Christian Caryl

Disvelare la Cina nascosta

da ''The New York Review of Books''

RICHARD BAUM,China Watcher. Confessions of a Peking Tom,Washington, University of Washington Press, 2010, pp. 328, $ 29,95

JOHN NAISBITT E DORIS NAISBITT,China’s Megatrends. The 8 Pillars of a New Society,New York, HarperBusiness, 2010, pp. 257, $ 27,99

YASHENG HUANG,Capitalism with Chinese Characteristics. Entrepreneurship and the State,Cambridge, Cambridge University Press, 2008, pp. 348, $ 38,00

JAMES FALLOWS,Postcards from Tomorrow Square. Reports from China,New York, Vintage, 2008, pp. 262, $ 15,00

MARTIN JACQUES,When China Rules the World. The End of the Western World and the Birth of a New Global Order,New York, Penguin, 2009, pp. 550, $ 29,95

CHRISTOPHER A. FORD,The Mind of Empire. China’s History and Modern Foreign Relations,Lexington, University Press of Kentucky, 2010, pp. 380, $ 45,00

PETER HESSLER,Country Driving. A Journey Through China from Farm to Factory,New York, Harper Collins, 2010, pp. 378, $ 27,99

La Cina sta emergendo come potenza economica e politica. Eppure recentemente il suo PLI sta subendo un arresto.. Quiali sono le motivazioni di tale situazione? Christian Caryl analizza queste problematiche mettendo a confronto i saggi di importanti sinologi ed economisti: Richard Baum, John e dorsi Naisbitt, Yasheng Huang,james fallow, Martin Jacques, Christopher A. Ford e Peter Hessler.

Napoleone, è noto, aveva descritto la Cina come un gigante addormentato che al suo risveglio avrebbe fatto tremare il mondo. Ora che il gigante è di nuovo in piedi, a noi non resta che prenderne atto. Il 2010, in effetti, potrebbe essere ricordato come l’anno in cui la Cina ha cominciato a far sentire il suo peso.

Le ragioni per le quali tutto ciò avvenga adesso, e precisamente in questo modo, non sono immediatamente evidenti. Per anni i leader cinesi hanno colto ogni occasione per affermare che il potere crescente del loro Paese non avrebbe rappresentato una minaccia per lo status quo internazionale. E i discorsi sulla “pacifica ascesa” erano sempre all’ordine del giorno. La diplomazia cinese ha abilmente placato le preoccupazioni dei vicini nella regione, rassicurando così chi era disposto ad ascoltare: Pechino non si sarebbe mai piegata al dolente unilateralismo degli imperialisti di Washington. I giornalisti hanno coniato per la Cina l’espressione “offensiva dello charme”.China Rising (La Cina si solleva, n.d.T.), un libro del 2007 scritto da David Kang, della University of Southern California, esordiva citando in tono di approvazione un discorso tenuto l’anno precedente da Chan Heng Chee, l’ambasciatrice di Singapore negli Stati Uniti: «Le relazioni della Cina dinastica col Sudest asiatico erano in gran parte fondate sul soft power» dichiarava. «La potenza economica e la superiorità culturale della Cina attiravano questi Paesi nella sua sfera d’influenza e fungevano da magnete per incrementare i rapporti reciproci.» Chan concludeva le sue osservazioni affermando che «c’è grande ottimismo nel Sudest asiatico» rispetto al crescente peso internazionale della Cina.

Quel genere di ottimismo sembra ormai appartenere alla storia. Nel marzo scorso la Cina ha sbalordito tutta l’Asia orientale annunciando che avrebbe cominciato a considerare i territori ricchi di risorse del mar Cinese meridionale come area di “vitale interesse nazionale”, al pari del Tibet e Taiwan. Nazioni come il Vietnam, l’Indonesia, le Filippine, Brunei, la Malesia e Taiwan rivendicano tutte la sovranità su varie isole nell’area, ma negli ultimi anni la Cina è riuscita a disinnescare il potenziale conflitto, impegnandosi a risolvere le dispute per via negoziale, e ha dimostrato di avere intenzioni serie sottoscrivendo un patto di non aggressione sotto l’egida dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). Adesso, per contro, la marina dell’Esercito Popolare di Liberazione sta pattugliando aggressivamente le acque contese. Le navi militari cinesi hanno catturato dozzine di pescherecci vietnamiti arrestandone gli equipaggi.

