Davide Patregnani

Fiction – Zazà

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

Da quando è arrivato l’ho sentito fare lo stesso discorso tre volte.

Prima Robertito, poi Fili, adesso Bebo e non è detto che sia l’ultimo. Da qui all’ingresso del Servizio c’è modo di incontrare tra le due e le dieci persone conosciute, e non è neanche l’ora di punta.

«Guarda, dammi dieci giorni, quindici massimo, per sistemare tutte le mie cosine. Poi ci sentiamo via mail e facciamo tutto. Ti aspetto. Oh però vieni, eh?! Che non rimangano le solite cazzate da bar, che sai come sono fatto! Ci rimarrei male…»

E poi allarga le braccia quasi come Cristo in croce e le stringe attorno al ragazzo, un abbraccio teatrale, ai limiti del soffocante. Sa che sono “cazzate da bar” e che sono possibili addii.

Qui siamo tutti cani alla catena. Abbaiamo sicuri perché legati. Aperto il lucchetto nessuno farebbe un passo.

Nessuno lo andrà a trovare in Brasile. Nessuno, neanche io. E quando tornerà, perché tornerà, farà la conta dei dispersi, dei fuggiti, dei carcerati, dei morti.

Franz è il mio migliore amico. A me ha risparmiato la scenetta. Sa bene che non ci vedremo per un bel po’.

Continuo a guardare a terra mentre camminiamo lenti. La paura mi morde la pancia. Temo che non abbia neanche stavolta i soldi. Se non me li da adesso andrà tutto a schifo.

Arriviamo davanti alla porta del Ser.T. È il mio turno. Devo entrare a bere la terapia e prendere i flaconi per la settimana.

«Ti aspetto qui…»

Il morso alla pancia si fa più stretto. Ho paura di non ritrovarlo.

Saluto, bevo dal bicchierino di plastica che poi butto con calma nel bidone davanti alla scrivania.  L’infermiere mi guarda in faccia e sta in ascolto. Il bicchiere non deve far rumore, deve essere vuoto. Poi mi consegnano il metadone per il resto della settimana. Non è giorno di analisi delle urine. Posso andare.

Appena fuori dall’ambulatorio prendo un flacone vuoto dalla tasca e ci sputo il metadone che sono riuscito a non ingoiare.

Franz non si è mosso di un metro. Parla con un tossico che conosco di vista. Penso lo conosca poco anche lui, ma che importa. Anche stavolta tutta la scenetta… dieci giorni per sistemarmi, la mail, vieni, ci tengo, Cristo in croce, baci e abbracci.

Il tipo si allontana. Siamo di nuovo soli. Lo guardo negli occhi stavolta.

«Me la dai una boccia di metano? Come scorta… Dai, te la pago…»

Mi metto a ridere. Anche lui. Bene. Ha i miei soldi. Sto bene. Siamo di nuovo amici.

Ora posso essere triste per la sua partenza. Non solo. Posso anche preoccuparmi di quello che sta mettendo in valigia, un progetto così ridicolo, in cui non posso credere riponga tutta questa convinzione.

Mi dispiace avere questa certezza. Vorrei crederci almeno un po’ ma conosco lui e conosco la vita che ha fatto, perché la parte più zozza l’ha divisa con me.

Andare in Brasile con la scorta di metadone per un mese, scalarlo e farsi astinenza e depressione conseguente. È una follia. Neanche in galera è riuscito a ripulirsi.

Per gente come noi ci vorrebbe la Siberia, forse neanche quella.

«Hai paura?»

«Di che?»

Non risponde. Forse ho fatto male a chiederlo. No. Non ce l’ha. Con la paura non vai fino in fondo.

Invece lui ha il volo da Malpensa per San Paolo, alle sei di domani mattina.

«Li darai tutti a Zazà?»

Lo sa bene. Non bastano neanche. Ma per i cento euro che mancano chiuderà un occhio.

