Michael Ignatieff

I rifugiati e la nuova guerra

da ''The New York Review of Books''
ATTUALITÀ: La crisi dei profughi, gli attacchi dell'ISIS e la guerra in Siria non sono fenomeni che riguardano solo l'Europa o gli stati arabi, dice Michael Ignatieff. E gli Stati Uniti hanno il dovere (morale e politico) di collaborare di più con i loro alleati per risolvere questa crisi.

1.

Tutti gli strateghi vi diranno che è un errore accettare il combattimento che il vostro nemico vuole che combattiate. Dovreste imporre la vostra strategia su di loro, non lasciare che siano loro a imporla a voi. Questa lezione si applica anche alla lotta contro i leader dell’ISIS. Noi abbiamo fatto pressione su di loro in Siria; loro hanno replicato con atroci attacchi ad Ankara, Beirut e ora a Parigi. Stanno cercando di provocare uno scontro apocalittico con gli infedeli Crociati. Dobbiamo negargli questa opportunità.

Fiori e candele vicino alla sala da concerti Bataclan a Parigi

Fiori e candele vicino alla sala da concerti Bataclan a Parigi

L’ISIS vuole convincere il mondo dell’indifferenza dell’Occidente per le sofferenze dei musulmani, quindi noi dovremmo dimostrare l’opposto. L’ISIS vuole trascinare la Siria ancora più a fondo nell’inferno, quindi terminare la guerra in Siria dovrebbe essere la prima priorità dell’ultimo anno in carica dell’amministrazione Obama. Il segretario di stato John Kerry ha già coinvolto i russi, gli iraniani e i sauditi nello sviluppare le linee guida di una trasformazione in Siria. Il prima possibile, non importa quanto difficile questo possa essere, gli incontri a Vienna dovranno includere rappresentanti del regime siriano e oppositori siriani non dell’ISIS. L’obbiettivo sarebbe di stabilire un cessate il fuoco tra il regime e i suoi oppositori, in modo che la lotta contro l’ISIS possa giungere a una conclusione e che i profughi siriani possano tornare a casa. Distruggere il progetto dell’ISIS di creare un califfato, non metterà fine al nichilismo jihadista, ma eroderà in maniera decisiva il fascino ideologico dell’ISIS.

Una campagna di successo contro il nichilismo dovrà resistere al nichilismo stesso. Se, come Gilles Kepel, un esperto francese di islam, ha detto, l’ISIS sta cercando di provocare una guerra civile in Francia, allora lo stato francese non deve predisporre tattiche che gli faranno perdere la fedeltà dei suoi più vulnerabili e suscettibili cittadini[1]. La detenzione senza processo, deportazioni di massa, interrogatori fisici brutali, confini sigillati, la fine della libertà di circolazione delle persone in Europa: tutte queste tattiche proposte dalla demagoga della destra francese Marine Le Pen – tenteranno i francesi e altre autorità europee, ma sono disastrose come strategia. Una campagna di successo contro l’estremismo dovrebbe rafforzare, non indebolire, la lealtà verso la liberté, égalité, fraternité, soprattutto tra i cittadini musulmani.

La strategia dell’ISIS cerca anche di spingere gli europei a pensare ai rifugiati come potenziali minacce alla sicurezza piuttosto che vittime come in realtà sono. Ha una qualche importanza che l’ISIS non abbia successo nel suo obbiettivo di diffondere la disinformazione strategica. In precedenza aveva avuto qualche successo. Prima degli attacchi di Parigi, il governo svedese aveva iniziato a chiudere i suoi confini. Dopo gli attacchi, il governo polacco ha annunciato che non avrebbe accolto i novemila rifugiati che la UE aveva destinato al ricollocamento in Polonia. Un passaporto siriano è stato trovato vicino al corpo di uno degli attentatori suicidi dello Stade de France, e questa scoperta ha fatto puntare il dito del sospetto sugli altri profughi. Se l’ISIS ha lasciato un passaporto, aveva una ragione per farlo[2]. Non vuole che l’Europa dia una casa a tutti quelli che fuggono dal suo califfato.

