Andrea Segrè

451 parole: land grabbing

Negli ultimi tempi parole anglofone come spread, spending review, hedge funds, rating, welfare sono entrate con irruenza nel lessico comune occupando, in alcuni casi con quotidiana frequenza, sia gli spazi dei mass media che le nostre discussioni. Siamo tutti trainer (allenatori). Fra queste ce n’è una, che forse non ha ancora raggiunto pari celebrità, ma che merita molta attenzione. E non soltanto quella dei puristi della lingua o degli esperti improvvisati: si tratta del land grabbing. Grab, letteralmente: catturare, carpire, arraffare … la terra (land).

Gli arraffoni, moderni conquistadores, sono incarnati da governi e multinazionali che, sebbene sprovvisti di cavalli, spade e archibugi, dispongono di armi molto efficaci per accaparrarsi enormi superfici agricole: è corsa alla terra1. Basti pensare che in dieci anni, stando ai dati dell’International Land Coalition (ILC) – la principale alleanza fra esponenti della società civile, della politica e delle istituzioni di tutto il mondo e che ha lo scopo di assicurare un accesso equo alla terra – la superficie complessivamente interessata dal grabbing è di oltre 200 milioni di ettari, pari quasi all’estensione dell’Europa occidentale. Si tratta di terreni oggetto di compra-vendita internazionale a prezzi più che vantaggiosi per chi li acquista o di cessioni a lungo termine a un canone d’affitto irrisorio.

Questo tipo di business si realizza soprattutto nei paesi poveri, facili prede dei moderni conquistadores. Non sorprende dunque che il land grabbing si concentri in Africa (70%), che si rivela il continente più appetibile, seguito poi dall’Asia con il 20% e l’America Latina con circa l’8%. Casi meno eclatanti, ma non per questo trascurabili, sono presenti anche in Europa, localizzati soprattutto nelle campagne di Romania, Bulgaria e Ungheria, dove la corsa alla terra ha riguardato circa 4,7 milioni di ettari (2% del totale).

Le motivazioni principali di questo fenomeno vanno ricercate in due passaggi. Il primo si registra tra il 2007 e il 2008, quando la finanza mondiale, colpita duramente dalla bolla dei mutui sub prime (altro anglicismo) si accorge dei cereali. Questi ultimi, da sempre considerati beni rifugio, cominciano a ricevere un trattamento pari a quello riservato a petrolio e metalli preziosi. La speculazione si attiva e i listini di molte derrate s’impennano. L’esplosione dei prezzi agricoli è in realtà legata a una serie di concause, di natura sia strutturale (inefficienze della filiera, crescita della domanda mondiale) sia congiunturale (condizioni meteo avverse, caro petrolio) che si sono verificate in contemporanea. Se la crescita delle quotazioni sul mercato internazionale è stata causata in un primo momento da forze estranee alla finanza, quest’ultima ha successivamente giocato un ruolo di primo piano gettando benzina sul fuoco. Infatti, in un contesto globale caratterizzato da bassi tassi di interesse, lo scoppio della bolla immobiliare ha liberato una grande liquidità che è stata indirizzata verso impieghi più remunerativi2.

Proprio nelle commodities agricole (altro anglicismo che significa materie prime indifferenziate), i traders (di nuovo: mercanti, speculatori in questo caso) hanno intravisto nuove possibilità di guadagno, senza però tenere in giusta considerazione gli effetti delle spinte speculative. Infatti, i cereali costituiscono la base di ogni di tipo di dieta e, di conseguenza, l’aumento dei prezzi ha reso più costosa la spesa alimentare. Se si tiene conto che nei paesi in via o in attesa di sviluppo, l’alimentazione rappresenta una voce di spesa pari al 60-80% del reddito, è facile intuire che anche lievi aumenti possono provocare implicazioni drammatiche per le classi più deboli e per i paesi importatori netti di cibo3. Nel periodo fra il 2006 e il 2008, secondo la FaoStat4, i rincari sono stati molto elevati: ad esempio negli USA – il più importante mercato dei cereali – il prezzo medio annuo del mais è passato da120 a oltre 160 dollari alla tonnellata, quello del frumento è andato da157 a 195 dollari alla tonnellata e la quotazione del riso è passata dai 220 ai 370 dollari.

