Steve Coll

I veterani traditi

da ''The New York Review of Books''
ATTUALITÀ: Dal 2001 ad oggi, almeno 2,5 milioni di militari americani sono stati impiegati in Iraq e in Afghanistan e i reduci, oltre alle ferite riportate in guerra, spesso soffrono di disturbo da stress post traumatico (DPTS) e una volta tornati a casa spesso non ricevono cure mediche e psicologiche adeguate. Steve Coll recensisce due biografie di veterani delle guerre in Iraq e in Afghanistan, libri che, scrive Coll, «rivelano l'emergere di una narrativa scritta da e per la generazione dell'America post 11 settembre».

ERIC FAIR, Consequence: A Memoir, Henry Holt, pp. 240, $ 26,00

KAEL WESTON, The Mirror Test: America at War in Iraq and Afghanistan, Knopf, pp. 585, $ 28,95

 

Dal 2001, almeno 2,5 milioni di militari americani sono stati schierati in Iraq o in Afghanistan. Tra i reduci, è stato stimato che tra l’11 e il 20 per cento soffre ogni anno di disturbo da stress post-traumatico (DPTS), secondo il Dipartimento degli Affari dei Veterani. L’etichetta DPTS viene utilizzata in modo superficiale, ma secondo la definizione clinica dell’Istituto Nazionale Americano di Salute Mentale, una persona che ne soffre può sperimentare come minimo per un mese una combinazione di sintomi che includono flashback, incubi, senso di colpa, intorpidimento, depressione, sonnolenza, scoppi d’ira e amnesia parziale. La portata e la varietà di questa popolazione ferita è sbalorditiva.

Brian Hannah, reduce della guerra in Iraq

Brian Hannah, reduce della guerra in Iraq

Alcuni giornalisti, tra cui Dana Priest e Anne Hull del ‘Washington Post’ e David Phillips, ora del ‘New York Times’, hanno documentato la risposta ignobile e a volte cinica dei militari a questa crisi sociale e sanitaria. L’argomento ha dato vita anche a memorabili racconti scritti di esperienze personali. David Finkel, nel suo notevole libro I bravi soldati (Mondadori, 2011) , fa la cronaca del ritorno dei veterani della brutale battaglia di Baghdad e presenta delicati resoconti di disfunzionalità, di tentati suicidi e di redenzione. Matthew Green, nel suo libro Aftershock, ha introdotto i lettori britannici alla stessa crisi e ha mostrato come il sistema sanitario militare di quel Paese abbia fallito nel ridurre lo stigma del DPTS. Fine missione (Einaudi, 2015), una raccolta di storie brevi di Phil Klay, un ex ufficiale dei Marine che ha combattuto in Iraq e che ha vinto il National Book Award nel 2014, è uno dei numerosi libri che rivela l’emergere di una narrativa cruda e tipica, che a volte affronta il tema del DPTS, scritta da e per la generazione dell’America post 11 settembre.

Consequence di Eric Fair è un altro libro che fa i conti con oltre un decennio di guerra continua. È una biografia scritta con una voce sobria, cadenzata. Descrive la consapevole, dolorosa discesa morale e psicologica dell’autore quando accetta l’incarico di interrogare i prigionieri ad Abu Ghraib e in altri centri di detenzione iracheni dopo il 2003. L’idealismo, il dolore e, infine, l’eloquente dissenso politico dell’autore, ricordano Siegfried Sasoon, il poeta e ufficiale militare inglese decorato durante la Prima Guerra Mondiale le cui critiche a quel conflitto spinsero le autorità al suo internamento con la motivazione di essere affetto da «shell shock»[1]. Sassoon aveva insegnato storia a Cambridge ed era andato in guerra intriso delle mitologie dei privilegiati Edoardiani, per apprendere poi come in Francia la cecità e lo sciovinismo di classe avessero dato forma al massacro senza senso di quella guerra.

Anche Fair associa la sua sofferenza con gli errori dei decisori che lo avevano assegnato nei luoghi in cui ha prestato servizio. Fair è cresciuto a Bethlehem, Pennsylvania, e aspirava a diventare ministro presbiteriano prima di arruolarsi come volontario. In Consequence, Fair ricerca la validità del principio etico che ha spinto il suo Paese all’estero e la nobiltà del cameratismo che si aspettava sul campo di battaglia. Ma questa ricerca va in frantumi quando non riesce ad inserire in questo quadro gli abusi, la stupidità e la morte di innocenti di cui è testimone in Iraq.

