John Gray

I pericoli della democrazia

da ''The New York Review of Books''
POLITICA: John Gray recensisce il saggio del docente di politica di Cambridge, David Runciman, libro che analizza la storia della democrazia (e delle sue crisi) dalla Prima Guerra Mondiale a oggi.
DAVID RUNCIMAN, The Confidence Trap: A History of Democracy in Crisis from World War I to the Present, Princeton University Press, PP. 381, $ 29,95

«Per la maggior parte di noi», scrive David Runciman, «la democrazia è ancora l’unico gioco in città» (modo dire americano che significa “l’unica scelta”). Professore di politica a Cambridge, noto per il fatto di mostrare come proposizioni apparentemente contraddittorie possano avere senso in politica, Runciman dice che le democrazie sopravvivono alle crisi senza avere alcuna idea chiara di come possano governare questa impresa. L’esperienza del superare difficoltà apparentemente ingestibili rappresenta un pericolo, poiché spinge i leader democratici e l’opinione pubblica a immaginare di poter comprendere il loro passato e prefigurare il loro futuro, quando in realtà spesso manca loro l’abilità di fare ciascuna di queste due cose.

Tuttavia questa pericolosa fiducia in sé stessa può anche essere utile: se la fede nel fatto che le democrazie abbiano l’abilità di prefigurare il futuro è un’illusione, essa però le ha rese in grado di far fronte alle sfide che avevano davanti:

All’inizio del ventesimo secolo la democrazia era una forma di politica assolutamente non sperimentata e non testata. Aveva sollevato forti speranze e altrettante forti paure. Nessuno sapeva veramente a cosa avrebbe portato. Ogni crisi era attesa come l’ultima. Ma col tempo e attraverso una successione di crisi, la democrazia si è diffusa, si è rafforzata ed è diventata più duratura.

 Questo è il paradosso che si accompagna a ciò che Runciman descrive come la trappola della fiducia in sé stessa della democrazia.

Asserendo che la democrazia «vive in uno stato semipermanente di crisi che rende difficile sapere quando una crisi debba essere presa sul serio», Runciman passa in rassegna «sette anni critici»:

  •  1918, quando la democrazia dovette affrontare le conseguenze catastrofiche di una guerra imprevista;
  •  1933, quando dovette superare una recessione globale;
  •  1947, quando l’Europa stava per essere divisa e la guerra fredda si stava sviluppando come conseguenza della Seconda Guerra Mondiale;
  •  la crisi dei missili a Cuba nel 1962;
  •  la crisi petrolifera e la stagflazione del 1974;
  •  il trionfalismo di breve vita del 1989;
  •  e la crisi finanziaria del 2008.
La caduta del Muro di Berlino

La Caduta del Muro di Berlino

Egli non crede che si possa ricavare qualche chiara lezione da questi episodi. A noi piace pensare alle crisi come a momenti di verità; ma se qualcosa emerge dallo scorso secolo, è il fatto che la democrazia ha trionfato quasi involontariamente. La storia della democrazia è un capitolo di eventi il cui significato non può mai essere del tutto chiaro: «è un racconto basato sul caso e la confusione».

Nel pensare la democrazia in questo modo, Runciman vede sé stesso come seguace di Alexis de Tocqueville, l’aristocratico e parlamentare francese dell’inizio del diciannovesimo secolo, dal cui volume Democrazia in America (pubblicato in due volumi nel 1835 e nel 1840) Runciman crede che abbiamo ancora molto da imparare. «La persona che per prima ha notato il carattere distintivo dell’arroganza democratica – come essa sia coerente con il dinamismo delle società democratiche, e come la adattabilità democratica si faccia accompagnare dal vagare democratico – fu Tocqueville». Tocqueville, né ottimista né pessimista, «non condivideva né le preoccupazioni dei critici tradizionali della democrazia né le speranze dei suoi sostenitori moderni». Anche Runciman non condivide queste preoccupazioni o speranze, e tuttavia con Tocqueville sembra convinto che il sorgere della democrazia sia un grande evento politico della modernità.