«Uno schizzo ce l’hai?»

Parcheggiamo la Punto dietro casa mia. Gli dico di aspettare davanti al portone mentre io vado a recuperare il tutto. È un mio amico, ma anche adesso che sta partendo non mi fiderei mai a fargli vedere dove nascondo la roba. Un mese fa l’ho beccato chino a frugare tra le siepi del cortile del mio condominio mentre aspettava che scendessi.

Nel settore riservato alle piante di mia nonna sollevo il vaso dei gerani. Nel coccio c’è una spaccatura. Infilo due dita nel terriccio umido e tiro fuori il pacchetto di cellophane. Saranno due grammi. Da quelli devo tirar fuori due schizzi per noi e almeno sei palline da mezzo grammo. La matematica non è un’opinione, il peso della pallina si, e l’opinione che conta è la mia. Prendere o lasciare.

Saliamo. La nonna è piantata davanti alla TV accesa ad un volume assordante.

Franz si fionda in camera mia. Io vado in bagno. Prendo due insuline dalla scatole delle medicine e lo raggiungo in camera. Nonna diabetica, spade gratis, almeno quelle.

Steso sul mio letto vedo la maniglia della porta muoversi. Mi sono scordato di dare il giro di chiave. Franz se ne sta immobile sul letto che fu di mio fratello, occhi chiusi e braccia incrociate sulla pancia. Rimango immobile anche io. Sarebbe tardi per far qualsiasi cosa.

La nonna entra. Si avvicina al mio letto con passo incerto.

«Ti ho portato il pigiama pulito. Te lo appoggio qui in fondo al letto»

«Grazie nonna…»

Poi guarda il comodino. Ho dimenticato di far sparire la siringa. Anche Franz.

La nonna si porta lenta davanti al comodino. Prende la siringa usata e ci rimette il cappuccio. Va verso Franz, che non si è accorto di nulla, lo guarda e ripete l’operazione. Esce con le due spade in mano, senza dire nulla, richiudendo la porta dietro di se.

Forse crede che il diabete sia endemico. Forse ha agito di abitudine. Forse non ha sprecato energie per disperarsi.

Non lo so. So solo che se non fosse per l’effetto della roba ora starei urlando.

Guardo Franz. Lui non si è accorto di nulla. Domani sarà in Brasile.

Buon viaggio.

Mi alzo. Prendo un rotolo di carta igienica dal cassetto del comodino. Vado al davanzale della finestra con la roba rimasta, una sacchetto di plastica, forbici e accendino. Devo preparare le palline. Chiudo ogni pezzo di roba con uno strato di carta igienica, poi cinque o sei strati di plastica. Non devono aprirsi nello stomaco, nel caso fossi costretto a ingoiarle. Ne preparo sei, precise. Me le infilo in bocca tutte, tre per lato, perdendo simultaneamente l’uso della “elle” e della “erre”.

Tiro un orecchio al mio compare che si sveglia facendo una smorfia di dolore.

«Andiamo. C’è Lalli che mi ha chiamato venti volte. Mi sa che sta male»

«Che si inculi! A me deve ancora un trenta… »

A me molto di più. Ma siamo stati insieme due anni. Ci siamo gettati nella fogna insieme. Non ce ne tireremo fuori insieme, certo. Ma almeno possiamo tenere la testa fuori. Quando l’ho chiamata io, lei c’era. Ma questo a Franz non c’è modo di farglielo capire.

Parcheggio poco lontano dalla fermata del 30/.  Lalli è in piedi, sotto la pensilina. Guarda continuamente a destra e a sinistra  della strada, cercando di scorgere la mia auto.

Le arrivo davanti e, senza neanche salutarla, la bacio in bocca. Con un movimento della lingua passo nella sua bocca la pallina più grande, che ho sistemato prima delle altre nella guancia sinistra. A suo modo è anche questo un bacio d’amore.

«Grazie…davvero.»