Eric Fair

Eric Fair

I genitori di Fair insegnavano a Bethlehem, la cui omonima acciaieria aveva fabbricato cannoni per la marina e navi da trasporto Liberty per due guerre mondiali prima che la competizione postbellica con Germania e Giappone annientasse il suo futuro. Nel 1995, dopo l’iscrizione a un college cristiano ed essersi laureato all’università di Boston, Fair si arruolò nell’esercito. Prese l’idoneità per insegnare l’arabo e fu dislocato nella Penisola del Sinai, dove fece da mediatore nelle dispute tra le truppe americane e i civili egiziani, inclusi, tra le altre cose, incidenti automobilistici causati dai cammelli. Si annoiava.

Quando il suo contratto quinquennale di arruolamento stava per scadere, il comandante di Fair cercò di convincerlo a rinnovare la ferma dirigendolo verso il lavoro più intrigante di intelligence e degli interrogatori. Per dargli un assaggio di quel lavoro, lo mandò al programma di Sopravvivenza, Evasione, Resistenza e Fuga dell’esercito (SERE). Il programma era stato creato per aiutare i soldati ad alto rischio di essere fatti prigionieri a resistere o quanto meno ad essere preparati psicologicamente agli interrogatori e alle violenze:

Gli addestratori fingono di essere i nemici che ci interrogano. Hanno le nostre schede personali. Sanno tutto su di noi. Minacciano i nostri famigliari chiamandoli per nome. Di notte, suonano musica ad alto volume. Una delle guardie porta la registrazione di suo figlio appena nato che piange la notte. La fa sentire in continuazione. Fa suonare anche la parte iniziale di “Crazy Train” di Ozzy Osbourne. Siamo completamente nudi e restiamo in piedi al freddo. Ci dicono che la tortura funziona. Funziona sempre. Funzionerà sempre. Richiede solo un po’ di tempo.

Dopo l’11 settembre, la CIA e il Pentagono cambiarono il programma SERE per la preparazione contro la tortura in protocolli segreti per condurre interrogatori a iracheni e afgani sospettati di essere militanti di al-Qaeda. Poiché il curriculum di Fair includeva la conoscenza della lingua araba e l’addestramento SERE, finì subito nel bel mezzo di questo nuovo regime. In un primo momento, nel 2000, lasciò l’esercito e si arruolò nella polizia di Bethlehem come agente di pattuglia, ma gli venne diagnosticato un problema cardiaco che lo avrebbe fatto finire dietro una scrivania. Irrequieto dopo l’invasione dell’Iraq, Fair si arruolò nella NSA (l’Agenzia di Sicurezza Nazionale) come analista di intelligence per poi passare rapidamente, per avere più soldi, al contractor privato CACI International per condurre gli interrogatori. La società lo inviò in Iraq.

La biografia di Fair non si allontana mai dall’introspezione morale, ma il racconto del suo viaggio è divertente e acuto. Trascina il lettore negli angoli bui del campo di battaglia iracheno – prigioni caotiche, stanze per gli interrogatori surriscaldate, cellule di intelligence tattica nei bunker – in cui poche altre memorie di guerra sono entrate. Il libro è anche una prova schiacciante contro la CACI International e l’uso improvvisato, tragicamente arrogante di compagnie private in appalto che faceva parte dei piani iniziali dell’amministrazione Bush per l’occupazione e la stabilizzazione dell’Iraq.

Una volta dislocati, scrive Fair, lui e i suoi colleghi dipendenti della CACI non ricevettero nessun giubbotto antiproiettile, nessun addestramento, nessun’arma. Una volta in Iraq, all’inizio del 2004, mentre si preparavano a percorrere la pericolosa strada verso la prigione di Abu Ghraib, il loro capo squadra gli consegnò alcuni fucili d’assalto sequestrati sul luogo, spiegando che sebbene le regole della compagnia li obbligasse a viaggiare disarmati, «nessuno sano di mente andrebbe ad Abu Ghraib senza un’arma». Una volta nella prigione, i ribelli locali lanciano ogni giorno bombe di mortaio mentre i cecchini nemici che si trovavano appena fuori le mura della prigione minacciavano di uccidere gli americani che si avventuravano fuori. «Le mie preoccupazioni stanno crescendo», scrive Fair della sua esperienza.

In quanto ex soldati e Marine, nessuno di noi era a proprio agio con la mancanza di pianificazione… Niente armi, niente equipaggiamento per le comunicazioni, niente mappe e niente per il primo soccorso. Tutti noi ci aspettavamo che qualcosa andasse storto molto presto.

