Peter Beinart

Il guscio degli ebrei americani

da ''The New York Review of Books''
ATTUALITÀ: Secondo il giornalista Peter Beinart esiste un “guscio” metaforico che riveste gli ebrei americani. Un guscio che li rende sordi e incapaci di comprendere le condizioni in cui vivono migliaia di palestinesi.

Parla con gli ebrei americani abbastanza a lungo di Israele e comincerai a notare qualcosa. La conversazione può cominciare con Israele, ma raramente finisce lì. Generalmente finisce con «loro».

Esprimi preoccupazione per i sussidi di Israele agli insediamenti nella Cisgiordania, e ti verrà detto che gli insediamenti non hanno importanza perché «loro» non vogliono accettare Israele con i suoi confini. Cita il recente avvertimento dell’ex capo dello Shin Bet[1],Yuval Diskin che «negli ultimi 10-15 anni Israele è diventata sempre più razzista» e ti verrà detto che qualsiasi siano le imperfezioni di Israele, sono «loro» che insegnano ai loro bambini a odiare e uccidere. Menziona il fatto che l’ex primo ministro Ehud Olmert ha definito Mahmoud Abbas[2] un partner per la pace e ti verrà detto che quello che «loro» dicono in arabo è diverso da quello che dicono in inglese.

Questa primavera a New York ho visto il documentario The Gatekeepers – in cui sei ex capi dello Shin Bet criticano la politica di Israele nella Cisgiordania – insieme a un pubblico prevalentemente di ebrei. Dopo la proiezione un uomo riconobbe che era un film interessante. Poi domandò perché «loro» non criticavano la loro parte come fanno gli israeliani.

Sono solito cercare, in maniera maldestra, di rispondere alle affermazioni riguardanti i palestinesi che così spesso condizionano le conversazioni riguardanti Israele degli ebrei americani. Ma sempre di più do una risposta secca: «Chiedi a loro». Questo di solito mette fine alla conversazione perché nei principali circoli ebrei americani, chiedere che i palestinesi rispondano alle domande senza fine che gli ebrei americani fanno su di loro è estremamente raro. Generalmente, i palestinesi non parlano nelle sinagoghe americane o con la stampa ebraica. L’organizzazione Birtright, che dal 1999 ha portato circa 350.000 giovani ebrei della diaspora – principalmente americani – a visitare Israele, non si avventura nelle città palestinesi e nella Cisgiordania. Degli oltre duecento relatori annunciati alla conferenza politica del 2013 del Comitato Israelo-Americano per gli Affari Pubblici (AIPAC), due erano palestinesi. Per gli standard degli ebrei americani, questo è un numero alto. Il Global Forum del Comitato Ebreo Americano, all’inizio di quest’anno, che aveva annunciato sessantaquattro relatori, non includeva un singolo palestinese.

Domandate alle organizzazioni ebraiche americane perché invitano raramente relatori palestinesi e vi diranno probabilmente che non hanno niente contro i palestinesi di per sé. Solo che non possono offrire una tribuna ai nemici di Israele. Nel 2010, Hillel, l’organizzazione che monitorizza la vita degli ebrei nei campus delle università d’America, ha pubblicato delle linee guida che richiedevano alle diramazioni locali di non invitare relatori che «negano il diritto di Israele ad esistere come stato ebraico e democratico con confini sicuri e riconosciuti», «che delegittimano, che demonizzano, o che discriminano Israele», o «che supportano il boicottaggio di, il disinvestimento da, o le sanzioni contro lo Stato di Israele».

Queste regole rendono quasi impossibile per le organizzazioni universitarie ebraiche invitare relatori palestinesi. Prima di tutto, «delegittimare, demonizzare, o discriminare» è un criterio così vago che potrebbe vietare l’ingresso virtualmente a qualsiasi palestinese (o, d’altra parte, anche a un non palestinese) critico nei confronti della politica di Israele. Anche sostenere uno stato palestinese all’interno dei confini del 1967 violerebbe il criterio dei confini «sicuri», secondo Benjamin Netanyahu.

In secondo luogo, anche i palestinesi moderati come l’ex primo ministro Salam Fayyad, un beniamino dell’America e di Israele, sostiene il boicottaggio dei beni prodotti negli insediamenti. In terzo luogo, il deputato speaker del parlamento di Israele, Ahmad Tibi, un cittadino arabo-israeliano, ha pubblicamente proposto di trasformare Israele da uno stato ebraico in uno senza identità religiosa. Egli presiede le sessioni della Knesset (il parlamento israeliano) ma, secondo le linee guida di Hillel, non potrebbe rivolgersi a un gruppo di ebrei americani in un campus universitario.

