Gianfranco Pasquino

Il futuro di Fini

GIANFRANCO FINI, Il Futuro della Libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Milano, Rizzoli, 2009, pp. 166, € 16,00

IDEM et al., La politica in cammino, Roma, Armando, 2010, pp. 63, € 12,00

IDEM, L’Italia che vorrei, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, pp. 284, € 18,00

POLITICA ITALIANA: Da quasi un anno, ormai, in Parlamento sono in primo piano le vicende legate alla maggioranza e al leader del PDL, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Gianfranco Fini ha abbandonato il partito (ma non il suo incarico parlamentare) e intrapreso un rischioso percorso politico indipendente, fondando Futuro e Libertà. Il prof. Pasquino, partendo da tre libri scritti dal presidente della Camera, analizza questa complessa situazione e traccia un ritratto politico di Fini equilibrato e approfondito.

I libri scritti dagli uomini politici (in Italia spesso dai loro staff, altrove dai cosiddetti ghost writers o dagli editors delle grandi case editrici) possono rispondere a una pluralità di esigenze. Talvolta vogliono offrire ai lettori un resoconto della vita politica di quegli uomini. Sono autobiografie, spesso giustificazioniste, che mirano a contrastare preventivamente l’opera degli storici, mettendo a disposizione al tempo stesso il punto di vista di quell’uomo politico. Qualche volta quei libri si propongono di fornire il racconto, l’analisi e la valutazione relativa a un avvenimento, un fenomeno, un’occasione specifica, ma particolarmente importante o interessante. Infine, anche quando sono pure e semplici raccolte di interventi, dichiarazioni e discorsi, ancorché rielaborate, alcuni dei libri servono a delineare la “filosofia politica” di quel particolare leader, a farne stagliare il profilo, a mettere in evidenza le sue qualità e i suoi progetti. In maniera diversa dai paesi anglosassoni1, in Italia le vere e proprie autobiografie scritte dai grandi uomini politici sono un genere raro e non soltanto perché di uomini politici grandi non ne abbiamo avuti molti. Proliferano invece, in particolare a opera degli ex comunisti (da Occhetto a D’Alema a Fassino), i resoconti di alcune esperienze, di alcune fasi, di alcuni particolari momenti della loro storia politica. Per lo più sono libri brutti e sciatti che peraltro contengono qualcosa di interessante per chi si occupa professionalmente di analizzare e interpretare la politica. Altre volte, infine, i leader, come Veltroni nella sua corsa dell’estate-autunno 2007 alla segreteria del Partito Democratico, lanciano manifesti programmatici. Quello di Veltroni aveva il titolo La nuova stagione. Forse, di questi libretti il più memorabile, detto con appena un po’ di ironia, rimane Una storia italiana, distribuito in milioni di esemplari per accompagnare la (vittoriosa) discesa in campo di Silvio Berlusconi nella primavera del 1994.

I volumi di Fini qui recensiti appartengono quasi essenzialmente al genere “manifesto programmatico”. Non contengono nessuna indicazione sulla carriera politica dell’autore e nessun riferimento alle sue importanti vicende passate (il suo ruolo, da lui oggi totalmente superato, nel neofascismo) e recenti (la clamorosa rottura con Berlusconi e la tormentata creazione di Futuro e Libertà), nonché alle loro importanti implicazioni. Dunque, anche se di per sé interessanti, questi libri richiedono, per una loro migliore fruizione e comprensione, un previo inquadramento nel caldo contesto del confronto/scontro politico italiano che sta scuotendo il centrodestra da una decina di mesi a questa parte, e del quale non si intravede la fine.

