Jerome Groopman

I “felici” e i “disperati”

da ''The New York Review of Books''

ANDREW SOLOMON, Far from the Tree: Parents, Children, and the Search for Identity, Scribner 2012, pp. 962, $37.50.

Nel 1981, completai la specializzazione in malattie e tumori del sangue ed ottenni l’incarico di assistente-ricercatore presso l’Università della California a Los Angeles. Durante il mio primo anno alla UCLA, un giovane fu ricoverato in ospedale [...]

Nel 1981, completai la specializzazione in malattie e tumori del sangue ed ottenni l’incarico di assistente-ricercatore presso l’Università della California a Los Angeles. Durante il mio primo anno alla UCLA, un giovane fu ricoverato in ospedale per una rara forma di polmonite da Pneumocystis carinii. Nonostante i trattamenti intensivi, il paziente morì. Non molto tempo dopo quel decesso fu diagnosticata la stessa infezione ad altri uomini con difficoltà respiratorie; altri necessitavano di cure per un’insolita colite, avevano il loro intestino infiammato dal citomegalovirus, e altri ancora per febbre alta e deperimento causati da un germe aviario simile alla tubercolosi. Poi ne arrivarono altri, con tumori rossi e viola che, crescendo, sfiguravano il viso, gonfiavano gli arti e bloccavano la gola. La biopsia evidenziava il sarcoma di Kaposi, un tumore che si osservava sporadicamente negli anziani e, in una forma endemica, in Africa.

Si dimostrò che tutti i pazienti condividevano la stessa alterazione di laboratorio: un basso numero di linfociti T, cellule ematiche essenziali per la difesa immunitaria. Ma avevano in comune anche l’orientamento sessuale, al punto che qualcuno pensò di chiamare la nuova malattia «GRID», acronimo per Gay-Related Immune Deficiency1. Più tardi, sarebbe diventata nota come AIDS.

Buona parte della società dimostrava poca simpatia per questi uomini sofferenti. I predicatori fondamentalisti tuonavano che la malattia era meritata, una manifestazione dell’ira di Dio che ricadeva sui sodomiti. Molti governanti non mostrarono alcun interesse per una sindrome rara che colpiva ciò che consideravano un gruppo marginale. E alcuni operatori sanitari evitavano i pazienti, non solo perché preoccupati per la propria salute, ma anche per disprezzo verso gli omosessuali.

In qualità di nuovo membro della facoltà con competenze oncologiche, mi fu chiesto di collaborare alla cura dei malati di tumore. E poiché le mie ricerche di laboratorio riguardavano le cellule T, partecipai anche al più grande sforzo per identificare la causa della nuova sindrome.

All’inizio nessuno sapeva darne una spiegazione. Era un agente infettivo? Forse una mutazione delle cellule T del virus della leucemia come quelle che stavo studiando? Era dovuta a un crollo del sistema immunitario a seguito di esposizione agli antigeni dello sperma e alle droghe tossiche da festa come i “poppers”, i nitrati di amile e butile? Così, cercando la causa, non solo studiammo la storia clinica ed eseguimmo esami di routine, ma conducemmo studi sofisticati sul sangue e altri fluidi corporei approfondendo i dettagli intimi della vita di questi uomini. Incontrai insegnanti, vigili del fuoco, avvocati, camionisti e architetti. In un primo momento erano cauti nel rispondere, poiché le nostre domande rivelavano aspetti della loro vita che avevano imparato a tenere celati. Ma col tempo crebbe la fiducia, e una cultura in gran parte nascosta venne spinta alla ribalta dalla malattia.

Nell’arco di diversi anni ascoltai le storie di vita di centinaia di uomini gay. E ascoltando sentii nei loro confronti una crescente affinità. Imprevedibilmente, derivava dall’essere cresciuto in una famiglia tradizionale ebraica all’ombra dell’Olocausto. Gli zii, le zie e i cugini di mia madre nei Carpazi erano stati tutti deportati ad Auschwitz nel 1944. Solo pochi erano sopravvissuti. Dopo la loro liberazione i superstiti, finanziati da mia nonna, vennero a vivere vicino a noi. Da loro ho imparato a conoscere le conseguenze più estreme dello stigma, quando gli ebrei erano esclusi come “l’altro”, creatura non del tutto umana che contaminava la società.