Al fine di garantire la sicurezza alimentare nazionale, minacciata dalla volatilità dei prezzi agricoli, alcuni governi hanno deciso di acquistare terreni esteri dove produrre derrate da destinare al loro mercato interno. Fra i più aggressivi sulla scena internazionale, vanno annoverate le economie emergenti, in particolare quelle asiatiche, forti di una rapida e intensa crescita nell’ultimo decennio.

Il secondo passaggio fondamentale è la conseguenza della decisione di grandi paesi – USA e Brasile nonché dell’UE – di affrancarsi dal petrolio attraverso l’uso di carburanti alternativi (biofuel, un altro anglicismo) ricavati da una matrice vegetale. Il problema è che per ottenere tali carburanti occorrono grandi quantità di materia prima agricola e quindi di superfici fertili. E per non innescare una pericolosa competizione fra la filiera agroalimentare e quella agro-energetica, alcuni ritengono conveniente scovare altrove terreni da destinare alle colture che andranno ad alimentare le nostre vetture.

La produzione di questo tipo di carburanti è aumentata in maniera significativa negli ultimi anni. Basti pensare che gli USA, con l’Energy Policy Act del 2005, si erano posti come obiettivo il consumo di 7,5 miliardi di galloni entro il 2012. Tuttavia, secondo la stima fatta nel 2007 dall’Energy Independence and Security Act (EISA), il target di consumo è salito a 36 miliardi di galloni entro il 20175. Per raggiungere un traguardo così importante, il governo ha previsto degli incentivi sotto forma di agevolazioni fiscali e commerciali per le fasi di produzione, trasporto, immagazzinamento e distribuzione. Ma la disponibilità di suolo americano non sembra commisurata alla sua ambiziosa politica energetica. Se tutte le auto presenti negli USA fossero alimentate con bioetanolo, il paese dovrebbe disporre di una superficie cinque volte più grande delle dimensioni reali. Al pari di Cina e di altri paesi, anche per gli USA la soluzione del problema consiste allora nell’andare a caccia di terra straniera a buon mercato.

Pure l’Europa si è posta obiettivi importanti in materia energetica con il pacchetto 20-20-20, inbase al quale l’Unione intende ridurre le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020. Inoltre, ha stabilito che il 10% dei carburanti utilizzati nel trasporto dovrà provenire da fonti rinnovabili. Attualmente siamo al 6% e per aggiungere il rimanente 4% occorrono dai 5 agli 8 milioni di ettari6: troppo per la sicurezza alimentare del vecchio continente. Ma per (s)fortuna la direttiva non specifica dove la fonte rinnovabile deve essere ottenuta. In tal modo, oltre al fenomeno del land grabbing, aumenta pure l’import delle materie prime del biodiesel, in particolare l’olio di palma. Una coltivazione che spesso assume aspetti negativi e opposti al senso originario della produzione di agro-energie: disboscamenti, aratura profonda, sfruttamento del suolo, monocultura. Infatti, Malesia e Indonesia, le maggiori produttrici di olio da palma, stanno distruggendo migliaia di ettari di foresta torbiera per far spazio alla coltura. La conseguenza è la scomparsa di un polmone naturale con inevitabile danno all’atmosfera in termini di maggiori emissioni di anidride carbonica: ogni anno si rilasciano nell’aria 1,8 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti causate dal degrado delle foreste torbiere in Indonesia7. Assurdo, se pensiamo che ciò avviene per farci utilizzare un combustibile finalizzato a ridurre l’emissione di gas serra.

