Jonathan Galassi

I sogni di Italo Calvino

da ''The New York Review of Books''

ITALO CALVINO, Letters, 1941 – 1985, con un’introduzione e a cura di Michael Wood, tradotto dall’italiano da Martin McLaughlin, Princenton University Press, pp. 619, $ 39.50

LETTERATURA: Recensendo la traduzione inglese delle lettere di Italo Calvino, il poeta Jonathan Galassi ci porta in un viaggio non solo all'interno del lavoro, della vita e della poetica di uno dei più grandi scrittori italiani del XX° secolo, ma anche all'interno della vita culturale italiana del dopo guerra.

Senza tener conto di Umberto Eco, Italo Calvino (1923-1985) è lo scrittore italiano di prosa del dopoguerra che ha avuto il più largo e il più duraturo impatto fuori dal suo paese (come segno di ciò, val la pena notare che questa è la decima analisi del suo lavoro che appare sulle pagine della ‘New York Review of Books’ dal 1970). La raffinata ironia umana di Calvino, leggermente pessimista, ha cavalcato l’onda della decostruzione della finzione realistica in un modo che gli scrittori del più programmatico Nouveau Roman francese e dell’OULIPO1  non potevano fare, e cioè smascherando sottilmente i segreti della narrativa commerciale e segnalando ai lettori la natura auto-riflessiva del gioco narrativo mentre nel contempo continuava a produrre invitanti delizie affabulative.

La narrativa italiana del dopoguerra offrì una gamma di scelte così sostanziose come quello di ogni altro paese europeo, a partire dal magistrale, pubblicato postumo, Gattopardo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – benché esso probabilmente possa essere considerato l’ultimo grande romanzo della vecchia scuola. Prima della guerra Elio Vittorini e Cesare Pavese erano stati largamente influenzati da Hemingway e dal realismo americano; essi furono seguiti da una generazione che comprendeva Giorgio Bassani, Alberto Moravia e la moglie Elsa Morante, Carlo Emilio Gadda, Natalia Ginzbug, Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini e Primo Levi, per nominare solo i più importanti – la maggior parte dei quali, appaiono in questa molto avvincente e suggestiva selezione di lettere di Calvino, scelte da Michael Wood da diverse migliaia di pagine della sua corrispondenza letteraria pubblicata in Italia2.

Questi scrittori ritraevano una società ancora quasi feudale nel momento in cui approdava all’industrializzazione; i loro prodotti di generi diversi, furono influenzati dalla politica della guerra fredda in uno stato amico degli americani con al suo interno un Partito Comunista indipendente, capace e popolare in forte opposizione verso la coalizione guidata dal Partito Democristiano, uno stato in cui i valori della destra e della sinistra erano in competizione giorno dopo giorno su ogni fronte. A modo suo, Calvino esemplificò queste tensioni nella vita culturale italiana, forse anche con la sua risposta non ideologica ad esse.

Calvino nacque a Cuba, dove i suoi genitori, botanici, stavano lavorando a una stazione sperimentale fuori La Havana, ma crebbe a San Remo, sulla riviera ligure. Aveva intenzione di diventare agronomo e le sue prime lettere all’amico d’infanzia Eugenio Scalfari, divenuto poi uno dei più importanti giornalisti italiani, sono piene di entusiasmo giovanile per letteratura, filosofia e ragazze. Ma dopo aver combattuto con i partigiani nella guerra civile che seguì la caduta di Mussolini, un’esperienza che gli fornì il materiale per il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Calvino dalla fine della guerra emerse come un comunista impegnato. Si dimise dal partito nel 1957, per protesta contro il suo rigido conformismo, scrivendo che «avevo auspicato che il Partito Comunista Italiano si mettesse alla testa del rinnovamento internazionale del comunismo, condannando metodi di esercizio del potere rivelatisi fallimentari e antipopolari». Tuttavia, pensava che i comunisti italiani avessero mostrato «un po’ più di intelligenza qui che in altri paesi», e, come scrisse all’editor della ‘New York Review’, rimase fedele a un’idea di Partito Italiano come «organizzazione efficiente e disciplinata profondamente interessata alla difesa e allo sviluppo della democrazia».

