tangentopoli non c’entra niente. Ambrogio Mauri era solo esaurito, perché l’azienda andava male. E andava male perché se fai l’imprenditore può capitare. È il mercato che si riorganizza, che adesso preferisce le aziende grandi, come la Fiat, più affidabili, più sicure. Ma lui quel crapùn non voleva capire che il tempo delle aziende come la sua era finito… e allora si era aggrappato a questa storia della corruzione, sperando di ottenere qualcosa.

È lo stesso brusio, la stessa voce irridente che abbiamo ascoltato ogni volta per i morti di serie B. Quelli che non hanno una divisa o un ruolo istituzionale che li protegge. Giuseppe Fava? Roba di donne. Peppino Impastato? Un poveraccio, ma ti pare che Badalamenti si disturba per fare ammazzare un ragazzetto, un nulla mischiato con niente? Libero Grassi? Un esaltato e anche gli affari, non si può dire, ma andavano male già prima che arrivasse il pizzo…

Sembra buon senso, ma è solo un velo sporco messo a coprire la verità. Lo sappiamo. Non abbiamo bisogno che la giustizia faccia il suo corso. Non abbiamo bisogno delle prove e nemmeno degli indizi.

Lo sappiamo. Perché tante volte anche noi siamo stati soli, impigliati nelle ragnatele di un paese che non ti ascolta, che ti calpesta con un sorriso irridente sulle labbra. Lo sappiamo perché quando abbiamo provato a lottare ci hanno guardati come matti, abbiamo speso energie inenarrabili e quasi sempre abbiamo perso.

Lo sappiamo perché abbiamo la pressione fiscale più alta d’Europa ma mandiamo i figli in scuole che cadono a pezzi, lo sappiamo perché un quarto dei documenti stampati a Montecitorio non sono proposte di legge, ma richieste di autorizzazioni a procedere, lo sappiamo, perché non esistono altri paesi in cui gli imprenditori falliscono per crediti, lo sappiamo, perché il sorriso dei furbi è quello che più spesso illumina le nostre giornate.

Lo sappiamo. Anche se non abbiano le prove. Perché siamo cittadini italiani.

Lo sappiamo perché nella vita di Ambrogio Mauri riconosciamo la vita di ciascuno di noi, la storia di un paese dalle mille occasioni perdute, che si permette di buttare via quello che dovrebbe difendere, che tratta come un fastidio le sue risorse migliori e accoglie a braccia aperte chi lo saccheggia.

Sono passati vent’anni da Mani Pulite e quindici dalla morte di Ambrogio Mauri, eppure nulla è cambiato.

Chi oggi ha quarant’anni ha l’età della nostra corruzione. Non ci sono più giustificazioni per quello che siamo diventati, possiamo aggrapparci a molte spiegazioni: la questione meridionale, quella settentrionale, lo sviluppo senza progetto che ha attraversato un’Italia che chiedeva solo disperatamente di uscire dalla povertà, uno stato invisibile che si comporta come se i cittadini non esistessero. È vero. È tutto vero.

Ma dobbiamo ritrovare la forza di lasciarcelo dietro le spalle. Di guardare avanti, perché le ragioni di un fallimento non possono diventare l’alibi per un altro futuro mancato.

Siamo in tanti, e siamo figli di questo paese, come quelli che ci derubano.

Riprendiamoci il nostro futuro, il nostro Stato, il nostro Paese. Facciamoli finalmente sentire stranieri, in terra italiana.

Solo così Ambrogio Mauri avrà vissuto per qualcosa. Perché nessuno debba più morire come lui.

In fondo, glielo dobbiamo.

 

Monica Zapelli è nata a Pavia, è cresciuta a Milano e vive a Roma. Si è laureata in Filosofia e lavora come sceneggiatrice. Tra i suoi film, I cento passi, premiato a Venezia. Un uomo onesto è il suo primo libro.

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