Peter Brown

Evoluzione della sessualità nel tardo romano impero

da ''The New York Review of Books''
KYLE HARPER, From Shame to Sin: The Christian Transformation of Sexual Morality in Late Antiquity, Harvard University Press, pp. 304, $ 33,95
STORIA: Peter Brown analizza uno dei momenti più importanti della storia dell'uomo: l'evoluzione della sessualità e dei codici morali nel mondo romano dopo la conversione di Costantino, nel momento in cui il mondo romano si trasformò da pagano a cristiano.

Una delle più durature delizie e sfide nello studio del mondo antico, e dell’Impero Romano in particolare, è la sensazione contrastante di familiarità ed estraneità che caratterizza i nostri molti approcci ad esso. È come un grande palazzo, visibile da lontano, alla fine di una strada dritta che attraversa quello che sembra essere un terreno pianeggiante. Solo quando ci avviciniamo riusciamo a vedere chiaramente, sul bordo di un grande canyon, invisibile dalla strada, che questo ci separa dal monumento che cerchiamo. Realizziamo che stiamo guardando questo mondo attraverso un dislivello a strapiombo e silenzioso di duemila anni.

Affreschi presenti nel Lupanare di Pompei.

Affreschi presenti nel Lupanare di Pompei.

L’antichità è sempre più strana di quanto pensiamo. Nulla si dimostra essere più strano di ciò che una volta immaginavamo fosse familiare. Da sempre sapevamo che i romani praticavano molto sesso. In realtà, nell’opinione dei nostri vecchi, essi probabilmente lo praticavano molto più di quanto fosse per loro giusto. Sappiamo da sempre anche che i primi cristiani avevano un acuto senso del peccato. Abbiamo la tendenza a pensare che avessero un senso del peccato molto più forte di quanto avrebbero dovuto avere. Altrimenti sarebbero stati come noi. Fino a poco tempo fa, gli studi sul sesso a Roma e sulla cristianità nel mondo romano erano avvolti in un involucro di ingannevole familiarità.
Solo nell’ultima generazione abbiamo messo in luce il dislivello a strapiombo e stuzzicante di quel canyon che giace tra di noi e un mondo che tendevamo precedentemente a considerare per assodato come immediatamente disponibile per le nostre stesse categorie interpretative. “Revealing Antiquity”, la collana dell’Harvard University Press a cura di Glen Bowersock, ha giocato la sua parte nell’instillare in noi tutti un salutare senso di vertigine quando scrutiamo dal bordo quel mondo affascinante ma profondamente strano. Il libro di Kyle Harper From Shame to Sin: The Christian Transformation of Sexual Morality in Late Antiquity(Dalla vergogna al peccato: la trasformazione cristiana della moralità sessuale nella tarda antichità)è un contributo brillante a questa collana. Non solo dà conto dell’esatta natura della tensione tra il familiare e il profondamente inconsueto che giace dietro la nostra immagine della moralità sessuale dei greci e dei romani nell’Impero Romano del periodo classico. Esso va avanti anche evocando la semplice, imprevista stranezza del codice sessuale molto particolare elaborato nei primi circoli cristiani, e la sua istantanea, ampiamente imprevista, minaccia portata a un equilibrio sociale molto antico nei due secoli che seguirono la conversione di Costantino al cristianesimo del 312. Come Harper rende chiaro dalla prima pagina del suo denso e vivace libro: «Pochi periodi della storia pre-moderna hanno vissuto un cambiamento ideologico così rapido e significativo. Il sesso fu al centro di tutto ciò».
Perché? È una domanda che è stata spesso posta in tempi recenti. Quello che è originale nel libro di Harper è il suo approccio alla questione, e la causticità con cui offre una risposta. Questa risposta è basata su una valutazione delle strutture sociali della vita vera dell’Impero Romano classico e degli irrevocabili cambiamenti portati nella sfera pubblica, negli ultimi secoli dell’Impero, dall’arrivo al potere di una minoranza cristiana fino ad allora alienata e perfezionista.