Gennaio 2015, rifugiati siriani in attesa di ricevere razioni di cibo nel campo profughi di Yarmouk, Siria

Gennaio 2015, rifugiati siriani in attesa di ricevere razioni di cibo nel campo profughi di Yarmouk, Siria

Finora, pochi leader europei non si sono fatti ingannare dalla campagna di strategia disinformativa dell’ISIS. Il capo della Commissione Europea e lo speaker del Parlamento Europeo hanno dichiarato che l’Europa non deve permettere all’ISIS di dettare i termini della sua politica sui rifugiati. I governatori di stato americani e i candidati repubblicani alla presidenza, d’altra parte, stanno chiedendo di non accogliere rifugiati siriani negli Stati Uniti. Questa è paura mascherata da prudenza. Canada, Australia e Inghilterra, paesi che sono stati attaccati dai terroristi, non si sono ritirati dal loro impegno ad accogliere rifugiati siriani, e anche gli Stati Uniti non dovrebbero farlo. Impedire l’accesso agli Stati Uniti ai rifugiati, consentirebbe al nemico di dettare i termini della lotta. Gli Stati Uniti hanno tutte le ragioni – morali, militari, strategiche – per non arrendersi alla paura e continuare a offrire rifugio a coloro che scappano dalla barbarie.

2.

Gli attacchi di Parigi rendono facile dimenticare un fatto scandaloso: finora quest’anno sono morte 3.329 persone cercando di attraversare il Mediterraneo. Altri ancora stanno annegando ogni settimana. Stanno annegando davanti all’isola di Lesbo in Grecia o al largo dell’isola di Lampedusa. Altri stanno morendo intrappolati dentro camion frigo lungo le strade dell’Austria. Stanno morendo nel Tunnel della Manica, cercando di raggiungere l’Inghilterra. Mentre l’inverno si inasprisce, alcuni possono morire di freddo sul sentiero che attraversa i Balcani. Le future generazioni chiederanno come mai i leader europei abbiano lasciato che ciò accadesse.

Hannah Arendt, esiliata nel 1933, privata della sua cittadinanza tedesca nel 1937, allontanandosi dalla Francia di Vichy e raggiungendo alla fine New York nel 1941, si chiese a sua volta come l’Europa avesse potuto tradire all’epoca gli apolidi. Nel 1948, ne Le origini del totalitarismo, osservava come fosse la cittadinanza a dare agli esseri umani il «diritto di avere diritti». Per quanto riguarda gli apolidi, concludeva, dovrebbero avere diritti semplicemente perché esseri umani, ma l’esperienza le aveva dato una lezione diversa:

Se un individuo perde il suo status politico, dovrebbe trovarsi, stando alle implicazioni degli innati e inalienabili diritti umani, nella situazione contemplata dalle dichiarazioni che li proclamano. Avviene esattamente l’opposto: un uomo che non è altro che un uomo sembra aver perso le qualità che spingevano gli altri a trattarlo come un proprio simile.[3]

L’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, la Convenzione sullo Status di Rifugiati del 1951 e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1953, furono pensate per dare agli apolidi il diritto di avere diritti. Agli stati che avevano sottoscritto questi documenti non era previsto che lasciassero gente senza patria annegare nelle loro acque, e non era previsto che potessero respingerli se c’era la possibilità che fossero torturati. Nelle parole della Convenzione sullo Status di rifugiati, chiunque fugga da una «dimostrabile paura di essere perseguitato», ha il diritto di dichiararsi rifugiato in qualsiasi paese abbia ratificato la convenzione. Grazie a questa rivoluzione sui diritti umani dopo il 1945, l’Europa pensò con questo di avere superato i timori della Arendt. Ora che abbiamo visto il bimbo morto sulla sabbia di una spiaggia turca, i timori della Arendt potrebbero essere ancora condivisi.