La ricchezza e freschezza del suo libro sarà di grande interesse per chiunque sia spiazzato dalla quasi paralisi che sembra ora affliggere il governo democratico in molti paesi, non ultimi gli Stati Uniti. Il racconto di Runciman del meccanismo della trappola della fiducia – il credo che la democrazia sopravviverà sempre – servirà come antidoto contro gli atteggiamenti di allarme e trionfo da cui sono regolarmente catturati coloro che scrivono sulla democrazia. Ma la trappola della fiducia non è la sola caratteristica paradossale della moderna democrazia, e non sempre la più importante. Un’altra sta nella relazione ambivalente della democrazia con i valori liberali.

Alexis de Tocqueville

Alexis de Tocqueville

Attualmente la democrazia è vista come l’incarnazione della libertà individuale e del pluralismo sociale, ma il legame con questi aspetti può essere più tenue di quello a cui molta gente piace credere. Runciman pare avere poco tempo per i critici della democrazia del mondo antico, coloro che la temevano come un tipo di tirannia della maggioranza, o per i liberali del diciannovesimo secolo come John Stuart Mill, che ebbe uno scambio epistolare con Tocqueville e che ammirava molto il pensatore francese – che riformularono questi dubbi in termini moderni. Ma questi pensatori, con i successivi liberali della stessa tradizione come  Isaiah Berlin, sottolineavano una realtà che noi dimentichiamo a nostro rischio: la democrazia, stabilita come regola da una maggioranza eletta, e i valori liberali come la libertà personale, non sono la stessa cosa.

Per alcuni, la democrazia dovrebbe essere definita in primo luogo come libertà e diritti individuali da proteggere, includendovi la libertà di parola e di stampa e delle minoranze, altrimenti non sarebbe democrazia ma una specie di regola maggioritaria. Altri hanno inteso la democrazia come un tipo di autogoverno collettivo, la cui efficacia e funzionamento possono richiedere la salvaguardia di alcune libertà importanti ma ciò non significa di tutte quelle che sono care alla tradizione liberale. Nel riconoscere questa distinzione, Runciman pende verso il secondo punto di vista, ma evita di esplorare l’implicazione inevitabile di questo: la democrazia si manifesta in numerose varietà, alcune delle quali decisamente illiberali.

La vecchia scuola dei pensatori liberali a cui appartengono Tocqueville e Mill valutava la democrazia principalmente come un mezzo per altri fini, come la libertà e la promozione dell’individuo. Runciman sembra pensare alla democrazia come buona di per sé, mentre la ritrae in modo da non includere importanti libertà liberali. Come risultato lascia non chiarito il perché la democrazia dovrebbe essere considerata così positivamente, indipendentemente dal fatto che ci siano molte persone che sembrano volerla.

Uno dei limiti dell’analisi di Runciman è che ha scelto di lavorare nella dicotomia tra democrazia e altre forme di governo. «In questo libro», scrive,

ho definito il contrasto fondamentale tra democrazia e “autocrazia”, facendo riferimento al loro uso attuale. Con democrazia intendo qualsiasi società che abbia elezioni regolari, una stampa relativamente libera e una competizione aperta per il potere. Queste società sono spesso definite come “democrazie liberali”, benché alcune siano più liberali di altre. Con autocrazia  intendo qualsiasi società in cui i leader non affrontano elezioni aperte e in cui il flusso libero di informazioni è soggetto al controllo politico…Alcune autocrazie sono dittature e altre no. Alcune sono più autoritarie di altre.

