Joyce Carol Oates

Paul Auster. Figlio, figlio mio!

da ''The New York Review of Books''
PAUL AUSTER,Sunset Park, Torino, Einaudi, 2010, pp. 222, € 19,90
Recensione dell’ultimo libro di Paul Auster, Sunset Park, che narra la storia di un trentenne in cerca della sua strada e desideroso di ricostruire un rapporto col padre.

Tra i generi letterari nessuno si è sviluppato così variamente e sorprendentemente nel corso degli ultimi decenni quanto le memorie. Non parliamo tanto di autobiografie, o di resoconti biografici solenni, formali e cronologicamente ordinati, ma piuttosto di libri di memorie che raccontano di crisi individuali, opere dal tono intimo e lirico, spesso brevi, come nel caso di Un’oscurità trasparente di William Styron (Leonardo, 1990), Le ceneri di Angela di Frank McCourt (Adelphi, 1997) e L’anno del pensiero magico di Joan Didion (Il Saggiatore, 2006). Tra questi libri di memorie nessuno è composto in modo più armonioso ed essenziale de L’invenzione della solitudine di Paul Auster (Anabasi, 1993), scritto dopo l’improvvisa scomparsa del padre, avvenuta nel 1981.

Successivamente, nell’arco di una carriera che comprende quindici romanzi, sei opere di saggistica, una raccolta di poesie, varie sceneggiature e un’intensa attività di curatore, Paul Auster si è reso famoso soprattutto per la sua prosa postmodernista, altamente stilizzata e curiosamente enigmatica, prosa in cui i narratori sono quasi sempre inaffidabili e il fondamento stesso della trama è in continua trasformazione. L’invenzione della solitudine, però, si distingue per la sua sincera, onesta e sottile evocazione della perdita di un genitore cui non fa seguito la sofferenza – o, quanto meno, non una sofferenza intesa in modo convenzionale – ma una sorta di torpore causato dall’incapacità di affrontare il dolore, e la stoica determinazione a conoscere il padre elusivo e poco amato che era Samuel Auster, l’uomo “invisibile”: «Digiuno di passioni per le cose, le persone o le idee, incapace o avverso a svelarsi in qualsiasi circostanza, era riuscito a mantenersi staccato dalla vita evitando di tuffarsi nel vivo delle cose. Mangiava, andava a lavoro, aveva amici, giocava a tennis, eppure non era presente. Era un uomo invisibile nel senso più profondo e più concreto»1.

(Nonostante una fotografia del defunto Samuel Auster mostri un’inquietante somiglianza col figlio Paul.)

L‘invenzione della solitudine è diviso in due sezioni tematicamente simmetriche – Ritratto di un uomo invisibile e Il libro della memoria – che propongono una dialettica, oltre che un dialogo, tra due Paul Auster: da una parte il figlio dell'”invisibile” Samuel e, dall’altra, il padre del giovane Daniel. Nella prima sezione l’autore riflette sulla morte del padre e scruta, come fosse un abisso sotto di sé, la misteriosa e inconoscibile vita di lui: «Pensai: mio padre non c’è più. Se non faccio in fretta, tutta la sua vita scomparirà con lui»2. Come uno dei cupi e riluttanti eroi protagonisti dei romanzi che compongono la Trilogia di New York – l’opera più conosciuta di Paul Auster, scritta nello stesso modo che avrebbe usato Samuel Beckett per rielaborare una delle trame più intricate di Raymond Chandler – il figlio orfano esplora l’immensa, grandiosa e ormai derelitta casa in stile Tudor situata in un sobborgo benestante di Newark, casa in cui il padre visse da solo per oltre quindici anni, dopo il disfacimento del nucleo familiare degli Auster. La casa, dall’aspetto esterno imponente, all’interno è una specie di mausoleo, un luogo in cui regna l'”invisibilità”. La speranza di Auster è di ricostruire la vita enigmatica e in apparenza completamente egocentrica di un padre assente, esaminando gli oggetti a lui appartenuti, uno strano miscuglio di artefatti. E in effetti lo scrittore, in quella casa, compie scoperte straordinarie: un album fotografico rilegato in costosa pelle con un titolo stampato in oro sulla copertina – Questa è la nostra vita: gli Auster3 – e cui pagine sono completamente vuote. Ritagli di giornale del primo Novecento che rivelano episodi sordidi della sua storia familiare, risalenti a quando il padre aveva solo nove anni. Viene da chiedersi: il confuso e distaccato atteggiamento del padre nei confronti della vita era una conseguenza di questo scandalo familiare? Oppure – cosa ancora più fastidiosa da considerare – quell’episodio così lontano aveva ben poco a che fare con la reale formazione della personalità di Samuel Auster?