Ma prima di esaminare la risposta di Harper nel dettaglio, vale la pena riportare alla mente alcuni precedenti tentativi di rendere conto del dislivello di quel canyon che si frappone tra noi e l’ingannevole familiarità con il mondo antico. Gli studiosi del campo cominciarono ad apprezzare la stranezza dei romani, in materia di sesso così come in molto altro, a partire dalla fine degli anni ’60. Per portare un piccolo ma rivelatore esempio, nel 1965 lo storico e sociologo di Cambridge, Keith Hopkins, mostrò con entusiasmo che le donne romane si sposavano all’età di tredici anni. Era un ‘età molto tenera per il matrimonio come quella attualmente in uso tra le ragazze dell’India moderna. D’un colpo, l’abisso tra noi e il mondo degli antichi romani sembrò grande quanto quello che, nell’inquieta immaginazione dei paesi occidentali, sembrava esistere negli anni ’60, tra loro e i paesi “sottosviluppati” del terzo mondo.
Un simile vigore venne mostrato in Francia. Qui il senso di intimità con il mondo antico era stato incoraggiato dal senso di continuità tra la civilizzazione romana e la Chiesa Cattolica, vista come il successore naturale di tutto ciò che era stato grande e buono a Roma. Gli studiosi guardarono indietro all’Impero Romano del secondo secolo dell’era cristiana, per rintracciare una Praeparatio Evangelica – una “Preparazione per il Vangelo”. Si credeva che questa “preparazione” potesse essere vista all’opera nell’aumento dei matrimoni camerateschi1 nei circoli di Plinio e Plutarco, nella diffusione delle nozioni di benevolenza universale associata all’insegnamento stoico, e anche nei primi incerti passi verso “l’umanizzazione” della schiavitù. Si affermava che la cristianità aveva ereditato e reso più ampiamente diffusi questi avanzamenti morali.
Negli anni ’70, questo confortante panorama fu sottoposto ad una ricerca critica. In un bel libro scritto nel 1976, Le Pain et le cirque, Paul Veyne mise a nudo l’esotica stravaganza del sistema della benevolenza pubblica nel mondo greco e romano che i primi studi avevano plaudito come precursore della carità cristiana2. Nel 1984 Le Souci de soidi Michel Foucault insisteva sulla assoluta specificità dei codici morali delle élite dell’alto Romano Impero3. In nessun lavoro era sotto esame la cristianità. La rassicurante strada dritta che sembrava condurre da Roma all’Europa cattolica conduceva a una discesa vertiginosa. Il cattolicesimo del medioevo e dei tempi moderni sarebbe stato raggiunto solo al sorgere di un paradigma di società e di corpo completamente nuovo.
Cominciai il mio stesso lavoro su Il corpo e la società (che è uscito nel 1988) con quel nuovo frizzante vento nelle mie vele4. Il lavoro di figure come Veyne e Foucault segnò per me la fine della complicità conformista con il passato – basata sul presupposto che noi sapessimo tutto sul sesso e su cosa i primi cristiani dovessero aver pensato di esso. Il corpo e la societàfu un libro scritto per instillare «un senso di salutare vertigine» sul passato del cristianesimo delle origini.
From Shame to Sin di Harper porta aria fresca sulla materia. Per esempio, nel suo primo capitolo, “I codici morali del sesso nell’Impero Romano”, prende decisamente le distanze dalla recente tendenza di minimizzare il ruolo dell’erotismo nel matrimonio delle classi superiori e nella società in generale nel secondo secolo.