A settembre la guardia costiera giapponese ha arrestato il capitano di un peschereccio cinese dopo che l’imbarcazione era entrata in collisione con due navi giapponesi nelle acque al largo delle Senkaku, isole amministrate dal Giappone ma rivendicate anche da Pechino e da Taipei (in cinese sono note come le isole Diaoyu). Di conseguenza i cinesi hanno minacciato i giapponesi di non meglio precisate rappresaglie se il capitano non fosse stato rilasciato e un’ondata di manifestazioni anti-giapponesi, una sorta di raduno di massa autorizzato dal governo comunista di Pechino, ha travolto il Paese. Tokyo ha finito col fare marcia indietro rilasciando l’uomo senza sottoporlo a processo come inizialmente annunciato, garantendo così ai cinesi una discutibile vittoria diplomatica.

Alcuni analisti formulano l’ipotesi che se i giapponesi hanno ceduto è perché i cinesi hanno scelto proprio lo stesso momento per tagliare le loro esportazioni di terre rare (REE), materie prime cruciali per la produzione di dispositivi ad alta tecnologia (il Giappone è il primo consumatore di REE, ma quasi non dispone di scorte proprie)1. Eppure, anche dopo le concessioni di Tokyo, Pechino non ha smesso di alzare la voce, insistendo, ad esempio, nell’ottenere il risarcimento dei danni alla nave cinese. Poi, durante un vertice delle nazioni dell’Asia orientale tenuto a Hanoi il 29 ottobre, ha cancellato all’ultimo minuto il primo incontro ufficiale dallo scoppio della controversia tra il premier cinese Wen Jiabao e il primo ministro giapponese Naoto Kan, dopo aver accusato il Giappone, ancora una volta, di «violare la sovranità cinese e la sua integrità territoriale».

La tempistica di questi episodi risulta particolarmente misteriosa se si considera che la Cina può aver provocato seri danni ai suoi stessi interessi. Il suo conflitto coi Paesi dell’ASEAN ha quasi certamente vanificato anni di pazienti sforzi diplomatici tesi a sostenere la buona reputazione di Pechino. La disputa è stata subito sfruttata dagli Stati Uniti, che hanno offerto la loro mediazione. Per anni l’attenzione di Washington sulle guerre in Iraq e Afghanistan ha contribuito a quello che qualcuno ha definito come la loro «strisciante marginalizzazione nella regione». Adesso, all’improvviso, l’incertezza sulle intenzioni della Cina sta incoraggiando il Giappone, la Corea del Sud, l’India, e diversi altri Paesi del Sudest asiatico – compreso, ironia della sorte, il Vietnam – a riaffermare il proprio desiderio di collaborare con gli americani, mentre da Singapore arrivano sollecitazioni verso un maggiore coinvolgimento degli USA nei problemi dell’area.

Nel frattempo la difesa sempre più strenua da parte di Pechino delle proprie politiche commerciali mercantiliste, in particolare la sua insistenza nel tenere basso il valore della sua valuta, sta allontanando i partner commerciali in Europa e negli Stati Uniti. A luglio le società tedesche Siemens e BASF hanno presentato una denuncia pubblica particolarmente esplicita al premier Wen circa il trattamento riservato dai cinesi agli investitori stranieri, e questi timori sull’affidabilità della Cina come partner commerciale sono stati esacerbati dal divieto de facto della Cina all’esportazione di minerali REEs, che è stato imposto improvvisamente (e inspiegabilmente) il 28 ottobre. Infine, il flusso straordinario di invettive ufficiali che ha salutato l’assegnazione del Premio Nobel della Pace al dissidente Liu Xiaobo nel mese di ottobre non ha certo aiutato. Non dispongo ancora dei sondaggi, ma non sarei sorpreso di scoprire che la reputazione internazionale della Cina abbia raggiunto un nuovo minimo.