Linee guida come quelle di Hillel – che codificano le restrizioni di fatto che esistono in molti gruppi dell’establishment ebreo americano – rendono la comunità organizzata degli ebrei americani uno spazio intellettuale chiuso, isolato dalle esperienze e dalle prospettive di quasi metà della gente che è sotto il controllo di Israele. E il risultato è che i leader ebrei americani, anche quelli che non nutrono animosità verso i palestinesi, sanno poco sulla realtà della loro vita.

Nel 2010, per esempio, un intervistatore domandò ad Abraham Foxman, capo della Lega Anti-Diffamazione, cosa pensasse dei protestanti palestinesi non violenti condannati alla reclusione dalle corti militari nella Cisgiordania. Era una domanda importante. Mentre i coloni ebrei sono cittadini israeliani e perciò godono del giusto processo consentito dalle corti civili di Israele, i palestinesi della Cisgiordania sono non cittadini e perciò cadono sotto la giurisdizione delle corti militari in cui, secondo un’inchiesta del 2011 del quotidiano israeliano ‘Haaretz’, più del 99 percento dei processi finiscono con l’arresto. Foxman, che guida un’organizzazione che secondo il suo sito web «difende gli ideali democratici e protegge i diritti civili per tutti», replicava, «non sono un esperto del sistema giudiziario e non voglio esserlo».

Quello stesso anno, il Premio Nobel per la pace Elie Wiesel comprò spazi pubblicitari nei principali quotidiani americani in cui dichiarava che a Gerusalemme, «per la prima volta nella storia, ebrei, cristiani e musulmani potevano liberamente praticare la loro religione nei loro ruoli di culto». Purtroppo, quella affermazione è falsa. Paragonata ai molti regimi che amministravano Gerusalemme nel passato, Israele è, in realtà, tollerante. Ma pochi mesi dopo l’apparizione dell’annuncio di Wiesel, il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato notava che

il governo di Israele continua ad applicare restrizioni negli spostamenti…che impediscono in maniera significativa l’accesso ai luoghi di culto nella Cisgiordania e a Gerusalemme ai musulmani e ai cristiani.

Faceva rilevare anche che «il regime dei permessi di Israele generalmente impedisce alla maggior parte dei musulmani della Cisgiordania l’accesso all’Haram al-Sharif», il più importante luogo sacro islamico di Gerusalemme.

È una buon cosa che Foxman e Wiesel abbiano entrambi viaggiato dozzine di volte in Israele. Hanno probabilmente conosciuto ogni primo ministro di Israele del recente passato. E probabilmente hanno anche più volte incontrato i leader palestinesi.

Inoltre, nel corso della loro carriera, ciascuno dei due ha lanciato esortazioni significative a favore dei diritti umani. Tuttavia sulla base delle loro affermazioni, non pare conoscano il livello a cui sono negati questi diritti nella Cisgiordania. Non hanno familiarità con la realtà della vita palestinese di tutti i giorni perché vivono dentro il guscio che la comunità organizzata degli ebrei americani ha costruito per sé stessa. Le loro affermazioni riflettono una verità che un leader ebreo americano particolarmente onesto riconobbe dopo aver incontrato i palestinesi della Cisgiordania in un viaggio organizzato dal gruppo rigidamente non profit Encounter. «Dopo un giorno di viaggio, mi sentii come se non fossi mai stato prima in Israele», ammise il leader ebraico, «e io sono considerato un profondo conoscitore di Israele, che vi si reca diverse volte all’anno».

Sfortunatamente, queste dichiarazioni sono rare. Non ci sono molti dati su quanto sappiano gli ebrei americani del conflitto israelo-palestinese – a differenza delle loro attitudini mentali riguardo ad esso – . Ma quello che si sa suggerisce che l’atteggiamento di Foxman e Wiesel è quello più diffuso. Nel 1989, il sociologo Steven M. Cohen chiese agli ebrei americani se «gli arabi israeliani e gli ebrei israeliani frequentassero le stesse scuole». Solo un terzo di coloro che risposero sapevano che la risposta era no. In un sondaggio del 2012 fatto dall’Istituto Arabo Americano, due terzi degli ebrei americani dicevano di volere che Gerusalemme rimanesse la capitale indivisa di Israele. Ma quando gli fu chiesto su Ras Al-Amud e Silwan, due dei quartieri palestinesi che sarebbero stati divisi dal resto di Gerusalemme per creare una capitale palestinese, tra due terzi e tre quarti degli ebrei americani dissero che non erano quartieri importanti o riconoscevano di non sapere dove fossero.