Harper non minimizza. Puntualizza che la visione fosca su come dovesse essere il sesso nel matrimonio dei romani ha preso troppo alla lettera gli scritti dei filosofi stoici – «una tribù di pessimisti» – e dei medici dell’epoca, il cui consiglio, in materia di cuore, sarebbe sempre stato «borghese e un po’ geriatrico». Egli si concentra su corpi del reato molto differenti, più sanguigni. Offre una testimonianza di ammirevole calore e umanità sui codici sessuali implicati nei grandi romanzi greci del tempo, specialmente il Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio. Egli ci ricorda anche l’ovvio – la schiacciante testimonianza fornita dalle scene erotiche nelle lampade in terracotta che raggiunsero l’apice della produzione proprio nel momento in cui si supponeva che il sesso si stesse raffreddando a Roma. Questi maschi energici e le loro paffute veneri, capovolte in innumerevoli posizioni, di fianco a ogni lato del letto. I filosofi potevano consigliare alle coppie di spegnere la luce, ma i romani non solo facevano sesso con la luce accesa – ma facevano sesso nella luce fluttuante di lampade su cui erano rappresentati loro stessi che facevano sesso alla luce di una lampada!
Affreschi presenti nel Lupanare di PompeiQuindi incolpiamo i cristiani di aver fatto scendere il sipario su queste scene matrimoniali? Sì, ma su uno sfondo che si presenta come un freddo ricordo della duratura stranezza del mondo antico. Se qualcuno si chiedesse se le donne di queste scene fossero persone libere (e anche quanti di questi uomini fossero liberi, poiché alcuni di loro avrebbero potuto essere degli schiavi gigolò), la risposta imprevista sarebbe: molti meno di quanto noi desidereremmo credere. Molte donne erano schiave. Il piacere disponibile per tutti, che a noi piace immaginare come la base di un vincolo umano senza tempo tra noi e gli antichi, era basato sull’esistenza di una vasta e crudele «zona di libero accesso» costituita dai corpi di ragazzi e ragazze in schiavitù. La schiavitù, «un’istituzione in sé degradante», era «assolutamente fondamentale per l’ordine sociale e morale della vita romana».
Su questo punto, Harper parla con rara autorevolezza e, data la natura del soggetto, con notevole equilibrio. Nel suo primo libro, Slavery in the Late Roman World, AD 275-425 (La schiavitù nel tardo mondo romano, 275 – 425 d.C.), Harper mostrò che il tardo mondo romano era rimasto una società schiavista a lungo nei tempi cristiani5. In From Shame to Sin, Harper ci riporta indietro in questo mondo. È un mondo che desidereremmo piuttosto che non fosse esistito: «una società i cui lineamenti morali erano scolpiti dalla onnipresenza degli schiavi» e in cui «il commercio del corpo era un’istituzione fondamentale».
Il libro di Harper rende chiaro che la moderna ondata di studi sulla sessualità e sulla costruzione del ruolo sessuale in epoca romana e del primo cristianesimo, per quanto possano essere creativi, sono operazioni di scarso peso paragonate a questo enorme e sempre presente elemento della vita romana. Dobbiamo alzare lo sguardo da questi nostri giochi letterari e cercare ciò che è quasi troppo grande per essere visto – l’elemento della schiavitù, troneggia sopra di noi come gli alberi dell’immensa foresta di illibertà che coprivano il mondo romano. Quello che contava, nella legge romana e nella moralità sessuale romana, aveva poco a che fare con il sesso. Aveva a che fare in sostanza con quei corpi che potevano essere usati con impunità e con quelli che non potevano essere toccati senza elaborate formule di consenso.
Le gioie del sesso c’erano per tutti. Harper mostra come il puritanesimo dei romani in relazione alle loro stesse mogli sia stato molto ingigantito. Ma le scuole primarie dell’impresa sessuale rimanevano, a un grado straordinario, i corpi degli schiavi – insieme ai corpi dei poveri e delle prostitute, che erano troppo facilmente risucchiati nel campo gravitazionale del disonore associato direttamente alla schiavitù. Harper poi riassume i suoi sentimenti: «Le leggi tenevano lontano la lussuria dal corpo nato libero, e gli schiavi fornivano uno sfogo di pronto uso».