La solidarietà autentica con i lavoratori non fu facile per lui – un’ambizione forse, più che una realtà raggiunta. – Nel 1950 lo troviamo a scrivere che «sono riuscito per quattro giorni a sentirmi legatissimo e in un certo senso necessario alla lotta della classe operaia, come da tempo non mi succedeva». Nel 1951, si lamenta, forse esagerando un po’, con un amico scrittore, che «lo scrittore è un uomo che si fa a pezzi per liberare il suo prossimo».

Ma Calvino non era per natura un discepolo o un seguace. Come molti intellettuali, il suo «vero percorso», scrisse nel 1958, era «la crisi dell’intellettuale borghese visto criticamente dall’interno». «Il problema è che uno non si può totalmente identificare con qualche movimento», si lamentava, nel mezzo dell’estremismo di destra e di sinistra dei violenti anni di piombo, che caratterizzarono i tardi anni ’60 e gli anni ’70: «La sola possibilità è la posizione dello spettatore a distanza». (Ci si può immaginare come avrebbe reagito alla Tangentopoli di Bettino Craxi, che riguardava una corruzione pubblica su larga scala negli anni ’90 e all’Età del Bunga Bunga di Berlusconi).

Potrebbe essere stato il desiderio di Calvino di connettersi alle sorgenti dialettali della letteratura che lo condussero a compilare la magistrale antologia Fiabe Italiane (Einaudi 1956)3, in cui, come un moderno Grimm, raccolse, codificò e tradusse dai vari dialetti italiani l’enorme ricchezza di storie popolari, che egli asserisce nell’introduzione essere ricca come quella di ogni altra tradizione. Scrisse che nel periodo che passò a stendere e a tradurre il libro, egli viveva in:

 

boschi e palazzi incantati, diviso tra contemplazione e azione…E per questi due anni a poco a poco il mondo intorno a me veniva atteggiandosi a quel clima, a quella logica, ogni fatto si prestava a essere interpretato e risolto in termini di metamorfosi e incantesimo.

 

In effetti, la sua immersione nella letteratura popolare alla fine ispirò le forme del suo lavoro di maggior successo. Il giovane discepolo di Vittorini e Pavese, per i quali Hemingway fu “il dio assoluto”, alla fine passò dall’essere un realista inquieto ad essere il più sofisticato e suggestivo degli affabulatori postmoderni, secondo solo all’argentino Jorge Luis Borges. Scrivendo a uno dei suoi critici nel 1967, comunque – è degno di nota quante di queste lettere siano delle risposte sia d’approvazione che polemiche, a critici del suo lavoro – Calvino dichiarò che «nel ritratto che tenevo appeso al muro il mio Hemingway aveva già qualche lineamento del Borges allora ancora sconosciuto». Calvino alla fine confessò il suo “Borgesismo”, ma fu sempre attento a sottolineare le sue differenze dallo scrittore argentino, «che derivavano dal nostro punto di vista distante».

Nei suoi tentativi di codificare e diffondere la letteratura popolare, egli trovò un compagno e un interlocutore nel giovane poeta friulano Pier Paolo Pasolini, il cui Canzoniere italiano: Antologia della poesia popolare (1955) offriva un’evoluzione ed un’analisi rivoluzionaria dell’ampiezza e profondità delle tradizioni poetiche popolari dei dialetti vivi delle regioni italiane, per molti versi un risultato paragonabile a quello di Calvino. Lui e Pasolini furono per un periodo compagni di viaggio nella letteratura e nella politica; Calvino fu ispirato e disturbato dall’angosciata ed eloquente poesia civica de Le ceneri di Gramsci di Pasolini (1957). «Questa è la poesia di cui abbiamo bisogno» dice a un corrispondente «una poesia che si possa discutere, che faccia venire preoccupazioni nuove, anche che irriti, che rompa le scatole!» Egli mandò a Pasolini una lettera entusiasta riguardante il suo secondo romanzo, Una vita violenta (1959), anche se non apprezzò mai molto il suo talento come regista, chiedendogli nel 1964, «Quando la smetterai di fare film?»