Rimasto solidale e leale con Silvio Berlusconi per quindici anni, nel luglio 2010 Fini si è scontrato pubblicamente e clamorosamente con il capo del partito detto “Popolo della Libertà” e si è lanciato senza rete in una nuova, imprevista e rischiosissima avventura politica. Grazie a Berlusconi che, nel novembre 1993, annunciò che se fosse stato un elettore romano avrebbe votato Fini sindaco (e non Rutelli), e che, in seguito, costruì il Polo del Buongoverno alleando la sua Forza Italia con la neonata Alleanza Nazionale, i neofascisti furono tutti, come si scrisse allora usando un termine molto brutto, “sdoganati”; praticamente, aggiungo io, senza pagare nessun dazio per il loro equivoco passato. Per lungo tempo, Fini non ha osteggiato nessuno dei pessimi provvedimenti legislativi che Berlusconi e il suo stuolo di avvocati formulavano ad personam, né si è opposto ad alcune pasticciatissime leggi. Pur proseguendo il suo personale percorso di allontanamento dal neofascismo che lo portò ad Auschwitz e in Israele e che tolse ogni merito al fascismo e al Duce, Fini rimase al governo ottenendo cariche importanti e, secondo tutti gli osservatori, esercitandole con impegno, competenza, stile: vicepresidente del Consiglio (2001-2006), ministro degli Affari Esteri (2004-2006) e vicepresidente della Convenzione Europea (2002-2005). Dopo la vittoria elettorale del Popolo della Libertà nell’aprile 2008, Fini è stato eletto dalla maggioranza di centrodestra presidente della Camera dei Deputati, la terza carica istituzionale in ordine di importanza, e la sta esercitando con imparzialità ed efficacia tanto che le richieste tutte politiche di esponenti del PdL di farlo dimettere non sono approdate da nessuna parte, mancando di qualsiasi fondamento istituzionale. Da quel pulpito, è innegabile che Fini abbia deciso di sfruttare a fondo la visibilità che la sua carica offre anche con intenti altamente politici, vale a dire “predicando” una sua visione della politica, pur non necessariamente in chiave partitica (si deve ammettere, però, che talvolta la linea distintiva è molto tenue).

La sua predicazione politica, che, incidentalmente, a me pare essere parte integrante dell’attività di uomini e donne politicamente impegnati e ambiziosi, è stata indirizzata in una pluralità di direzioni.

Dai libri in esame traggo tre elementi che sono cruciali per l’Italia e per la sua crescita politica, economica, sociale e culturale: il compito della cultura, il ruolo/posto dei giovani, la necessità di un’etica politica. Incidentalmente, tutt’e tre questi elementi occupano un posto particolarmente rilevante nell’abisso politico e personale che si è aperto fra Fini e Berlusconi e che appare incolmabile.

L’intelligente iniziativa di presentare nel 2009 a Montecitorio libri importanti che parlano di politica, con le relazioni contenute nel libro pubblicato da Armando, iniziativa già replicata con grande successo di pubblico nell’autunno 2010, costituisce un ottimo segnale dell’importanza da attribuire alla cultura, segnale disatteso completamente nella concreta attività del governo Berlusconi-Tremonti-Bondi (allora ministro dei Beni Culturali). In quell’iniziativa e nell’agile libro che ne è seguito si trova anche la discussione di una problematica di assoluta rilevanza: «quale cultura politica dopo il crollo delle ideologie ottocentesche?». Sbaglieremmo alla grande se sottovalutassimo la loro, seppur minoritaria, sopravvivenza, in mutate forme, e il peso della loro eredità. Divertentissimo è l’intervento del liberale liberista Piero Ostellino che, poiché aderisce pancia a terra a una sua personalissima interpretazione dell’illuminismo scozzese, chiamerò MacOstellin. Nel suo slancio mercatista e libertario, MacOstellin finisce per trovarsi a formulare un’idea di libertà che coincide quasi sostanzialmente con l’hobbesiano bellum omnium contra omnes: sfrenata e sregolata competizione di tutti contro tutti. Quel che conta, però, è che questa non è la concezione che Fini abbozza nelle sue pagine introduttive e che argomenta anche negli altri libri.

