Michael Massing

Come si dovrebbe informare sull’uno per cento più ricco

da ''The New York Review of Books''
POLITICA & SOCIETÀ: Seconda parte dell'inchiesta di Michael Massing sui modi in cui i super-ricchi influenzano la vita pubblica americana. Questa volta il giornalista si concentra sulle attività filantropiche dei miliardari e propone un nuovo sito web che si occupi di informare sulle attività dell'uno per cento più ricco della popolazione mondiale.

 

1.

Mentre la concentrazione della ricchezza in America è cresciuta, anche la portata della filantropia è cresciuta. Oggi, questa attività è uno dei mezzi principali con cui i super-ricchi non solo “restituiscono quello che hanno ricevuto” (come hanno fatto tradizionalmente negli Stati Uniti seguendo il principio secondo cui i super-ricchi devono restituire alla società parte di ciò che hanno da essa ricevuto) ma con cui esercitano anche il loro potere di pressione culturale e politica. Questo aspetto non ha però ricevuto l’attenzione che merita. Come ho provato a dimostrare nel precedente articolo, la tecnologia digitale offre ai giornalisti nuovi modi per occuparsi del mondo del denaro e del potere in America1, e questo è vero soprattutto quando si parla di filantropia.

Nel corso degli ultimi quindici anni, il numero delle fondazioni con un patrimonio di un miliardo di dollari o più è raddoppiato, arrivando a più di ottanta. Una porzione significativa di questo denaro va a cause tradizionali come le università, i musei, gli ospedali e le organizzazioni benefiche locali. Inutile dire che tale generosità fa del bene. Il settore filantropico negli Stati Uniti è ben più dinamico di quanto non sia, diciamo, in Europa e ciò è dovuto in parte alle detrazioni fiscali consentite dalla legislazione americana per le donazioni benefiche. A differenza dell’Europa, dove le istituzioni culturali dipendono in gran parte da aiuti di stato, in America si affidano principalmente a donatori privati. Una tassa deducibile per tali contributi, comunque, significa in ogni caso che questo donare è finanziato dai contribuenti americani. Ogni anno, circa 40 miliardi di dollari vengono deviati da fondi pubblici verso donazioni di beneficenza. Questo rende l’obbligo di trasparenza ancora più pressante. Così come il fatto che molti dei filantropi di oggi hanno un approccio più “militante” di quanto non avessero in passato. Molti di questi oggi sono ex manager di fondi di investimento, dirigenti di società di private equity e imprenditori tecnologici che, dopo aver fatto fortuna a Wall Street o nella Silicon Valley, ora cercano di applicare le loro competenze ai problemi sociali. Piuttosto che firmare semplicemente assegni per istituzioni esistenti, questi “filantrocapitalisti”, come vengono spesso chiamati, cercano aggressivamente di “indirizzare” le loro operazioni.

Il sito web 'Inside Philantrhropy'

Il sito web ‘Inside Philantrhropy’

Quando i donatori si avvicinano a una no-profit, «è più probabile che dicano non “Come posso aiutarvi?”, ma “Questo è il mio programma”», mi ha detto Nicholas Lemann, l’ex rettore della Columbia School of Journalism. I principali organi di informazione non hanno compreso questo nuovo attivismo, mi ha detto, aggiungendo che la maggior parte di questi media si occupa più che altro della «promessa di donare», con cui i ricchi si impegnano a donare almeno la metà della loro ricchezza nel corso della loro vita. David Callahan, fondatore e direttore di ‘Inside Philanthropy’, un sito web che monitora questo mondo, dice che «la filantropia sta avendo più influenza culturale e politica dei contributi per le campagne elettorali, ma solo i contributi per le campagne elettorali ricevono tutta l’attenzione dei media. Lo squilibrio secondo me è sconvolgente».

Callahan, autore del libro Fortunes of Change: The Rise of the Liberal Rich and the Remaking of America (2010), ha creato ‘Inside Philanthropy’ nel 2013 per aiutare a colmare questo vuoto (il sito ‘The Chronicle of Philanthropy’ è un’altra risorsa preziosa). Il sito di Callahan offre un ricco deposito di informazioni sulle cause che vengono sostenute con delle donazioni dai ricchi. Un contributo su Robert Mercer, per esempio, fa notare che egli è il co-amministratore delegato della Reinassance Technologies (un fondo di investimento) e un importante finanziatore del SuperPAC2, e che la sua famiglia sostiene una vasta gamma di istituzioni conservatrici, incluso il Media Research Center, che indaga i media con tendenze progressiste; la George W. Bush Foundation, che sostiene la Biblioteca presidenziale e il Museo Bush e l’Heartland Institute, una potente istituzione che sostiene la negazione del cambiamento climatico. La pagina di ‘Inside Philanthropy’ sul miliardario di eBay Jeff Skoll, fa notare che la sua fondazione è una delle principali finanziatrici di quegli imprenditori che cercano di applicare ai problemi sociali tecniche prese in prestito dal mondo della finanza.

Come fa notare Callahan in ‘Inside Philanthropy’, il sostegno a questi imprenditori – che offrono micro finanziamenti, creano cooperative agricole e programmi per giovani svantaggiati – è diventato uno dei principali interessi dei ricchi, ma per molto tempo la loro efficacia non è stata scandagliata. Il sito ha anche affrontato argomenti come: Perché la Gente di Wall Street ama il Manhattan Institute e: Quale Think Tank3 i Miliardari Amano di Più? (amano di più l’American Entreprise Institute).