Se una delle conseguenze di questo distacco dai palestinesi è la mancanza d’informazione, l’altra è la mancanza di partecipazione emotiva. Dal momento che i leader ebrei americani non hanno mai visto qualcuno a cui è negato il diritto di visitare un membro della famiglia perché gli manca il permesso, non sono mai stati convocati in un tribunale militare, non hanno mai visto un villaggio palestinese di cui è programmata la demolizione per la mancanza del permesso di costruire, permesso quasi impossibile da ottenere per i palestinesi, è facile per loro minimizzare il costo umano di vivere, dopo quarantasei anni, senza i diritti di base che i tuoi vicini ebrei hanno garantiti. In una gran parte della Cisgiordania, per esempio, è illegale per dieci o più palestinesi radunarsi per un qualsiasi fine “politico” senza un permesso militare.

Un libretto redatto dal gruppo pro-Israele che ha sede a Los Angeles dal nome Stand With Us afferma che «ogni città in Cisgiordania ha una piscina o un complesso ricreativo e Ramallah ne ha più di dieci» – all’affermazione è affiancata una foto di bambini palestinesi che si tuffano in un parco acquatico. I lettori del libretto non sapranno mai che, secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, i palestinesi della Cisgiordania consumano solo settantatré litri di acqua al giorno, meno del minimo stabilito in cento litri raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e meno di un terzo della loro controparte israeliana.

Tutto sommato Stand With Us minimizza solo la sofferenza palestinese. Spesso, gli ebrei americani la ignorano di proposito. Nel 2002, durante la brutale seconda intifada, l’allora vice segretario alla difesa Paul Wolfowitz disse a un grande raduno pro-Israele al National Mall di Washington che «i palestinesi innocenti stanno soffrendo e morendo in grande numero» come gli israeliani. Dal momento in cui Wolfowitz parlò, secondo l’associazione Defense of Children International, l’intifada ha già denunciato la morte di più di duecento bambini palestinesi. In aggiunta a ciò, quando Wolfowitz menzionò la sofferenza palestinese, qualcuno tra la folla protestò rumorosamente.

Questa mancata conoscenza della realtà della vita palestinese inoltre, spinge molti nel mondo delle organizzazioni ebraiche americane a pensare che la rabbia palestinese nei confronti di Israele sia semplicemente il prodotto di una patologia palestinese. È raro sentire parlare da degli ebrei americani di Israele senza che vi sia incluso qualche riferimento a libri di testo o a programmi televisivi che «insegnano ai palestinesi ad odiare». Queste accuse hanno un qualche fondamento. In effetti le scuole e i media palestinesi si trastullano con l’antisemitismo e la promozione della violenza. Tuttavia, quello che è spesso assente nella discussione degli ebrei riguardo all’odio palestinese è un qualsivoglia riconoscimento che qualcosa di questo odio in effetti potrebbe derivare non da quello che i palestinesi leggono o ascoltano sullo stato di Israele, ma dal modo in cui sono costretti ad interagire con esso nella vita di tutti i giorni.

La rabbia palestinese non giustifica la violenza palestinese. Essa certamente non giustifica i grotteschi attacchi sui civili israeliani compiuti da Hamas e da altri gruppi terroristici. Ma come hanno rilevato funzionari di alto livello della sicurezza israeliana, fermare il terrorismo palestinese richiede di comprenderlo. E attribuirlo interamente ai libri e ai programmi televisivi, come i gruppi ebrei americani spesso fanno, non consente di comprenderlo.

Un database degli attentatori suicidi palestinesi, compilato dall’ex economista della Radford University Basel Saleh, dimostra che «il risentimento personale [contro Israele] ha un peso considerevole nella motivazione degli attacchi». Nel 2003, su ‘The New York Review of Books’, Avishai Margalit, uno dei maggiori filosofi israeliani, arrivò alla stessa conclusione, facendo notare che «la principale forza motivante, gli attentatori suicidi, sembra essere il desiderio di una vendetta spettacolare»[3]. Eyad El Sarraj, fondatore del Programma di Salute Mentale della Comunità di Gaza, nel 2002 segnalò che «le persone che stanno commettendo attentati suicidi sono gli ex bambini della prima intifada – persone che sono state testimoni di un trauma molto forte quando erano bambini».