Questo modo di vedere potrebbe condurre a una conclusione banale. Che il sesso era scandaloso per i primi cristiani. Il sesso nel mondo romano era intimamente connesso alla schiavitù. Ergo: i cristiani, una volta divenuti influenti dopo l’anno 312, prevedibilmente abbatterono i codici sessuali di una società saziata da una facile disponibilità di corpi asserviti ed eliminarono anche (in qualche modo con maggiore esitazione di quanto noi potremmo desiderare) quelle parti del sistema schiavistico – come la prostituzione – che incoraggiavano l’appagamento sessuale.
Ma Harper realizza come questa sia una conclusione troppo facile. La frenesia del suo secondo capitolo, “La forza di volontà e il mondo nella sessualità dei primi cristiani”, giace nel modo in cui egli fa risalire la forte intensità degli atteggiamenti cristiani verso la sessualità a come la moralità sessuale si mescolasse con l’impegnativa questione della libertà. I cristiani ripensarono queste idee in contrasto con una società che considerava la mancanza di libertà come acquisita. Si dissociarono anche da una visione del cosmo che sembrava sostenere una fredda «indifferenza verso la brutalità accettata come inevitabile nel nome del destino».
Questo è il secondo grande tema del libro di Harper. Da San Paolo in avanti, le grandi questioni del sesso e della libertà, furono collegate nei circoli cristiani come il minerale arricchito di una bomba atomica. Per Paolo, la porneia – fornicazione – significava molto più dell’avere storie prematrimoniali. Era un pensoso metonimo, “arricchito” da un intero spettro di associazioni mentali. Rappresentava la ribellione del genere umano contro Dio. E questa ribellione primaria si mostrò più chiaramente nella creativa libertà sessuale di cui fu accusato il mondo non cristiano prima dagli ebrei e poi dai cristiani.
Ma allora, che cos’era la vera libertà? La libertà era anch’essa un potente metonimo, di cui la libertà di decidere il destino sessuale di qualcuno era solo una parte, altamente “arricchita”. Soprattutto significava “libertà” dal “mondo”. E dal “mondo” per i cristiani significava semplicemente dalla società romana del loro tempo, in cui la mancanza di libertà era mostrata nel suo aspetto più tetro dal commercio e dall’abuso sessuale di corpi non liberi. Non aveva più importanza per i cristiani, con i corpi di chi, da quali categorie sociali ed in quale maniera il sesso potesse praticarsi. Da Paolo in avanti, per i cristiani c’era il sesso giusto – quello tra coniugi per la procreazione di bambini; il sesso sbagliato – quello fuori dal matrimonio; e il sesso aberrante – quello tra partner dello stesso genere. Il sesso sbagliato di qualsiasi tipo era peccato. E un peccato era un peccato. Non era un passo falso sociale, era giudicato un oltraggio in una situazione e invece accettato in un’altra.
Raramente una semplificazione così grande è stata imposta a una società così complessa. La vittoria imprevista delle norme cristiane, nel quarto, quinto e sesto secolo fu così completa che ogni ordine alternativo delle frontiere morali nella società divenne impensabile. Le tortuosità di una moralità basata sullo status richiede ancora una paziente ricostruzione da parte degli storici moderni della Roma antica, come fossero le ossa di una qualche stravagante creatura dell’era giurassica. La vittoria cristiana fu tale da causare un abisso che ora si apre tra noi e il mondo antico.
Cosa successe dopo? Il terzo capitolo di Harper, “Chiesa, società e sesso nell’età del trionfo”, si svolge con l’agghiacciante inevitabilità di un fine partita. Harper, in effetti, reintroduce l’importanza del potere pubblico all’interno della storia della sessualità nel tardo Romano Impero. Qui non siamo più messi di fronte a un’evoluzione libera del sentimento morale. Marciamo al passo delle leggi imperiali promulgate sotto gli imperatori cristiani. Nel 390, i maschi che si prostituivano venivano pubblicamente messi al rogo; nel 438 fu proposta l’abolizione della prostituzione (o almeno l’abolizione delle tasse precedentemente imposte sulla prostituzione, rimuovendo in tal modo l’investimento dello stato nel commercio del sesso). Per finire con «lo stordimento della rovina e del violento puritanesimo che caratterizzarono il regno di Giustiniano», che divenne imperatore nel 527.