Sebbene il fenomeno del land grabbing esista già da tempo, la speculazione sui cereali e l’accresciuta produzione di biocarburanti gli hanno impresso una brusca accelerazione. In Etiopia, ad esempio, dal 2008 al 2011 il governo ha venduto quasi 4 milioni di ettari, una superficie pari a quella dell’intera Olanda8. La lista dei paesi, soprattutto africani, che di recente hanno (s)venduto o ceduto grandi superfici è molto lunga, al punto che molti osservatori hanno cominciato a parlare di una forma di neocolonialismo. Ovviamente i protagonisti rifiutano una simile accusa, sostenendo che si tratta di normali operazioni di mercato con indubbi vantaggi per entrambi le parti, vale a dire gli arraffoni da un lato e i derubati (governi compiacenti) dall’altro. In effetti, quello che da molti è definito land grabbing, nella conferenza Global AgInvesting Europe – che riunisce aziende per raccogliere i capitali da impiegare in questo business – viene indicato con la semplice dicitura “investimenti stranieri in agricoltura”. Tuttavia, l’intensità e le modalità di tali acquisizioni richiamano i caratteri distintivi sia del colonialismo sia dell’imperialismo. Infatti, sebbene non vi sia un’occupazione militare, vi è di fatto un’ingombrante presenza straniera su vasti territori di un paese, generalmente in attesa di sviluppo. Chi acquisisce il terreno, diviene il punto di riferimento per i processi economici, commerciali e anche culturali della zona, riuscendo a mantenere il controllo sulla terra e sulle materie prime ivi presenti o prodotte, come le commodities agricole, nonché sugli scambi commerciali di tali prodotti. In sostanza, si genera una subordinazione economica che porta vantaggi ad una sola parte, quella più forte9.

Per non rimanere sul piano dell’astratto, è interessante riportare a titolo di esempio il contenuto di uno di questi contratti, svelato da una recente inchiesta. Una multinazionale che opera nel campo delle energie rinnovabili è riuscita ad ottenere 20 mila ettari ad un canone di 2,53 euro ad ettaro all’anno, in cambio di un generico impegno a dare occupazione e a costruire una scuola, una struttura sanitaria e una moschea10. Poco importa se poi il lavoro vero sarà svolto dalle macchine, mentre agli occupati spetteranno mansioni inutili tranne che per far rispettare l’accordo. In fondo, la paga di un lavoratore di questi paesi è bassissima e un imprenditore straniero può corrisponderla agevolmente. Per nulla rilevante è invece il fatto che i prodotti di quella terra sono destinati a lasciare il paese per mercati più remunerativi.

Dunque l’Africa, dove già l’insicurezza alimentare raggiunge i massimi livelli, sta rinunciando a milioni di ettari di terreno fertile per fornire cibo ed energie rinnovabili ai paesi industrializzati. Il tutto, con buona pace dei piccoli agricoltori locali, ai quali non viene riconosciuto alcun diritto dalla legislazione nazionale. I contadini nel migliore dei casi perdono lavoro e abitazione. Se invece si oppongono e va male, perdono anche la libertà. Si tratta solo di un effetto collaterale che non può arrestare il progresso o forse stiamo gettando il seme per una rivoluzione? In fondo la storia ci insegna che la conquista è inevitabilmente legata alla guerra. E guerra e fame provocano i flussi migratori che attirano l’attenzione di tutti, anche quella dei ricchi imprenditori e dei paesi progrediti. War and hunger, se proprio vogliamo dirla in inglese. Ma si capisce lo stesso.

 

1. Terremoto amplia il racconto pubblicato su Repubblica, edizione di Bologna, domenica 3 giugno 2012, p.I (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/03/io-che-vivevo-crevalcore-colpito-al-cuore.html).

2. Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, Milano 2012 (1957]

3. Domenico Finiguerra, Chiara Sasso, Il Suolo è dei Nostri Figli, Instar Libri, 2011.

4. Stephen Jay Gould, Gli alberi non crescono fino al cielo, Mondadori, Milano 1997.

5. Francesco Balducci, Emanuela D’Angelo, Marco Lilla, Gli alberi non crescono fino al cielo. Appunti per una politica economica della decrescita felice, Edizioni 31 (http://www.edizioni31.it/)

6. Luca Mercalli, Chiara Sasso, Le mucche non mangiano cemento. Viaggio tra gli ultimi pastori di Valsusa e l’avanzata del calcestruzzo, SMS, Torino 2004.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

 

 

 

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