I miei genitori ci hanno educati a non vergognarci mai di chi siamo. Anzi, ci additavano i successi ottenuti da chi non nascondeva la nostra eredità culturale. Jonas Salk e Albert Sabin erano celebrati per il loro lavoro sulla poliomielite. O Sandy Koufax, il lanciatore campione dei Dodgers che si rifiutava di giocare durante lo Yom Kippur. A dire il vero, i miei genitori erano più a loro agio e aperti verso quelli che chiamavano i «membri della tribù». Ma andavano oltre il tribalismo in virtù di una salda fiducia nella dignità e nella giustizia umana. Mi vennero insegnati i versetti della Bibbia ebraica in cui si afferma che l’uomo è fatto a immagine di Dio, e divenni consapevole delle reiterate ingiunzioni a rispettare lo straniero, poiché un tempo eravamo noi gli stranieri in terra straniera.

I lettori di Far from the Tree (Lontano dall’albero), l’esplorazione dettagliata e ad ampio respiro che Andrew Solomon fa tra identità e malattia, rifletteranno probabilmente sui loro stessi ricordi di educazione e di esperienze con il non familiare. A mo’ di premessa, egli postula due ampie categorie di identità, una verticale e una orizzontale:

Poiché l’identità si trasmette da una generazione all’altra, la maggior parte dei bambini condividono con i genitori almeno alcuni tratti. Queste sono identità verticali. Attributi e valori che si tramandano da genitore a figlio attraverso le generazioni non solo tramite i filamenti del DNA, ma anche attraverso norme culturali condivise.

 Tra queste Solomon include l’etnia, la pigmentazione della pelle, la lingua e, come categoria «moderatamente verticale», la religione.

Poi c’è la formazione del sé che avviene al di fuori delle mura domestiche:

Spesso, però, qualcuno possiede un tratto intrinseco o acquisito estraneo a quelli dei propri genitori e deve quindi aver assunto l’identità da un gruppo di pari. Questa è un’identità orizzontale. Le identità orizzontali possono essere dovute a geni recessivi, a mutazioni casuali, a influenze prenatali, o a valori e preferenze che un bambino non condivide coi progenitori.

 Continua Solomon:

L’omosessualità è un’identità orizzontale, la maggior parte dei ragazzi gay nascono da genitori etero e se pure la loro sessualità non è determinata dai loro pari, essi apprendono l’identità gay osservando e prendendo parte a una sottocultura estranea alla famiglia. La disabilità fisica tende a essere orizzontale, così come il genio. Anche la psicopatia è spesso orizzontale; la maggior parte dei criminali non vengono educati da gangster e devono inventarsi la propria perfidia. E sono orizzontali anche condizioni come l’autismo e la disabilità intellettiva. Un bambino concepito a seguito di uno stupro è nato all’interno di sfide emotive che la stessa madre non può conoscere, anche se sprigionano dal suo trauma.

Solomon ha intervistato diverse centinaia di famiglie, e il maggior contributo del suo libro è la profondità e l’autenticità delle loro storie. Abile ascoltatore, riesce a sollecitare pensieri ed emozioni che si rivelano di rado se non ad amici fidati. Far from the Tree è un reportage di grande valore.

Nel capitolo di apertura, “Figlio”, Solomon punta la lente narrativa su se stesso. Benché educato nella consapevolezza di essere ebreo, la madre disprezzava questa identità verticale. Il fatto che lei odiasse se stessa si rivelò contagioso:

Ho imparato a odiare profondamente e precocemente questo aspetto della mia identità, perché quella posizione arroccata rifletteva una risposta familiare a un’identità verticale. Mia madre pensava che essere ebrei non fosse desiderabile. Aveva imparato questo punto di vista da mio nonno, che aveva tenuta segreta la propria religione per poter conservare una carica di alto livello in una società che non assumeva gli ebrei. Apparteneva a un country club suburbano dove gli ebrei non erano graditi… Lei scelse di sposare mio padre ebreo e di vivere in un mondo in gran parte fatto di ebrei, ma portava l’antisemitismo dentro di sé… Il suo metodo di triste mancanza di fiducia in sé fu organizzato per me intorno all’essere gay: ereditai il suo dono per il disagio.