Ma più passa il tempo e meno ci facciamo caso… Tutti parliamo di lasciare, ma nessuno vuole essere il primo a farlo.

Fair inizia a lavorare all’Interrogation Control Element, una cabina di cartongesso vicino all’“hard site”[2] di Abu Ghraib dove l’esercito tiene i prigionieri di “alto valore”. I suoi sforzi per conciliare la fede religiosa e le sue attività di interrogatorio lo lasciano in uno stato cronico di disgusto di sé e di stress fisico. «Nelle Scritture», riflette, «Dio opera spesso nelle prigioni, ma mai dalla parte del carceriere. Egli è sempre dalla parte del prigioniero». Fair prega per avere un orientamento ma realizza che: «non sono sulla via di Dio. Sono sulla mia».

I Requisiti di Priorità dell’Intelligence che riceve dall’esercito orientano i suoi interrogatori quotidiani. I requisiti stabiliscono le materie su cui l’intelligence militare americana vuole che i detenuti forniscano informazioni, come per esempio perché il presunto arsenale di armi chimiche di Saddam Hussein, parte del casus belli dell’amministrazione Bush, non sia stato trovato. L’arabo di Fair si è atrofizzato. Si affida a un traduttore sudanese il cui dialetto i prigionieri iracheni non riescono a comprendere e il cui inglese Fair riesce a malapena a capire. Gli spaventati ex sergenti baathisti che interroga per molte ore cercano di spiegare che non riescono a capire che cosa voglia da loro. Le scene sarebbero comiche se non ci fosse stata l’ovvia conseguenza che molte famiglie irachene hanno sofferto per gli abusi che allora si stavano diffondendo ad Abu Ghraib.

Fair in origine era stato addestrato a forme di interrogatorio basate sulla pazienza e la nonviolenza del Manuale da Campo dell’Esercito, che è conforme al diritto internazionale, ma scopre che «i soldati che si basano su quei manuali da campo vengono definiti avvocati da caserma. Gli avvocati da caserma non piacciono a nessuno». Un sergente che insegnava nei corsi di aggiornamento per coloro che eseguivano gli interrogatori nella prigione disse ai suoi allievi di «fregarsene del fottuto manuale». Ben presto Fair viene assegnato all’“hard site”, un edificio a due piani dove i prigionieri iracheni vengono tenuti nudi a basse temperature, ammanettati alle sedie, privati della luce e sottoposti a musica rock heavy metal a tutto volume. Inizia a maltrattare alcuni prigionieri che interroga. E scrive: «Mi fa sentire bene».

La prigione di Abu Ghraib

La prigione di Abu Ghraib

In generale però, Fair è stato più un testimone che un esecutore dei crimini di Abu Ghraib e la sua partecipazione agli abusi peggiori appare limitata. Egli lavorava sotto Steven Stephanowitz, un investigatore a contratto della CACI che fu nominato nel rapporto dell’esercito, riguardante gli abusi dei prigionieri in Iraq, scritto dal Maggiore Generale Antonio M. Tabuga. Tabuga raccomandò di privare Stephanowitz di tutti i nulla osta sulla sicurezza perché aveva rilasciato dichiarazioni false agli investigatori e perché aveva dato istruzioni che «sapeva chiaramente… corrispondere ad abusi fisici». Ma poiché Stephanowitz aveva un contratto come privato, non era soggetto alla giustizia militare. E non è stato indagato per nessun reato.

A Fallujah, Fair incontrò molti dei militari che eseguivano gli interrogatori che avevano costruito quella che era definita «sedia palestinese» che, a loro detta, avevano imparato a costruire da degli israeliani durante un’esercitazione congiunta. Come la descrive Fair: «La sedia ti obbliga a sostenere tutto il peso sulle cosce. Quando le cosce cedono, in pratica inizi a soffocare. Dicono che nessuno resista alla sedia». Fair in seguito ha collaborato a un’indagine del Dipartimento di Giustizia su questo e su altri abusi, ma l’indagine non ha portato a nulla. L’amministrazione Obama aveva scarso interesse ad avviare processi penali contro le persone coinvolte nelle torture, in parte perché le politiche erano state autorizzate dai livelli più alti dall’amministrazione Bush e in parte perché temeva che perseguendo i militari sul campo si sarebbe alienata le simpatie delle agenzie di intelligence e dell’esercito proprio mentre continuava la guerra in Afghanistan.