Quando si parla di guerre di tutti contro tutti e di conflitti, con la magistratura e con l’opposizione, fra il capo del Governo e il presidente della Repubblica, è obbligatorio guardare soprattutto a Berlusconi.

Pochi hanno rilevato che nello scontro fra Berlusconi e Fini gli oggetti del contendere sono effettivamente due: come si guida un partito e come si esercita l’attività di governo. Ma esiste anche un incancellabile elemento di sottofondo che produce una verticale contrapposizione e un’insuperabile incomprensione. Questo elemento è rappresentato dalle differenze inconciliabili nelle biografie dei due leader. Berlusconi è un imprenditore che si è impadronito di una parte notevole della sfera politica che, incidentalmente – Ostellino dovrebbe saperlo –, è quanto di più illiberale possa esistere: il potere economico che “compra” il potere politico, mantenendo ed esaltando il suo conflitto di interessi, esibendo non soltanto una sprezzante critica dei politici che non hanno mai lavorato, ma anche un corrosivo e diseducativo, ma innato, atteggiamento antipolitico e populista. Fini è proprio un politico di professione che sa che la politica ha una sua dignità da rispettare e da promuovere e che non è soltanto comando, ma è costruzione del consenso, non abusando del potere economico e mediatico personale, ma attraverso la formulazione di proposte e l’attuazione di politiche.

Tutti i ceti politici hanno la tendenza a difendere in maniera ossessiva, spesso con collusioni e “cartelli” (altrimenti non diventerebbero “caste”) le posizioni acquisite, in special modo la loro permanenza senza fine nelle cariche di partito e istituzionali. In attesa di inconsuete “rivolte” generazionali, la politica diventa spesso un affare di uomini anziani, con troppe donne e troppi giovani che, invece di combattere, aspettano il loro turno nelle cooptazioni che verranno effettuate dai diversi capi corrente. Altrove, in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna e in Germania, ma anche negli USA, poiché esiste competitività e si produce alternanza, il ricambio generazionale avviene, anche con apprezzabile frequenza. In Italia, Berlusconi ha solo parzialmente nascosto il suo potere gerontocratico reclutando con grande fanfara, magari senza eccessivo riferimento alle loro biografie professionali e alle loro competenze politiche, alcune donne giovani e attraenti.

Pur rivolgendosi direttamente ai nati nel 1989 e dopo e giustamente chiamandoli alla competitività e al rischio («La società del rischio è una società di uomini liberi che accettano la sfida di migliorare la propria vita, consapevoli che, senza rischio, non ci sarebbe sfida e quindi crescita, progresso»), Fini non affronta di petto il tema del rinnovamento della politica. Tuttavia, i suoi collaboratori più stretti e convinti nell’ardua impresa dello schieramento da lui fondato e lanciato, Futuro e Libertà, sono sostanzialmente dei quarantenni nient’affatto privi di esperienze politiche.

Il duello iniziale fra Fini e Berlusconi si è sviluppato sulla concezione del partito, quello inopinatamente creato sul predellino di un’auto. Lasciando da parte qualsiasi considerazione su che modello di partito fosse/sia il Popolo della Libertà (i politologi si sono già variamente esercitati sul tema, spesso sbagliando poiché troppi fra loro preferiscono all’analisi la demonizzazione di tutto quello che è berlusconiano), il problema posto da Fini riguardava, in primis, le modalità con le quali deve essere guidato un partito. L’accusa rivolta allo stupefatto Berlusconi era di esercitare una leadership di tipo cesaristico. La maggior parte dei commentatori politici interpretò la sfida come la rivendicazione a opera di Fini della futura eventuale successione nella carica non soltanto di capo del PdL, ma anche di capo del governo. Dissento poiché mi pare improbabile che Fini non avesse tratto dalla sua frequentazione con Berlusconi due importanti lezioni: primo, Berlusconi (come, in generale, i leader “autoritari”) non procede alla designazione di nessun successore per non indebolirsi; secondo, l’eventuale successore uscirà dal circolo più ristretto del quale Fini non ha mai fatto e non potrà mai fare parte. Giunto probabilmente a queste conclusioni, ma anche per un’altra più importante ragione, Fini lanciò quella che, in termini economici, sarebbe possibile definire come un’OPA (Offerta Pubblica d’Acquisto) ostile nei confronti del PdL, mirando a ridimensionare il cesarismo berlusconiano attraverso una ridefinizione profonda di quello che potrebbe e dovrebbe essere un partito di destra moderno nell’Europa del XXI secolo. Dallo stile (fuoruscire dal cesarismo) alla sostanza (laicità ed europeismo, rispetto per le istituzioni e delimitazione delle loro rispettive sfere, regolamentazione dei conflitti di interessi ed economia sociale di mercato più un welfare delle opportunità): tutto questo, ampiamente e convincentemente argomentato nel volume L’Italia che vorrei, è fumo negli occhi di Berlusconi e soprattutto dei berlusconiani, troppo spesso persino più zelanti del capo.