A Costantinopoli, nel decennio che va dall’anno 540 al 549 e di nuovo nel 559, editti furono promulgati per «curare la malattia» dell’omosessualità che dilagava in una città stremata dalla peste bubbonica e dalle tristi processioni dei trasgressori mutilati. Lontana dal solenne cammino delle leggi, la battaglia per un nuovo codice sessuale fu combattuta «parrocchia per parrocchia», sostenuta dal megafono dei «sermoni pubblici». Quando scendiamo «nelle trincee della cristianizzazione» con un predicatore come Giovanni Crisostomo, nell’Antiochia e nella Costantinopoli del tardo quarto secolo, quella che sentiamo è la voce di un bullo che denuncia l’amore omosessuale in un ineguagliabile «spasmo di odio». Di fronte a eccessi come questi, siamo tentati di pensare che, quando si arrivò alla questione della moralità sessuale, la rivoluzione nella comunicazione popolare che noi associamo al sorgere del sermone cristiano nella tarda antichità troppo spesso mise il megafono nelle mani di bulli e spacconi.
Ma può essere più complicato di così. Come erano ascoltati questi sermoni? Qui sono meno convinto di Harper che gli effetti di una tale prepotenza pubblica fossero così immediati e così limitanti come gli oratori potevano aver sperato. Noi studiamo i messaggi che andarono oltre il megafono. Volume dopo volume, i sermoni raccolti dei Padri della Chiesa si allineano sugli scaffali delle nostre librerie. Ma non sappiamo quasi nulla delle cuffie attraverso le quali i cristiani medi ascoltarono questi messaggi. È molto probabile che i buoni padri e le buone madri cristiane di Antiochia e di Costantinopoli lasciassero la Basilica non convinti, o che modificassero il messaggio per adattarlo ai loro punti di vista.

Giovanni Crisostomo raffigurato in un'icona

Giovanni Crisostomo raffigurato in un’icona

Essi furono come i buoni borghesi della Siena del quindicesimo secolo, che avrebbero ascoltato per ore San Bernardino da Siena predicare contro gli omosessuali (con ancora più veemenza e puntigliosità di quanto non fece Crisostomo) ma rimanevano convinti, qualunque cosa dicesse il predicatore, che tuttavia fosse meglio per i loro ragazzi inseguire gli altri ragazzi piuttosto che incasinarsi con la verginità delle ragazze della loro classe sociale. Crisostomo era un uomo di grande umanità quando si dedicava a predicare la cura dei poveri e l’accoglimento dei peccatori pentiti. Forse doveva urlare così forte riguardo ai temi sessuali per poter essere ascoltato.
Tutto considerato, i predicatori dovettero persuadere ampie congregazioni ad accettare un’ideologia che era stata «per secoli dominio di una piccola, aspra banda di chiassosi dissenzienti». Anche nei giorni precedenti la conversione di Costantino all’inizio del quarto secolo, la sensazione di essere membri di una minoranza privilegiata si sviluppò con facilità. In realtà Siamo diventati sempre più scettici sul fatto se i primi cristiani fossero mai stati «una piccola, aspra banda». I primi cristiani non passavano tutto il loro tempo ad essere i primi cristiani. Il brillante recente studio di Éric Rebillard, Christians and Their Many Identities in Late Antiquity, North Africa, 200-450 CE (I cristiani e le loro numerose identità nella tarda antichità, Nord Africa, 200-450 d.C.), ha messo in evidenza che l’attuale immagine dei primi cristiani come gruppo compatto, legato ad una singola definizione di «cristianesimo», è molto esagerata6.
I cristiani non erano bloccati in una singola identità. Come altri romani, erano felici di indossare differenti cappelli, dei quali la loro identità religiosa era solo uno dei tanti. Erano i loro leader che desideravano bloccarli in una sola, intransigente identità. Ma non ebbero sempre successo. Quando leggiamo i sermoni di Agostino, possiamo spesso sentire un fastidioso rumore di fondo, come se il suo messaggio si arenasse su banchi a malapena nascosti di riluttanza o anche contro interpretazioni convintamente alternative di cosa volesse dire essere un cristiano.