Perché questo voltafaccia? Una ragione potrebbe essere un eccesso di fiducia in se stessi. Il 2010, dopo tutto, potrebbe rivelarsi l’anno in cui la Repubblica popolare ha operato il sorpasso sul Giappone, diventando la seconda economia del mondo. La crescita cinese è proseguita a ritmo sostenuto in un periodo in cui le più consolidate economie mondiali sono state violentemente colpite da una profonda recessione. Eppure la Cina, come riconoscono i suoi leader, ha ancora molta strada da fare. Fermo a 6.600 dollari, il suo PIL pro capite resta quello di un Paese in via di sviluppo, che nel ranking mondiale si colloca appena sopra la Namibia.

Un’altra ragione potrebbe chiamare in causa la politica interna della Cina. Come ha recentemente fatto notare Ian Johnson2, il partito comunista cinese (CCP) ha cercato di attuare il suo forse più complicato ricambio dirigenziale dall’inizio del periodo delle riforme, e ciò – almeno secondo questa scuola di pensiero – ha incoraggiato i rivali nella lotta per il potere all’interno dell’establishment politico a non lasciare nulla di intentato nel dimostrare le loro credenziali come difensori dell’orgoglio nazionale cinese. Sembrerebbe plausibile. E tuttavia tutto il recente sfoggio di muscoli ha avuto luogo anche quando alcuni leader cinesi – il premier Wen in primis – sottolineavano l’esigenza delle riforme politiche. Quale delle due linee dovremmo prendere più sul serio? Le dinamiche interne del partito determinano la strategia economica e ogni altro tipo di linea politica nazionale e, come i libri recensiti mostrano “di default”, queste rimangono segrete, come sempre. Come facciamo a capire un Paese così grande, e così complicato, come la Cina dei nostri giorni?

Non mancano certo le persone disposte a fare un tentativo. Eppure fino a non molto tempo fa osservare la Cina era un’attività limitata a pochi e frustrati eletti, un piccolo gruppo di accademici occidentali e agenti dei servizi segreti che potevano solo sognare di avere accesso alla Repubblica popolare e cercavano a distanza di dare un senso al luogo. Trascorrevano le giornate studiando attentamente i giornali al Centro Servizi delle Università a Hong Kong (un ricettacolo di tutto quanto è cinese, finanziato per lo più dagli americani), o intervistando ostinatamente gli emigrati che erano riusciti a trovare una via d’uscita attraverso le frontiere sbarrate.

Nel suo brillante libro di memorie, China Watcher (L’osservatore della Cina, n.d.T.), l’eminente sinologo americano Richard Baum ricorda i tempi in cui solo mettere le mani su un documento interno del partito era sufficiente a far decollare una carriera. Non che a molte persone fuori dal mondo accademico importasse più di tanto: la relativa marginalità degli studi sulla Cina rifletteva il profondo isolamento e l’impoverimento del Middle King-dom di Mao. Rispetto alla lotta senza quartiere tra l’Unione Sovietica e l’Occidente, la Cina era una sorta di platea secondaria.

In questi giorni, ovviamente, il dilemma che si presenta agli aspiranti sinologi è esattamente l’opposto. Il rivoletto è diventato un’alluvione. È possibile intervistare magnati e contadini, o spulciare le statistiche che fluiscono dagli uffici governativi o dai mercati finanziari. Il funzionamento interno del Partito Comunista può essere ancora la proverbiale scatola nera, ma l’accesso globale praticamente a ogni altro aspetto della società è immensamente migliorato. Gli stranieri che parlano mandarino riescono a ficcare il naso in alcuni degli angoli più oscuri del Paese. Ironia della sorte, l’apertura delle frontiere della Cina ha coinciso con la crescita di internet, il che significa che la presenza fisica non è più così importante come in passato. Al giorno d’oggi è possibile seguire gli sviluppi pubblici della Cina seduti comodamente nel proprio studio, e non solo attraverso la pletora sempre crescente di siti web stranieri e di forum dediti a monitorare il Paese. Gli stessi cinesi, inutile dirlo, sono la fonte migliore. La popolazione cinese di utenti web, coi suoi 384 milioni, ha già superato la popolazione degli Stati Uniti e molti di essi sono blogger impegnati in appassionate discussioni che non possono trovare spazio nella stampa controllata dal partito.