‘Inside Philanthropy’ mostra come può essere utilizzata la tecnologia digitale per fornire documentazione sulla nuova filantropia. Le informazioni offerte sul sito sono ancora più impressionanti se si pensa alle sue scarse risorse. Basandosi interamente sugli abbonati, ‘Inside Philanthropy’ ha un budget modesto e uno staff composto in gran parte da freelance. Questo, sfortunatamente, limita la quantità di cose che può portare alla luce. Il sito di solito non intraprende investigazioni estese su come i donatori abbiano accumulato la loro ricchezza, o su che impatto abbia avuto la loro filantropia, o sugli obbiettivi a volte nascosti delle loro donazioni.

L’importanza di queste questioni si può vedere, invece, nel lavoro della fondazione di Laura e John Arnold. Secondo il loro sito, la fondazione si concentra su una manciata di argomenti, inclusi l’istruzione, la giustizia penale, «l’indipendenza della ricerca», «l’innovazione e la politica basate sui dati» e «la finanza pubblica sostenibile». Su quest’ultimo argomento, la fondazione afferma di

lavorare per promuovere la sostenibilità fiscale e un efficace controllo dei fondi pubblici. Stiamo finanziando opere che aiutano i governi a valutare l’impatto delle politiche fiscali e a progettare sistemi pensionistici pubblici che siano economicamente possibili, sostenibili e sicuri.

Tutto ciò sembra molto lodevole. Una piccola indagine, comunque, mostra che John Arnold ha lavorato per anni alla Enron, commerciando in derivati del gas naturale. Nel 2001, a quanto sembra, ha aiutato la compagnia a guadagnare 750 milioni di dollari, lavoro per il quale ha ricevuto un bonus di 8 milioni di dollari. Quando la Enron è collassata, Arnold ha creato un fondo di investimento a Houston specializzato nel commercio di gas naturale. Dieci anni dopo, Arnold valeva tre miliardi di dollari. Nel 2012, si è ritirato dal fondo e ha creato la sua fondazione. Da allora, Arnold ha guidato una campagna per ridurre le pensioni agli impiegati pubblici, e facendo donazioni molto consistenti alla politica, ai SuperPAC, e nella raccolta di firme per leggi di iniziativa popolare e ai think thank.

Come parte di questa campagna, la Arnold Foundation ha donato 3,5 milioni di dollari alla WNET, la stazione televisiva pubblica di New York, per supportare la produzione di un programma di informazione chiamato The Pension Peril (Il Pericolo Pensioni), che sarebbe dovuto andare in onda sulla PBS. Ma il coinvolgimento della fondazione non è stato divulgato in maniera esplicita. In un articolo del febbraio 2014 per ‘Pando’, una rivista online che si occupa della Silicon Valley, David Sirota ha rivelato il coinvolgimento di Arnold e ha fatto notare che lo show (che era già stato mandato in onda) riecheggiava molte tematiche che stava contemporaneamente promuovendo al congresso proprio sul taglio delle pensioni. Al seguito di proteste crescenti, la PBS decise di restituire la donazione e di sospendere la serie, citando regole interne che stabiliscono l’inaccettabilità di un rapporto evidente tra gli interessi di un finanziatore e l’argomento di un programma. L’articolo di Sirota illustra il tipo di copertura che potrebbe regolarmente fornire un sito che si occupi del potere e dell’influenza del denaro.

Su ‘Inside Philantropy’, David Callahan ha fatto notare che il caso Arnold/PBS non è unico. La Robert Wood Johnson Foundation – una forte sostenitrice dell’Affordable Care Act4 – ha donato alla NPR (la radio pubblica nazionale) 5,6 milioni di dollari per un’indagine sull’assistenza sanitaria tra il 2008 e il 2011, e la Ford Foundation, che è impegnata nella lotta alla diseguaglianza economica, ha donato un milione di dollari alla radio pubblica ‘Marketplace’ per un’inchiesta su questo argomento. «Quasi tutti i finanziatori hanno un qualche tipo di ideologia o un programma», ha osservato Callahan. «E nonostante ciò che dicono i media riguardo alla loro indipendenza editoriale, tutti loro saranno attenti a non mordere la mano che li nutre». E ha ragione. Mantenere una traccia costante dell’impegno crescente di fondazioni e filantropi, sia conservatori che progressisti, per influenzare le notizie, potrebbe essere una delle missioni di un potenziale sito web che si dedichi a informare sulle attività dei privilegiati d’America5.

Mark Zuckerberg con la moglie Priscilla Chan

Mark Zuckerberg con la moglie Priscilla Chan

Dopo che Mark Zuckerberg e sua moglie Priscilla Chan hanno annunciato il loro piano di donare quasi tutte le loro azioni di Facebook a cause di beneficienza, alla iniziale campagna di lodi ha fatto seguito una serie di articoli che hanno sollevato importanti domande sulla loro decisione, inclusa l’implicita motivazione dell’evitare le tasse, che costituiscono somme enormi di denaro che mancherebbero al governo americano e anche l’enorme quantità di potere che si troverebbe tra le mani di due persone. Come ha osservato John Cassidy sul ‘New Yorker’: «Più soldi i miliardari danno alle loro fondazioni benefiche, che nella maggior parte dei casi rimangono sotto il loro personale controllo, più influenza accumuleranno». È proprio questa influenza che rende sempre più urgente l’analisi sistematica di questi tipi di investimenti.