Tuttavia, per ragioni che mi sfuggono, l’importantissima, probabilmente decisiva, problematica circa quale partito di destra debba essere costruito nel XXI secolo in un paese come l’Italia, che non ha mai goduto della presenza di una destra democratica, rappresentativa, moderna, è espunta dai due libri di Fini. Si tratta di un peccato di omissione, oppure è la dichiarazione che, consumato lo strappo con Berlusconi e con il suo cesarismo, Fini e i suoi sostenitori nel nuovo raggruppamento Futuro e Libertà non sanno dove andare e come procedere e hanno, dunque, già perso quella spinta propulsiva che era emersa in maniera prorompente nel discorso di Mirabello (qui non ripresentato), tenuto nel settembre 2010? Forse, il partito del leader unico e massimo non si cambia dall’interno e non può essere conquistato dall’esterno. Forse, il cambiamento di quel tipo di partiti avviene esclusivamente quando il suo leader crolla, anche per motivi biologici. Quasi sicuramente, Fini è responsabile di avere drammaticamente sottovalutato l’impatto del potere politico, economico, mediatico di Berlusconi. A ogni buon conto, questa sottovalutazione risulta un errore grave per un uomo politico, prudente e accorto come Fini, che ne sta pagando le conseguenze poiché ha perso l’iniziativa e subisce la controffensiva dei berluscones. La strategia di Fini si è, di conseguenza, spostata, come scrive lui stesso nell’introduzione a L’Italia che vorrei, «dalla politica alle politiche», ma personalmente aggiungerei «dall’attacco al ripiegamento».

Questo libro più recente è tutto composto da discorsi pronunciati in un arco di tempo che va dal novembre 2008 al novembre 2010 suddivisi in otto sezioni. Sono discorsi alti, di ampio respiro, non appiattiti sulla cronaca, mai provinciali, che spaziano dall’Europa ai diritti umani, dall’economia al federalismo, dalla giustizia alla costituzione, con un’interessante escursione sulla validità e sull’importabilità delle istituzioni e del sistema elettorale della Quinta Repubblica francese. Non è ovviamente possibile entrare nel merito di ciascuno di questi argomenti, ma anche un osservatore superficiale nota immediatamente che su tutte le tematiche affrontate è grande la distanza che intercorre dall’oramai dimenticato programma del governo Berlusconi, sottoscritto anche da Fini nel 2008, e la visione e le politiche che Fini delinea, spiega, argomenta. Sono tutte spiegazioni, indicazioni, argomentazioni di buon senso, elemento che, a mio modo di vedere, è un pregio politico e istituzionale di richiamo alla necessità di valori condivisi, sicuramente apprezzabile, ma che la destra populista di Berlusconi e Bossi rifiuta quotidianamente e pervicacemente, di suggerimenti riformatori, ad esempio, nel cruciale nesso fra Governo e Parlamento, che migliorerebbero funzionamento e rendimento del modello italiano di governo parlamentare, mentre Berlusconi punta a un confuso e inesistente “presidenzialismo alla Arcore”. Non vedo, però, delineata in nessuno degli scritti e dei discorsi di Fini quale dovrebbe essere la base sociale ricettiva ai suoi richiami, alle sue proposte, alla sua predicazione (anche questo termine lo uso con connotazione positiva). Ovvero esiste una base sociale di destra moderata e moderna, non provinciale e non particolaristica, nella quale la visione politica di Fini riesca a fare breccia?