Scontri durante la prima intifada: "Eyad El Sarraj, fondatore del Programma di Salute Mentale della Comunità di Gaza, nel 2002 segnalò che «le persone che stanno commettendo attentati suicidi sono gli ex bambini della prima intifada – persone che sono state testimoni di un trauma molto forte quando erano bambini»."

Scontri durante la prima intifada

Elevando un muro fra sé stessi e i palestinesi, gli ebrei americani non riescono a comprendere il reale comportamento che cercano di prevenire. Questo isolamento intellettuale impedisce alla corrente maggioritaria degli ebrei americani di comprendere un altro fenomeno che li impaurisce: il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele. L’establishment ebreo americano generalmente attribuisce il sostegno al BDS, diffuso tra le varie organizzazioni accademiche, professionali e cristiane, al risorgente antisemitismo. «Sessant’anni dopo l’Olocausto», dichiarava Foxman nel 2009, «stiamo assistendo ad un limitazione graduale delle misure contro l’antisemitismo, misure nate come conseguenza dell’assassinio di sei milioni di persone, spazzate via». In questo risorgente antisemitismo, il movimento BDS, che Foxman dichiara essere «antisemita fino all’osso», è mostrato come la prima linea.

Ci sono antisemiti nel movimento BDS, qualcosa che il mio blog, Open Zion, ha fatto rivelare in maniera forte. Più in generale, il movimento si fonda su una pericolosa e inappropriata analogia tra Israele e il Sud Africa dell’apartheid, un’analogia che conduce molti attivisti BDS a opporsi alla soluzione dei due stati in favore di un singolo stato «laico, binazionale» che significherebbe, probabilmente, la guerra civile tra ebrei e palestinesi. Ma quello che i leader ebrei americani come Foxman non capiscono sul BDS è che ciò che lo alimenta sono spesso le interazioni con i palestinesi che vivono sotto la supervisione israeliana. I leader ebrei americani non capiscono la potenza di tali interazioni perché vi hanno raramente a che fare.

Quando le delegazioni delle principali confessioni protestanti visitano Israele, per esempio, vedono probabilmente i palestinesi della Cisgiordania molto più delle loro controparti ebraiche. In effetti, molte organizzazioni cristiane mantengono uffici al di qua e al di là della Linea Verde, cosa che la maggior parte dei gruppi ebrei americani non fanno. Ciò consente loro di verificare la sofferenza dei palestinesi, cosa che generalmente manca agli ebrei americani. Interrogato sulla proposta della Chiesa Metodista Unita di cessare gli investimenti in società che aiutano Israele a mantenere sotto controllo la Cisgiordania (una proposta che alla fine i metodisti hanno bocciato), Mark Harrison, direttore del programma Peace and Justice della chiesa, spiega: «Quello che noi vediamo sul terreno è quello che ci spinge in questa direzione».

Analogamente, furono gli appelli dei professori universitari – alcuni dei quali egli aveva incontrato alla Birzeit University vicino a Ramallah – che condussero Stephen Hawking, il fisico teorico inglese, a declinare l’invito a partecipare alla conferenza tenuta dal presidente israeliano Shimon Peres a maggio. Il movimento BDS sta crescendo non solo perché Israele è spesso giudicata secondo uno spiacevole doppio metro di giudizio ma a causa dei rapporti fra i palestinesi con la gente che in tutto il mondo simpatizza con la loro causa. La comunità ebraica americana è ostacolata nella sua capacità di rispondere dalla mancanza di conoscenza della vita palestinese sotto il controllo di Israele.

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante un incontro lo scorso agosto a Gerusalemme cone Steny Hoyer  ed altri membri del Congresso "Dal 2000, la fondazione ha  portato nove volte in Israele il leader della minoranza alla Camera Steny Hoyer o membri del suo staff in Israele, e otto volte il leader della maggioranza alla Camera Eric Cantor o membri del suo staff."

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante un incontro lo scorso agosto a Gerusalemme con Steny Hoyer ed altri membri del Congresso

Se questo distacco dai palestinesi fosse limitato alla comunità ebraica americana, sarebbe già sufficientemente negativo. Ma a un livello ancor più sbalorditivo, lo stesso isolamento caratterizza il dibattito su Israele a Washington. In parte a causa della debolezza delle organizzazioni palestinesi e arabo americane. E in parte a causa della efficacia dell’establishment ebreo americano. Dal 2000, secondo il sito web LegiStorm, membri del Congresso e i loro staff hanno visitato Israele più di mille volte. È circa il doppio delle visite a ogni altro paese straniero. Circa tre quarti di questi viaggi sono stati sponsorizzati dalla American Israel Foundation (AIEF), una branca non a scopo di lucro dell’AIPAC. La maggior parte degli altri viaggi furono sponsorizzati dal Comitato Ebraico Americano, dai consigli locali per le Relazioni della Comunità Ebraica, dalle Federazioni Ebraiche locali e da altre preminenti organizzazione ebraiche. Solo durante l’estate del 2011, l’AIEF portò il 20 percento dei membri della Camera – e quasi la metà dei neoeletti repubblicani – nello stato di Israele. Dal 2000, la fondazione ha portato nove volte in Israele il leader della minoranza alla Camera Steny Hoyer o membri del suo staff in Israele, e otto volte il leader della maggioranza alla Camera Eric Cantor o membri del suo staff.