Il problema con questa tipologia binaria è che combina distinzioni di genere con differenze di grado. L’Arabia Saudita e il regime post-Maoista cinese possono entrambe essere autocrazie nel senso inteso da Runciman, ma hanno poco in comune. La seconda è uno stato autoritario in corso di modernizzazione, mentre la prima è una monarchia basata sul clan (costruita nell’era coloniale) che mira a puntellare un modello di vita arcaico. Entrambe sono molto differenti dai regimi dittatoriali degli stati quasi falliti, come il regime di Duvalier ad Haiti, che sospendono le elezioni e le libertà di espressione, ma hanno scarsa capacità di definire la direzione generale della società. Tutti questi regimi sono molto differenti dal tipo di autocrazia che esiste nella Corea del Nord, in cui la libera espressione non è tanto impedita, come in Cina, quanto resa impossibile da un sistema in cui il potere statale è pervasivo.

Se le distinzioni di Runciman tra democrazia e autocrazia trascurano le differenze di tipo tra le autocrazie, esse trascurano anche le differenze tra le democrazie che sono allo stesso modo fondamentali.  Il pensiero attuale considera un solo tipo ideale di democrazia, da cui le democrazie esistenti possono divergere in misura più o meno grande. Secondo questo punto di vista, se uno stato con elezioni regolari e una stampa relativamente libera non rispetta la libertà individuale o attacca le minoranze, allora la democrazia non sta lavorando bene come dovrebbe, oppure il suo obbiettivo è stato limitato da un potere arbitrario.

I critici liberali della democrazia come Mill e Tocqueville in molti dei loro scritti avevano una visione differente. Risalendo al lavoro dell’influente pensatore del diciottesimo secolo Jean-Jacques Rousseau, che pensava alla democrazia come a un tipo di autoregolamentazione collettiva che mira ad aumentare il potere del popolo, non vedevano un legame intrinseco tra la democrazia e le libertà che essi amavano. Piuttosto temevano che, poiché le democrazie potevano rivendicare una legittimità popolare maggiore dell’autocrazia, la libertà potesse essere più minacciata in esse di quello che era stato nei regimi autoritari del passato. Anticipata dal controllo giacobino della rivoluzione francese la democrazia illiberale è stata un pericolo permanente. Oggi questa preoccupazione liberale è passata di moda in molti posti, e vista da alcuni come reazionaria. Ciò non significa che abbia cessato di essere importante.

Runciman ci dice che ci sono molti regimi ibridi in cui democrazie e autocrazia sono mescolate:

Da quando Tocqueville scrisse, c’è stata una moltiplicazione di differenti modelli di governo autocratico, specialmente nel periodo iniziato con la fine della Guerra Fredda. Il contesto non è più quello monarchico né semplicemente quello dittatoriale. Gli autocrati hanno imparato a selezionare alcuni strumenti della democrazia per confondere i confini tra i due sistemi. Questi regimi ibridi hanno assunto vari nomi differenti: “autoritarismo competitivo”, “democrazia restrittiva”, “semiautoritarismo”, “democrazia imperfetta”, o semplicemente “regimi misti”.

 Secondo Runciman la Russia è un ibrido tra democrazia e autoritarismo:

La Russia di Vladimir Putin ne incarna una versione: la repressione è combinata con la liberalizzazione, e le elezioni coesistono con élite di potere inamovibili… La Russia non è diventata una democrazia. È diventata una cleptocrazia pseudodemocratica, in cui la gente usa il denaro per comprarsi il potere e il potere per fare soldi.

La descrizione di Runciman del regime di Putin mostra alcune difficoltà nel suo approccio. Si potrebbe obbiettare che le «le élite di potere inamovibili» sono difficilmente confinate solo alla Russia di Putin, mentre secondo il punto di vista di alcuni pensatori radicali, l’uso del denaro per acquisire potere e del potere per fare soldi sarebbe una descrizione accurata di alcuni aspetti del sistema politico americano. In ogni caso le differenze tra i due sistemi da altre parti si trovano. Quando usa accuse inventate per minacciare o imprigionare personaggi dell’opposizione, o rinuncia a investigare sulle morti inspiegate di giornalisti che creano problemi, il regime di Putin mostra la sua indifferenza verso qualsiasi cosa ricordi uno stato di diritto. Quando tollera o collabora con la persecuzione degli omosessuali e delle minoranze religiose, dimostra il suo disprezzo per i valori del pluralismo e della tolleranza.