Rifugiati siriani sbarcati sull'isola di Lesbo

Rifugiati siriani sbarcati sull’isola di Lesbo

La Convenzione sullo Status di Rifugiati del 1951 è stata surclassata dalla realtà del 2015. Gli 11 milioni di persone scappate dalla Siria non stanno, per la maggior parte, fuggendo letteralmente da quello che la Convenzione dei Rifugiati definisce «una fondata paura di essere perseguitati». Stanno fuggendo da una morte violenta: provocata dalle barrel bomb di Assad, dai bombardamenti aerei russi e americani, dalle decapitazioni dell’ISIS, dagli omicidi e dalla persecuzione delle milizie. L’ONU ha autorizzato una nuova dottrina nel 2005 – sulla responsabilità di proteggere (R2P) – che esige l’intervento degli stati quando un tiranno come Assad dichiara guerra ai suoi stessi cittadini, ma la R2P è lettera morta in Siria.

Una zona di sicurezza sul confine turco, protetta da una copertura aerea e da truppe di terra, avrebbe potuto accogliere i profughi, ma nessuno, eccetto i curdi, ha fornito le truppe necessarie per fare ciò. Così proteggere i profughi in Siria ha cessato di essere un’opzione praticabile. Così come un cessate il fuoco che permettesse alle popolazioni civili di tornare nei territori in mano al governo e ai ribelli, rimane un crudele miraggio. La ricollocazione in altri luoghi è la sola politica pratica per il prossimo futuro.

Quando il bimbo annegato sulla spiaggia turca è apparso sugli schermi televisivi americani a settembre, settantadue deputati democratici, quattordici senatori democratici e alcuni repubblicani si sono allineati al Comitato sui Rifugiati degli Stati Uniti e ad altre agenzie americane per il ricollocamento dei profughi, nello spingere il presidente ad accogliere rifugiati siriani. La sua risposta – aumentare la quota di rifugiati siriani a 10.000 e poi a 15.000 – non ha soddisfatto nessuno. L’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) ha identificato 130.000 rifugiati siriani nei campi in Turchia, Libano e Giordania che hanno bisogno di un rifugio permanente in altri paesi essendo molto vulnerabili – gli orfani, per esempio, o le persone gravemente ferite per le torture o per i recenti attacchi – e l’UNHCR ha chiesto agli Stati Uniti di accogliere la metà di essi, in altre parole 65.000 persone. L’amministrazione replica che ci vogliono dai 18 ai 24 mesi per gestire ognuno di essi; ciascuno deve essere esaminato almeno due volte in modo che nessun terrorista dormiente superi i controlli; e inoltre l’America ha già fatto abbastanza: fa la parte del leone – con 450 milioni di dollari – nel finanziare le necessità dell’UNHCR in Siria.

Prima degli attacchi di Parigi, i sondaggi dicevano che gli americani erano a favore dell’aiuto ai rifugiati. Subito dopo gli attacchi, è probabile dedurre che non sia più così. Cogliendo questo segnale dalla gente, l’amministrazione Obama probabilmente vuole trattare la crisi dei rifugiati in Europa come se toccasse ad Angela Merkel occuparsene.

Ciò è un errore sia politico che etico. Se sbagliano non offrendo un aiuto tangibile alla cancelliera Angela Merkel prendendosi dei rifugiati, gli Stati Uniti indebolirebbero la Merkel in patria e accelererebbero la sua caduta. Prendendo così pochi rifugiati siriani – gli Stati Uniti ne hanno ammessi solo 1.854 dal 2012 – mentre i suoi alleati europei sono in difficoltà di fronte a questa invasione umana, gli americani rafforzeranno l’ala destra populista antiamericana e antimmigrazione che attraversa il continente. Se l’inazione americana favorisce l’arrivo al potere in Francia di demagoghi antiamericani come Marine Le Pen, l’amministrazione Obama dovrà condividerne la responsabilità. La solidarietà americana con l’Europa è sempre importante, ma è importante specialmente ora che la Russia sta mettendo alla prova i confini orientali dell’Europa. Rifiutando di assistere l’Europa, il presidente consente ai leader dell’Europa dell’est come Viktor Orbàn in Ungheria, di ricadere nell’orbita russa e di accreditare l’odiosa invenzione di Vladimir Putin di un’Europa cristiana circondata dalle orde musulmane.