Questi viaggi, il cui costo può superare i 10.000 dollari e spesso includono i coniugi dei membri del Congresso, sono estremamente popolari. Promuovono anche molto la causa, lasciando quella che Hoyer ha chiamato «un’impressione indelebile» sui legislatori. Sfortunatamente, riproducono in grande stile il guscio metaforico che l’establishment ebraico americano costruisce intorno ai suoi membri. I membri del Congresso possono vedere più luoghi sacri cristiani del tipico viaggio medio organizzato dalla sinagoga o da Birthright, ma non vedono molti più palestinesi. Un viaggio AIEF di questa primavera per otto membri della Camera con il loro staff che lavoravano nei comitati per le relazioni internazionali è un buon esempio di quello che intendo. Praticamente l’intero itinerario consisteva di incontri con politici israeliani, funzionari della sicurezza, uomini d’affari e giornalisti, oltre a viaggi a Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di Israele e al Muro del Pianto. La delegazione nel suo viaggio lungo quasi una settimana ha passato una mattinata a Ramallah, in cui ha incontrato i leader palestinesi Mahmoud Abbas e Salam Fayyad. Ma gli americani non si sono fermati nella Cisgiordania abbastanza a lungo da riuscire a sapere qualcosa sulla vita dei palestinesi.

Il checkpoint Qalandiya, vicino la città di Ramallah: "Non abbiamo attraversato il checkpoint Qalandiya [attraverso il quale i palestinesi, con qualche difficoltà, passano spesso per viaggiare tra Ramallah e Gerusalemme], non abbiamo visto rifiuti o baracche. Non abbiamo quasi visto persone»."

Il checkpoint Qalandiya, vicino la città di Ramallah

L’estate scorsa, quando ho chiesto a un membro del Congresso del suo viaggio sponsorizzato dall’AIEF nel 2007, mi ha detto: «Quando siamo andati a Ramallah per incontrare Fayyad, hanno messo la città sotto coprifuoco. Siamo stati portati con un convoglio blindato. Non abbiamo attraversato il checkpoint Qalandiya [attraverso il quale i palestinesi, con qualche difficoltà, passano spesso per viaggiare tra Ramallah e Gerusalemme], non abbiamo visto rifiuti o baracche. Non abbiamo quasi visto persone». Ha aggiunto: «La maggior parte dei membri [del Congresso] non sanno che i palestinesi sono governati da un sistema legale diverso».

Questo non per dire che i membri del Congresso non apprendano nulla nei loro viaggi in Israele. Vengono a sapere perché gli ebrei si sentano così legati a Israele e perché siano così preoccupati per la sua sicurezza. E per la maggior parte, imparano a vedere i palestinesi nel modo in cui li vede l’establishment ebraico americano: come una massa anonima, minacciosa, indifferenziata. Come ha detto un’attivista “pro-Israele” al ‘New York Times’ lo scorso anno: «Lo chiamiamo il viaggio alla Disneyland ebraica».

La comunità ebraica americana non tollera il biasimo per la sua mancanza d’interazione con i palestinesi. Negli anni recenti, purtroppo, gli attivisti palestinesi hanno portato avanti una crescente campagna “anti-normalizzazione” che rifiuta qualsiasi relazione con gli ebrei israeliani, o con i sostenitori all’estero di Israele che – nelle parole di una dichiarazione dei gruppi giovanili palestinesi – «in modo esplicito non si oppongono all’occupazione, alla colonizzazione e all’apartheid di Israele». Guidate da questo principio, alcune organizzazioni palestinesi hanno rifiutato Seeds of Peace (Semi di Pace), che fa incontrare teenager israeliani e palestinesi in un campo di lavoro nel Maine, e One Voice, che cerca di mobilitare palestinesi e israeliani nel sostenere la soluzione dei due stati. L’altr’anno, gli Studenti per la Giustizia in Palestina, diramazione dell’Università della California di San Diego, definì anche «il dialogo e la collaborazione con il progetto J Street U[4] controproducenti» perché l’ala degli studenti del gruppo liberal ebreo americano non sostiene la cessazione degli investimenti nello stato di Israele.