Nella seconda parte deL’invenzione della solitudine, più analitica e speculativa, intitolata Il libro della memoria, l’autore si riferisce a se stesso come ad «A.» mentre riflette sui paradossi della memoria e sul difficile rapporto tra padri e figli. Qui veniamo a sapere che, all’inizio della sua carriera letteraria, nella sua veste di giovane traduttore di poesia e prosa francese Auster fu una delusione per il padre – uomo d’affari di successo, ossessivo e maniacale nei confronti del lavoro – che non comprendeva la passione del figlio per la letteratura. (Persino il mestiere del padre appare simbolicamente rilevante: Samuel Auster era proprietario di alcuni appartamenti in affitto in una zona sempre più derelitta e pericolosa di Newark, un quartiere abitato quasi completamente da afroamericani. Il suo lavoro, in cui si immergeva del tutto, era faticoso, non appagante e anche pericoloso.) «A.» legge al figlio Daniel, di tre anni, il libro Pinocchio, un testo profondamente simbolico che esplora il dramma archetipico del reciproco rapporto tra padre e figlio: «Quell’atto di salvare è di fatto lo stesso compiuto dal padre: che preserva il suo bambino dai mali. E [per Daniel] vedere Pinocchio, la stessa sciocca marionetta che è rimbalzata da una disavventura all’altra […] trasformarsi in una figura di redenzione, nel vero salvatore di suo padre dagli artigli della morte, è un sublime momento apocalittico. Il figlio salva il padre. Bisogna immaginarlo interamente dalla prospettiva del bambino. E tutto ciò nella mente del padre che un giorno è stato bimbo, cioè per suo padre un figlio, deve essere interamente immaginato. […] Il figlio salva il padre»4.

Si ritiene che la letteratura russa da Gogol in poi sia derivata dal suo romanzo Il cappotto. Allo stesso modo le opere narrative di Paul Auster sembrano scaturire da L’invenzione della solitudine, a partire dalla Trilogia di New York (Rizzoli, 1987) fino ad arrivare al romanzo provocatoriamente intitolato Invisibile (Einaudi, 2009). Temi ossessivi quali la morte, il mistero sulla reale esistenza delle persone, l’incertezza dell’identità e le vicissitudini del caso, come anche i racconti di avventure donchisciottesche intraprese dai veementi giovani intellettuali che popolano la sua narrativa, trovano tutti spunto da questo libro di memorie rivelatore, un’opera prima matura e ben realizzata da cui i lettori poco pratici della giocosità del metaromanzo e dell’intertestualità narrativa potrebbero cominciare la loro esplorazione della bibliografia ormai cospicua di Paul Auster.

Nel suo ultimo romanzo, il sedicesimo, intitolato in modo significativo Sunset Park, un figlio tormentato torna a New York dopo un lungo esilio volontario per riconciliarsi con il padre, con cui non parla da sette anni e mezzo, con risultati inizialmente promettenti ma che ben presto si rivelano amaramente ironici. Il romanzo è narrato con la prosa essenziale e raffinata tipica di Auster attraverso un coro di personaggi che circondano il protagonista, Miles Heller. Una breve diversione ci porta all’ufficio del PEN American Center di New York, dove uno dei personaggi del romanzo è impegnato nella campagna per la liberazione del dissidente cinese Liu Xiabo – con risultati ammirevoli, peraltro, visto che il detenuto Liu Xiabo ha ricevuto il Nobel per la pace del 20105. Il tema di questa campagna umanitaria non è l’unica, dispersiva incursione postmodernista in questa malinconica commedia, che vede protagonisti un gruppo di idealisti ingenui e inesperti, sconfitti dalla dura realtà di un’America contemporanea in pieno declino economico, politico e morale.