Gli americani possono ancora pensare che la crisi dei rifugiati non sia affar loro, ma gli europei la pensano sempre più diversamente, e così i rifugiati. La fuga di uomini dalla Siria è una conferma del fallimento della politica americana e occidentale in Medio Oriente. I siriani hanno raggiunto la convinzione che la guerra per procura degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo per abbattere Assad sia fallita; sono convinti che il loro paese brucerà fino al mare prima che Assad se ne vada; e che la pace non tornerà prima che i loro bambini siano grandi. E che se anche la pace arriverà non ci sarà nulla a cui tornare a Homs, Kobane o Aleppo.

I siriani ora stanno lasciando i campi profughi in Giordania e Libano in cui il buono pasto del World Food Program è sceso a 50 centesimi al giorno, e in cui la richiesta dell’UNHCR in Siria è sottofinanziata per il 50 per cento; i loro cellulari gli hanno detto in tempo reale alla fine di agosto che la Germania non imponeva più la richiesta di visto per l’ingresso, e così si sono diretti a nord. Non è la follia ma la disperazione politica che induce madri e padri a rischiare l’annegamento dei loro figli alla ricerca della sicurezza e di una nuova vita.

Stanno inondando una Germania lacerata tra  voler dimostrare, con il calore del suo benvenuto, di aver superato il suo tormentato passato, e chiedersi come gestire  l’inarrestabile afflusso. Gli Stati Uniti non possono permettersi di lasciare che il divario con la Germania diventi ancora più profondo. La Germania ha ragioni valide per credere che mentre si sta facendo carico del collasso della Siria, è però l’America ad avere la responsabilità delle sue cause. Lo stesso ex primo ministro inglese Tony Blair ha ammesso che la crescita dell’ISIS e la disintegrazione della Siria sono tra le conseguenze catastrofiche dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003[4].

Un rifugiato con la cancelliera Merkel in un campo profughi in Germania

Un rifugiato con la cancelliera Merkel in un campo profughi in Germania

La cancelliera Merkel non poteva prevedere di cosa si sarebbe fatta carico aprendo i confini della Germania, e deve essere rimasta sbalordita dalla velocità con cui la speranza viaggia sul sentiero della migrazione attraverso i cellulari. Quando un fotografo del ‘Time’ ha chiesto ai rifugiati di mostrargli i loro beni più preziosi, molti gli hanno mostrato il loro cellulare. Ora che la catena di migranti e rifugiati è tecnologicamente potente, questo fiume, spesso guidato da trafficanti di professione, troverà una scappatoia per aggirare ogni nuova barriera messa sul suo sentiero.

Nei centri di accoglienza i tedeschi hanno messo nelle caserme dell’esercito in disuso (ne ho visitata una a nord di Monaco a fine ottobre) impiegati pubblici esausti e volontari che stanno cercando di separare i rifugiati in buona fede – la maggior parte siriani in genere – dai migranti provenienti da posti meno tormentati. Kosovari, albanesi, serbi, macedoni e montenegrini saranno mandati indietro, così come lo saranno i pachistani, gli afghani, i somali, gli eritrei e i libici.