 

2.

Come molti degli esempi sopracitati suggeriscono, molto della filantropia di oggi è mirata a una “conquista intellettuale” – cioè ad attrarre il pubblico verso una particolare ideologia o punto di vista. Oltre alle fondazioni, gli ultraricchi stanno dandosi da fare attraverso gruppi di supporto, istituti di ricerca, portavoce pagati e – forse più significativo di tutti – think tank. Queste organizzazioni un tempo serie sono diventate terreno di scontro cruciale nella guerra delle idee e gli interessi sostenuti dal denaro stanno cercando sempre di più di plasmare le loro ricerche – e questo sarebbe un buon soggetto per un nuovo sito web. Come ha riferito il ‘Washington Post’ nel 2014, per esempio, la Brookings Institution, a lungo conosciuta per la sua «ricerca indipendente», in anni recenti ha posto sempre più enfasi sulla crescita e sul fund-raising, «dando agli studiosi un ruolo più importante per attrarre denaro dai donatori e dando voce ai donatori per definire l’agenda della ricerca alla Brookings». Un esempio: nel novembre 2012 la Brookings venne visitata da un avvocato che rappresentava Peter B. Lewis, il dirigente assicurativo miliardario che verso la fine della sua vita ha abbracciato la causa della legalizzazione della marijuana. Prima della visita, il think tank non aveva trattato molto l’argomento, ma subito dopo, riferisce il ‘Post’, esso è «divenuto un centro di ricerca» che sostiene la legalizzazione, con importanti accademici che organizzavano almeno venti seminari, documenti scritti o articoli. Prima della sua morte nel 2013, Lewis ha donato 500.000 dollari alla Brookings, e due degli accademici coinvolti hanno affermato di sapere chi era il loro benefattore.

I think tank sono stati anche presi di mira da governi stranieri per influenzare le ricerche in modo da rispondere ai loro interessi nazionali. Come ha scritto il ‘New York Times’ nel 2014, questi finanziamenti hanno «posto serie domande sulla libertà intellettuale», con alcuni studiosi che hanno detto di «avere subito pressioni per raggiungere risultati graditi al governo che finanziava la ricerca stessa». La Norvegia per esempio negli ultimi quattro anni si è impegnata con almeno 24 milioni di dollari per sostenere un gruppo di think tank di Washington, trasformandoli «così in un potente ma nascosto braccio del Ministero degli Esteri Norvegese».

Come hanno suggerito entrambi gli articoli, c’è un nuovo ecosistema di lobbying a Washington, che alle tradizionali forme di pressione ha aggiunto campagne su più fronti che utilizzano surrogati per creare l’impressione di un ampio sostegno per le posizioni di un governo o di un’azienda. Data l’importanza di queste nuove forme di pressione indebita, gli articoli del ‘Post’ e del ‘Times’ chiedono a gran voce una continua attenzione.

Il tipo di sito web che ho in mente la praticherebbe. Strada facendo esso potrebbe compilare un registro dei portavoce delle aziende, dei gruppi di facciata, dei ricercatori a noleggio e delle organizzazioni astroturf (letteralmente erba sintetica, gruppi apparentemente indipendenti che sono creati dalle aziende e dai gruppi commerciali per promuovere i loro interessi). Accedendo a questo sito, i lettori sarebbero in grado di apprendere che, per esempio, Broadband for America, che si definisce un’organizzazione in difesa dei consumatori e che si oppone alla neutralità della rete6, in parte viene finanziata dall’industria dei cavi per la connessione a internet, e apprenderebbero anche che Energy in Depth, che si autodefinisce come «campagna di ricerca, istruzione e di sensibilizzazione del pubblico», è in realtà un braccio dell’industria petrolifera.

Non sono solo i conservatori e le multinazionali a cercare il consenso sulle proprie posizioni. La Democracy Alliance, per esempio, è stata fondata nel 2005 da un gruppo di progressisti che cercava di instradare la marea di denaro delle multinazionali verso particolari think tank e gruppi di sostegno. Come ha riferito Kenneth Vogle sulla rivista ‘Politico’, la Alliance ha compilato un elenco di circa cento persone ricche che si sono impegnate a donare almeno 200.000 dollari all’anno a ventuno istituzioni accreditate, tra cui il Center for American Progress, il Center on Budget and Policy Priorities e Media Matters for America. Fra i principali donatori ci sono George Soros, Rob McKay, erede della fortuna Taco Bell, Tom Steyer, l’ex manager di fondi di investimento diventato ambientalista e gli avvocati Amber e Steve Mostyn di Houston.

Quanto dia ogni donatore e per sostenere cosa non è risaputo, comunque, visto che Democracy Alliance è molto riservata, con un sito web che appare opaco già dal design. Ciò ha favorito la convinzione della destra che la Alliance sia al centro di una vasta cospirazione progressista. Lasciando da parte questa iperbole, l’organizzazione pare matura per un esame di un sito web giornalistico sui super-ricchi.