Queste caratteristiche del regime mostrano come esso sia lontano da qualsiasi tipo di governo civile. Certamente il regime di Putin invade o limita le libertà che sono necessarie ad ogni trasparente competizione politica: la televisione è controllata e i giornali dissenzienti sono stati forzati a chiudere, per esempio. Ma un regime russo in cui questi freni alla competizione politica aperta fossero assenti, non sarebbe necessariamente più tollerante o pluralistico di quello che attualmente esiste. Un sistema che protegga i diritti alla partecipazione politica potrebbe in ogni caso violare la libertà delle minoranze religiose, degli omosessuali e di coloro che vogliono vivere come gli pare. Se tale sistema fosse in grado di identificare sé stesso,  più scrupolosamente e in maniera più completa di quanto Putin abbia fatto, con la minacciosa tradizione russa di armonia comunitaria, il risultato potrebbe essere più repressivo di quello della situazione attuale. Come scrive lo stesso Runciman, «le civilizzazioni non sono sempre democrazie; le democrazie non sono sempre civili».

Piuttosto che essere una pseudodemocrazia, la Russia di Putin ricorda più da vicino il tipo di democrazia contro cui mettevano in guardia i pensatori liberali del diciannovesimo secolo. Più fondamentale del fatto di essere complice nella violenza contro i dissidenti, e di essere anche endemicamente corrotta è il fatto che essa è definita (e si definisce) dalla ostilità verso i valori liberali. Piuttosto che essere una versione spuria della democrazia del tipo professato dai paesi occidentali, il regime di Putin è una versione anti occidentale di democrazia illiberale. Altri esempi di questa si possono  trovare in paesi che sono stati soggetti a un cambiamento di regime sostenuto dall’occidente. Riprendendo la base logica che è stata a lungo testata dai paesi occidentali, Runciman scrive:

Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono finite male a causa della cattiva pianificazione, dell’insufficiente conoscenza del territorio e delle divisioni politiche che hanno generato in patria.

Il punto di vista alternativo potrebbe suggerire che se si fosse pensato in maniera sufficiente sia a quelle due società che alla pianificazione post invasione, le guerre in primo luogo non sarebbero state avviate. In modi diversi ciascuno dei paesi coinvolti ha le sue divisioni interne. Anche quando il risultato dell’intervento non è stato la situazione fallimentare del tipo che ora esiste in Libia, i regimi che sono emersi sulla scia dell’intervento occidentale sono stati resi frammentari e deboli. Date le rivalità tribali in Afghanistan e i conflitti delle sette in Iraq, si poteva prevedere una tale debolezza. Ma se questi stati evolveranno per diventare più ordinati e efficaci, non è detto che diventino come le democrazie che sono esistite negli Stati Uniti e in Europa. Se continuano a riflettere la cultura predominante e i valori religiosi più di qualsiasi idea di libertà, questi stati possono anch’essi trasformarsi in versioni della democrazia illiberale.

Mill e Tocqueville, con altri come lo scrittore e politico francese Benjamin Constant (1767-1830), vedevano il sorgere della democrazia inevitabile e per molti versi molto desiderabile; ma essi temevano anche la democrazia come  tipo di governo in cui la libertà avrebbe potuto essere minacciata più profondamente di quanto non fosse stata sotto le monarchie e gli imperi dell’Europa. Per loro la democrazia era un forma di governo del popolo, e temevano una maggioranza prepotente tanto quanto i re e i principi del passato – in realtà di più, poiché il governo democratico sarebbe stato più diffusamente accettato. Spesero la maggior parte della loro vita concependo tutele contro questo pericolo, spingendo per vincoli elettorali e costituzionali, inclusi i diritti protetti che limitassero la portata del processo decisionale democratico mentre sviluppavano maggiormente il potenziale benefico della democrazia.