La Merkel rischia di perdere il potere se non dimostrerà di avere i suoi confini sotto controllo. Finora si è rifiutata di sigillare le sue frontiere con il filo spinato, e si è rifiutata, soprattutto, di mettere un tetto al numero di richieste di asilo che la Germania esaminerà. Entrambe le decisioni sono ammirevoli, ma la sua sopravvivenza politica dipende dal rapido e legale rimpatrio in altri paesi sicuri per coloro che non vengono accettati. Anche negli altri paesi, la legittimazione politica del ricollocamento dei rifugiati dipende da un rimpatrio accettabile anche dei migranti economici. Ma la decisione caso per caso su chi sia un migrante e chi un rifugiato è destinata ad essere arbitraria. Gli afghani, i libici e i somali affermeranno a loro volta di essere in fuga da una morte violenta e può essere difficile respingerli.

Il regime della Convenzione sullo Status di Rifugiati del 1951 non è più adeguato, poiché, come è stato detto, la maggior parte dei rifugiati non sta scappando dalla paura fondata di essere perseguitati come richiede la convenzione, ma dalla paura fondata di una morte violenta in stati sconvolti dalla guerra o terrorizzati da dittatori. Il mondo necessita fortemente di un nuovo regime migratorio – basato su una carta di identità biometrica autorizzata internazionalmente, con la data sul permesso di entrata e una data di obbligo di uscita – che legalizzi i flussi migratori da sud a nord, in modo tale che i paesi del sud beneficino delle rimesse dei migranti e i paesi del nord beneficino del lavoro e dell’ingegnosità di cui le loro popolazioni invecchiate hanno bisogno.

Il flusso di persone – l’International Organization for Migration (IOM) stima che ci siano 60 milioni di profughi nel mondo, in crescita dai 40 milioni del 2000 – mette a nudo una nuova realtà. Nell’ordine tirannico della guerra fredda, i confini chiusi e  le comunicazioni limitate collaboravano nel mantenere le vittime di violazioni dei diritti umani chiuse nello stesso paese insieme ai loro oppressori. Ora, nell’età dei confini aperti e della libera circolazione, la gente si sta muovendo e con essa la distanza di sicurezza che mantiene le zone di pericolo separate dalle zone sicure è collassata. Le nazioni del nord che sbagliano nel non investire sulla stabilità dei loro vicini del sud non possono  aspettarsi altro che vedere la gente del sud – e anche i terroristi – alle loro porte.

Gli europei hanno appena annunciato ulteriori miliardi di aiuti agli stati africani per incrementare i controlli alle frontiere, migliorare i diritti umani, e fortificare le istituzioni. L’assistenza allo sviluppo ha una nuova e potente motivazione: il controllo della migrazione. Questa motivazione dovrebbe dare forma alla politica americana verso i paesi vicini ai suoi confini che inviano migranti: Messico, Honduras, El Salvador e Guatemala. Finora gli Stati Uniti hanno fatto poco per affrontare le cause – fallimento dello stato, violenza delle gang e un tasso stratosferico di omicidi – che producono la crescita continua della migrazione infantile da questi paesi.

Invece di stabilizzare società fallite prima che profughi disperati comincino ad arrivare, la reazione degli Stati Uniti è stata quella di rendere più difficile entrare ai rifugiati. Gli Stati Uniti accolgono un grande numero di migranti come residenti permanenti (circa un milione l’anno) mentre continuano a ridurre il numero di profughi. Le ammissioni di profughi sono crollate dopo l’11 settembre e solo ora stanno riaumentando fino a 70.000 l’anno. Dopo gli attacchi di Parigi le preoccupazioni sulla sicurezza possono trasformarsi in un taglio delle ammissioni di rifugiati da parte degli Stati Uniti ancora maggiore, anche se i fatti suggeriscono che le preoccupazioni sulla sicurezza sono governabili. Secondo il Migration Policy Institute di Washington, dall’11 settembre gli Stati Uniti hanno accolto 784.000 rifugiati e di questi solo tre sono stati arrestati a seguito di accuse legate al terrorismo[5].