Un tale sito potrebbe anche monitorare il flusso di denaro in arrivo sulle università – che è un altro fronte della competizione nel sostenere le proprie idee in atto. Il documentario del 2010 Inside Job mostrava come alcuni professori di economia, tra cui Glenn Hubbard e Frederic Mishkin della Columbia, avessero espresso opinioni sull’economia senza rivelare di aver ricevuto somme di denaro da organizzazioni non indipendenti. Il film ha innescato un forte dibattito alla Columbia, e ha portato la facoltà di economia ad adottare nuove linee guida che richiedono ai professori di rivelare le attività esterne che possano creare conflitti di interesse. Ma l’influenza del denaro nei campus va ben oltre le forme note, attraverso banche, multinazionali e imprenditori che organizzano convegni e sostengono istituti di ricerca che pare siano intese a promuovere il capitalismo e la libera impresa.

Nel 2009, per esempio, il miliardario manager di fondi di investimento John Paulson donò alla New York Univesity 20 milioni per creare sia la cattedra Alan Greenspan Chair in Economics, che la cattedra John A. Paulson Professor of Finance and Alternative Investments. Nel 2010, la Peter G. Peterson Foundation, che si impegna per ridurre le spese del governo e il debito pubblico, ha donato un fondo triennale di 2,45 milioni di dollari al Teachers College della Columbia University7 per dar vita a un’offerta formativa «sulle sfide fiscali affrontate dalla nazione» da offrire gratuitamente a tutte le scuole pubbliche del paese. Il braccio filantropico della BB&T, una compagnia di servizi finanziari del North Carolina, ha dato milioni di dollari a più di sessanta college e università per studiare i «fondamenti morali del capitalismo» e per promuovere le opere di Ayn Rand8. Quale impatto hanno avuto queste donazioni? Quanto controllo, se c’è, hanno i donatori su quello che viene insegnato? Il tipo di sito web che propongo cercherebbe di rispondere a queste domande.

Il sito potrebbe anche mostrare la crescente influenza dei consigli di amministrazione delle università. Questi sono composti sempre più da personaggi del mondo delle aziende che, oltre a raccogliere grandi somme per la loro università, giocano un ruolo sempre più importante anche nella sua gestione. Un buon esempio è la New York University e le proteste che sono esplose per il piano di espandere il campus nel Greenwich Village e oltre. Ufficialmente chiamato NYU 2031, il documento è diventato noto come il “Piano Sexton”, dal nome del rettore dell’università John Sexton.

Sexton ha attirato su di sé l’ira dei dell’università per il suo piano e per il metodo antidemocratico che secondo loro era stato adottato. Tutto ciò ricevette grande attenzione da parte della stampa. Ha avuto meno attenzione il vero fulcro del potere della NYU, il suo consiglio di amministrazione. Dei suoi sessanta membri, quasi tutti provengono dal mondo della finanza, del mercato immobiliare, della legge e del marketing.

Anche all’interno del consiglio c’era una figura dominante: Martin Lipton. Importante avvocato delle multinazionali, Lipton ha fatto parte del consiglio dal 1998 fino alla pensione lo scorso ottobre. Come ha riferito Geraldine Fabrikant in un profilo del 2014 sul ‘Times’ (seppellito in fondo a un supplemento speciale sull’istruzione), Lipton era il «power broker»9 dell’università, che gestiva il consiglio «con il pugno di ferro», come le hanno riferito diversi membri del consiglio. Più di un decennio prima, aveva personalmente scelto Sexton come presidente «senza nessun criterio particolare di ricerca».

Martin Lipton

Martin Lipton

Più recentemente, Lipton era coinvolto a fondo nel piano di espansione dell’università. Aveva anche creato un comitato per selezionare il suo stesso sostituto come membro del consiglio e (come ha raccontato William Cohan sul ‘Times’) ha giocato un ruolo cruciale nell’indirizzare il consiglio verso il candidato che alla fine è stato scelto: William Berkley, il miliardario presidente del consiglio di amministrazione di una compagnia di assicurazioni di Greewinch, Connecticut. Per essere onesti, durante il regno di Lipton la NYU ha raccolto quasi 6 miliardi di dollari e l’uomo recentemente scelto come successore di Sexton, Andrew Hamilton, è un rispettato docente di Oxford (e un rinomato chimico). Ma la scelta di Berkley come sostituto di Lipton, insieme alla presenza di tanti magnati nel consiglio della NYU, suggerisce che il grande denaro continuerà ad avere un’influenza enorme sull’università. Quale forma potrebbe prendere questa influenza? Un sito web impegnato a rendere conto delle attività dell’uno per cento dovrebbe cercare di monitorare queste situazioni in tutto il paese.

Prestando particolare attenzione alle università pubbliche. Mentre i governi statali tagliano i fondi per l’educazione superiore, le università pubbliche hanno provato a colmare il vuoto con campagne di raccolta fondi, aprendo così la strada ai ricchi donatori e ai membri dei consigli di amministrazione che possono ora dire la loro sulle loro varie iniziative. Il caso più pubblicizzato è del 2012 ed è successo nell’Università della Virginia, quando Teresa Sullivan è stata improvvisamente costretta alle dimissioni da rettore. Come è stato documentato, la sua estromissione è stata organizzata da Helen Draga, che è a capo del consiglio di amministrazione dell’università, la quale ha agito di concerto con un piccolo gruppo di membri del consiglio. Questi membri hanno dato vaghe spiegazioni sulla loro decisione, e poiché le proteste degli studenti, dell’università e degli ex alunni montavano, il consiglio ha rivisto la sua decisione e la Sullivan è rimasta a capo dell’università.