Solomon ravviva questa cupa narrazione con pittoresco umorismo:

A diciannove anni lessi sul retro della rivista ‘New York’ un annuncio che offriva una terapia sostitutiva per chi aveva problemi di sesso… Portai i miei risparmi in un ufficio di un palazzo senza ascensore a Hell’s Kitchen2 e mi sottoposi a lunghe conversazioni sulle mie ansie sessuali, incapace di ammettere a me stesso o ai cosiddetti terapeuti il semplice fatto che non ero interessato alle donne. Non feci cenno alla frenetica vita sessuale che a quel tempo avevo con gli uomini. Iniziai a ricevere consulenza da persone che ero incoraggiato a chiamare “dottori” e che mi prescrivevano “esercizi” da svolgere con le mie “surrogate” –  donne che se non erano esattamente prostitute, non erano neppure esattamente qualcos’altro. In una delle attività dovevo andare in giro nudo a quattro zampe facendo finta di essere un cane, mentre la surrogata fingeva di essere un gatto; la metafora di mettere in scena l’intimità tra specie reciprocamente ostili è più carica di significati di quanto mi rendessi conto al tempo (…). Mi dicevano di cambiare continuamente ragazza per farmi sentire a mio agio con più partner sessuali; ricordo la prima volta che una donna portoricana salì sopra di me e cominciò a rimbalzare su e giù, gridando estatica: “Sei dentro di me! Sei dentro di me!” e io che stavo lì disteso a chiedermi annoiato e ansioso se ​​avessi finalmente raggiunto l’obiettivo e fossi diventato un eterosessuale patentato.

Come ha spiegato Solomon nel corso di una presentazione in una biblioteca pubblica di New York, i successivi sei capitoli – sui sordi, sui nani, sulle persone con sindrome di Down, sull’autismo, sulla schizofrenia, e sui portatori di handicap – hanno in comune «malattie… che tutti pensano essere biologiche, mediche, spesso genetiche». I quattro seguenti riguardano le «identità problematiche»: quelle che si possono considerare prodigi naturali, oppure quelle associate a stupri, criminalità, e transgender.

Solomon ricorre a una metafora scientifica per illustrare il suo credo che noi abbiamo bisogno di ampliare la nostra consapevolezza delle varie “condizioni” dell’essere:

Usiamo spesso la parola malattia per screditare un certo modo di essere, e identità per conferire valore allo stesso modo di essere. È una falsa dicotomia. In fisica, secondo l’interpretazione di Copenhagen3, l’energia/materia si comporta a volte come un’onda e altre volte come una particella, il che suggerisce che sia entrambe le cose, e postula che è il nostro limite umano a non essere in grado di vederle entrambe allo stesso tempo. Il premio Nobel per la fisica Paul Dirac scoprì che la luce sembra una particella se le poniamo domande da particella, e un’onda, se formuliamo domande da onda. Un dualismo simile si ha nelle questioni riguardanti il sé. Molte condizioni sono allo stesso tempo malattia e identità, ma ne vediamo una solo quando oscuriamo l’altra. La politica delle identità rifiuta l’idea della malattia, mentre la medicina sottovaluta l’identità. E in questa ristrettezza di vedute entrambe le definizioni risultano sminuite.

Poi si appella a un nuovo modo di concepire identità e malattia:

I fisici derivano certe conoscenze dal considerare l’energia come un’onda, e altre dal considerarla una particella, e usano il meccanismo sincretico per riconciliare le informazioni raccolte. Allo stesso modo, noi dobbiamo esaminare malattia e identità, capire che l’osservazione avviene di solito in un dominio o nell’altro, e ne dobbiamo uscire con un meccanismo sincretico. Abbiamo bisogno di un vocabolario in cui i due concetti non siano antitetici, ma aspetti compatibili di una stessa condizione. Il problema è cambiare il modo in cui stabiliamo il valore degli individui e della vita, per raggiungere una visione più ecumenica di ciò che è sano. Wittgenstein ha detto: “Tutto quel che so è ciò che posso dire in parole”. L’assenza di parole è assenza di intimità, queste esperienze hanno fame di linguaggio.