La maggior parte dei militari che lavoravano con Fair accettavano o partecipavano alle violenze contro i prigionieri iracheni senza scrupoli o stress apparente. Alcuni sembravano divertirsi, mentre altri accettavano gli abusi come una necessità di una guerra sporca. Fair fu profondamente colpito da ciò in cui si era imbattuto, distrutto dalla vergogna e dal senso di colpa. Era anche consapevole che la sua depressione emotiva era causata anche da fattori estranei – bere in maniera eccessiva, la sensazione di alienazione e l’incertezza sulla fede e sulla sua identità. Alcuni veterani dell’Iraq potrebbero squalificare le sofferenze di Fair come autoinflitte, in fondo non ha subito in alcun modo la violenza peggiore o lo stress da combattimento che l’Iraq poteva offrire.

Tuttavia ha affrontato scene che avrebbero messo alla prova qualsiasi animo sensibile. Durante una straziante sequenza, dei razzi uccidono due ragazzi iracheni nella base americana. Fair ha a che fare con i resti dei due ragazzi e deve dare la notizia ai padri nel suo arabo incerto. E tuttavia apparentemente è riuscito a gestire il compito con grazia, come avrebbe potuto fare un prete. Il degrado quotidiano della guerra porta Fair al punto di rottura, ma gli eventi più estremi in cui si imbattute lo portano ad essere una persona migliore.

Tornò alla NSA come analista che si occupa dell’Iraq e fu poi reinviato per occuparsi del servizio intercettazioni. «Dozzine di analisti, glottologi e professionisti dell’intelligence da tutto il mondo dipendono da me…Ma come molti analisti in Iraq, passo la maggior parte del tempo giocando a solitario e a Campo Minato sul computer». L’ultima parte della sua autobiografia contiene pagine censurate che fanno capire dove il governo americano ha obbligato Fair a rimuovere dal suo libro materiale riguardante le sue operazioni di raccolta informazioni per l’intelligence. Le frasi non secretate galleggiano come isole in un mare di nero: «Non c’è più redenzione per me in Iraq… Non dormo più bene… Arriva un pacco da Karin. Ci sono due bottiglie di collutorio riempite di liquore. Mando un’email e ne chiedo delle altre».

Dopo aver lasciato il governo, Fair ha pubblicato degli articoli sul ‘Philadelphia Inquirer’ e sul ‘Washington Post’ che descrivono il suo coinvolgimento negli abusi sui prigionieri e il senso di colpa che ne è derivato. È stato sommerso di email: alcune lo lodavano per la sua onestà e coraggio, altre lo accusavano di essere un codardo. Ha cancellato i complimenti ed è stato ossessionato dalla critica. Dopodiché si è riconciliato con sua moglie, è diventato padre e si è iscritto al Seminario Teologico di Princeton. Tuttavia ha regolarmente pensato al suicidio, pare per anni. Nonostante il notevole successo letterario, in definitiva, Consequence si legge con un tentato atto di sopravvivenza.

Quando J. Kael Weston affrontò nel 2000 l’esame del Ministero degli Esteri per diventare un diplomatico, rispose a domande sulla storia americana, sulla Costituzione e su Jelly Roll Morton[3]. Probabilmente gli esaminatori avevano in mente la vita di un diplomatico durante la guerra fredda. Come Weston riporta in The Mirror Test, la sua autobiografia ambiziosa, incostante, ma molto controllata e illuminante, il Dipartimento di Stato in cui svolse servizio dopo l’11 settembre richiese un adeguamento alla militarizzazione della politica estera americana in conseguenza degli attentati. Tra il 2003 e il 2010, Weston trascorse sette anni di seguito in Iraq e in Afghanistan, come consigliere politico dei Marines americani nei combattimenti a Fallujah e a Helmand, e in una missione nella provincia di Khost, nell’Afghanistan orientale. A differenza di Fair, Weston sembra aver sopportato lo stress del campo di battaglia mantenendo una buona salute, ma vedere le guerre da vicino lo ha spinto ad una riflessione sulla morale della politica e, infine, al dissenso.