Oggi, in buona sostanza, pressoché chiunque può diventare un esperto di Cina. Se si combina questo dato con la centralità della nuova posizione della Repubblica popolare sulla scena mondiale, è facile capire perché in tanti siano tentati di cercare di capirne di più. I risultati, come ci si potrebbe aspettare, sono di qualità diversa. Le pubblicazioni recenti variano dai diari di viaggio agli instant book giornalistici, fino a studi accademici di grande respiro e autorevolezza. Pochissime tra le tante guide su affari ed economia si elevano al di sopra della consueta melassa di luoghi comuni.

China’s Megatrends (Megatendenze cinesi, n.d.T.), di John e Doris Naisbitt, rappresenta il punto più basso del genere: costellato di servili tributi al governo e generalizzazioni così ampie da risultare inutili, si esalta nella banalità: «ci augureremmo che alcuni dei giornalisti che criticano la Cina con tanta superiorità e arroganza scrivessero anche del cosmopolitismo e del savoir-vivre di alcuni politici cinesi di alto rango».

L’altro estremo è rappresentato da Capitalism with Chinese Characteristics (Capitalismo alla Cinese, n.d.T.), di Yasheng Huang, che contiene una brillante analisi della politica economica a partire dall’inizio dell’età della riforma, che si basa su dati meticolosamente documentati per arrivare ad alcune intuizioni provocatorie riguardanti il più ampio modello del processo decisionale all’interno del partito comunista cinese. Huang sostiene che durante il periodo post-Tienanmen la Cina ha in realtà fatto marcia indietro da una riforma economica autenticamente orientata al mercato verso una forma gerarchizzata e sempre più inefficiente di capitalismo di stato.

La raccolta, curata da James Fallows, di saggi sulla Cina pubblicati originariamente in ‘The Atlantic Monthly’, si avvale di cronache di maniera e di aneddoti mostrati per far luce su argomenti che vanno dal valore dello yuan alla politica ambientale. Particolarmente inquietanti, per esempio, sono le sue visite alle città cinesi che estraggono il carbone nelle miniere utilizzandolo poi per alimentare i forni che producono cemento. In queste «città di carbone e cemento» scrive lo studioso «la gente e gli edifici sono del colore nero della polvere di carbone che gli vortica attorno, e rivestiti di grigio e bianco a causa della polvere di cemento che si sprigiona dai forni e […] trasuda dalle ciminiere».

Comune a molti di questi libri è il presupposto che la Cina moderna non possa essere adeguatamente compresa senza far riferimento alle sue origini storiche e culturali. Il giornalista britannico Martin Jacques e il politologo statunitense Christopher Ford cercano entrambi di spiegare come si comporterà la Cina sulla scena mondiale, partendo dall’esplorazione delle tradizioni intellettuali cinesi. Jacques sostiene che la chiave sta nella cultura. È della massima importanza, dice, comprendere che la Cina non è uno “stato-nazione” nella consueta accezione occidentale del termine, ma piuttosto una “civiltà-stato” fondata sull’eredità confuciana di «enfasi sulla virtù morale, sull’importanza sovrana del governo negli affari umani, e sulla priorità assoluta di stabilità e unità». Questa visione del mondo pone l’accento sul rispetto dei rapporti gerarchici, privilegia la collettività sul singolo individuo e ritiene che l’opposizione allo stato non sia solo pericolosa per l’ordine sociale costituito, ma che sia perfino moralmente riprovevole.Jacques sostiene che tali valori essenzialmente non occidentali, abbinati alle antiche credenze Han sulla innata superiorità culturale e razziale dei cinesi, sfidino le acquisizioni occidentali circa il primato dei diritti individuali e il valore del conflitto istituzionale che sta alla base dei sistemi democratici. E questo, a sua volta, significa che ci stiamo imbarcando in un’era di modernità controversa in cui le nazioni occidentali non possono più imporre i propri valori sul mondo in generale. (Qui si avverte un pizzico di Schadenfreude3 da parte di Jacques, ex redattore di ‘Marxism Today’, che ha chiaramente voglia di togliersi qualche sassolino dalle scarpe, non solo riguardo al Washington Consensus4 in materia di sviluppo economico, ma anche verso i sostenitori della democrazia multipartitica e dei diritti umani.) L’Occidente, afferma Jacques, deve ancora prendere atto delle conseguenze della rapida ascesa di questa società potente e orgogliosamente non occidentale, uno sviluppo che è in grado di lanciare la sfida e di minare i presupposti alla base dell’ordine globale esistente.