In realtà i due scrittori percorsero sentieri sostanzialmente divergenti, Calvino muovendosi via via sempre più lontano sia dal realismo che dal coinvolgimento politico, mentre l’immersione di Pasolini nella crisi del presente divenne sempre più disperatamente radicale. In Poesia in forma di rosa (1964), egli infatti già attaccava Calvino e Francesco Leonetti per la sistematizzazione dei «sistemi di segni, e buonanotte ai dialetti» – cioè per aver assunto un approccio “antropologico” distaccato alla classe operaia con cui invece Pasolini si identificava appassionatamente. In molti modi, la crescente divergenza tra i due scrittori, esemplificò una spaccatura primaria nella cultura italiana del dopoguerra4. In una lettera del 1973, Calvino risponde a Pasolini che in un’ammirevole critica de Le città invisibili, accusa Calvino si essersi distanziato da lui, dichiarando che «verso le nuove politiche le riserve e le allergie da mia parte sono più forti della spinta a contrastare le politiche vecchie», e aggiunge, «quello che tu dici della mia immagine che ha cominciato ad ingiallire e a scolorire corrisponde perfettamente alle mie intenzioni».

Calvino era divenuto allergico all’ostinato estraniamento e ripudio del mondo intorno a lui, ma ancora di più dallo stridore crescente dei suoi pronunciamenti pubblici («Il tuo uso della parola s’è adeguato a comunicare traumaticamente una presenza come proiettandola su grandi schermi»). Nel 1976, però, non molto dopo l’omicidio del suo amico, Calvino, scrivendo al poeta Andrea Zanzotto, chiamava Pasolini «il solo D’Annunzio dei nostri anni, come ideologizzatore dell’eros ed erotizzatore della ideologia».

La rappresentazione del vero non fu mai la forza di Calvino. Anche nel suo primo, più realistico romanzo, ispirato alla sua esperienza di partigiano, il giovane eroe subisce i riti di passaggio forse più appropriati al regno delle favole. La fantasia gli consentiva un tipo di distacco, una libertà dal se cui lui aspirava nello scrivere e una «una carica di energia, d’azione, d’ottimismo di cui la realtà contemporanea non mi dà ispirazione». Egli rigettava come “decadenti” «l’autobiografia, l’introspezione, l’egocentrismo, tutte cose che ho sempre odiato e combattuto» – anche se riconosceva l’inevitabile solipsismo nel suo ritratto del sognatore malinconico in Marcovaldo (1963): «ho cominciato a sentirmi simile a Marcovaldo dopo aver scritto il libro. Quando lo scrivevo credevo che fosse un personaggio un po’ buffo un po’ triste ma molto diverso da me. Col passare degli anni invece…»

Le enfatizzazioni della scrittura matura di Calvino si potrebbero trovare ovunque. Nel 1970 si lamentava con un amico del «lavorare a singhiozzo, frammentariamente» mentre sognava di «comporre opere enciclopediche, storie universali, teogonie, mappe del globo terracqueo del firmamento, utopie…» – proprio quelle composizioni molto affascinanti, metà scienza divulgativa o filosofia e metà fantasia, che sono i pregi de Le cosmicomiche e Le città invisibili. Questi romanzi sono esempi di quello che per Calvino divenne «il solo tipo di letteratura che è possibile oggi: una letteratura che è sia critica che creativa». Poiché se, come egli suggerisce in Fiabe italiane, «le fiabe sono reali… sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna» esse sono anche critiche – non semplici evocazioni della realtà che noi in effetti conosciamo, ma rifiniture, miglioramenti, alternative, ricollocazioni.

La fantasia aveva aiutato Calvino a sviluppare una forma idiosincratica e ironica di critica sociale sua propria. Come scrisse da Parigi nel 1974, dove si era trasferito nel 1967:

Lo stato di consistenza delle mie idee oggi mi porta a preferire al genere saggio – e a quel tanto di perentorietà che esso esige – il genere dialogo, dialogo vero, cioè discutendo con un interlocutore non fittizio, ma pur sempre dialogo finto, cioè scritto facendo finta di parlare.

 

Questo approccio dialettico trovò la sua apoteosi romanzata, in quello che è probabilmente il risultato letterario maggiore di Calvino, il diafano Le città invisibili (1972), in cui Marco Polo descrive a Kublai Khan le fantastiche città del mondo che egli ha visto, che il Khan infine riconosce essere in realtà versioni della Venezia di Marco Polo (una lettera del 1960 alla sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico, rivela che una delle fonti del libro fu una sceneggiatura irrealizzata per un film basato su Il milione di Marco Polo).