John Kael Weston

John Kael Weston

Uno dei primi incarichi di Weston a Fallujah nel 2004 è stato quello di valutare per l’ambasciata americana di Baghdad quanto fossero efficienti i Marines nel raccogliere e smaltire i resti degli iracheni uccisi dalla crescente violenza in città. Weston per giorni si immerse nel dipartimento Affari Mortuari dei Marines, che gestiva i morti iracheni in un luogo desolato denominato la Fabbrica di Patate. Si recò anche a una cerimonia di sepoltura:

Il sole stava tramontando, e diffondeva una luce arancione sulle trincee. Un escavatore dei Marines aveva realizzato fosse perpendicolari, profonde diversi metri. La griglia che ne risultava aveva una sua bellezza matematica, era il prodotto di ingegneri applicato a un cimitero improvvisato per centinaia di morti.

Guardai le sacche nere per cadaveri mentre venivano calate nelle fosse. L’operazione aveva una sua efficienza brutale e metodica. Era essenzialmente una sepoltura di massa.

Per evitare che gli abitanti ostili di Fallujah scavassero per trovare i famigliari scomparsi, Weston negoziò un accordo con un influente imam, il quale disse che avrebbe scoraggiato i ribelli dal rendere noto il sito per scatenare gli abitanti. L’ambasciata e i suoi alleati locali si persuasero quindi che la situazione a Fallujah quell’anno stesse migliorando, ma Weston conosceva «la verità più profonda… Avevo visto i cani farsi strada a nord, seguendo l’odore della morte, anche se di ciò la gente non si era ancora accorta. Inevitabilmente alcune delle famiglie di Fallujah li avrebbero seguiti».

Nelle sue parti migliori, il reportage di Weston ricorda i resoconti dei corrispondenti esteri dalle guerre in Iraq e Afghanistan. Ma la sua prospettiva è quella di un insider del governo, di una persona scossa dal costo umano degli errori a cui ha partecipato e in particolar modo dalla strategia folle dell’invasione dell’Iraq. Racconta del suo senso di colpa per aver raccomandato energicamente, nonostante gli avvertimenti contrari di alcuni ufficiali dei Marines, che gli stessi Marines agissero come diffusa security attorno a Fallujah durante le elezioni del 2005, nonostante il fatto che molti sunniti dell’area avessero pianificato di boicottare le elezioni. Durante quei preparativi per la security, un elicottero si schiantò e trentuno Marines morirono.

Per riprendersi da questa e da altre sconfitte, e per dare un’organizzazione al suo progetto autobiografico, Weston considera un dovere conservare il ricordo dei caduti e dei feriti tra i Marines, tra i soldati e tra i diplomatici americani con cui aveva prestato servizio. Weston ha lasciato il servizio nel 2010. Gli ultimi capitoli del suo libro consistono nella cronaca dei suoi viaggi attraverso l’America per visitare le città in cui si trovano le tombe dei Marines caduti durante le missioni. L’autobiografia diviene così una specie di raccolta di ritagli, e non è sempre così soddisfacente. La parte finale, comunque, è costituita da una sorta di sbalorditiva mappa degli Stati Uniti con puntini che segnano tutte le città di appartenenza degli americani caduti in Iraq e in Afghanistan dal 2001.

Durante i suoi viaggi, parlando con i veterani tornati a casa, Weston tralascia spesso i dettagli e la portata della sua esperienza sul campo. «Ne avevo buoni motivi», scrive di ciò. Sentiva:

sapevo troppo a causa dei miei incarichi istituzionali – le discussione tra le varie agenzie spesso guidate da un egoistico desiderio di prevalere, e non dalla saggezza; i memo ufficiosi pieni di modi di dire moraleggianti sugli iracheni e gli afgani e le conseguenti scuse autogiustificative quando ci si sbagliava. Sapevo anche troppo bene di come i politici e i gabinetti di guerra della Casa Bianca avessero abbandonato quei soldati, e di quanto io stesso avessi abbandonato in particolare trentuno di loro.

Weston è troppo duro con sé stesso, certo, ma è giustamente scettico sulla capacità dell’America nel condurre le guerre all’estero e nell’amministrare nazioni povere. Egli accetta la visione dicotomica dell’amministrazione Obama che vede il conflitto afgano come una guerra “giusta” e il conflitto iracheno come un errore imperdonabile. Come Fair, egli cerca la trasparenza, ma non sa come questa potrebbe essere ottenuta, in pratica e in maniera corretta. Come diplomatico agli inizi della sua carriera, Weston era presente al dibattito, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti nel febbraio 2003, in cui il Segretario di Stato Colin Powell presentò le presunte prove dell’amministrazione Bush che l’Iraq fosse in possesso di armi di distruzione di massa. Nel viaggio attraverso il Texas per raggiungere le famiglie dei caduti, Weston riflette su quante vite «si sarebbero salvate se il capo della diplomazia americana e l’ex comandante in capo dell’esercito avessero scelto una differente strategia». Ricorda il Powell che aveva visto all’ONU come «lo statista che scelse di non opporsi ad una dichiarazione di guerra. Il segretario di stato, ex generale con quattro stelle e veterano del Vietnam che avrebbe potuto dimettersi per protesta, ma che non lo fece».