È un fatto che alcuni termini impoveriscono e stigmatizzano l’identità fondendola con la malattia, come nell’acronimo “GRID”, ma non dovrebbe essere così. Valide definizioni possono arrivare anche dalla “politica identitaria”; ad esempio, gli attivisti di base hanno coniato l’acronimo “PWA” (persona affetta da AIDS), che è stato adottato dalla professione medica. In effetti, i mentori che più mi hanno ispirato nel corso della mia formazione erano attenti non solo alla fisiologia e alla farmacologia, ma anche al linguaggio. Se uno specializzando di turno avesse detto, in gergo ospedaliero, «è appena arrivato un tumore al cervello dal pronto soccorso» o «c’è un nuovo Crohn in reparto», quei professori lo avrebbero prontamente redarguito. Un paziente è sempre stato molto più della sua malattia. Quei medici saggi non parevano aver bisogno di un nuovo vocabolario sincretico. Ogni paziente doveva sempre essere visto come “una persona”, senza mai venire oscurato dalla sua malattia. Ulteriormente, la società può crescere fino a comprendere gli individui come sani piuttosto che malati – evidente, nell’eliminazione nel DSM4 dell’omosessualità come disturbo.

Elaborare nuovi termini che riflettano la «meccanica sincretica» di malattia e identità sarà una sfida, soprattutto se la fisica quantistica è un precedente; gli scienziati si sforzano di descrivere a parole il complesso comportamento dei fenomeni naturali, e sono costretti a ricorrere a equazioni matematiche. Per contro, quando le esperienze intime del sé hanno fame di linguaggio, ci rivolgiamo all’arte: pittura, scultura, danza e musica.

Il capitolo di Solomon sulla sordità è uno dei meglio realizzati. Spiega in modo semplice le mutazioni associate alla perdita ereditaria dell’udito, tracciando lo sviluppo dell’apparecchio cocleare e del suo notevole perfezionamento nel corso del tempo. Egli ripercorre anche la storia della lingua dei segni, i suoi aspetti comuni in culture differenti, e spiega come la sua grammatica differisca da quella del nostro discorrere, cosa che ha fatto luce per questo lettore udente sulle ragguardevoli possibilità espressive tra i sordi.

Tutto questo si intreccia con una serie di storie orali. C’è Jackie Roth, ad esempio, una donna i cui genitori non udenti hanno patito il rifiuto e la mancanza di mezzi economici. Jackie, che ha un po’ di udito, fa la spola tra il mondo dei sordi e quello degli udenti. Malgrado i notevoli ostacoli economici e familiari, studia con profitto all’università e conduce una vita soddisfacente. La sua vicenda è raccontata da Solomon con grande affetto.

In altri casi, come quello di MJ, ci viene trasmesso il fiero orgoglio di trovarsi in quella condizione:

MJ, sulla quarantina al tempo del nostro primo incontro, usa il linguaggio dei segni in modo così rapido, netto e perfettamente controllato che sembra voler riordinare l’aria in una forma più accettabile. Era stata una delle avversarie più accese ed eloquenti del gergo della disabilità. «Io sono sorda» disse, disegnando il gesto per “sordo”, con l’indice che va da mento a orecchio, come a tracciare un largo sorriso. «Considerarmi sorda è una scelta, come lo è identificarmi come lesbica. Io vivo le mie culture. Non mi definisco in termini di “non udente” o di “non” qualcos’altro. Chi impara a forza l’inglese, mentre gli viene negata la lingua dei segni, ne esce semilingue piuttosto che bilingue, e rimane un disabile. Ma per il resto di noi, la sordità non è un handicap maggiore di quanto lo sarebbe essere giapponese».

Ma poi Solomon lancia uno sguardo fortemente critico:

Questo è un terreno scivoloso. Alcuni sostengono che se essere sordi non è una disabilità, i sordi non dovrebbero essere protetti dalla legge americana sui portatori di handicap (ADA) e non dovrebbe avere il diritto a varie agevolazioni di legge: presenza di traduttori nel luoghi di pubblico servizio, interpreti di passaggio per gli scambi telefonici, sottotitolaggio nei programmi televisivi. Nessuno di questi servizi è automaticamente disponibile negli Stati Uniti per chi si esprime solo in giapponese. Se essere sordi non è una disabilità, su quali basi, allora, lo stato fornisce scuole separate e su quali basi provvede all’assegno di invalidità?

La comunità dei non udenti è ancora divisa sulla questione degli impianti cocleari nei giovanissimi. Dato che l’intervento fornisce l’udito, è visto come una minaccia alla loro cultura ricca e unica:

Riflettendo sulla voga per l’ASL [la lingua dei segni americana] tra le persone udenti, l’attivista Carol Padden si è chiesta: «Come possono coesistere due impulsi contrastanti come quello di cancellare la sordità e quello di celebrare la sua conseguenza più illustre, ovvero la creazione e il mantenimento di una forma originale di linguaggio umano?». Una cosa non è produttrice dell’altra. Si può ammirare la cultura dei sordi e tuttavia scegliere di non consegnare ad essa i vostri figli.

