Jonathan Raban

Il contratto sociale messo alla prova

da ''The New York Review of Books''

CHARLOTTE ROGAN, The Lifeboat, Reagan Arthur/Little, Brown, 278 pp., $24.99

 

 

LETTERATURA – Il romanzo di Charlotte Rogan, Lifeboat, ispirandosi a fatti realmente accaduti, narra la lotta per la sopravvivenza fra un gruppo di naufraghi a bordo di una scialuppa di salvataggio. Ma Lifeboat, è soprattutto un’indagine sul labile confine su gioca il suo ruolo il contratto sociale brillantemente svelatoci da Rousseau.

Per molto tempo i giudici e i procuratori hanno affermato con forza che le leggi in uso sulla terraferma debbano essere applicate anche in mare aperto, come d’altro canto hanno riconosciuto che in acque internazionali il diritto sia spesso in conflitto con il costume marittimo tradizionale – in particolar modo l’uso di tirare a sorte per decidere chi debba vivere e chi debba morire nelle situazioni disperate. In Inghilterra ci fu un caso emblematico, Regina v. Dudley e Stephens (1884), in cui gli uomini dell’equipaggio del battello Mignonette furono condannati per aver ucciso e mangiato il mozzo di bordo, dopo che la loro nave era affondata nel sud dell’Atlantico e che si erano imbarcati nella scialuppa di salvataggio. Il processo fu ricordato indirettamente da W.S. Gilbert1 in The Yarn of the “Nancy Bell”, in cui un vecchio marinaio canta di come mangiò gran parte dell’equipaggio della sua nave perduta:

 

Io sono un cuoco e un capitano ardito,

del battello Nancy il vice comandante,

mozzo ubriaco e giovane ufficiale, della scialuppa tutti i marinai!

 

Un caso analogo avvenuto in America nel 1842 fu Stati Uniti v. Holmes (poi citato in quello inglese, che accadde successivamente). In questa occasione non ci fu cannibalismo, ma l’equipaggio del William Brown, diretto da Liverpool a Philadelphia con a bordo emigranti scozzesi e irlandesi, gettò da una scialuppa troppo affollata quattordici passeggeri di sesso maschile, dopo che la nave era finita contro un iceberg in mezzo all’oceano a circa400 chilometri a sud-est di Capo Race, nel Newfoundland. Quando la barca di otto metri aveva iniziato ad affondare sotto il peso di nove marinai e trentadue passeggeri, non fu fatta nessuna estrazione a sorte per decidere chi dovesse essere sacrificato, e nessuno dei membri dell’equipaggio fu gettato in mare. Alexander Holmes, il solo imputato del processo, fu l’unico a essere incriminato perché in quel momento soltanto lui si trovava a Philadelphia, anche se non era il comandante della nave e stava solamente eseguendo gli ordini del primo ufficiale.

Durante il processo, una grande parte del dibattimento fu impiegata per tentare di stabilire se gli uomini a bordo fossero stati forzati in uno «stato di natura» a causa della circostanze terribili in cui erano e per questo si trovassero in una condizione al di là della legge, o se invece fossero rimasti nell’alveo del «contratto sociale» e dunque dovessero rispondere alle regole di condotta valide sulla terraferma. Ebbe la meglio l’ipotesi del contratto sociale, e Holmes fu giudicato colpevole di omicidio colposo (un grand jury aveva respinto l’accusa di omicidio volontario), anche se gli fu comminata solamente una pena di sei mesi di reclusione e una multa di 20 dollari.