Scontri simili, ma meno pubblicizzati sono avvenuti in Texas, Massachusetts, Wisconsin, Oregon e, più recentemente, in North Carolina. Qui, il Consiglio dei Governatori dell’Università del North Carolina, di comune accordo con i deputati repubblicani, ha estromesso Tom Ross, il popolare rettore e ad ottobre hanno annunciato la sua sostituta: Margaret Spelling, che era stata segretario all’educazione sotto George W. Bush e, più recentemente, presidente della sua biblioteca. Molti studenti e membri dell’università hanno protestato contro la decisione, in quanto influenzata da scelte politiche. Il sito web che dicevo potrebbe analizzare questi casi e valutare le varie iniziative – nell’ambito dello sforzo più generale di documentare le attività della fascia più ricca del paese per dare una forma nuova all’educazione superiore in America.

 

3.

Una copertina di 'Forbes' dedicata a David Rubenstein

Una copertina di ‘Forbes’ dedicata a David Rubenstein

Questo sito web, occupandosi dei filantropi, potrebbe dedicare una speciale attenzione alla fonte delle loro ricchezze. Prendiamo David Rubenstein, per esempio. Cofondatore e co amministratore delegato del Gruppo Carlyle, la più grande società di fondi di investimento del mondo, Rubenstein vale circa 2,5 miliardi di dollari. Nelle sue donazioni, si concentra soprattutto su quella che chiama «filantropia patriottica». Ha donato 9 milioni di dollari per promuovere la riproduzione dei panda dello Zoo Nazionale, 7,5 milioni di dollari per aiutare a riparare il Washington Monument e 10 milioni di dollari per il restauro di Monticello10. Dopo aver acquistato una copia della Magna Carta per 21,3 milioni di dollari, l’ha data in prestito agli Archivi Nazionali. Di queste sue donazioni hanno parlato articoli elogiativi di Rubenstein sia del ‘New York Times’ che del ‘Washington Post’ e uno smagliante servizio del programma televisivo ’60 minutes’, intitolato All-American (Tipicamente americano).

La sua generosità è certamente ammirevole, ma dal punto di vista giornalistico, ha avuto l’effetto di sviare l’attenzione dalla fonte dei suoi guadagni. Il Gruppo Carlyle è conosciuto per la sua riservatezza e per i suoi legami. Soprannominato Il Club degli Ex Presidenti, ha avuto come membri del consiglio di amministrazione entrambi i George Bush, James Baker e John Major. Dal 1992 al 2003, il presidente era Frank Carlucci, ex segretario alla difesa e vice direttore della CIA, che ha aperto le porte di Washington alla società, soprattutto nel campo della difesa e dell’intelligence, settori nei quali ha concluso molti affari. La Carlyle da allora si è allargata ad altri campi, inclusi quelli delle telecomunicazioni e dei media e nel 2014 ha assunto Julius Genachowski, l’ex presidente della Federal Communications Commission (Commissione Federale per le Comunicazioni), per favorire opportunità di investimento mirate. In breve, il successo della Carlyle è in gran parte costituito da degli insider. In questo modo, mentre le opere meritevoli di Rubenstein ottenevano grande attenzione, i traffici più complessi del Gruppo Carlyle non ne ricevevano.

L’intera materia riguardante i fondi di investimento è rimasta sfortunatamente non documentata. Aziende come la Carlyle, la Blackstone e KKR sono state le forze principali dietro la marea di fusioni e acquisizioni degli ultimi anni. I racconti della stampa si sono concentrati di più sui loro effetti sul mercato e non sulle implicazioni sull’occupazione, sulla concentrazione della ricchezza e sul benessere della comunità. Risalendo al 2012, questi fattori erano stati analizzati scrupolosamente in relazione al lavoro di Mitt Romney nella società di fondi di investimento Bain Capital, ma da allora l’interesse per i fondi di investimento si è affievolito, anche se il settore è praticamente esploso. ‘Naked Capitalism’, un influente blog finanziario, recentemente ha pubblicato un lungo post per descrivere come le società di fondi di investimento «siano più chiaramente causa della eccessiva concentrazione della ricchezza a spese dei lavoratori e della comunità» di quanto non lo fossero i CDO (titoli obbligazionari collaterizzati) e gli altri strumenti finanziari che un tempo avevano attirato tanta attenzione. Anche se l’uno per cento più benestante dell’uno per cento più ricco «è formato in modo sproporzionato da dirigenti di private equity e di fondi di investimento», si lamentava mestamente il blog, pochi dei suoi lettori sembravano interessati. Lo stesso si potrebbe dire della stampa. Il sito che proponiamo sulla più potente élite della nazione darebbe grande attenzione al raggio di azione e all’impatto dei private equity e dei fondi di investimento.