Si è tentato di leggere la prosa poetica di Le città invisibili come un’utopia, a dispetto delle sue evocazioni, profondamente vivide, della piena, fantastica gamma dell’esperienza umana. Polo dice della evanescente città ideale, che egli ha cercato di evocare con tutte le sue capacità: «Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla». Il riconoscimento «dell’inferno che viviamo tutti i giorni» è in effetti una sfida per riconoscere «chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Come le città magiche di Polo, che alla fine tutte si rivelano essere Venezia, la fantasia infine ci riporta alla realtà e alla sfida del coinvolgimento sociale di tutti i giorni.

Molte delle lettere più acute sono tratte dalla corrispondenza editoriale di Calvino come consulente per trent’anni della raffinata, anticommerciale e di sinistra, casa editrice di Torino di Giulio Einaudi, il cui padre Luigi, era stato il secondo Presidente della Repubblica Italiana del dopoguerra. Calvino chiamava la casa editrice «l’ombelico del mondo, che fedelmente riflette la crisi – se non del paese reale – certo del paese intellettuale». È tonificante nel clima editoriale di oggi spiare dall’interno il lavoro di un editore per cui lavoravano scrittori come Pavese, Vittorini, Ginzburg e Calvino per cui «quel che ci appassiona e diverte nel lavoro editoriale è proprio il proporre prospettive che non coincidono con quelle più ovvie».

Infatti, Calvino interpretò il suo lavoro editoriale come militanza. Scrisse a un aspirante scrittore: «Io sono una persona che lavora (a parte i miei stessi libri) perché la cultura del mio tempo possa muoversi in una direzione piuttosto che in un’altra». Wood cita «una osservazione di passaggio, generosa» di Calvino sul fatto che «ho dedicato più tempo ai libri degli altri che ai miei», a cui aggiunse, «non lo rimpiango». Egli continuò la sua collaborazione con Einaudi fino alla morte, rimanendo fedele alla sua interpretazione del lavoro editoriale, «che io faccio malamente e che occupa il mio tempo» come «qualcosa di serio e che è il motivo per cui dico sempre che sto per lasciarlo ma non lo faccio mai».

Calvino compiva il suo lavoro editoriale in modo freddo e diretto, persino con scrittori amici come Eco (che infatti non pubblicò). Aveva occhio per i problemi causati da un intreccio contorto e non aveva titubanza nell’essere critico – come quando esprime riserve a Primo Levi, che sta mettendo a posto Il sistema periodico, circa la collocazione della storia “Argon” all’inizio del libro (che lì poi rimase). Occasionalmente le sue relazioni editoriali durarono decenni. Amava analizzare le linee narrative contorte nei gialli del grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia, il cui Todo modo (1974), con la sua “visione infernale”, Calvino dice, «il romanzo che occorreva per dire che cosa è stata e che cos’è l’Italia democristiana, e nessuno è stato capace di scriverne prima di te».

Calvino considerava le sue lettere editoriali al suo amico, scritte nell’arco di ventitré anni, «quasi un “Tutto Sciascia”». La sua ampia esperienza con libri di altri scrittori fu ciò che gli consentì di lamentarsi per «l’appiattimento della letteratura nell’ultima o nelle ultime due decadi» e per osservare, in una discussione sui processi di traduzione, che «la sensibilità verso lo stile sta divenendo via via sempre più rara». Lamentandosi allo stesso modo con Zanzotto per «un abbassamento del livello del linguaggio poetico» cominciato quando «Montale cominciò a scrivere poesie con una matita» nei suoi ultimi lavori meno retorici. Fu anche un freddo osservatore delle mode artistiche, scrivendo di un tentativo senza successo di collaborare con Luciano Berio che «la sua idea di teatro è confusa e incagliata nel movimento d’avanguardia di vent’anni fa».

Michael Wood, nella sua introduzione, giudica la gamma intellettuale di Calvino e la sua libertà conquistata a fatica dall’ideologia – ciò a dispetto della sua attrazione per le più popolari mode del tempo, dal comunismo al decostruttivismo. Nel 1971, all’apice del momento strutturalista, scrive a Paolo Valesio: «per poter studiare uno scrittore bisogna che sia morto, cioè – se è vivo – bisogna ucciderlo… Del resto già l’esistenza dell’opera è segno che l’autore è morto felicemente morto se l’opera è valida; l’opera è la negazione dell’autore come essere vivente empirico».