Charlotte Rogan ha affermato che il caso William Brown le ha fornito l’ispirazione per The Lifeboat, il suo primo romanzo. L’autrice ha spostato in avanti la linea temporale al 1914, in modo che il senso di disgregazione percepito a bordo della sua scialuppa di otto metri rispecchiasse il destino dell’Europa allo scoppio della Prima guerra mondiale. Nel romanzo, l’imbarcazione che fa naufragio è un’elegante nave da crociera chiamata Empress Alexandra, i cui passeggeri sono prevalentemente americani facoltosi che abbandonano la zona di guerra insieme ai loro domestici. Cinque giorni dopo essere salpati da Liverpool, un’esplosione e un incendio fanno colare a picco la nave, quasi nello stesso punto del Nord Atlantico in cui nel 1841 era affondato il William Brown. Anche in questo caso, le scialuppe sono troppo poche e troppo piccole, e il gelido mare inizia ad affollarsi di corpi di annegati e di altri sul punto di annegare, quando la scialuppa 14 viene sganciata dalla nave che sta affondando, con a bordo trentotto passeggeri sotto il comando di Mr. Hardie, un marinaio scelto.

The Lifeboat è al tempo stesso una storia appassionante sulla sopravvivenza in mare e un romanzo che racconta in modo convincente le vicende del personaggio narrante. Grace Winter, la narratrice, ha ventidue anni ed è sposata da poco; attenta, intelligente, socialmente ambiziosa, non priva di un freddo interesse personale. È anche sotto processo a rischio di condanna a morte. Imputata insieme ad altre due donne, è accusata dell’omicidio del marinaio scelto Hardie, gettato nell’oceano pochi giorni prima che un peschereccio islandese salvasse dalla scialuppa ventisei sopravvissuti affamati e debilitati.

Il romanzo ha la forma di un diario retrospettivo di Grace, scritto in cella su suggerimento del suo team legale, e ideato da essi per scagionarla dall’accusa di omicidio. Ma alla fine (come veniamo a sapere al termine del libro), gli avvocati decidono di non servirsi del diario come prova, in quanto Grace si rivela una narratrice non abbastanza sleale per le loro intenzioni. Dal suo resoconto trapelano troppi elementi di verità che potrebbero servire alla giuria per condannarla. Il libro dunque si rivela un’arma a doppio taglio, in grado al tempo stesso di far assolvere e di inchiodare l’imputata, tale ambiguità, pagina dopo pagina, costringe il lettore a soppesare le parole di Grace con particolare attenzione e cautela.

Un passeggero a bordo della scialuppa, uno storpio di nome Mr Sinclair, descritto come «una specie di studioso», cita gli scritti di Aristotele sulla memoria e la reminiscenza, e quelli di Freud sulla dimenticanza e la rimozione, una lezione che Grace prende molto sul serio:

 

Penso a questa ora, perché scrivere il mio resoconto ha richiesto un grande sforzo di memoria. Talvolta ricordo una cosa, e solamente in seguito mi viene in mente qualcos’altro, che a sua volta mi conduce a qualcos’altro ancora e così via, in una lunga catena.

 

Gli eventi importanti nella storia di Grace – come la sua salita a bordo della scialuppa, e la caduta e la morte di una bambina come sua conseguenza accidentale – sono ricordati in modo diverso ogni volta che se ne parla. In una versione, l’imbarco è avvolto nella confusione del panico generale, quando la nave sta andando a fuoco; in un’altra, la donna ricorda che suo marito stava stringendo un qualche tipo di accordo con Mr. Hardie; in un’altra ancora, anche Mr. Blake, un ufficiale, fa parte dell’accordo, nel quale potrebbe essere coinvolto un quantitativo di oro appartenente al carico segreto della nave. La memoria di Grace si adatta alle circostanze nell’aggiungere o sottrarre dettagli alla storia, e non è esageratamente faziosa o parziale; ricorda anche aspetti spiacevoli di se stessa, ma anche quando si presenta come arrogante e insensibile, questi difetti non le alienano le simpatie del lettore, perché immediatamente si scopre su di lei qualcosa di più interessante.

Le parole preferite di Grace per descrivere la personalità delle altre persone sono «forte» e «debole», come per il tè. Per quanto riguarda se stessa, pensa di essere una donna forte, che è stata temprata nel corso dell’ultimo anno dal suicidio del padre – a seguito del fallimento economico –, dalla conseguente follia della madre, e dal frettoloso trasferimento della famiglia da una grande villa con tanto di servitù a uno squallido appartamento in una casa popolare. Sua sorella si è rassegnata a questo destino trovando un impiego come governante a Chicago, mentre Grace si è assicurata un ricco marito, notato per la prima volta nelle cronache mondane di un giornale, in cui compariva la sua immagine insieme a una fidanzata. Tutto ciò può sembrare un po’ troppo stereotipato, e in realtà lo è: Charlotte Rogan non disdegna i cliché, ma nelle sue pagine migliori approccia anche le situazioni più abusate e archetipiche con tale convinzione che riesce a elargirgli un nuovo vigore e a conferirgli la potenza del mito.