Non immaginavano che tali limiti legali potessero essere sufficienti da difendere individui e minoranze dall’oppressione. Se la maggioranza, o settori organizzati della popolazione, sono indifferenti alla libertà o preferiscono un tipo di società in cui questa sia subordinata ad altri valori, nessuna regola o procedura potrebbe evitare una versione democratica della tirannia.

Questa vecchia scuola di pensiero liberale non sottoscriveva la nozione del ventesimo secolo che il sorgere della democrazia liberale sia parte del corso normale dello sviluppo della modernità. Se credi che la distinzione tra autocrazia e democrazia colga la differenza più importante tra regimi politici, sarai sempre tentato di pensare che la democrazia illiberale sia semplicemente una democrazia in una forma non evoluta, un passaggio in un processo di crescita e di maturazione che, mentre è non strettamente inevitabile nel suo esito, tende a produrre un tipo di governo che predilige la libertà. Per i liberali come Mill, Constant e Tocqueville, comunque, non c’era una tale legge di sviluppo. Non ci poteva essere rassicurazione che la democrazia illiberale rappresentasse una fase transitoria della storia.

Potrebbe essere vero che una volta sia stato raggiunto un certo livello di sviluppo, la democrazia tenda ad essere irreversibile. Discutendo del livello che deve essere raggiunto prima che i processi democratici siano sostenibili, Runciman scrive:

Sembra esserci una soglia di sicurezza per ogni democrazia di successo. Una volta che la soglia è superata, diventa molto improbabile che il movimento verso la democrazia verrà invertito…Nessuna democrazia è tornata verso un governo autocratico una volta che il reddito pro capite ha superato i 7.000 dollari.

Ma le versioni liberali della democrazia non sono irreversibili in modo simile, e ci sono segni che una svolta è in corso in un certo numero di paesi europei. Facendo riferimento alle difficoltà che devono fronteggiare i politici eletti nel far fronte a una protratta crisi economica, Runciman scrive:

In Italia e in Grecia, la democrazia è stato velocemente sospesa per una forma di esecutivo tecnocratico: ad esperti nominati sono stati assegnati poteri temporanei per risanare l’economia e far passare riforme del bilancio. Questi esperimenti di autocrazia non hanno significato l’abbandono della democrazia; in realtà, hanno significato la propensione delle democrazie stabili a cercare qualsiasi soluzione nel momento della crisi.

Senza dubbio tali esperimenti non pongono di per sé un rischio alla democrazia. Ma sviluppi più ampi nelle politiche europee, che hanno fatto da sfondo alla decisione di sospendere la democrazia nei due paesi, presentano un quadro meno rassicurante.

Non è solo il fatto che le classi politiche dell’Europa si siano mostrate incapaci di avere a che fare con la scala di rovina sociale prodotta dalle politiche di austerità mirate a sostenere la moneta unica in una situazione di sconvolgimento finanziario globale. L’incapacità dei partiti tradizionali ha scatenato un ritorno di fiamma, che in diversi paesi ha preso la forma di una crescente influenza dell’estrema destra. Non solo in Grecia e in Italia, ma anche in Francia e Ungheria, è riemerso un tipo fin troppo familiare di politica europea che si basa sulla demonizzazione delle minoranze e sull’ostilità verso gli immigrati.

Militanti di Alba Dorata

Militanti di Alba Dorata

Che i partiti che promuovono queste politiche siano apertamente neo-nazisti come nel caso di Alba Dorata in Grecia, o dichiarino di aver rinunciato a qualsiasi tipo di legame con il fascismo e il nazismo come fa il Front National in Francia, o che appaiano anche come le espressioni indeterminate di una protesta populista come il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo in Italia, questi sono movimenti in cui i temi classici dell’estrema destra europea sono stati visibilmente rinnovati. Tra questi temi vi è un rifiuto totale delle élite dominanti e l’affermazione di una immaginaria cultura nazionale “organica” da cui le minoranze sono escluse, insieme al sospetto o all’odio verso gli ebrei, i rom, gli immigrati e verso gli omosessuali. La demonizzazione ed esclusione di queste minoranze sono elementi centrali in tutti questi movimenti.