Sorprendentemente, l’istituzione di Wall Street che è la più potente tra tutte è anche fra le meno conosciute. La BlackRock è la più grande società al mondo di gestione di denaro. Il suo presidente, Lawrence Fink, gestisce più soldi (4,5 trilioni di dollari) di quanto non faccia la Germania con il suo PIL. Fink riceve regolarmente chiamate da governi e aziende di tutto il mondo che sollecitano i suoi consigli e, come ha riferito Susanne Craig del ‘Times’ nel 2012, la compagnia ha esercitato «un’influenza enorme come consigliere dietro le quinte dei governi in difficoltà» in posti come la Grecia e l’Irlanda. Quando cerca di analizzare la salute di una banca, il Dipartimento del Tesoro americano spesso si rivolge alla BlackRock. Ciò ha portato il dirigente di un’importante banca a definirla (in un articolo di ‘Vanity Fair’) «la Blackwater11 della finanza, una sorta di governo ombra». Lo stesso Fink vale più di 300 milioni di dollari e fa parte dei consigli di amministrazione di molte istituzioni, fra cui la NYU e il MoMA. Ciononostante lui e la sua società sono riusciti a evitare un serio esame giornalistico. Il sito web dedicato al denaro e al suo potere potrebbe fornire questa copertura.

Robert Fink

Robert Fink

Ma Wall Street non è il solo distretto ad avere bisogno di un’informazione più chiara. Un altro è Hollywood. La sua copertura mediatica è molto sottile. Si dà grande enfasi alle vendite dei biglietti, alle rivalità tra i dirigenti, alle interviste alle celebrità e alle cerimonie di premiazione. Già nel 2005, Bernard Weinraub, in una confessione sui quattordici anni passati ad occuparsi di Hollywood per il ‘Times’, descrisse quanto avidamente i giornalisti cercassero di avere accesso all’entourage delle star e dei dirigenti delle major e di quanto facilmente venissero «affascinati dall’approccio di un Michael Ovitz12 o di un Joe Roth13».

Oggi tutto ciò non è meno vero. Zenia Mucha, responsabile della comunicazione della Walt Disney e importante consigliera del suo presidente, Robert Iger, è nota per la sua capacità di blandire e angariare i giornalisti. Come mi ha detto della Disney un giornalista che segue l’industria del cinema: «Quasi nessuno scrive una brutta parola su di loro, perché è il solo modo per avere accesso ai loro funzionari più importanti» . Data la vastità della proprietà della Disney – che include i Walt Disney Studios, Disney Channel, Disney Resorts, Pixar, Lucasfilm, Marvel, ABC TV, ABC News, ESPN, A&E e Lifetime – valutare il presunto successo della Mucha nel dar forma alle notizie sulla sua società sarebbe già di per sé una materia che varrebbe la pena seguire.

Anche la Silicon Valley avrebbe bisogno di un’analisi simile. La copertura mediatica attuale del mondo della tecnologia si dedica soprattutto ai prodotti, alle start-up e alle personalità. Il sito web che propongo si potrebbe concentrare invece sul suo crescente potere politico. Dieci anni fa, per esempio, Google aveva un solo lobbista a Washington; oggi, ha più di un centinaio di lobbisti che lavorano in un ufficio grande più o meno quanto la Casa Bianca. Oltre a questo lobbismo, diciamo così, tradizionale, Google sta finanziando le ricerche di università e think tank, sta investendo in gruppi di sostegno politico e «finanziando coalizioni pro-business presentate come progetti di interesse della comunità», come le avevano definite Tom Hamburger e Matea Gold in un articolo del 2014 sul ‘Washington Post’.

I due giornalisti avevano descritto come nella primavera del 2012 Google – di fronte ad una possibile azione legale da parte della FTC14 sull’egemonia del loro motore di ricerca – avesse agito dietro le quinte per organizzare un congresso alla George Mason University, di cui è il più importante finanziatore. Google si era assicurato che il programma fosse pesantemente influenzato da interventi favorevoli a sé stesso e, secondo il ‘Post’, aveva fatto in modo che molti economisti e avvocati della FTC stessero ad ascoltarli. Alla fine, la FTC decise di non intraprendere azioni legali. Proprio una cosa come questa sarebbe un buon argomento per un’inchiesta. Oggi, Google sta lavorando duro per proteggere il suo diritto a raccogliere dati sui consumatori e per questo fine ha cercato il sostegno di gruppi conservatori come la Heritage Foundation.

Infine, c’è l’America delle multinazionali. Una volta, le 500 società di ‘Fortune’ erano il pane e il burro della copertura mediatica sul mondo degli affari. Dal collasso finanziario del 2008, invece, la preoccupazione per Wall Street ha messo da parte queste società. Come mi ha scritto Jesse Eisinger di ‘Pro Publica’ in una mail che mi ha inviato, i giornalisti

non si occupano in maniera adeguata di come le corporation tengano i salari bassi, di come trattino i loro impiegati in genere, di come combattano i sindacati, di come facciano attività di lobby per i loro interessi aziendali, di come arrivino alle paghe strabilianti dei loro top manager o di come dominino il mercato. Non sentiamo parlare degli scandali della GM o di VW fino a quando non scoppiano (una volta scoppiati si ha una buona copertura, ma questa è archeologia giornalistica, non giornalismo investigativo). Dov’è la copertura su Boeing, 3M, Dupont, Fedex o CVS? Sull’energia? Sulle assicurazioni? Sugli autotrasporti? Sull’edilizia?

Il sito web che vorrei potrebbe cercare di colmare questo vuoto. Ma anche le attività dei sindacati potrebbero essere messe sotto osservazione.