L’opera di Jacques, che include riflessioni sull’evoluzione del sistema coloniale europeo e una lunga analisi della storia moderna giapponese, è ambiziosa e, in definitiva, piuttosto pletorica. Christopher Ford, che ha alle spalle una lunga carriera di esperto legale del governo statunitense, opta invece per l’essenzialità. Si fa strada con ammirevole zelo attraverso il canone della filosofia politica cinese, metabolizzando non solo Confucio e i suoi eredi, ma anche i legalisti (che condividevano la fede del Grande Saggio sul primato dello Stato, scartando senza pietà la sua insistenza sulla virtù), gli altamente influenti “manuali di guerra e di arte di governo”, noti come il bingjia e, per stare nel sicuro, anche alcuni taoisti. Al pari di Jacques, Ford ritiene che queste fonti, per quanto possano differire per altri aspetti, ruotino tutte intorno alla stessa ossessione per «la necessità dell’uniformità politica» e sul fatto che «l’ordine naturale di qualsiasi politica [si presenta] come una gerarchia piramidale». L’imperatore è l’unico legittimo sovrano sotto il cielo; l’opposizione al suo governo è pertanto una forma civica di peccato, anche quando è praticata da stranieri, e gli altri stati possono esistere solo se sottomessi a lui. Tradotto nel linguaggio delle relazioni internazionali, questo discorso millenario è specchio di una tradizione [che] è intrisa di un’ideologia politica monista e che concepisce l’ordine mondiale in termini fondamentalmente gerarchici, idealizzando l’ordinato assetto tra gli stati come qualcosa tendente verso l’egemonia universale o un vero e proprio impero, e manca di un concetto concreto di sovranità equa e legittima in base a cui gli stati possano coesistere a lungo in relazioni non gerarchiche.

Se dovessimo prendere tutto ciò alla lettera, è difficile immaginare come una cultura imbevuta di questo modo di pensare possa tollerare un assetto mondiale autenticamente multipolare.

Tutto questo è affascinante. Una parte è probabilmente anche vera. Il problema, naturalmente, è che generalizzare sulla cultura è di per sé sfuggente. Le culture cambiano. Esse ci cambiano, e noi le cambiamo. Come animali sociali siamo indubbiamente modellati dal retaggio del passato, ma il processo è dinamico e opera in molti modi misteriosi. Leggere la letteratura bingjia potrà raccontarvi molto sulla Cina, certamente, ma nelle chiose di Ford ho trovato ben poco che servisse a spiegare come un gruppo di rivoluzionari ispirati dalle teorie radicalmente egualitarie di un economista politico tedesco del XIX secolo sia in qualche modo riuscito a conquistare il potere in Cina nel 1949. L’ho trovato ancora meno utile a comprendere perché uno di quegli stessi comunisti, Deng Xiaoping, abbia poi, nel 1978, deciso di invertire la rotta, guidando i compagni marxisti lontano dalla dottrina maoista della rivoluzione permanente e verso una moderna economia di mercato, pur sotto lo stretto controllo del partito.

Ford, almeno, sembra rendersi conto del problema: il suo libro è pieno di distinguo e di aggettivazioni che riconoscono la complessità dell’interpretazione. Jacques, invece, scrive come un fondamentalista convinto. Il Giappone, per lui, rappresenta una società rimasta ostinatamente fedele ai propri valori puramente non-occidentali, malgrado l’adesione, nell’ultimo secolo e mezzo, a un programma di modernizzazione alla occidentale; in questo senso, suggerisce l’autore, è un modello per la Cina. Anche se fosse così, sarebbe un modo discutibile per provare una tesi. Nel 1945, apparentemente dall’oggi al domani, i giapponesi si sbarazzarono collettivamente proprio di quei vecchi “valori fondamentali” del proprio marchio di militarismo samurai che fino ad allora erano stati considerati da molti osservatori, giapponesi come stranieri, le fonti della cultura nazionale. Il Giappone contemporaneo rimane aggrappato, con notevole coerenza, a un ethos pacifista che si riflette sia sul sentimento popolare sia sugli assetti costituzionali ufficiali, un risultato che sarebbe stato impossibile prevedere se si fossero prese in considerazione solo le opere più autorevoli riguardanti la cultura giapponese anteguerra (come Il crisantemo e la spada, dell’antropologa americana Ruth Benedict5, citato in termini elogiativi da Jacques).