Molta della forza preziosa di Grace è radicata nel suo istintivo opportunismo. Sia nella scialuppa che nel tribunale di Boston, la donna manifesta la capacità di un camaleonte nell’adattarsi alle diverse circostanze. Quando la incontriamo per la prima volta, lei stessa si definisce un’«anglicana dallo spirito pratico», ovvero un’agnostica praticante con un suo credo morale. A bordo della scialuppa giunge rapidamente a divinizzare Mr. Hardie, ritenuto un «salvatore», a causa della sua conoscenza apparentemente enciclopedica del mare e di tutte le sue vie. Quando anche questo dio sbaglia, diviene un «diavolo», e la fede di Grace si rivolge verso l’oceano stesso, e verso la sua solenne indifferenza nei confronti dell’umanità. Queste tre fasi tracciano la discesa graduale della scialuppa e dei suoi passeggeri da uno stato in cui vige il «contratto sociale» a uno «stato di natura», dalla vita in un mondo governato dalla legge della terraferma – cui è doveroso rispondere – alla vita oltre il confine barbarico del mare senza legge.

La maggior parte della potenza narrativa del libro deriva dal suo intento di rappresentazione dei sopravvissuti come fermamente degradati da uomini e donne civilizzati in selvaggi. Entro il dodicesimo giorno della disavventura, ben otto persone del carico iniziale della scialuppa sono morte o sono state gettate fuori bordo in seguito a un’estrazione a sorte apparentemente truccata compiuta da Mr. Hardie. Quelli che sono rimasti stanno morendo di fame o di sete, quando un piccolo stormo di uccelli non identificati precipita dal cielo nell’oceano, da dove sono raccolti da mani grate, che ringraziano religiosamente Dio per il miracolo compiuto appena in tempo. «Eravamo ricoperti di piume e di frattaglie», scrive Grace.

 

D’un tratto ebbi l’immagine di me stessa come un predatore, fin quando non mi guardai intorno e non mi resi conto che eravamo tutti dei predatori, lo eravamo sempre stati … Non ero l’unica a percepire una strana simpatia verso tutto ciò che si trovava intorno a me: il cielo, il mare e la scialuppa piena di persone, ciascuna delle quali in quel momento aveva del sangue che colava giù dal mento e le labbra segnate da tagli dolorosi, che si spaccavano e sanguinavano quando provavano a sorridere.

Il banchetto degli uccelli segna il punto in cui la scialuppa di salvataggio galleggia libera dagli obblighi della legge, dagli usi e costumi della società, ed entra nel terreno della natura dominata dal dente e dall’artiglio sanguinanti.

Per lo meno nella tematica, The Lifeboat ha delle evidenti somiglianze con Il signore delle mosche, ma si dovrebbe immaginare quest’opera spogliata dalla passione di Golding per i dettagli naturali, la sua intricata teologia, il modo in cui lascia cadere sulla propria isola tropicale l’ironica ombra lunga dell’Isola di corallo di Ballantyne2, e il suo finissimo assortimento di ragazzini della scuola media. The Lifeboat è un romanzo essenziale, la cui riuscita o il cui insuccesso dipende dal fascino (o dalla sua mancanza) di un unico personaggio.

La maggior parte delle figure secondarie del libro sono poco più che degli abbozzi. Mrs. Grant, anche lei sotto processo per omicidio, viene descritta come una donna «robusta», e a bordo della scialuppa svolge solamente due funzioni: fare da madre alle altre donne e mettere in discussione gli ordini di Mr. Hardie. Mr. Sinclair, lo «studioso» storpio, ha il ruolo di citare i classici, e, una volta esaurito il suo compito, si getta opportunamente in mare. La personalità frastagliata di Mr. Hardie è la più sfuggente di tutte, nonché la meno riuscita.