Si può capire la riluttanza dei palestinesi a partecipare ad eventi che li fanno apparire consenzienti a una ingiusta occupazione. Ma questo è molto diverso dal boicottare eventi che offrono loro l’opportunità di descrivere quell’ingiustizia agli ebrei americani che possono onestamente non esserne a conoscenza. Il primo atteggiamento sostiene lo status quo; il secondo lo sfida. Come ha rilevato il blogger palestinese Aziz Abu Sarah, definire le conversazioni in cui i palestinesi discutono la vita sotto il controllo di Israele come “normalizzazione” è perverso poiché sia per gli israeliani che per gli ebrei americani, sentir parlare «della vita nelle città palestinesi non è normale». E non ha senso domandare che gli ebrei americani appoggino tutti gli aspetti dell’agenda palestinese prima – o anche dopo – che il dialogo inizi. Gli ebrei hanno il diritto alle loro opinioni. Ma quelle opinioni saranno più informate e più umane, se si incontreranno anche con le opinioni palestinesi.

Dire che gli ebrei americani hanno bisogno di ascoltare i palestinesi non vuol dire che fare ciò li trasformerà in colombe. Al contrario, in qualche modo una conversazione veramente aperta con i palestinesi può essere più sconfortante per gli ebrei americani come me che sono impegnati nella soluzione dei due stati piuttosto che per quelli scettici su questa opzione. Gli ebrei americani liberal generalmente credono nella legittimità sia del nazionalismo ebraico che di quello palestinese. Molti di essi sperano, perciò, che se appoggiano la giustezza di base del diritto palestinese all’autodeterminazione, i palestinesi avvalleranno la giustezza del sionismo.

Ciò è molto improbabile. Praticamente ogni palestinese che io abbia mai incontrato considera il sionismo colonialista, imperialista e razzista. Quando gli ebrei americani liberal pensano al conflitto israelo-palestinese, pensano a Isacco e Ismaele: fratelli cresciuti nella stessa terra, ciascuno con la necessità di un territorio che la loro discendenza possa chiamare casa. I palestinesi hanno in mente più probabilmente il Sud Africa: una falange di invasori europei infuocati dallo zelo religioso e nazionalista, che domina la popolazione indigena.

Poiché essi vedono il conflitto israelo-palestinese come una lotta tra nazionalismi rivali ma ugualmente legittimati, i liberal ebrei americani, spesso suggeriscono che il vero problema ha avuto inizio nel 1967, quando Israele divenne avida e cominciò a impadronirsi della terra su cui i palestinesi avrebbero potuto costruire uno stato. I palestinesi, invece, spesso rifocalizzano l’attenzione sul 1948, quando circa 700.000 palestinesi furono scacciati dalle loro case durante la guerra di Israele per l’indipendenza, che i palestinesi chiamano Nakba (“la catastrofe.”)

Nelle mie stesse interazioni con i palestinesi, sono stato ripetutamente colpito dal posto centrale che essi assegnano alla Nakba nell’identità palestinese, e dalla loro profonda insistenza sul fatto che quei palestinesi che la Nakba rese rifugiati, e i loro discendenti, hanno il diritto di tornare alle loro case avite[5]. Da molti punti di vista, questo concentrarsi sul 1948 costituisce una sfida maggiore per le colombe ebree – che immaginano che i palestinesi abbandonino il diritto su larga scala al ritorno in cambio di uno stato nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza con una capitale a Gerusalemme est – piuttosto che per i falchi ebrei che ritengono che i palestinesi non abbandoneranno mai quella volontà di ritorno.

Questo non vuol dire che gli incontri con i palestinesi conducano inevitabilmente alla conclusione che Israele non ha un “partner” per la soluzione dei due stati. I palestinesi non sono costretti a credere nella legittimità del sionismo per prendere un decisione pragmatica basata sul fatto che, dal momento che Israele non se ne sta andando, sarebbe meglio che loro accettassero la creazione di uno stato che occupasse il 22 percento della Palestina al tempo del mandato inglese, piuttosto che intraprendere una lotta che non potranno mai vincere per avere tutto quel territorio. Potrebbe essere anche possibile tenere separati il profondo credo palestinese nel “diritto” al ritorno dei rifugiati e le soluzioni pratiche su come ricompensare e ricollocare la gente i cui originari villaggi e case hanno cessato molto tempo fa di esistere.