Il Giappone può ancora apparire inflessibilmente “eccezionale” a molti stranieri, ma di fatto negli ultimi centocinquant’anni nessun altro Paese al mondo ha dovuto sopportare di più in termini di radicali cambiamenti sociali, a meno che non si considerino le storie di successo economico di altri Paesi dell’Asia orientale come la Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong o Singapore. Nessuno che le conosca potrebbe sostenere che queste società, pur dopo decenni di sfrenata modernizzazione, vogliano essenzialmente imitare il modello statunitense o europeo occidentale, eppure l’affermazione che in qualche modo incarnino valori “confuciani”, incontaminati e gerarchici è, al momento, assai difficile da condividere. Non è tanto il fatto che Seul e Taipei abbiano sinceramente accettato le istituzioni democratiche: si consideri, per un momento, quello che Confucio avrebbe avuto da dire sul capitalismo di mercato, il commercio globale o le donne che svolgono le stesse professioni degli uomini.Se giudicassimo dalle apparenze, potremmo anche trovarci a sostenere che i principi evidentemente “confuciani” attrezzino in modo inimitabile le società ad accogliere e promuovere il violento cambiamento tecnologico, proprio perché danno la priorità all’istruzione. Ma questa tesi non ha molto seguito, forse perché dimostrerebbe gli effetti imprevedibili e paradossali che la “cultura” può produrre. (Per inciso, i blogger cinesi hanno il notevole record di aver fatto rimuovere molti funzionari corrotti di basso e medio livello dal loro incarico; devo tuttavia sentire di qualcuno che abbia perso il proprio posto nella nomenclatura per aver violato norme di pietà filiale6.)

Dagli anni che ho passato in quell’area, sono propenso a pensare che l’esperienza degli altri Paesi dell’Asia orientale, che Deng in privato riteneva modelli pratici di ciò avrebbe voluto fare col proprio Paese, getti una chiara luce sulla direzione verso cui la Cina si è avviata. Consideriamo, per un momento, la città di Shenzhen. Già nel 1979, quando il CCP decise di indicarla come una delle prime quattro aree economiche speciali del Paese, Shenzhen ospitava circa 80.000 persone, in gran parte pescatori o contadini. Oggi la città ha una popolazione di poco meno di nove milioni, un po’ più di quella di New York. La forza lavoro che riempie le sue innumerevoli fabbriche proviene dall’immensa popolazione “fluttuante” di lavoratori migranti che cercano disperatamente di sfuggire alla povertà della vita rurale in Cina. Praticamente tutti gli abitanti di Shenzhen sono arrivati lì da qualche altra parte. E, poiché tutti gli abitanti di Shenzhen sono stranieri, essi tendono a parlare tra loro in cinese mandarino piuttosto che nel dialetto cantonese prevalente nella maggior parte delle circostanti province di Guangdong e Hong Kong.Shenzhen è ora il fulcro del Pearl River Delta, il cuore industriale della Cina. James Fallows osserva giustamente che la sola provincia del Guangdong ha probabilmente una forza lavoro produttiva superiore a quella di tutti gli Stati Uniti: a partire dal 2007 la regione produce quasi la metà delle esportazioni cinesi. (Se si possiede un computer, un telefono cellulare o un iPod, è probabile che tale dispositivo comprenda componenti che a un certo punto sono transitati da Shenzhen o dintorni.) Quello che mi affascina non è tanto la potenza industriale di Shenzhen, quanto il suo ruolo come terreno di ricerca sociale. Come mostra Huang nel suo libro, durante tutto il periodo della riforma, Shenzhen e la sua provincia hanno rappresentato un prodigioso motore di imprenditorialità, generando aziende private a un tasso senza precedenti in qualsiasi altra parte della Cina. Shenzhen è stata l’avanguardia di una miriade di tendenze sociali cinesi, tra cui, per citarne solo alcune, parchi a tema, schemi di Ponzi (modello economico di vendita truffaldino), altissimi grattacieli, e concorsi di bellezza.