Calvino ritrae se stesso più come osservatore che come combattente nelle guerre della critica – anche se in realtà fu attratto dalle idee del suo amico Roland Barthes («forse il critico contemporaneo che io ammiro di più» scrive nel 1965). Egli disse a Pasolini nel 1973, forse un po’ maliziosamente:

 

Nell’attualità ho capito presto di non aver posto e sono rimasto da parte…Non per niente sono andato a vivere in una grande città dove non conosco nessuno e nessuno sa che esisto: e così ho potuto realizzare un tipo di vita che era almeno una delle tante vite che ho sognato: passo dodici ore al giorno a leggere, la maggior parte dei giorni all’anno.

 

Forse è così, ma il ragazzo che giurò che non si sarebbe mai avvicinato a Parigi finì col trasferirsi proprio là, in tempo per catturare l’inebriante onda della teoria, e ne ebbe un innegabile effetto – chissà quanto salutare? – sul suo approccio alla narrazione.

La traduzione di Martin McLaughlin, benché vigorosa, non è sempre all’altezza dell’eleganza dell’autore e le sue annotazioni non scavano sempre abbastanza in profondità nelle materie che hanno intenzione di chiarire. Wood mette in rilievo il fatto che il libro, avendo a che fare con uno scrittore non autobiografico, è solo minimamente un riflesso degli eventi della sua vita (anche se è organizzato cronologicamente e non tematicamente). Sfortunatamente, perciò, solo il dettaglio personale occasionale emerge in quello che con un piccolo, astuto intervento editoriale, avrebbe potuto facilmente essere stato annunciato come quello che infatti è: la cronaca non solo dello sviluppo intellettuale di Calvino ma dell’Italia del dopoguerra. Quando Calvino incontrò l’argentina Esther Singer, che veniamo a sapere sposa nel suo viaggio a Cuba nel 1964? Come la sua vita si intersecò con gli eventi cardine del suo tempo? Perché i Calvino si trasferirono a Parigi? Perché lasciarono Parigi per Roma? Ci si sente in dovere di chiedere queste cose, senza doversi sentire minimamente indiscreti.

Wood dice che le lettere ci mostrano non «il se reale» di Calvino ma il suo «se palese»: «Noi ascoltiamo di nascosto non i suoi segreti ma la sua devozione alla chiarezza» e assimiliamo il suo destino in letteratura come «uno strumento di conoscenza». Calvino confessa a Guido Almansi, in riferimento alla distinzione fatta da Isaiah Berlin dei pensatori tra volpi, che sanno molte cose, e ricci, che conoscono una sola grande cosa, che lui è una volpe: «Ho cambiato il mio metodo e campo di riferimento da libro a libro perché non posso credere che la stessa cosa accada due volte», ripetendo che il suo approccio al lavoro è «sempre non sistematico» e «procede per prove ed errori». Fu deliziato, comunque, che Gore Vidal, scrivendo su ‘The New York Review of Books’ nel 1974, scorgesse un riccio platonico nascosto sotto la sua pelliccia di volpe. «Leggendo Calvino – scrisse Vidal – avevo l’inquietante sensazione che anche io stessi scrivendo quello che lui aveva scritto» e che nel suo lavoro «scrittore e lettore diventano uno, o Uno»5.

Tuttavia, un livello di distacco sardonico, una distanza, preserva sempre l’approccio antisistemico di Calvino alle cose:

 

Mi è chiaro più di prima che immaginare il mondo come “sistema”, sistema negativo ostile (sintomo caratteristico della schizofrenia) impedisce ogni opposizione ad esso se non nel raptus irrazionale autodistruttivo; mentre è giusto principio di metodo negare che ciò che si combatte possa essere sistema, per distinguere le componenti, le contraddizioni, le brecce e batterlo pezzo per pezzo.

 

Nel suo cuore fu un empirista, che arrivò a vedere la conoscenza come «successive approssimazioni

e correzioni di errori».