La perdita di una diversità è terribile, ma il gusto per la diversità fine a se stessa è una menzogna. Mantenere pura la cultura dei sordi quando l’udito è a disposizione di tutti sarebbe equivalente a quella in cui ciascuno vive come se fosse il XVIII secolo. Le persone nate senza udito continueranno ad avere delle cose in comune? La loro lingua rimarrà in uso? Certamente, proprio come le candele che troviamo dappertutto in tempo di energia elettrica, proprio come indossare cotone in un’epoca di microfibre, proprio come la gente legge libri malgrado la televisione. Non perderemo quello che la cultura dei sordi ci ha dato, ed è una degna causa quella di stabilire quali parti della cultura dei sordi sia preziosa e perché. Ma la domanda verticale di progresso medico aggirerà inevitabilmente ogni programma sociale di tipo orizzontale.

Se Solomon riesce a svelare certi problematici punti di contatto tra identità e malattia, in altri momenti vacilla gravemente.

Egli racconta, per esempio, la storia di Lucy Grealy, che da bambina aveva un cancro alla mandibola che le aveva lasciato il viso profondamente sfigurato. «Conoscevo Lucy, anche se non bene, e non la trovavo brutta». Ma lei, vedendosi «grottesca», si sottopose a ripetuti interventi di chirurgia ricostruttiva che non ebbero successo. Grealy morì per overdose di eroina. Forse sarebbe stato meglio, ipotizza Solomon, «che avesse concentrato l’energia sulla sua singolare intelligenza» evidente nel suo libro, Autobiography of a Face (Autobiografia di un volto). Poi giunge a una conclusione radicale:

A distruggerla è stato il sogno, sostenuto per decenni dai medici, di sconfiggere il suo problema. Ricerche accademiche recenti suggeriscono che le persone consapevoli dell’irreversibilità del loro stato sono più felici di quelle che credono che la loro condizione possa essere migliorata. In questi casi, ironia della sorte, la speranza può essere la pietra angolare della sofferenza.

Questo punto mi ha lasciato perplesso. Come medico, ho messo in dubbio la generalizzazione secondo cui le persone che non sperano più di migliorare la loro condizione siano più felici.

A sostegno, Solomon cita un singolo documento dall’accattivante titolo “Felicemente disperati”. I ricercatori dell’Università del Michigan intervistarono dei pazienti sottoposti a colostomia; in 30 di loro il danno era permanente, mentre in 41 pazienti era sostanzialmente reversibile. Uno degli studi sui pazienti offriva una «scala di soddisfazione per la vita» basata su affermazioni come: «Per molti aspetti la mia vita si avvicina al mio ideale» o «Finora ho ottenuto le cose importanti che desidero dalla vita». Gli intervistati dovevano indicare quanto fossero d’accordo o in disaccordo in una scala da 1 a 7. Una seconda indagine utilizzava dei “gradini” e chiedeva ai partecipanti di autocollocarsi in una scala da 0 a 10: il gradino più alto era «la vita migliore possibile», mentre il più basso riportava «la vita peggiore possibile».

Nel corso dei sei mesi successivi la dimissione dall’ospedale, chi aveva una colostomia potenzialmente reversibile ottenne un punteggio medio di soddisfazione di vita che oscillava tra i 4,44-ai 3,95, mentre quelli sottoposti a colostomia permanente andavano dai 4,06 ai 4,52. Per ciascun gruppo, questo rappresenta uno scarto di circa mezzo punto. Utilizzando la misura a gradini, il gruppo con una colostomia potenzialmente reversibile andava da 5,80 a 5,29, mezzo gradino più in basso, mentre quelli con una colostomia permanente variavano da 5,57 a 6,89, un gradino più in alto. La conclusione dei ricercatori fu che chi aveva una colostomia permanente era più felice.

Una lettura attenta dell’articolo rivela alcune disomogeneità tra i due gruppi. Dei pazienti con colostomie permanenti, più della metà erano donne, e il 60 per cento aveva il cancro. Dei pazienti con una colostomia temporanea, circa un quarto erano donne, e solo il 17 per cento aveva il cancro, mentre la maggior parte di loro soffriva di colite. Può un singolo studio su un limitato numero di pazienti con diverse patologie sottostanti che spuntano numeri in un sondaggio (e per i quali non abbiamo alcuna valutazione indipendente di quale sia la loro vita giorno per giorno, mese per mese) misurare con precisione la loro felicità?