La paura favorisce le strategie sbagliate. Una politica migliore comincia ricordando un’America migliore. Nel gennaio 1957, nientemeno che Elvis Presley cantò un gospel chiamato There Will Be Peace in the Valley all’Ed Sullivan Show per incoraggiare gli americani ad accogliere e a fare offerte per i rifugiati ungheresi. Dopo la caduta del Vietnam del Sud nel 1975, il presidente Ford creò una task force tra le varie agenzie per ricollocare 130.000 profughi vietnamiti; e più tardi Jimmy Carter trovò posto in America per i boat people vietnamiti. Nel 1999, in un solo mese, gli Stati Uniti gestirono quattromila rifugiati kosovari a Fort Dix, New Jersey.

Questi esempi mostrano ciò che può essere fatto se il presidente autorizzasse una rapida ammissione di rifugiati nelle installazioni militari americane, e se gli Stati Uniti esaminassero e rimpatriassero i rifugiati direttamente dalle linee di frontiera della Giordania, del Libano e della Turchia. Come Gerald Knaus dell’European Stability Initiative  sta facendo presente urgentemente fin da settembre, l’esame diretto nei campi di quei paesi limiterebbe le morti per annegamento nel Mediterraneo. Se l’Europa e gli Stati Uniti, mostrano una via di salvezza sicura, i rifugiati non sfideranno la sorte pagando contrabbandieri che usano gommoni[6].

L’amministrazione Obama dovrebbe dire sì all’appello dell’UNHCR di collocare rapidamente 65.000 profughi. Le agenzie per i rifugiati negli Stati Uniti – così come le comunità religiose di tutte le fedi – hanno detto che loro guideranno la ricollocazione e l’integrazione. Se il governo liberal del Canada può prendere 25.000 profughi direttamente dalla Turchia, dal Libano e dalla Giordania, ed esamina la loro affidabilità per la sicurezza nelle basi dell’esercito canadese, gli Stati Uniti potrebbero fare lo stesso con 65.000 profughi.

Profughi seguono i binari ferroviari lungo il cofine tra Ungheria e Servia

Profughi seguono i binari ferroviari lungo il confine tra Ungheria e Serbia

Accogliere 65.000 persone darà poco sollievo in un flusso di 4,1 milioni di rifugiati, ma è un gesto politico essenziale mirato a incoraggiare gli altri alleati, Australia, Nuova Zelanda, Brasile, Argentina – e altri paesi di immigrazione a fare altrettanto. L’obbiettivo strategico è di alleviare la pressione sui tre stati in prima linea. La ricollocazione dei rifugiati da parte degli Stati Uniti riconoscerebbe anche un fatto che i rifugiati stessi stanno cercando di dirci: anche se la pace alla fine arriverà nei loro tormentati paesi, non ci sarà una vita per tutti nel loro paese.

Una volta che gli Stati Uniti smetteranno di comportarsi come uno spettatore disorientato, che si limita a osservare il vicino mentre cerca di spegnere un incendio, potranno allora fare pressione sugli alleati e gli avversari per rimediare al deficit di fondi per i programmi per i rifugiati gestiti dall’UNHCR e dal World Food Program. Uno dei fattori principali dell’esodo di questa estate è stata la riduzione improvvisa della fornitura di cibo per i rifugiati causato dalla carenza di fondi. Anche ora queste agenzie rimangono a corto di ciò che necessitano per fornire rifugio e cibo alla gente che sta scappando dalla Siria.

Ora che l’ISIS ha abbattuto un aereo russo sul Sinai e ucciso civili a Parigi, Beirut e Ankara, gli Stati Uniti hanno bisogno di usare la loro politica sui rifugiati per aiutare a stabilizzare i loro alleati nella regione. La presunzione di potersi tener fuori dalla crisi dei rifugiati costituisce una scommessa molto imprudente sulla stabilità della Giordania, in cui i rifugiati ammontano al 25 per cento della popolazione totale; e del Libano in cui i rifugiati in gran parte sunniti, che hanno campi a malapena sufficienti, stanno già destabilizzando il fragile e agonizzante ordine multiconfessionale; e della Turchia, in cui il peso di affrontare quasi due milioni di rifugiati sta spingendo il regime sempre più autoritario di Erdogan tra le braccia di Vladimir Putin[7].