Un uomo che definì se stesso come pessimista e «laconico» sia per «convinzione morale» sia perché «sto proseguendo l’eredità dei miei antenati liguri, che sono un popolo sdegnoso delle effusioni più di qualunque altro». Calvino si lamentò anche di essere un «depresso cronico» e soffrì anche lunghi periodi di blocco dello scrittore. In maniera non sorprendente forse, Peter Schneider ci dice che lo scrittore ammirava «l’intelligenza leggera», del suo amico, l’architetto Renzo Piano, e la “leggerezza” è la prima delle qualità che egli celebra nelle letture di Charles Eliot Norton, che egli aveva pianificato di consegnare ad Harvard prima della sua morte:

 

La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.6

Per Calvino «forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna… la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti». Le lettere in questo libro mostrano una grande sottigliezza, sofisticatezza e acutezza, ed occasionalmente anche un certo cinismo, con sfide che avrebbero potuto appesantire un spirito meno volubile, molteplice, fondamentalmente sano. Ne Il barone rampante (1957), il libro che probabilmente fondò la fama di Calvino, il suo eroe dodicenne, il giovane Conte Cosimo Piovasco di Rondò, abbandona il tavolo del suo reazionario padre dopo aver rifiutato di mangiare lumache, sale su un albero nel giardino di famiglia e promette di non scendere più – e rimane lì fino alla sua morte a sessant’anni. Cosimo ha una vita piena di avventure amorose, intellettuali, militari e politiche – questa è l’Età dell’Illuminismo, in fondo – tuttavia rimane sempre letteralmente in contatto con il giardino di famiglia.

Calvino lo definisce «un uomo impegnato… che partecipa profondamente alla storia del progresso della società, ma che sa di dover battere vie diverse dagli altri». Tuttavia si è tentati di vedere Cosimo, e il suo creatore, che dopotutto era figlio di giardinieri, sotto un’altra luce. Egli si avventurò lontano, intellettualmente e artisticamente, ma rimase fondamentalmente radicato in e fedele a, una tradizione culturale e intellettuale che egli mise alla prova giocosamente, testardamente, amorevolmente ma che non sentì la necessità – o la capacità? – di rifiutare. Da quì la genialità e il fascino malinconico della sua opera e il disarmante ottimismo che permise al suo creatore di galleggiare sui turbolenti mari della sua era come pochi dei suoi contemporanei seppero fare.

1. Acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle (officina di letteratura potenziale) era un gruppo di scrittori e matematici di lingua francese che mirava a creare opere usando tra le altre, le tecniche della scrittura vincolata. Venne fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. N.d.R.2. Italo Calvino, Lettere 1940 – 1985, a cura di Luca Barandelli (Mondadori 2000), contiene quasi un migliaio di lettere. Una selezione di più di seicento pagine selezionate della corrispondenza editoriale di Calvino con Einaudi, I libri degli altri: Lettere, 1947–1981, a cura di Giovanni Tesio, è stata pubblicata dalla stessa casa editrice nel 1991. In più, numerose altre lettere di Calvino sono state pubblicate in Italia negli ultimi venticinque anni.

3. Italo Calvino, Fiabe italiane , Mondadori 1993.

4. In un tendenzioso attacco critico, Pasolini contro Calvino (Bollati Boringhieri 1998), Carla Benedetti accusa Calvino di essersi alienato dalla realtà, ovvero, di essere diventato politicamente non impegnato, e a causa di ciò di essere stato assorbito dalla cultura italiana che appunto istituzionalizzò Calvino ed escluse Pasolini.

5. L’autore è grato a Domenico Scarpa per averglielo segnalato e per gli altri incisivi contributi a questa recensione.

6. Pubblicato come Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio (Mondadori 2000). Le altre letture erano su “Rapidità”, “Esattezza”, “Visibilità” e “Molteplicità”, la sesta, “Consistenza”, non fu mai scritta.

JONATHAN GALASSI è un poeta americano e presidente della casa editrice Farrar, Straus and Giroux. Ha tradotto in lingua inglese le opere di Giacomo Leopardi e Eugenio Montale. In Italia è stato pubblicato il suo libro di poesie North Street dithyrambs (Il Nuovo Melangolo 2006).

 

altri libri citati nell’articolo

Italo Calvino, Fiabe Italiane, Mondadori, 2012

Italo Calvino, I sentieri dei nidi di ragno, Mondadori, 2012

Italo Calvino, Il barone rampante, Mondadori, 2011

Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 1996

Italo Calvino, Le cosmicomiche, Mondadori, 2000

Italo Calvino, Marcovaldo, Mondadori, 2011

Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, 2005

Pier Paolo Pasolini, Canzoniere italiano: Antologia della poesia popolare, Garzanti, 2006

Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, 2009

Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, Garzanti, 2008

Leonardo Sciascia, Todo modo, Adelphi , 2003

GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo, Feltrinelli, 2008

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