Secondo J.J. Goldberg in The Forward, nel 2008 Mahmoud Bass voleva che Israele accettasse 150.000 rifugiati, molto più di quelli che Ehud Olmert voleva, ma non abbastanza per erodere in maniera significativa le caratteristiche demografiche di Israele, dati i suoi sei milioni di ebrei. Recenti sondaggi di James Zogby suggeriscono che la maggior parte degli arabi israeliani accetterebbero un accordo sui due stati in cui la maggior parte dei rifugiati non tornassero in Israele. Secondo il sondaggio, la maggior parte dei rifugiati palestinesi in Libano e in Giordania sarebbero contrari a tale accordo. I palestinesi nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sono profondamente divisi. Se ci fosse una compensazione significativa, la maggior parte dei palestinesi sarebbe probabilmente aperta a una soluzione dei due stati che non includesse il ritorno di massa dei rifugiati. In ogni caso, dato che la maggior parte dei palestinesi crede che Israele non lascerà mai la Cisgiordania, è quasi impossibile prevedere come reagirebbero a quello che considerano un esito fortemente ipotetico.

Studenti ebrei americani urlano contro una donna palestinese a Sheikh Jarrah, Gerusalemme est

Studenti ebrei americani urlano contro una donna palestinese a Sheikh Jarrah, Gerusalemme est

Se parlare ai palestinesi non spinge necessariamente gli ebrei americani su una particolare posizione politica, perché è così importante? Per due ragioni. La prima è che l’ignoranza è pericolosa. Ho parlato recentemente a un gruppo di studenti ebrei delle scuole superiori che vengono preparati per diventare sostenitori di Israele quando andranno al college. Erano intelligenti, seri, appassionati. Quando ho domandato loro se qualcuno avesse letto un libro di un palestinese, a malapena qualcuno ha alzato la mano. Anche nella prospettiva di un autointeresse sionista e strettamente ebraico, ciò è follia. Come puoi difendere efficacemente la legittimità di Israele se non conosci nemmeno gli argomenti contro di essa?

Ma gli studenti rispecchiano semplicemente la posizione dei loro vecchi. L’anno scorso un eminente opinionista pro-Israele mi chiese se Ali Abunimah fosse il nome di un vero palestinese o lo pseudonimo di un ebreo di sinistra. Abunimah (il vero nome di un vero palestinese) è probabilmente il più eminente attivista a favore del BDS in America. Ha 37.000 follower su Twitter, più di quelli dell’opinionista che pose la questione e più della maggior parte degli scrittori ebrei pro-Israele. Non sono un fan della politica di Abunimah, ma chiaramente lui sa molto di più su quello che pensa l’establishment ebreo americano di quanto questo sappia di quello che pensa lui.

Ciò a causa del fatto, in parte, che il discorso dell’establishment ebraico su Israele è in larga parte il discorso americano in generale su Israele. Guarda una discussione su Israele sulla TV americana e quello che ascolterai, per la maggior parte del tempo, è un americano ebreo liberal (Thomas Friedman, David Remnick) che parla a un ebreo americano di centro (Dennis Ross, Alan Dershowitz), che parla a un falco ebreo americano (William Kristol, Charles Krauthammer), ognuno dei quali enuncia differenti posizioni sioniste. Specialmente dalla morte di Edward Said, gli opinionisti palestinesi sono stati difficilmente visibili. Perciò per i palestinesi è difficile evitare di ascoltare il modo in cui la controparte discute di Israele; mentre gli ebrei americani possono evitarlo facilmente.

Per secoli, quando noi ebrei vivevamo nella diaspora come una minoranza perseguitata, dovevamo comprendere le società intorno a noi. Poiché ci mancava il potere, dovevamo essere intelligenti per sopravvivere. Ora, ed è quello che temo, poiché gli ebrei godono di un forte potere in Israele e in America, specialmente rispetto ai palestinesi, hanno dimenticato l’importanza di ascoltare. «Chi è saggio?» chiede il testo morale ebraico Pikei Avot. «Colui che impara da tutti.» Come ebrei, noi dobbiamo a Israele non semplicemente la nostra devozione ma anche la nostra saggezza. E non possiamo effettivamente raggiungerla se il nostro isolamento dai palestinesi ci mantiene ignoranti.