Le faccio un cenno di assenso, mi giro e torno in macchina da Franz.

«Non ti sei fatto dare un cazzo neanche ‘sto giro, eh?!»

«Se lo sai cosa cazzo me lo chiedi?»

«Costa caro un bacio eh? Zazà se la scopa per mezza pallina…e tu, con mezzo grammo, solo un bacio?! Sei il solito coglione…»

Avrei voglia di dargli un cazzotto sul naso, secco, senza neanche togliere lo sguardo dalla strada. Sbuffo.

«Franz. Un po’ di rispetto. Almeno da te.»

«No, caro. Sono io che invoco il rispetto. Sai cos’ho dovuto fare per ridarti quei soldi oggi?! Anzi, meglio che non te lo dico, va! E tu regali palle da mezzo grammo a quella li? S’è scopata mezzo Marocco e tre quarti di Tunisia che ancora stavate insieme.»

Accosto.

Franz rimane in silenzio. Scuote la testa contrariato. Ha sbagliato, in ogni caso. Come battuta è troppo pesante. Come verità, informazione, confidenza è troppo vecchia. Sapere una cosa simile e dirmela anche con una sola ora di ritardo… non si può, non per il tipo di rapporto che abbiamo.

Spengo il motore.

«Senti… Come credi che facesse quando eri dentro?»

Lo fisso. Lui no. Si guarda le mani. Il suo essere dispiaciuto è segno che ha detto il vero, o almeno che ne è convinto. Forse pensava che sapessi.

Non sapevo nulla.

Quando mi hanno messo dentro, io e Lalli stavamo ancora insieme. Poi, ottenuti i domiciliari, abbiamo parlato. Mi ha detto che l’arresto aveva fatto scoppiare un casino, che i suoi l’avevano torchiata e che doveva rigare dritto, altrimenti l’avrebbero costretta ad entrare in comunità. Rigare dritto comprendeva chiudere con me. Per i suoi ero io il responsabile della sua perdizione. Tutti i genitori, davanti a questo, hanno bisogno del mostro. Non li biasimo. Poi avevano anche l’appoggio dell’autorità costituita. Più facile di così…

«Riaccompagnami al Ser.T. Devo riprendere il motorino e portarlo da mio cugino. Ha preso il patentino, e la settimana prossima compie quindici anni. A me tanto non mi serve più. Glielo regalo…»

«E a me cosa regali?»

«Cosa vorresti?»

«Quel giubbotto. Tanto in Brasile è caldo. Che te ne fai?»

«Andata. È tuo.»

Parcheggio dietro la palazzina del Ser.T.  Devo piazzare altre cinque palline da 50 euro l’una. Qui si rischia ma si piazzano velocemente. Basta stare accorti.

Entriamo nel cortile. C’è Pinocchietto. Lo chiamiamo così perché dice più balle di un bambino di sei anni.

Mi fa cenno. Gli vado incontro. Mi da un abbraccio fraterno e sento che mi infila la mano nella tasca del giaccone.

Ci infilo la mia. Al tatto sono due banconote da 20.

«40? Mancano dieci. Ho solo mezzi grammi, te l’ho detto mille volte.»

«Dai! Vengo sempre da te.»

Mi porto le mani alla bocca come se ci alitassi per scaldarle e ci sputo dentro una pallina, la più piccola di tutte. Faccio passare qualche instante e stringo la mano a Pinocchietto, che nel passaggio fa cadere la pallina a terra. Prima di raccoglierla si guarda intorno, poi si china la prende, la infila in bocca e se ne va.

Faccio per tornare verso Franz. Non è solo. Davanti a lui ci sono dei ragazzi.

Sono tre tunisini, mai visti prima.

Franz mi fa cenno che devono parlare. Mantengo una distanza di una decina di metri, tiro fuori il lettore mp3, lo accendo e mi metto le cuffie, escludendo così ogni suono che viene dall’esterno.