Benché ci sia una reale possibilità che questi partiti possano formare una potente coalizione nel Parlamento Europeo dopo le elezioni del 2014, ci sono poche possibilità che questi partiti arrivino al potere in un qualsiasi paese europeo. Invece il rischio è che le politiche europee saranno deviate dal sentiero che hanno seguito, dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, nella maggior parte dei paesi europei occidentali per la maggior parte del tempo. La democrazia non sta per essere rimpiazzata dall’autocrazia, ma potrebbe ben divenire sempre più illiberale.

Runciman dedica relativamente poco spazio alla situazione europea. Da un certo punto di vista ciò è comprensibile, poiché il libro è concentrato per la maggior parte a illustrare la rilevanza contemporanea del pensiero di Tocqueville sulla democrazia in America. Da un altro punto di vista questa è un’omissione importante. Egli scrive come se qualsiasi connessione che possa esistere tra l’emergere della democrazia e il sorgere dello stato-nazione sia per la maggior parte accidentale, quando infatti le due cose sono state strettamente interlacciate. La democrazia e l’autodeterminazione nazionale sono avanzate mano nella mano, e mentre molti stati-nazione avevano avuto governi autoritari, lo stato-nazione ha anche provato di essere il limite più alto dell’affidabilità democratica.

Ci sono poche democrazie multinazionali – Svizzera, Spagna, Belgio, Canada e il Regno Unito, per esempio – ma a eccezione della Svizzera, queste sono discendenti di monarchie e di imperi piuttosto che di forme di governi cosmopoliti in crescita. Non vi è prospettiva di una democrazia equivalente all’Impero Asburgico, il quale ha protetto più efficacemente i valori della civilizzazione durante i suoi ultimi sessant’anni di quanto fecero la maggior parte degli stati-nazione durante i quasi cento anni che seguirono al collasso dell’Impero dopo la Prima Guerra Mondiale.

La difficoltà che si trova di fronte all’Europa è che mentre la difficoltà dei problemi economici richiede un’unione fiscale che trascenda i governi nazionali, a qualsiasi tipo di tale costruzione mancherà una legittimazione democratica. Se la democrazia in Europa fronteggia una crisi più seria della democrazia in America – come io credo che sia – una delle ragioni è che gli Stati Uniti sono stati uno stato-nazione per molte generazioni, mentre è altamente improbabile che l’euro zona si sviluppi in qualcosa di simile nell’immediato futuro. Anche supponendo che il continente europeo voglia imitare l’esperienza americana di costruzione di una nazione, sembrerebbe improbabile che il processo, che coinvolge profondi conflitti nazionali e diversi presidenti visionari, potrebbe essere compresso in pochi anni o decenni.

Runciman è piuttosto ottimista circa le prospettive della democrazia americana. Scrivendo prima del recente shutdown del governo americano e il conseguente disastro mancato del default del debito, egli nota che i movimenti di protesta che sono emersi dalla crisi finanziaria «avevano bisogno che la crisi peggiorasse di molto affinché il loro messaggio fosse valido». Poiché la crisi non è peggiorata, l’impatto di queste forze populiste è stato limitato:

Rimane il fatto che nel complesso morale e di politica economica di una democrazia di lungo corso, la ricerca di una autentica politica popolare è sempre soggetta a scontrarsi contro la capacità del sistema di raggiungere un cambiamento graduale.

Washington, manifestazione del Tea Party

Washington, manifestazione del Tea Party

Come hanno dimostrato gli eventi, il Tea Party mantiene un sostanziale potere di veto. Posseduto dai miti apocalittici del disastro e del rinnovo della nazione, ha fatto deragliare la pratica di compromesso da cui dipende la democrazia. Il risultato è un corso degli eventi non anticipato dall’analisi di Tocqueville. Piuttosto che essere monopolizzato da una minoranza tirannica, il governo americano è stato immobilizzato da una minoranza inconciliabile. In un contesto di polarizzazione non solo tra i partiti ma anche all’interno del Partito Repubblicano, è il cambiamento graduale che viene ostacolato.