È tempo per gli Stati Uniti di scoprire il gioco di Cina e Russia,  suoi partner nel Consiglio di Sicurezza, e ricordare loro che se vogliono essere presi sul serio come leader globali devono fare la loro parte. I cinesi hanno fatto poco o nulla per l’aiuto ai rifugiati in Medio Oriente, e i russi stanno creando ancora più rifugiati con la loro campagna di bombardamenti, mentre hanno dato un misero contributo di 300.000 dollari alla richiesta dell’UNHCR per la Siria. Per quanto riguarda  l’Arabia Saudita, lo stato più ricco della regione, ha contribuito con meno di 3 milioni di dollari.

La strategia degli Stati Uniti dovrebbe partire dal comprendere che i rifugiati costituiscono una sfida alla sicurezza nazionale e allo stesso tempo una crisi umanitaria, e che aiutare l’Europa ad affrontarla è fondamentale per la battaglia contro il nichilismo jihadista. Se l’Europa chiude i suoi confini, se gli stati in prima linea non possono più affrontarla, gli Stati Uniti e l’Occidente si troveranno di fronte a milioni di persone senza stato che non dimenticheranno mai che a loro è stato negato il diritto di avere diritti. Nella battaglia contro l’estremismo, dare speranza a gente disperata non è carità: è semplice prudenza. Questi interessi nazionali richiedono che il cessate il fuoco in Siria divenga  importante per il governo quanto l’accordo con l’Iran.

Non c’è priorità più alta per l’ultimo anno della presidenza Obama. Prendere in carico 65.000 rifugiati aiuta i più generosi tra gli europei – Germania e Svezia – e li aiuta a non temere il peggio. Dare assistenza agli stati in prima linea – Giordania, Libano e Turchia – con il loro farsi carico dei rifugiati aiuta a garantire che la stabilità rimanga nella regione e combatte la convinzione che gli Stati Uniti li abbiano abbandonati. Nella guerra contro il nichilismo jihadista, in un mondo di stati che stanno collassando e di guerre civili, una politica sui rifugiati che rifiuti di cedere alla paura, deve essere al centro di ogni strategia americana ed europea.

– 18 novembre 2015.

 

[1]    Gilles Kepel, L’État islamique cherche à déclencher une guerre civile, ‘Le Monde’, 14 novembre 2015.

[2]    Patrick Kingsley, Why Syrian Refugee Passport Found at Paris Attack Scene Must Be Treated with Caution, ‘The Guardian’, 15 novembre 2015.

[3]    Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (traduzione di A. Guadagnin), Edizioni di Comunità, Milano 1996, pp. 415-416.

[4]    Jethro Mullen, Tony Blair Says He’s Sorry for Iraq War ‘Mistakes,’ But Not for Ousting Saddam, CNN.com, 26 ottobre 2015.

[5]    Kathleen Newland, The US Record Shows Refugees Are Not a Threat, ‘Migration Policy Institute’, ottobre 2015.

[6]    Why People Don’t Need to Drown in the Aegean—ESI Policy Proposal Summary, ‘European Security Initiative’, 17 settembre 2015.

[7]    L’articolo è stato pubblicato pochi giorni prima dell’abbattimento del caccia russo da parte della Turchia. N.d.R.

 

MICHAEL IGNATIEFF, è un autore, storico ed ex politico canadese, attualmente è  Professor of Practice presso la Harvard Kennedy School. In Italia sono stati pubblicati i suoi libri: Isaiah Berlin. Ironia e libertà (Carrocci, 2003), Impero light. Dalla periferia al centro del nuovo ordine mondiale (Carrocci, 2003) Il male minore. L’etica politica nell’era del terrorismo globale (Vita e Pensiero, 2006).
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