Ma queste titubanze non influenzano la linea generale dell’argomentazione di Harper. Esse semplicemente limitano la velocità con cui il codice non messo in dubbio dei valori pubblici cristiani emerse e la pienezza con cui esso fu applicato. Poiché quello che Harper ha fatto con questo materiale importante è notevole. Ha imposto una struttura narrativa solida, basata sul progresso delle leggi e sulla storia della sessualità nella tarda antichità. Ha ottenuto il suo obbiettivo dichiarato: «Integrare un racconto credibile della struttura e dei cambiamenti nel sistema legale con una narrazione più ampia della storia della sessualità».
A rischio di essere personale, lasciatemi considerare il debito che noi tutti abbiamo con questo libro. Quando completai il mio Il corpo e la società nel 1988, ero consapevole di quello che gli mancava: una narrazione coerente dell’evoluzione degli atteggiamenti pubblici nei riguardi della sessualità nel momento in cui il mondo romano si trasformò da pagano in cristiano. Nella mia prefazione, rendevo chiara la ragione di questa mia lacuna. Era semplice: non c’erano testi consultabili. Lo studio del diritto di famiglia nel tardo Impero Romano e lo sviluppo delle nozioni di moralità pubblica sempre nel tardo Impero, condivise da cristiani e pagani, era appena cominciato. Copertina del libro di Kyle HarperOra le cose sono cambiate. Avrei voluto avere un libro così chiaro, così stringente e così intellettualmente onesto come From Shame to Sin di Harper davanti a me quando cominciai a scrivere su argomenti simili negli anni ’80, circa un terzo di secolo fa. Si può solo invidiare la buona sorte di coloro che possono imbarcarsi ora nel loro lavoro con questo libro tra le mani.
Ma qual’è il significato a lungo termine di questo grande cambiamento? Harper lo declama apertamente nel suo ultimo capitolo, “Rivoluzionamento della storia d’amore nel tardo mondo classico”. È una ricerca comparata tra il romanzo di Achille Tazio del secondo secolo e le sgargianti leggende di prostitute convertite che apparvero nel sesto secolo. Harper non vede il cambiamento tra le due epoche come esemplificazione di un crescente odio verso il corpo. Piuttosto, nelle leggende cristiane di conversione, ci troviamo di fronte ad esplorazioni audaci del potere della volontà. Questi sono corpi divenuti tutta volontà. Avevano sbagliato grazie al loro libero arbitrio. Sono tornati di nuovo a Dio grazie al loro libero arbitrio. Pure volontà, erano così distaccate dalla natura quanto lo erano dalle costrizioni della società. I loro corpi erano tanto asciugati e senza forma come le sabbie del deserto e i pietrosi letti dei torrenti in cui si erano rifugiati. Le loro caratteristiche sessuali erano appiattite, anche se nudi. Appartenevano solo a loro stessi e a Dio. Non appartenevano più alla società o alla natura. Erano corpi liberati dallo stesso cosmo.
Niente poteva essere più differente dalla visione del mondo di Achille Tazio. Per i suoi eroi ed eroine il sesso riguarda meno la volontà di quanto non riguardi la grande catena dell’essere che collega gli umani agli dei e alle stelle. Il sesso era il momento in cui gli esseri umani consentivano a loro stessi di accomodarsi nell’abbraccio dell’universo in cui i loro stessi corpi erano stati ingegnosamente tessuti. Avrebbero attinto alle energie vitali di un mondo più vasto. Il sesso era il dono degli dei onnipresenti. Come il vino, esso stesso dono del dio Dioniso, il sesso riempiva il corpo con «un’immanente forza divina, e l’immersione nella sua calda energia veniva sentita come la comunione» con il divino.