La vicinanza di Hong Kong, raggiungibile con una corsa in metro, ha chiaramente più a che fare con questo spirito di relativa apertura e sfacciato materialismo. È interessante che il premier cinese Wen abbia scelto Shenzhen come teatro delle sue recenti esternazioni sulla necessità di rendere il partito più responsabile nei confronti del pubblico.

È ovvio che non dobbiamo identificare Shenzhen con la Cina nel suo complesso. Per prima cosa, la maggior parte dei cinesi vivono ancora nelle campagne impoverite e i benefici dello sviluppo nelle boomtown costiere restano fuori dalla loro portata. D’altro canto, tutte le grandi decisioni che contano sono prese da un’élite del Partito Comunista che si è dimostrata poco incline a cedere una parte significativa del potere.

Tuttavia non credo che si possa ignorare con facilità il “fattore Shenzhen”. Come Peter Hessler mostra nel suo egregio reportage, Country Driving. A Journey through China from Farm to Factory (In auto per il Paese. un viaggio attraverso la Cina dalla fattoria alla fabbrica, n.d.T.), l’unica costante nella Cina contemporanea è il cambiamento. Hessler intraprende una serie di viaggi in automobile attraverso la sottosviluppata Cina occidentale; affitta una casa in un villaggio che gli consente un accesso alla trasformazione della vita rurale, e segue due imprenditori mentre impiantano uno stabilimento nella città costiera di Wenzhou. L’autore ha il vantaggio di parlare fluentemente mandarino e le sue conversazioni con la gente del posto sono ricche di una bizzarra spontaneità. A un certo punto, mentre è alla ricerca degli antichi resti della Grande Muraglia nella Mongolia interna, Hessler si rende conto che la sua auto vi è finita sopra. «Non è un problema» gli dice la guida. «È solo proibito guidarci sopra per lunghe distanze». Ma sottesto al racconto vi è il passaggio epocale e disorientante all’urbanizzazione: «Nei villaggi del nord, le persone erano di rado sospettose, ed era normale per loro invitarmi a prendere il tè o a mangiare. Non mi facevo illusioni sulla durezza della vita rurale, e il periodo trascorso nei Peace Corps mi aveva insegnato a non idealizzare la povertà. Ma tuttavia c’era qualcosa di toccante nell’attraversare i villaggi morenti. Era la fine e le ultime testimonianze delle piccole città e delle infanzie rurali, forse anche la fine delle famiglie con più di un figlio. E le tradizioni contadine di onestà e di positiva disposizione verso il mondo non sarebbero sopravvissute nel passaggio alla vita della città. Non esistevano molti luoghi al mondo dove uno sconosciuto venisse accolto senza domande, e affidato ai bambini, ed ero dispiaciuto di allontanarmi dal Tempio della Pace».

Tutti i protagonisti di questo resoconto sono vividamente ritratti e non sono le disincarnate astrazioni che imperversano in molti dei libri panoramici sulla Cina. La mia preferita è Cao Chunmei, la moglie del padrone di casa di Hessler. Provata dalle forze del rapido cambiamento, è spiritualmente alla deriva, alla disperata ricerca di conforto nel buddismo e nella religione popolare. Per un po’ flirta anche con la fede new age del Falun Gong, almeno finché essa non viene schiacciata dal CCP, che è arrivato a temerne le potenzialità eversive. «Anche in fatto di religione, i cinesi sanno essere pragmatici» conclude Hessler. «Possono anche avere il desiderio di credere, ma pochi rimangono aggrappati a una fede, una volta che il governo esercita una forte pressione dissuasiva.»