D’altra parte se incontrare i palestinesi combatte l’ignoranza degli ebrei americani, combatte anche l’odio verso gli ebrei americani. A maggio, Sheldon Adelson, tra i più influenti filantropi ebrei in America, disse che non avrebbe sostenuto il piano di John Kerry per uno sviluppo dell’economia palestinese con la motivazione: «Perché dovrei volere investire denaro su gente che vuole uccidere il mio popolo?». Adelson non faceva riferimento a un particolare leader palestinese come a un killer, o a una particolare fazione palestinese. Stava chiamando killer i palestinesi di per sé stessi. E il suo punto di vista non è raro. Durante una colazione lo scorso anno, ho sentito un eminente leader ebraico di New York chiamare i palestinesi «animali».

Nel 2010, un professore ortodosso di filosofia ebraica chiamato Charles Manekin notò una foto sul ‘Wall Street Journal’. Era la foto di studenti ebrei americani, probabilmente in Israele per un anno nell’intervallo tra le scuole superiori e l’università, che urlavano contro una donna palestinese a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est in cui i coloni hanno scacciato i palestinesi dalle loro case. Come commento, Manekin scrisse una lettera aperta ai leader ebrei americani intitolata “Riconoscere la colpa del razzismo e sradicarlo”. In essa, proponeva che le scuole ebraiche «invitassero rifugiati palestinesi a parlare agli studenti delle loro esperienze». Le relazioni, spiegava, non avrebbero dovuto essere di carattere «politico» ma «sull’aspetto umano della loro esperienza».

Il fascino della proposta di Manekin è che proprio gli ebrei, tra tutti i popoli, potrebbero entrare in sintonia con le storie di sradicamento ed espropriazione. Avere la tua famiglia sradicata a causa della guerra – lottare per mantenere la tua cultura, la tua dignità, la tua fede in Dio, contro forze su cui non hai controllo – è qualcosa che gli ebrei dovrebbero comprendere in maniera istintiva. Infatti, e in strani modi, incontrare i palestinesi – la gente reale che noi siamo allenati a vedere come alieni – può riconnetterci con la parte più profonda di noi stessi. Tommy Lapid, il defunto padre del più recente fenomeno politico di Israele, era un falco. Ma un giorno nel 2004, guardando un’anziana donna nel campo per rifugiati di Rafah a Gaza che cercava gattonando le sue medicine tra le rovine di una casa distrutta dai bulldozer israeliani, sparò fuori qualcosa di sorprendente. Disse che gli ricordava sua nonna ungherese.

Un centinaio di membri della grande famiglia di Sara Roy sono stati uccisi nell’Olocausto. Crescendo, la Roy, ora ricercatrice ad Harvard, sapeva poco delle esperienze di suo padre nel campo di sterminio di Chelmno perché «lui non poteva parlarne senza esserne distrutto». Fu il vivere tra i palestinesi, disse, che la avvicinò ai suoi genitori, non perché il modo in cui Israele tratta i palestinesi rimandi a come i nazisti trattavano gli ebrei – è ovvio che non lo fa – ma perché per la prima volta incontrò gente completamente terrorizzata da uno stato a cui piaceva esercitare il potere di vita e di morte su di loro.

Vedendo i palestinesi – vedendoli veramente – è come se vedessimo una vecchia fotografia ingiallita di noi stessi. Ci tornano in mente i giorni in cui eravamo un popolo senza patria, che viveva alla mercé degli altri. E venendo a conoscenza del modo in cui la mancanza dello stato minaccia la dignità palestinese, veniamo rassicurati del fatto che quel desiderio di essere uno stato non ci priverà del nostro.

  1. Agenzia d’intelligence per gli affari interni dello stato di Israele. N.d.R.
  2. Mahmoud Abbas (1935), presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. N.d.R.
  3. The Suicide Bombers, ‘The New York Review of Books’, 16 gennaio 2003.
  4. Campus organizzati dall’associazione di ebrei americani pro-israele J. Street. N.d.R.
  5. Tra le altre prove di questa espulsione, lo storico israeliano Benny Morris ha raccontato ad ‘Haaretz’: Nei mesi di aprile e maggio 1948, ad unità dell’Haganah, [le forze di difesa precedenti alla nascita dello stato di Israele che erano i precursori dell’IDF] furono dati ordini operativi che stabilivano esplicitamente che dovevano sradicare gli abitanti, espellerli e distruggere gli stessi villaggi.
PETER BEINART, è professore associato presso la City University of New York e membro della New American Foundation. Scrive per il ‘Time’, ‘The New York Review of Books’, ‘The New Republic’, ‘The New York Times’ e sul blog del ‘Daily Beast’ Open Zion. Il suo ultimo libro pubblicato è The Crisis of Zionism (Time Books, 2012).
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