Colin Powell durante l'assemblea generale dell'Onu

Colin Powell durante l’assemblea generale dell’Onu del febbraio 2003

Tra le democrazie industrializzate, gli Stati Uniti hanno mostrato dal 2001 una capacità superiore nell’accettare le migliaia di caduti per l’impegno dei suoi volontari in guerre apparentemente infinite. La presidenza Obama ha segnato un punto a suo favore dal punto di vista politico perché ha denunciato l’invasione dell’Iraq con posizioni in qualche modo simili alla critica di Weston. Nonostante abbia autorizzato l’ aumento delle truppe in Afghanistan, ha comunque promesso il ritiro strategico e in contemporanea l’eventuale invio di nuove truppe di terra in Medio Oriente.

In ogni caso gli Stati Uniti continuano ad essere in guerra con l’Iraq e l’Afghanistan, anche se a passo ridotto. Obama sta aumentando l’impiego delle Forze Speciali in Siria per combattere lo Stato Islamico, e la sua amministrazione conduce periodici attacchi aerei in Libia, Yemen e Somalia. E ci sono poche proteste pubbliche per questi continui impegni. L’esercito formato interamente da volontari, plasmato dal Pentagono dopo gli insuccessi della leva obbligatoria del periodo del Vietnam, in parte spiega questo silenzio dell’opinione pubblica, come pure l’immutabile forza del nazionalismo americano. Però l’emergere dei racconti di coloro che sono tornati dal Medio Oriente e dalla guerra in Afghanistan suggerisce un’altra ipotesi. Le verità sull’arroganza americana e sulla sofferenza nei campi di battaglia degli ultimi quindici anni sono state sepolte, stigmatizzate e sublimate nella rabbia contro le élite politiche.

Non sono solo i salvataggi di Wall Street che spiegano la crescita di Bernie Sanders. Non sono solo le industrie dislocate all’estero e la paura dell’immigrazione da parte dei bianchi che hanno fatto crescere Donald Trump. Due milioni e mezzo di famiglie americane, sparse in tutto il paese, sanno la verità sul prezzo delle guerre mal concepite dai loro leader politici e dai teorici di politica internazionale che in definitiva non affronteranno mai le conseguenze dei loro errori. Tra i nostri intellettuali pubblici, potremmo anche aver sostituito i vescovi con i sapientoni televisivi, ma pare che le cose non siano tanto cambiate da quando Siegfried Sassoon scrisse Loro nel 1916:

Il vescovo ci dice: «Quando i ragazzi tornano

Non saranno gli stessi; perché Loro avranno combattuto

Per una giusta causa: loro conducono l’ultimo attacco contro

All’Anticristo; il sangue dei loro commilitoni ha comprato il

Nuovo diritto di crescere una razza onorevole,

Loro hanno sfidato la morte e l’hanno affrontata a viso aperto».

«Nessuno di noi è lo stesso!» replicano i ragazzi.

«Poiché George ha perso le gambe; e Bill è cieco come una talpa;

Il povero Jim hai polmoni bucati e vorrebbe morire;

e Bert ha preso la sifilide: non troverai

Un ragazzo che non sia cambiato dopo aver servito il paese».

E il Vescovo rispose: «Le vie del Signore sono strane!».

 

 

[1]    Termine con cui, alla fine della Prima Guerra Mondiale, veniva definito il disturbo da stress post-traumatico. N.d.R.

[2]    Termine con cui l’esercito americano definiva la zona della prigione di Abu Ghraib in cui venivano tenuti i prigionieri considerati più pericolosi. N.d.R.

[3]    Ferdinand “Jelly Roll” Morton (1885 – 1941) è stato un pianista e compositore statunitense durante il periodo di transizione dal ragtime agli albori del jazz. N.d.R.

 

STEVE COLL, è presidente della New America Foundation e giornalista del ‘New Yorker’. In Italia è stato pubblicato il suo libro La guerra segreta della CIA. L’America, l’Afghanistan e Bin Laden dall’invasione sovietica al 10 settembre 2001 (Rizzoli 2008).
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