Quando lo incontriamo per la prima volta, nelle vaste e irregolari distese della Florida su cui si è esiliato, Miles Heller è un giovane di ventotto anni che, per quanto intelligente e sensibile, sembra incapace di trovare il proprio posto nel mondo degli adulti. A seguito della morte accidentale del fratellastro maggiore, in cui Miles si è trovato coinvolto, è diventato un vagabondo, come il Caino della Bibbia; agli occhi di un amico fedele, con cui è rimasto in contatto nel corso degli anni, egli è «colpito dal dolore e senza più illusioni, senza false speranze», «una persona a metà, la sua vita è stata rotta», eppure Miles è sembrato «diverso da tutti gli altri, in possesso di una forza magnetica, animale, che mutava l’atmosfera ogni volta che entrava in una stanza. Era il potere dei suoi silenzi che gli faceva attirare tanta attenzione, la natura misteriosa, introversa della sua personalità che lo trasformava in una specie di specchio in cui gli altri potevano riflettersi, il senso misterioso che fosse lì e nello stesso tempo non ci fosse?».

Miles è una brava persona, come altri solitari protagonisti della narrativa di Auster, ma sembra intrappolato in una specie di stasi spirituale: ha abbandonato gli studi alla Brown University, ha il “vizio” di leggere e si considera un nemico del sistema, ma è privo di ambizioni, «comunque di ambizioni fervide, di un’idea chiara di come potrebbe essere un futuro plausibile per lui». Durante i sette anni e mezzo di esilio volontario ha svolto lavori occasionali a salari bassissimi e ha interrotto ogni contatto con il padre e la matrigna, che non hanno idea del motivo del suo improvviso allontanamento. Particolarmente ispirata è la decisione di Auster di scegliere per Miles un lavoro desolato e sminuente come quello di sgomberare le case “spazzatura” da cui i proprietari insolventi sono stati sfrattati: «In un mondo che crolla, di rovina economica e di difficoltà assidue e crescenti, lo sgombero è una delle poche attività fiorenti della zona […] All’inizio restava sgomento per il caos e la sporcizia, l’abbandono. È raro che entri in una casa lasciata in perfetto stato dagli ex proprietari. Più spesso ci sarà stata un’esplosione di violenza e di collera, una schioppettata di bizzoso vandalismo».Miles è anche un fotografo, ossessionato dal ritrarre «le cose abbandonate» – il che significa praticamente tutto quello che vede nell’entroterra in rovina di una Florida sull’orlo del fallimento. Egli ha accumulato un archivio di migliaia di fotografie: «Comprende che è un’impresa senza scopo, senza possibile utilità per nessuno, e tuttavia ogni volta che mette piede in una casa ha l’impressione che le cose lo stiano chiamando, che gli parlino con le voci delle persone che non sono più lì».

Miles è ossessionato dal ricordo della morte del fratellastro, avvenuta senza testimoni su una strada di campagna del Massachussetts quando, durante una zuffa, il sedicenne Miles aveva spinto involontariamente l’insopportabile fratello di fronte a una macchina in arrivo: «non sa se la morte di Bobby sia stata un incidente o se segretamente stesse cercando di ucciderlo. Tutta la storia della sua vita è imperniata su ciò che accadde quel giorno nelle Berkshire Hills, e deve ancora afferrare la verità, ancora non è sicuro se sia colpevole di un delitto».

L’incursione della casualità nella vita quotidiana è un altro tema importante nell’opera di Paul Auster e, nel caso di Miles, la sua giovane vita, come quella della sua famiglia, ne è stata irrimediabilmente alterata: «ogni volta che ripensa a quel giorno immagina che sarebbe stato tutto diverso se avesse camminato a destra di Bobby anziché a sinistra. Lo spintone lo avrebbe proiettato fuori strada, anziché in mezzo, e lì sarebbe finita la storia, dato che non ci sarebbe stata nessuna storia».

Come un personaggio di Beckett, anche se privo della sua poesia cupa e brillante, Miles Heller è assorto nella sua vita vissuta a metà, senza sbocco ma ipnotica; è ancora ossessionato da un passato con cui ha tagliato i ponti, tanto da scrivere ben cinquantadue lettere a un amico d’infanzia chiedendo notizie di suo padre e della sua matrigna. Proprio come sua madre, che aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora piccolo, Miles è un ferito deambulante – “un’anima in pena” – che può essere risvegliato dal suo trance solo con un altro incantesimo.Miles viene strappato dal suo isolamento quando si innamora della giovane Pilar, che incontra per la prima volta in un parco intenta a leggere Il grande Gatsby. Sebbene Pilar sia molto più giovane di lui e minorenne – all’inizio «pensò che dovesse avere meno di sedici anni, che era solo una ragazzina, una bambina anzi, una piccola adolescente» – Miles si lancia in una relazione sessuale che appare imprudente e sconsiderata: «forse il modo in cui lo guarda, l’intensità del suo sguardo, la veemenza rapita dei suoi occhi quando lo ascolta parlare, la sensazione che quando sono insieme lei sia presente in modo totale, di essere l’unica persona che esiste per lei sulla faccia della terra».