Un tale alto grado di polarizzazione non è inconsueto (ci furono divisioni simili dopo la Guerra Civile e verso la fine del diciannovesimo secolo)  e non c’è dubbio che la situazione attuale sarà superata, in vista della maggioranza Democratica di base. Per quanto difficili siano i problemi del governo americano, risolverli non richiede – come è invece nell’euro zona – la creazione di un nuovo stato. Anche così, ci sono probabilmente poche persone al di fuori degli Stati Uniti che pensano che quello del governo americano sia un modello che dovrebbe essere imitato. Ciò non per dire che i regimi autoritari posseggano un vantaggio duraturo. La Cina è stata finora più efficace nell’affrontare i problemi della crisi finanziaria rispetto ai governi occidentali; ma il governo post-maoista è temuto più che ammirato, e proprio a causa del suo pragmatismo  spietato non presenta una sfida ideologica alla democrazia. Come scrive Runciman: «i compagni di viaggio del capitalismo di stato cinese in Occidente sono molto pochi». Come molti altri, egli crede che il successo economico della Cina probabilmente genererà più problemi in futuro:

Nel lungo periodo i regimi autocratici lottano per soddisfare l’aspettativa crescente delle loro popolazioni e per soddisfare la loro crescente domanda di avere maggior voce in capitolo nel loro governo …. È difficile capire come l’attuale regime possa tenere il coperchio sul malcontento che continua a crescere.

Mentre non ha niente a che fare con una democrazia, l’attuale regime in Cina è anche un tipo di governo la cui sopravvivenza dipende in ultima analisi dal soddisfare le richieste della maggioranza. Fortemente dipendente dalla continua espansione economica, la stabilità politica è più a rischio in tempi di bassa crescita economica in Cina che nella maggior parte delle democrazie. L’impressionante progresso economico della Cina comporta maggiori vulnerabilità.

Anche se l’attuale regime fallisse, non ci sarebbe nessuna certezza circa cosa lo rimpiazzerebbe. Anche se fosse stato più democratico – un grande se – uno stato con a capo l’ormai caduto in disgrazia Bo Xilai non sarebbe stato necessariamente più rispettoso della libertà personale o delle rivendicazioni delle minoranze etniche o di altro tipo. Qualsiasi altro successore del regime potrebbe essere altrettanto determinato a sradicare la dissidenza in Tibet e nello Xinjiang.

In generale, la diffusione della democrazia ha spesso dato via a movimenti per la secessione, in quanto i gruppi che temono di divenire delle minoranze permanenti lottano per creare un loro proprio stato. Nel periodo tra le due guerre in Europa centrale e dell’est, in parti dell’Africa post-coloniale e nella Yugoslavia dopo Tito, l’emergere della democrazia è stato accompagnato da intensi conflitti civili ed etnici. È difficile pensare ad una ragione convincente del perché in Cina dovrebbe essere diverso. Come in altre parti del mondo, qualsiasi movimento verso la democrazia richiederà probabilmente costi umani significativi.

La democrazia può essere il solo gioco in città, come Runciman crede. Certamente continua ad essere il grande fatto politico dell’epoca. Con la sua enorme adattabilità, ha ripetutamente sconfitto le previsioni di coloro che l’avevano dichiarata condannata. Potrebbe comunque succedere. Ma la democrazia è un obbiettivo più ambiguo di quanto la maggior parte dei suoi ammiratori crede oggi. Le preoccupazioni di Tocqueville e di altri appartenenti alla prima generazione di pensatori liberali non hanno perduto la loro forza.

 

JOHN GRAY è un filosofo e professore emerito di Pensiero Europeo alla London School of Economics. In Italia sono stati pubblicati i sui libri Liberalismo (Garzanti, 1989), Alba bugiarda: il mito del capitalismo globale e il suo fallimento (Ponte alle Grazie, 1998) e Cani di paglia (Ponte alle Grazie, 2003).

 

 

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