Per quel che attiene alla tematica relativa al parlamentarismo, che Fini interpreta e ridefinisce mostrando notevole intelligenza istituzionale, è lecito aspettarsi e pretendere qualche approfondimento aggiuntivo. La concezione espressa da Fini è antitetica a chi, come Berlusconi non tollera che il Parlamento esegua il suo compito precipuo che non è quello di legiferare, ma di controllare, monitorare, valutare le leggi formulate dal governo. A proposito, molto opportunamente Fini sostiene che il compito principale di un moderno parlamento non consiste nel “fare le leggi”, ma nell’influenzare la formulazione delle leggi, che è compito del governo. Tuttavia, in questa concezione fanno la loro comparsa un problema e una debolezza. Il problema è come creare una leadership parlamentare forte e visibile in grado di contrapporsi a una leadership populista, terribilmente semplificatrice nei suoi rapporti interistituzionali. La debolezza consiste nel fatto che qualsiasi leadership alternativa a quella di Berlusconi, se vuole essere competitiva, necessita di una “tribuna” dalla quale predicare di politica e di etica. La tribuna parlamentare, che pure Fini presidente della Camera ha utilizzato con efficacia e con sobrietà, non è sufficiente cosicché l’elezione popolare diretta del presidente, capo dello Stato e, a determinate condizioni, capo del governo, come nei modelli di governo semipresidenziale, appare essere la soluzione da ricercare e da praticare.

Insomma, temporaneamente sconfitto e seriamente indebolito, Fini rilancia: un’altra politica è possibile; altre politiche pubbliche sono praticabili. Almeno in linea teorica, Fini ha ragione, ma in politica conta il potere di attuare quelle politiche, di riformare le modalità stesse di fare politica. Altrimenti, è inevitabile ritrovarsi a galleggiare nella repubblica del velleitarismo. Certo, è probabile che da buone istituzioni riformate discendano buone politiche che potranno essere modificate rapidamente se non funzionassero. Ma chi farà quella riforma delle istituzioni? Nella prefazione non sorprendentemente affidatagli, Giuliano Amato formula molti condivisibili apprezzamenti, ma chiude con un interrogativo insidiosissimo che può essere letale per Futuro e Libertà e per il suo leader. L’autorevole ex socialista si chiede «se una destra liberale e pragmatica possa esplicare in Italia il suo ruolo nella collocazione che è per lei naturale o se, per essere fedele ai suoi valori, debba allearsi con il centro-sinistra». Da parte mia, aggiungo, a sostegno dell’operazione politica di Fini nella misura in cui è intesa a ristrutturare la democrazia italiana, l’interrogativo se la destra da lui delineata attraverso le politiche da perseguire riuscirà mai, e quando, a sostituire al governo l’attuale destra, populista e antipolitica, caratterizzata dalla mancanza di una cultura liberal-costituzionale, la cui persistenza sembra confortare la sinistra nella sua pigrizia/incapacità di darsi un profilo effettivamente riformista, “senza se e senza ma”.

1. Si veda la mia discussione comparata delle memorie di Blair e Bush: Memorie dei più potenti del reame, ‘451’, 2, gennaio 2011, pp. 5-8.

[box]GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza Politica nell’Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi libri più recenti sono Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb 2009 6ª ed., anche in rete: www.scriptaweb.it), Le parole della politica (Il Mulino 2010), Quasi Sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010 (Diabasis 2011) e La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana (Pearson 2011). È Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2010-2013).[/box]

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