E ancora: «È prigioniero della sua giovane bocca ardente. Dentro il corpo di lei si sente a casa e sa che, se mai troverà il coraggio di andarsene, lo rimpiangerà fino alla fine dei suoi giorni».

Pilar è il personaggio meno plausibile del romanzo: sembra quasi non esistere al di fuori dell’estremo bisogno di Miles, un’incarnazione della fantasia erotica maschile. Quando una delle sorelle di Pilar viene a sapere della relazione, minaccia Miles di denunciarlo alla polizia. Miles è allora costretto a fuggire, a tornare a New York e al mondo che aveva cercato di mettersi alle spalle.

Quando Miles torna a Brooklyn, Sunset Park si divide in una miriade di prospettive fino a includere un compassionevole ritratto di gruppo di persone unite dalle circostanze come da una gigantesca tela di ragno. Incontriamo il padre di Miles e la matrigna Willa; incontriamo sua madre, Mary-Lee Swann, un’attrice impegnata nelle prove del ruolo di Winnie in Giorni felici di Beckett; incontriamo Bing Nathan, l’amico e confidente a cui Miles scriveva le sue lettere, e gli amici di Bing, insieme ai quali egli occupa abusivamente una casa abbandonata di proprietà del comune di Sunset Park, a Brooklyn. Il personaggio più interessante è il padre di Miles, Morris, che ha trascorso la maggior parte della vita facendo «i salti mortali per pubblicare libri di valore» per la sua casa editrice Heller Books. Morris riflette amaramente che, se Heller Books dovesse fallire, egli potrebbe sempre scrivere un libro di memorie, intitolato «Quarant’anni nel deserto: pubblicare letteratura in un paese dove la gente odia i libri». Sebbene Morris sia in teoria un uomo di solidi principi e integrità, in passato ha avuto una relazione extraconiugale di poca importanza, a causa della quale la moglie Willa ha contratto una malattia venerea; ciò l’ha spinta ad allontanarsi e a decidere di partire per Exeter, in Inghilterra. Per quasi tutto lo svolgimento di Sunset Park Morris è indeciso se seguire Willa in Inghilterra, per tentare un riavvicinamento, o se restare a casa nella speranza di riconciliarsi con il figlio Miles.

Grazie a un colpo di scena, tipico della narrativa di Auster, apprendiamo in un flashback che tempo addietro Morris aveva ingaggiato un investigatore privato per rintracciare il figlio ma ogni volta che questi era riuscito a localizzarlo, in quattro diverse occasioni, Morris aveva deciso di osservarlo da lontano piuttosto che cercare di contattarlo. Aveva persino assistito al suo primo incontro con la liceale Pilar Sanchez in un parco della Florida, e sapeva addirittura che la ragazza leggeva Il grande Gatsby. In queste occasioni lo stoico padre soffre da lontano: «sempre aveva avuto la tentazione di farsi avanti e dire qualcosa, di litigare con lui, di dargli un pugno, di prenderlo fra le braccia, di prendere il ragazzo tra le braccia e baciarlo, ma senza mai far nulla, senza mai dire nulla, tenendosi nascosto, guardando Miles diventare più vecchio, guardando suo figlio trasformarsi in un uomo mentre la sua vita si riduce a qualcosa di piccolo, troppo piccolo perché continui a importargliene».

Accampati abusivamente a Sunset Park, in una «una torpida casa […] che sembrava in tutto e per tutto rubata da una fattoria nella prateria del Minnesota e scaricata accidentalmente nel centro di New York», ci sono Bing Nathan e due giovani donne, l’aspirante artista Ellen Brice, che soffre di una lieve forma di schizofrenia e che ha tentato il suicidio per «paura di morire senza avere vissuto», e la “grassottella”, e che disprezza se stessa, Alice Bergstrom, che lavora al PEN American Center e che contemporaneamente scrive una tesi di specializzazione sulla cultura americana negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale. Secondo la tesi di Alice «le tradizionali regole di condotta fra uomini e donne furono distrutte sui campi di battaglia e sul fronte interno, e […] una volta finita la guerra la vita americana dovette essere reinventata … [Gli americani avevano] perso l’appetito per la vita domestica».Allo scopo di sostenere la propria tesi Alice procede a decostruire importanti testi e film dell’epoca, tra cui I migliori anni della nostra vita, il film di Wiliam Wyler del 1946, che interpreta «l’epica nazionale di quel particolare momento della storia americana – la storia di tre uomini spezzati dalla guerra e le difficoltà che affrontano quando tornano nelle loro famiglie, […] la stessa storia vissuta all’epoca da milioni di altri».