Dotato di una «voce da vecchio lupo di mare», per la maggior parte del tempo parla il linguaggio dei racconti di pirati per l’infanzia: dice «aye» per «yes», «yay» per «no», «ye» per «you», «yer» per «your», e cadenzando le proprie frasi col termine britannico «bloody» dal tono molto british. «Row yer bloody hearts out, unless ye want to be sucked under to yer doom» (Remate con tutte le vostre dannate forze, se non volete essere risucchiati verso il vostro destino), urla Hardie ai rematori della scialuppa mentre la barca si allontana dalla nave che affonda. Ma quando parla del mare, di solito nell’ambito di un discorso indiretto, assume il tono di un docente di oceanografia; e dopo aver infilzato con il suo pugnale un enorme pesce, quando uno dei passeggeri gli chiede se debbano mangiarlo crudo, Hardie replica con inverosimile sarcasmo: «No, lo facciamo prima saltare in una salsa di burro all’aglio». Tutti questi aspetti del proteiforme Hardie non riescono a trovare una loro coerenza, e dunque è difficile che il lettore provi qualcosa nel momento in cui Grace collabora a gettare nell’oceano quest’uomo che non riesce mai a emergere dalla pagina.

Hardie non viene condannato a morte tramite il tipico sorteggio di tradizione marinaresca, ma grazie a uno strano esempio di democrazia, in seguito a una votazione richiesta da Mrs. Grant (mancano ancora sei anni alla concessione del suffragio universale alle donne, ottenuto con la ratifica del Diciannovesimo Emendamento nell’agosto del 1920). Tutti gli uomini si schierano contro la mozione di Mrs Grant; Grace registra la propria astensione, mentre il resto delle donne, dopo un’ambigua esitazione, vota per la morte di Hardie. Questi i pensieri di Grace in tale circostanza:

 

Sussurrai: «Mi astengo. Non avete bisogno del mio voto. Fate pure ciò che volete». Non sono sicura che Hardie riuscì a sentire le mie parole dal punto in cui stava seduto, ma io scossi il capo, sperando che pensasse che avessi votato no. Mi sentivo ancora in debito verso l’uomo che era al comando – verso gli uomini in generale – e, naturalmente, verso Dio, che avevo sempre reputato di sesso maschile, anche se in quel momento iniziavo a concepirlo di forma liquida, un’entità che ogni tanto si sollevava minacciando di annegarci, ma ci teneva in vita per continuare a divertirsi con i suoi capricci e le sue minacce.

 

Naturalmente non possiamo sapere se Grace stia dicendo la verità, ma la sua difesa in aula si appoggia sul fatto che questa donna all’apparenza determinata sia in realtà debole, indecisa, facilmente impressionabile fino alla sottomissione. I suoi difensori l’hanno vestita adeguatamente per farle interpretare questo ruolo («alterno un tailleur color tortora e un vestito blu scuro con il collo alto e i merletti ai polsi, acquistato apposta per me dai miei avvocati). Mrs. Grant, viceversa, «offre un’immagine spaventosa», con i capelli tagliati corti e la figura «robusta» costretta in un nero sgraziato, e Hannah West indossa per il processo un paio di pantaloni. Vedova timida e graziosa, Grace Winter appare alla giuria come un’innocente suggestionabile, che è stata incastrata in un perfido disegno ordito da due lesbiche più anziane e sgradevoli di lei.