Ho anche valutato questa ricerca non da scienziato, ma da paziente. Diversi anni fa, a seguito di un incidente, soffrii per un lungo periodo di atroci dolori alle gambe. Immobile, impossibilitato a lavorare, fui colto dalla disperazione. Nessuno dei medici consultati a livello locale fu in grado di offrirmi un percorso di sollievo. Contattai quindi esperti in lesioni nervose in tutto il paese e, mentre molti erano solidali, uno di essi mostrò il lato oscuro di certi medici. «Sei fottuto», disse. «Se va avanti da tutti questi mesi, non c’è niente da fare».

All’inizio della mia carriera avevo tolto prematuramente la speranza a molti pazienti, provocando inutile angoscia. Questo episodio mi aveva impartito una dura e permanente lezione sugli incerti esiti di una malattia. Per fortuna quell’esperto di lesioni nervose si era sbagliato. In seguito intervistai (e ne scrissi) altre persone in preda a dolore incessante, affette da distrofia simpatica riflessa (RSD) o da sindrome cronica da dolore regionale5. Molti di questi pazienti si erano arresi dopo una miriade di terapie fallite, speranze perdute, e non erano certo felici, alcuni avevano finito col togliersi la vita6. Mi ha anche sorpreso che Solomon, che si è occupato di dolore psichico in The Noonday Demon (Il demone di mezzogiorno), abbia abbracciato l’idea che si possa essere «felicemente disperati».

Da pazienti, veniamo a patti con la nostra condizione, accettando alcune delle sue difficoltà, ma quell’accettazione non si traduce in una gioia della disperazione. In effetti, alcune delle famiglie descritte nel libro hanno figli in condizioni da loro riconosciute come senza speranze, come l’autismo, la schizofrenia, le malattie neurodegenerative. Esse espressero la loro costante infelicità e le loro narrazioni smentiscono tale osservazione controintuitiva. Giustamente, all’evento presso la Biblioteca pubblica di New York, Solomon ha criticato i facili indicatori di felicità:

Penso che la mia sia stata una vita dura, e di aver passato alcuni periodi molto difficili… Se non avessi superato queste particolari difficoltà, sarei altrettanto felice adesso? Lo sarei di più? La felicità è assai difficile da quantificare. Non si vende a peso o in confezioni da un etto.

 

Il timore e la meraviglia di Solomon nel diventare padre impronta il capitolo conclusivo. Suo marito John Habich Solomon aveva in precedenza donato lo sperma per aiutare una coppia di lesbiche ad avere due figli, e una delle donne si era offerta di essere la madre surrogata per il figlio di Solomon (il cui uovo fu selezionato da una clinica per la fertilità). I bambini ci mettono alla prova e ci esaminano, ci temprano e ci insegnano, e la loro presenza nella nostra vita non può sembrare meno che miracolosa. Solomon postula che ogni figlio è in qualche modo predestinato, e per giustificare tale nozione cita un eminente scienziato:

Roger Penrose7, matematico e fisico britannico, si è chiesto se il nostro mondo fisico e il regno platonico delle idee non siano che la stessa e unica cosa. Suggerì che il principio antropico [quello secondo cui le osservazioni dell’universo devono essere compatibili con la vita cosciente di chi lo osserva] può dimostrare che l’universo ha un bisogno strutturale di consapevolezza, vale a dire che l’esistenza di qualunque cosa prova la sua inevitabilità. A dispetto della rivoluzione copernicana, il principio antropico suggerisce che gli esseri umani non sono casuali, che la nostra esistenza è la prova che dovevamo esserci, che la comprensibilità di qualsiasi cosa è funzione della nostra comprensione tanto quanto è vero il contrario. La soggettività può essere più vera dell’obiettività. Quest’idea ha qualche connessione con la genitorialità. La maggior parte di noi crede che i nostri figli siano quelli che dovevamo avere, non ne avremmo potuti avere di diversi. Non ci sembreranno mai eventi casuali; li amiamo perché sono il nostro destino.