L’unico amico di Miles è l’iperattivo Bing: «il guerriero dell’indignazione, il campione del malcontento, il detrattore militante della vita contemporanea che sogna di forgiare una nuova realtà sulle rovine di un mondo andato a rotoli». Bing è una specie di filosofo autodidatta: «una presenza grande, massiccia, un orso d’uomo trasandato, con un barbone castano e un piercing d’oro al lobo dell’orecchio sinistro, poco più di uno e ottanta ma un quintale, largo e ondeggiante» e, ancora, «monello, uno scavezzacollo dall’esuberanza indisciplinata e dall’aggressività goffa, buttata fuori alla cieca». Bing lavora presso l’Ospedale degli oggetti rotti, situato in Fifth Avenue, a Park Slope, Brooklyn. Appassionato come Miles di cose abbandonate, Bing si dedica a riparare oggetti appartenuti a epoche passate (macchine per scrivere, penne stilografiche, orologi meccanici, giradischi, telefoni): «Il suo negozio fornisce un servizio unico e inestimabile, e ogni volta che lavora all’ennesimo artefatto malconcio delle antiquate industrie di mezzo secolo fa, ci mette tutta la determinazione e la passione di un generale che combatte una guerra».

Bing è ostinatamente sentimentale e anche un po’ sciocco, ma la sua devozione per gli oggetti inutili è commovente, come lo è la sua indignazione verso la società consumista e capitalista americana, che ne fa una specie di Noam Chomsky mancato, senza una piattaforma da cui esprimere le proprie idee, una visione politica, o un piano coerente per una rivoluzione che vada oltre l’occupazione abusiva della finta «fattoria nella prateria» di Sunset Park, un esperimento utopistico destinato al fallimento. Negli anni Sessanta, Bing e i suoi amici avrebbero potuto formare una comune hippie e vivere in campagna, ma nel ventunesimo secolo, in un paese meno indulgente e in gravi difficoltà economiche, questi “fuoriusciti” dal mondo degli adulti non hanno alcuno sbocco futuro.Sunset Park è un romanzo cupo, che si muove con meno urgenza e scorrevolezza narrativa rispetto alle altre opere di Auster, tra cui il recente, avventuroso giallo meta-narrativo intitolato Invisibile. È una lettera d’amore nostalgica al passato americano in cui, come nei suoi più giocosi testi postmodernisti, Auster si lascia andare a reminescenze riguardo agli amati giocatori di baseball del passato. Auster, da grande appassionato, è spudoratamente sentimentale nel raccontare le vicissitudini del baseball americano, in particolar modo quelle che riguardano «i tragici destini di vari lanciatori». (È forse cinico da parte mia avanzare l’ipotesi che le “tragiche” esperienze dei lanciatori non abbiano maggior significato delle tragiche esperienze di individui che non sono giocatori di baseball professionisti?) «Il baseball è un universo grande come la vita stessa» sostiene Miles. Persino una litania di giocatori dal nome ridicolo è considerata sacra tanto da essere condivisa con la sua amata Pilar mentre sfogliano a letto l’Enciclopedia del baseball del 1985. «”Boots” Poffenberg […] Whammy Douglas, Cy Slapnicka, Noodles Hahn, Wickey McAvoy, Windy McCall e Billy McCool.» Ma per la maggior parte il baseball significa dolore, poiché i giocatori adorati in gioventù da Miles Heller – e ancora di più quelli della gioventù di Paul Auster – stanno invecchiando e scomparendo.E anche l’idillio nella casa di Sunset Park s’interrompe bruscamente per i giovani occupanti, che hanno ignorato tutti gli avvisi di sgombero eppure sono sorpresi e infuriati quando la polizia di New York si presenta per mandarli via, e non certo con le buone. In questa importante scena del romanzo, una serie di eventi cruciali si susseguono quasi troppo rapidamente per essere assorbiti dal lettore: Alice rimane ferita quando un poliziotto «enorme» la spinge giù per le scale; il facinoroso Bing viene arrestato; Miles perde il controllo, reagisce all’abuso perpetrato contro Alice colpendo un poliziotto e, insieme a Ellen Brice, si dà alla fuga, nascondendosi brevemente nel cimitero di Sunset Park. Miles viene consigliato da Ellen e da suo padre di costituirsi alla polizia ma, naturalmente, rifiuta, preferendo tornare alla sua vita di distacco e isolamento e lasciandosi alle spalle sia il padre, con cui si è riconciliato, che l’adorata Pilar.