Uno dei tre parla con Franz che annuisce con regolarità. Gli altri due stanno a braccia conserte e guardano in giro. La musica non mi permette di carpire nulla della discussione.

Franz smette di annuire. Dal gesticolare e dalle espressione di tutti capisco che i toni si stanno alzando. Faccio per avvicinarmi ma Franz alza la mano, aperta verso di me, a mo’ di stop, e poi mi sorride annuendo, come a dire “tutto ok. Stai li”.

Si zittiscono tutti. Spengo la musica. Nessuno dice nulla. Franz tira fuori le chiavi del motorino.

Devono aver finito, così faccio per avvicinarmi.

Sotto gli occhi attenti dei tunisini Franz si china e libera la ruota del motorino dalla catena. Si alza sorridendo. Il tunisino che aveva parlato fa per dire qualcosa. Poi vedo la catena stendersi sul suo volto, velocissima, dal mento alla fronte, e un fiotto di sangue schizzar fuori dalla parta alta del naso.

Franz fa partire un altra scudisciata sul volto del secondo, che cade ai piedi del primo, che chino si tiene le mani premute contro il volto.

Resto immobile. Franz è davanti al terzo tunisino. Ha assunto la posizione di un domatore di leoni. Fa oscillare la catena. Il tunisino ha in mano un coltello. Si fissano per una decina di secondi.

L’arabo si lancia a testa bassa verso Franz, riparandosi il volto con il braccio sinistro e il destro proteso verso l’avversario, con la lama come fosse la baionetta di un fucile. Quando gli arriva addosso, Franz gli sferra una catenata sulla schiena.

I due rimangono a contatto per un paio di secondi, quasi immobili. Poi il tunisino si stacca, spingendosi via di dosso il rivale e sfilando la lama dalla sua pancia.

Franz fa due passi indietro. Vedo la sua figura che si abbassa, lenta, per poi sedersi sulla ghiaia.

Gli altri due tunisini intanto si sono alzati. Uno dei due urla qualcosa in arabo. Corrono verso il cancello. In pochi secondi sono scomparsi.

Il terzo ha ancora il coltello in mano. Mi guarda come per dire che è pronto.

Prendo un respiro, lungo. Comincio a correre nella sua direzione.

Quando gli sono a due metri mi curvo come per caricarlo ma sento qualcosa che urta la mia caviglia.

Perdo l’equilibrio e finisco a terra.

Vedo il tunisino sopra di me. Chiude il coltello, lo infila in tasca, sputa nella mia direzione e corre via.

Franz mi sta ancora tenendo la caviglia.

Sono caduto nel suo sangue.

Mi libero dalla sua presa e mi siedo accanto a lui, a gambe incrociate.

Perché?

«Eh, Francesco… perché? Mi dici perché!?»

«Perché, perché, perché… Perché gli dovevo dei soldi. Perché se li davo a loro non li davo a te. E allora mi hanno detto che volevano il motorino, come garanzia. Ma io il motorino l’ho promesso a mia cugino. Non glielo do a quegli arabi di merda. Non gli do un cazzo…»

Fa due respiri lenti e profondi. Tiene le mani sulla pancia, coprendosi la ferita.

«Mi dispiace… il giubbotto. Si è tutto sporcato… Guarda che buco… Mi sa che non te ne fai più un cazzo, eh? Mi dispiace…»

Faccio un sorriso. Ma sento il pianto, solido come un sasso, che sale dallo stomaco, su, lungo la gola.

Franz si sdraia. Chiude gli occhi. Io coi miei vedo tutto bagnato e indistinto.

Le lacrime amplificano dei bagliori blu. Mi asciugo gli occhi. Sono  i lampeggianti di due volanti dei carabinieri. Sono arrivati a sirena spenta. Ancora non si vede l’ambulanza.

Solo una cosa devo fare. Inghiottire le quattro palline.

Speriamo non si aprano.

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