 

Grande cautela dovrebbe essere esercitata nel ricorrere al regno della fisica per spiegare la metafisica. Freeman Dyson su queste pagine ha recentemente definito la spiegazione platonica dell’esistenza una «fantasia poetica piuttosto che un’argomentazione logica. La fantasia viene in soccorso quando la logica fallisce». Questo perché «la scienza riguarda fatti che si possono misurare e misteri che si possono esplorare»8. Qui Solomon non solo rovescia Copernico, ma anche Darwin. Inoltre, leggendo la citazione dal libro di Penrose su calcolo quantistico e intelligenza artificiale, incontriamo una conclusione diversa:

Attraverso il principio antropico – sia nella forma forte sia in quella debole – si potrebbe cercare di dimostrare che la coscienza sia inevitabile in virtù del fatto che gli esseri senzienti, “noi”, dobbiamo essere presenti per osservare il mondo, quindi non c’è bisogno di presupporre, come ho fatto io, che l’essere senziente abbia un vantaggio selettivo! A mio parere, questo argomento è tecnicamente corretto, e l’argomento antropico debole (almeno) potrebbe fornire una ragione del fatto che la coscienza è qui senza che essa debba essere favorita dalla selezione naturale. D’altra parte, non posso credere che l’argomento antropico sia la vera ragione (o la sola ragione) per l’evoluzione della coscienza. Ci sono prove sufficienti che vengono da altre direzioni per convincermi che la coscienza ha un potente vantaggio selettivo, e non credo che ci sia bisogno dell’argomento antropico9.

Nelle pagine iniziali Solomon evoca la fisica quantistica, il cui dominio è l’incertezza e la probabilità, ma poi conclude con l’inevitabilità. Quali sono le conseguenze del credere che i nostri figli siano quelli che dovevamo avere? Nel capitolo “Crime” (crimine), Solomon intervista i genitori di Dylan Klebold, uno degli assassini della Columbine. Scrive argutamente che essi «sono vittime della terrificante, profonda insondabilità delle relazioni, perfino di quelle più intime». In assenza di conoscenza, dovremmo concludere che Dylan Klebold sia stato un frutto inevitabile? E i genitori di figli criminali, gravemente autistici o neurologicamente disabili – e in definitiva quelli di qualunque bambino – li amano perché sono il loro destino? La conclusione riduzionista di Solomon è profondamente deludente. Non è certo il determinismo cosmico il motivo per cui abbiamo a cuore i nostri figli.

Che gli esseri umani siano capaci di affrontare circostanze estreme, che abbiano una notevole capacità di adattarsi e di evocare il potere dell’amore per superare condizioni desolanti sono verità eterne rese vivide nelle storie compendiate da Solomon. Far from the Tree riporta alla mente l’idea dell’antico Terenzio, «Nulla di umano mi è alieno». La nostra identità condivisa trascende sempre la malattia.

(Traduzione di Andrea Sirotti)

 

1. «Immunodeficienza gay-correlata». N. d. T.2. Quartiere di Manhattan. N.d.R

2. Quartiere di Manhattan. N.d.R

3. È l’interpretazione della meccanica quantistica maggiormente condivisa dagli studiosi. N.d.R.

4. L’acronimo DSM sta per il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), forse il più autorevole repertorio nosografico dei disturbi mentali utilizzato in tutto il mondo da medici, psichiatri e ricercatori. N. d. T.

5. Condizione di dolore cronica che interessa soprattutto gambe, braccia, piedi e mani. N.d.R

6. Vedi Jerome Groopman, When Pain Remains, (“Quando il dolore resta”), ‘The New Yorker’, 10 ottobre 2005.

7. Roger Penrose (1931), matematico e filosofo inglese, nel mondo scientifico è famoso per il suo lavoro nel campo della fisica matematica e della cosmologia. N.d.R.

8. Vedi Freeman Dyson, What Can You Really Know? (“Cosa puoi sapere davvero?”), ‘The New York Review of Books’, 8 novembre 2012.

9. Roger Penrose, The Emperor’s New Mind (“La mente nuova dell’imperatore”), Oxford University Press, 1989, p. 434.

JEROME GROOPMAN è titolare della Cattedra Dina e Raphael Recanati di Medicina alla Harvard Medical School. Autore di cinque libri, ha pubblicato circa cento-cinquanta articoli scientifici e ha scritto diversi contributi sulla medicina per‘The New York Times’, ‘The Washington Post’ e ‘The New Republic’. Il suo libro più recente, scritto insieme a Pamela Hartzband, è  Your Medical Mind: How to Decide What Is Right for You (Penguin 2011).

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