Sunset Park potrebbe sembrare un’allegoria pessimistica della vita contemporanea americana durante la bancarotta spirituale del decennio seguito all’11 settembre. I più danneggiati sono gli esponenti di una generazione non più giovane ma ancora lontana dalla maturità, intrappolati in una terra di prolungata adolescenza. Miles, Bing, Alice ed Ellen credono di essere sulla cuspide di un cambiamento radicale, ma vengono sconfitti dalla loro ignoranza e ingenuità. Miles, che dovrebbe essere un personaggio carismatico, è considerato “vecchio” da Alice. È come se Miles fosse stato in guerra. E «tutti i soldati quando tornano a casa sono vecchi, uomini ripiegati su se stessi che non parlano mai delle battaglie combattute». Persino il padre di Miles, che tanto aveva desiderato che il figlio tornasse da lui, deve ammettere mestamente: «Ora che tu e il ragazzo avete passato una sera insieme ti senti stranamente deluso. Troppi anni di attesa, forse, troppi anni a immaginare come sarebbe stato il ricongiungimento, e quindi quando è successo davvero ti sei sentito svuotato, perché la fantasia è un’arma potente, e i ricongiungimenti immaginati che tante volte negli anni sono andati in scena nella tua mente dovevano per forza essere più ricchi, pieni ed emotivamente appaganti della realtà».In questa occasione Auster è doppiamente ironico, poiché in realtà l’incontro vero è – naturalmente – fittizio quanto gli anni passati a immaginare.

Sunset Park si conclude in un’estasi di autocommiserazione e autoumiliazione, in cui Miles Heller fugge da New York e da ciò che avrebbe potuto essere una vita matura e realizzata. Si considera una sorta di Telemaco che ha deluso il padre Ulisse, perché è stato – anche se involontariamente – il maledetto Caino che ha ucciso Abele, distruggendo con quell’atto anche la sua stessa vita: «il nome Homer gli fa pensare a home, casa, come nella parola homeless, senzacasa, sono tutti senzacasa adesso, ha detto per telefono a suo padre […] e mentre l’auto attraversa il ponte di Brooklyn e Miles guarda gli immensi edifici dall’altra parte dell’East River pensa agli edifici che mancano, gli edifici crollati e incendiati che non esistono più, gli edifici mancanti e le mani mancanti, e si chiede se valga la pena sperare in un futuro quando non c’è futuro e d’ora in poi, si dice, non spererà più in niente e vivrà solo per questo, questo momento, questo momento che passa, l’adesso che è qui e poi non è qui, l’adesso che se n’è andato per sempre».

Si tratta di un finale inaspettato per la storia tortuosa di un figlio che si riconcilia finalmente con un padre profondamente amorevole, un padre che è l’antitesi del padre invisibile de L’invenzione della solitudine. Eppure è un finale inevitabile, vista l’immaturità di Miles Heller e il mondo in rovina che si nasconde dietro al sogno romantico di Sunset Park.

(Traduzione di Edmonda Bruscella)

1. Paul Auster, L’invenzione della solitudine, Torino, Einaudi, 1997, p. 5.

2. Ivi, p. 4.

3. Ivi, p. 12.

4. Ivi, p. 137.

5. Paul Auster è vicepresidente del PEN American Center.

Joyce Carol Oates

è Roger S. Berlind Professor all’Università di Princeton, oltre a essere una famosa scrittrice, fra le più prolifiche. Fra i suoi più recenti libri usciti in Italia, tutti editi da Mondadori, ricordiamo: Sorella, mio unico amore. La storia segreta di Skyler Rampike (2009), La figlia dello straniero (2008), La madre che mi manca (2007). Il suo ultimo libro è uscito nel 2010: Una brava ragazza (Bompiani).

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