Il potere dei mega- ricchi non si ferma alle frontiere americane. Come scrive Crhystia Freeland nel libro del 2012 Plutocrats, «la crescita dell’uno per cento più ricco è un fenomeno globale», con il mondo che si sta divaricando tra i ricchi da una parte e il resto del mondo dall’altra. Il sito web sul potere della élite potrebbe fornire indizi ai suoi collaboratori internazionali. Una pagina su Carlos Slim in Messico, per esempio, potrebbe far rivelare che la sua fortuna (stimata intorno a 70 miliardi di dollari) equivale a circa il 6 per cento del PIL annuale del suo paese. E questo rende il Messico una della società più ineguali del mondo.

Carlos Slim

Carlos Slim

Come spiegava un documento del 2014 della Oxfam15, la maggior parte della ricchezza di Slim deriva dall’essersi guadagnato il controllo quasi monopolistico del settore delle telecomunicazioni in Messico quando fu privatizzato vent’anni fa. Nei settant’anni che la Oxfam ha passato a combattere la povertà in tutto il mondo, affermava il documento, ha visto «di prima mano come i più ricchi conquistino le istituzioni politiche al fine di ingrandirsi a spese del resto della società». È impossibile comprendere i molti problemi del Messico senza tenere conto del dominio di Slim, eppure egli appare raramente negli articoli su quel paese.

All’inizio di quest’anno, Slim ha più che raddoppiato la quota che possiede della New York Times Company (quasi il 17 per cento), divenendo il suo maggior azionista (anche se gli Sluzberger mantengono il controllo). È interessante notare che Slim appare raramente sulle pagine del giornale. A prima vista sembrerebbe un chiaro conflitto di interessi. Quindi esplorare la realtà che si cela dietro a tutto ciò sarebbe un argomento eccellente per un sito web che si dedica alle attività dell’uno per cento.

 

4.

Dalla mia ricerca, sono rimasto sempre più impressionato dal numero di articoli di informazione apparsi sui super-ricchi in America. Ne ho citati pochi. Ho anche compreso quanto possa essere difficile scovare informazioni su questo gruppo. Ho trovato grandi difficoltà soprattutto nell’investigare l’influenza del grande denaro sui musei e sul mondo dell’arte. I mega-ricchi sono arrivati a dominare sia i consigli di amministrazione dei musei che il mercato dell’arte, e grazie a ciò stanno lasciando un’impronta profonda sulla cultura americana, ma nonostante ciò ho continuato a trovare ostacoli nella mia ricerca. Questa è ovviamente un’area che merita un’inchiesta più approfondita.

Lo stesso vale per tutti gli altri settori di cui ho parlato. Nonostante il buon lavoro fatto, le testate giornalistiche hanno a malapena iniziato a penetrare l’influenza e il potere dell’economia. Ecco perché penso che ci sia urgentemente bisogno di un sito web nuovo e indipendente su questo mondo. Una tale iniziativa si occuperebbe del mondo delle super élite con instancabile caparbietà. Scaverebbe in profondità nel mondo dei fondi di investimento, delle società di private equity, dei capitali di rischio, delle fusioni e delle acquisizioni, trattandole non come il teatrino dei divertenti intrallazzi di Wall Street ma come le strade attraverso cui le manovre finanziarie nutrono in maniera significativa lo squilibrio economico di questo paese. Questo sito si dedicherebbe alla filantropia, ai think tank, ai lobbisti, ai gruppi di sostegno, all’istruzione pubblica e privata, alle istituzioni culturali, a Hollywood, alla Silicon Valley, alle multinazionali, ai magnati stranieri e mostrerebbe gli intrecci di interesse tra di loro. Le informazioni raccolte verrebbero inserite in un database aggiornato costantemente, che consentirebbe agli utilizzatori di apprendere con pochi click come i manager dei fondi di investimento supportino le scuole private, come facciano donazioni per ottenere influenza alla Brookings e alla AEI, su quale sia l’ultima avventura lobbistica di Google e come venga promossa l’ideologia di Ayn Rand nei campus universitari.

La sede del club Bilderberg

La sede del club Bilderberg

Il sito web potrebbe anche occupare blogger in grado di mostrare come funziona Wall Street dall’interno. Potrebbe inviare troupe televisive in enclavi esclusive come quella di Greenwich, in Connecticut o di Palm Beach, per mostrare le suntuose ville e la vita superprotetta dei super-ricchi.

Potrebbe postare dispacci analitici dalle riunioni delle élite come il Boao Forum (il Davos asiatico), la conferenza Zeitgeist (una versione di Google del TED16), la Sun Valley (dove i baroni dei media si incontrano per fare affari) e dal Bilderberg (il conclave degli executive più esclusivo del mondo). Potrebbe assumere un analista critico dei media per documentare i casi in cui i media stessi sono accomodanti con i ricchi e riportare ciò che non viene riferito. Potrebbe al limite assumere John Oliver17, per mettere in ridicolo i molti modi in cui le grandi aziende sfruttano le personalità di rilievo, i ricercatori a noleggio e i falsi gruppi di azione civica mirati a influenzare e ingannare il pubblico.

Rimane la questione di come finanziare questo sito. Data la grandezza dello staff che una tale impresa richiederebbe e il potenziale limitato per la pubblicità, è improbabile che questo sito riuscirebbe a generare un profitto. Ciò significa che dovrebbe fare affidamento sulla filantropia. C’è forse un consorzio di donatori là fuori che voglia finanziare un’operazione che sollevi le tende sul loro mondo?

  • Questo è il secondo di due articoli.