E questo è innegabile. Eppure Hes-sler è un giornalista talmente bravo che finisce spesso col catturare dettagli capaci di mettere in crisi le sue conclusioni più generali. Così, per esempio, segue gli abitanti dei villaggi mentre si abbandonano all’antico rito di spazzare le tombe degli antenati, sfidando tranquillamente gli altoparlanti della propaganda che ricordano minacciosi che il partito ha vietato quell’usanza. Hessler evidentemente non ritiene che allo stato attuale vi sia alcun agente sociale che abbia i mezzi per sfidare il monopolio del partito al potere, e lui è bravo a mostrare con quali metodi sofisticati i funzionari del partito riescano a sviare e a controllare le istanze di cambiamento politico. È perfettamente consapevole che la Cina sta sperimentando un gran numero di “incidenti di massa” ogni anno (nel 2009 ce ne sono stati 90.000), ma a differenza di altri grandi teorici su questo tema, si è messo in cammino ed è andato a parlare con alcuni degli scontenti. Nel suo caso, persone forzatamente reinsediate a seguito della costruzione di una grande diga, che hanno perduto nell’operazione le loro case e i mezzi di sussistenza. Conclude che la maggior parte delle conseguenti proteste ha scarsi effetti politici dal momento che è, in ultima analisi, «profondamente locale e individuale» e osserva oltretutto che «ci sono parecchie valvole di scarico per reindirizzare le energie» dei cittadini scontenti. Eppure il suo libro non si può certo considerare un’apologia del governo del CCP, differentemente dal libro di Jacques, che ci informa allegramente che la cultura cinese considera il «paternalismo» come «una caratteristica desiderabile e necessaria in un governo». Come con forza suggerisce l’esperienza di Hessler, i cinesi sono in movimento e il partito dovrà muoversi con loro se vuole mantenersi saldo. «Nella zona economica speciale» scrive «mi ha molto rincuorato vedere manifestazioni di individualismo e in quali modi le persone erano sfuggite alla mentalità di gruppo del villaggio, imparando a prendere le loro decisioni e a risolvere da soli i propri problemi». Un cambiamento più consistente potrebbe far seguito, riflette, quando le «classi medie e superiori» scopriranno che il sistema non funziona più a loro vantaggio, «ma ciò non è ancora successo». Data l’intensità della trasformazione che Hessler descrive, ci si chiede quando questo succederà. Alla fine della lettura del suo libro non ho provato alcuna invidia verso i burocrati che avranno il compito di gestire il processo.

E che dire di Confucio, rappresentato da molti altri osservatori come la fonte dei valori cinesi? È sorprendente che il libro di Hessler contenga soltanto un riferimento al Grande Saggio, menzionato insieme a Gesù Cristo, John D. Rockefeller, e Mao Tse-tung (tutti e quattro i membri del pantheon privato di un dipendente di una fabbrica). Il dinamismo e l’imprevedibilità della società rappresentata da Hessler, si potrebbe concludere, non hanno molto in comune con i grandiosi sistemi ideologici “classici” proposti da osservatori “dall’alto” come Jacques e Ford. La Cina può anche non essere sulla strada di una democrazia jeffersoniana, ma il partito dovrà mostrare una grande capacità di adattarsi se intende mantenere il controllo. La Cina sta cambiando il mondo, ma ancora di più sta cambiando se stessa, e lungo il percorso dovremmo aspettarci molte sorprese.10 novembre 2010

(Traduzione di Andrea Sirotti)

 

1. Le terre rare (Rare earth elements) sono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica, precisamente scandio, ittrio e i lantanoidi.

2. The Party. Impenetrable, All-Powerful (Il partito. Impenetrabile, onnipotente, n.d.T.), ‘The New York Review of Books’, 30 settembre 2010.

3. “Maligna soddisfazione”. N.d.R.

4. Espressione coniata dall’economista John Williamson nel 1989, è un insieme di 10 direttive di politica economica per i Paesi in stato di crisi: si tratta di un pacchetto di riforme indicato da organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. N.d.R

5. Roma-Bari, Laterza, 2009. Prima edi

6. Secondo Confucio, il figlio deve apprendere la pietà filiale: deve al padre rispetto e sostegno nella vecchiaia, mentre il padre gli assicura protezione e lo aiuta a formarsi. N.d.Rzione italiana: Bari, Dedalo, 1968.

 

CHRISTIAN CARYL è Washington Chief Editor per Radio Free Europe/Radio Liberty. È anche Senior Fellow del Centro di Studi Internazionali del MIT. 

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