Ma la lei sta recitando, come sempre; si adegua alle regole di quel gioco formale del processo che cerca di asserire la sua giurisdizione su eventi avvenuti al di là della legge, a bordo di una scialuppa in mezzo al mare. Il linguaggio ampolloso e le procedure della corte lottano per contenere la confusione di un’umanità degradata a bordo della scialuppa 14: «E non può l’uccisione di Mr. Hardie essere considerata come lo spodestamento di un comandante ostile – un despota, se preferite – in quel piccolo regno, un autocrate tirannico che stava mettendo in pericolo le vite di coloro che erano sotto la sua responsabilità?». Grace, studiando attentamente ogni cavillo legale e ogni battuta, intuisce perfettamente il proprio ruolo nella rappresentazione, e lo recita con persuasiva convinzione. Nelle condizioni imposte dall’aula di tribunale, in cui sopravvive chi sa adattarsi meglio, dimostra un talento di adattamento darwiniano, ed è sufficientemente consapevole da riconoscere bene la parte che sta interpretando.

Dimostra la giusta dose di afflizione per il presunto annegamento del marito banchiere, quel tanto che serve per apparire una vedova addolorata, anche quando, considerandola la sua principale opportunità di salvezza, inizia a flirtare vivacemente con il capo dei suoi avvocati, Mr. Reichmann, che è ora l’uomo di maggior palpabile sostanza per la sua vita. Nel momento in cui riesce a strappargli una proposta, osserva: «Temo che… dovrò accettare la proposta di matrimonio di Mr. Reichmann per mancanza di un piano migliore», e in seguito afferma:

 

Non è possibile rimanere sul filo del rasoio delle possibilità troppo a lungo, senza cadere da una parte o dall’altra, come mi ha dimostrato chiaramente la mia esperienza a bordo della scialuppa. Sentivo le farfalle nello stomaco alla presenza [di Reichmann]? No, ma lui mi ha dichiarato di sentirle quando era insieme a me, e ciò mi ha reso felice.

 

In questa scena, come in altre del libro, il sereno pragmatismo di Grace si guadagna la simpatia del lettore, non la sua disapprovazione. Assolta dall’accusa di omicidio, subito si scrolla di dosso ogni tipo di sentimento nei confronti delle sue coimputate, la cui condanna a morte viene rapidamente commutata in ergastolo. Lei vive per il futuro; il passato – per l’esasperazione della sua psichiatra – riveste per lei un interesse minimo, tranne per il fatto che le ha aperto davanti un mondo nuovo, «privo di dipendenze da altre persone, privo persino della paura della morte e della fede in Dio». È la primavera del 1915, subito dopo l’affondamento del Lusitania, e Grace Winter, «pervasa da una certa felicità» per essersi liberata dai vincoli della morale ordinaria, è pronta per affrontare il secolo che ha davanti. Probabilmente arriverà lontano.

Il romanzo spesso assume un tono sgradevolmente didascalico, in parte per il fatto che gli altri personaggi sono tratteggiati così sommariamente da sembrare poco più che semplici argomentazioni della tesi principale. La storia brulica ovunque di dilemmi morali che scaturiscono dagli eventi, e fornirà materiale di discussione ai circoli di lettura senza richiedere ai loro membri di dare al libro più di un’occhiata superficiale. Charlotte Rogan, che presumo essere nella metà dei suoi cinquant’anni (l’unica informazione fornita dall’editore è che «ha studiato architettura all’Università di Princeton, e si è laureata nel 1975»), probabilmente scriverà romanzi migliori e più sostanziosi di questo, ma The Lifeboat rimane comunque un debutto coi fiocchi.

(Traduzione di Luca Alvino)

 

1. Si tratta di William Schwenck Gilbert (1836-1911), scrittore e librettista comico inglese. I versi citati fanno parte delle Bab Ballads, una raccolta satirica illustrata con delle caricature realizzate dallo stesso autore. N.d.T.

2. Si tratta dello scrittore scozzese Robert Michael Ballantyne (1825-1894), autore di numerosi romanzi d’avventura. L’isola di corallo, del 1858, è la sua opera più importante. N.d.T.

JONATHAN RABAN è un romanziere britannico e scrittore di viaggi. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, come il prestigioso National Book Critics Circle Award. I suoi racconti spesso fondono la storia del viaggio con quella del territorio circostante nel quale sta attraversando. Tra le pubblicazioni più recenti in Italia troviamo il suo Passaggio in Alaska. Da Seattle a Juneau, (Einaudi, 2003).

 

 

 

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