 

1 Michael Massing, Come mai l’uno per cento più ricco è interessato a finanziare le scuole private?, ‘451’, n° 41.

2 PAC (Political action committee) e i SuperPAC sono dei comitati di raccolta fondi per sostenere od ostacolare candidati a qualsiasi tipo di elezione, referendum o iniziative legislative. N.d.R.

3 È un organismo, un istituto, una società o un gruppo, tendenzialmente indipendente dalle forze politiche, che si occupa di analisi delle politiche pubbliche e quindi nei settori che vanno dalla politica sociale alla strategia politica, dall’economia alla scienza e la tecnologia, dalle politiche industriali o commerciali alle consulenze militari. N.d.R.

4 La riforma del 2010 del sistema sanitario statunitense voluta dal presidente Obama. N.d.R.

5 Per un esempio del tipo di analisi che un tale sito web potrebbe offrire, si veda Alessandra Stanley, The Tech Gods Giveth, ‘The New York Times’, 1 novembre 2015.

6 È la possibilità garantita a tutti di accedere agli strumenti, alle informazioni, ai contenuti e ai servizi di internet in modo paritario, senza distinzioni o segmentazioni corrispondenti a livelli di utilizzo diversi. È un concetto emerso con forza nel corso degli ultimi anni, parallelamente all’affermarsi di internet come fonte d’informazione fondamentale e universale. N.d.R

7 Istituto della Columbia University che si occupa della formazione post laurea degli studenti. N.d.R.

8 Ayn Rand (1905 – 1982) scrittrice, filosofa e sceneggiatrice statunitense di origine russa, autrice di Noi vivi, La fonte meravigliosa e La rivolta di Atlante, fondatrice della corrente filosofica dell’oggettivismo e sostenitrice dell’individualismo e dell’egoismo razionale, da lei inteso come la più naturale e importante delle virtù, in quanto consiste nel cercare il proprio bene senza arrecare danno agli altri. Questa visione auspica la creazione di un capitalismo senza limiti, unica società possibile per il raggiungimento della felicità individuale che l’uomo può ottenere solo grazie al proprio lavoro e quindi alla sua abilità. La Rand collaborò anche con la Commissione per le attività antiamericane di Joseph McCarthy. N.d.R.

9 Mediatore politico che esercita la sua influenza inducendo la gente a votare per un particolare soggetto o posizione politica in cambio di vantaggi politici o finanziari. Un power broker può anche negoziare accordi tra forze politiche contrapposte per soddisfare gli obiettivi politici di entrambe le parti. N.d.R.

10 Tenuta di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti d’America e fondatore dell’Università della Virginia. L’edificio è stato costruito su un progetto dello stesso Jefferson, ed è situato sulla cima di un colle delle Southwest Mountains. N.d.R.

11 È una forzata militare privata statunitense fondata nel 1997 da Erik Prince, un ex-Navy SEAL erede di una ricca fortuna di famiglia. È considerata una delle più importanti compagnie militari private del mondo, con ruoli di primo piano come security contractor in Iraq per conto del governo statunitense. Nel corso degli anni 2000 è divenuta famosa per esser stata coinvolta in diversi fatti di sangue durante la guerra d’Iraq e la guerra in Afghanistan. Nel 2004 l’uccisione e lo scempio dei cadaveri di quattro operatori di sicurezza della Blackwater in un’imboscata a Falluja spinse le forze militari statunitensi ad avviare un’ampia operazione per riprendere il controllo militare sulla città. La Blackwater ha subito inoltre pesanti critiche rispetto alle politiche operative estremamente aggressive tenute dai propri agenti in Iraq: per garantire una forte cornice di sicurezza infatti, i convogli della Blackwater usano abitualmente procedure tattiche preventive e dissuasive molto pericolose per la popolazione civile. N.d.R.

12 Uomo d’affari e filantropo americano, co-creatore dell’agenzia di spettacolo Creative Artists e presidente della Walt Disney dal 1995 al 1997. N.d.R.

13 Produttore e regista statunitense. N.d.R.

14 Federal Trade Commission, agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti che si occupa della difesa dei consumatori e di eliminare le pratiche anticompetitive o monopolistiche nel mercato. N.d.R.

15 Una delle più importanti confederazioni internazionali specializzata in aiuti umanitari e progetti di sviluppo. N.d.R.

16 TED (Technology Entertainment Design) è una conferenza che si tiene ogni anno a Vancouver e, recentemente, ogni due anni in altre città del mondo. La sua missione è riassunta nella formula ideas worth spreading (idee che vale la pena diffondere. Le lezioni abbracciano una vasta gamma di argomenti che comprendono scienza, arte, politica, temi globali, architettura, musica e altro. A loro volta i relatori provengono da molte comunità e discipline diverse. N.d.R.

17 Comico e attore britannico, molto conosciuto negli Stati Uniti per le sue partecipazioni al The Daily Show, per il podcast satirico The Bugle e per il John Oliver’s New York Stand-Up Show trasmesso da Comedy Central. N.d.R.

 

 

 

MICHAEL MASSING, è un giornalista americano, ex direttore esecutivo della ‘Columbia Journalism Review.’ I suoi articoli appaiono regolarmente su ‘The New York Review of Books’, ‘The American Prospect’, ‘The New York Times’, ‘The New Yorker’ e ‘Atlantic Monthly’. È autore di due libri: The Fix (University of California Press, 2000) e Now They Tell Us: The American Press and Iraq (New York Review Books, 2004).

 

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