Portare questo esaltante elisir nel proprio letto matrimoniale era rischioso, proprio perché era così intimamente connesso ai poteri divini al di là del sé stesso sociale. Tuttavia il nostro narratore osa fare proprio questo. Egli presenta un cosmo
in cui il potere selvaggio è imbrigliato dal matrimonio, non mitigato da esso [dove giace il letto matrimoniale – con le sue lampade impertinenti e tutto il resto!] in un indistinto confine tra la natura selvaggia e l’umana civilizzazione.
Mai più, in Europa, la persona innamorata sarebbe stata vista come così disponibile verso il vasto e mezzo addomesticato mondo. Nella tarda antichità cristiana, la volontà vinse sul cosmo. Quando l’amore ritorna, negli amanti di corte dell’ amour courtois7e dei Minnesänger tedeschi8, troviamo i corpi senza gli dei. Eccetto per la loro vulnerabilità ai fievoli raggi dei pianeti (conosciuti grazie ai lavori di astrologia che erano frequenti nella tarda antichità), non ha molto senso che essi ricavino il loro amore dall’energia fulgida delle potenze cosmiche. Essi sono le loro volontà. E sono meravigliose volontà, rese raffinate dalla courtoisie. “La grotta d’amore” descritta, intorno al 1210, da Gottfried von Straßburg nel suo Tristano, è una grotta dalle mura armoniose, semitrasparenti – semplicità, integrità; e nello stesso letto – un letto di puro cristallo – la coppia trova la trasparenza. 9
È con questi contrasti di lunga durata in mente che possiamo ora tornare a guardare di nuovo da sopra il precipizio, per vedere con occhi più puliti uno dei cambiamenti più epocali che siano mai avvenuti nella storia del mondo antico.

  1. I coniugi dei matrimoni camerateschi credono nella parità tra uomini e donne, e nel fatto che i loro ruoli nel matrimonio siano intercambiabili. N.d.R.
  2. Paul Veyne, Le Pain et le cirque: Sociologie historique d’un dualisme politique (Le Seuil, Parigi, 1976); trad. it di Sanfelice di Monteforte, Il pane e il circo (Il Mulino, Bologna, 1984).
  3. Michel Foucault, Le Souci de soi (Gallimard, Parigi,1984); trad. it. di L. Guarino, La cura di sé (Feltrinelli, Milano, 1985).
  4. Il corpo e la società. Uomini, donne e astinenza sessuale nei primi secoli cristiani. Con una nuova introduzione dell’autore, trad. it. di I. Legati (Einaudi, Torino, 2010). Nella nuova introduzione all’edizione del ventesimo anniversario nel 2008, ho cercato di rendere conto della mia stessa evoluzione all’epoca e di rendere chiaro il debito che ho nei confronti di Foucault, Veyne e di altri studiosi.
  5. Cambridge University Press, 2011.
  6. Cornell University Press, 2012.
  7. L’ amour courtois (amor cortese) è un termine che indica la concezione filosofica, letteraria e sentimentale dell’amore all’epoca dei troubadors delle corti provenzali; si basa sul concetto che solo chi ama possiede un cuore nobile e che l’amore sia in grado di affinare e nobilitare l’uomo. N.d.R.
  8. I Minnesänger erano poeti lirici tedeschi del dodicesimo e tredicesimo secolo. N.d.R.
  9. Gottfried von Straßburg, Tristan, 26:16927-16988, a cura di P. Ganz (Brockhaus, Wiesbaden, 1978), trad. it di Laura Mancinelli, Tristano (Einaudi, Torino, 1994).
PETER BROWN, è professore emerito di storia presso l’Università di Princeton. Oltre a Il corpo e la società. Uomini, donne e astinenza sessuale nei primi secoli cristiani (Einaudi, 2010), in Italia sono stati pubblicati, tra gli altri: Agostino d’Ippona (Einaudi, 2013), La formazione dell’Europa cristiana (Laterza, 2006)Povertà e leadership nel tardo Impero Romano (Laterza, 2003). 
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