Joyce Carol Oates

Il mistero di Charles Dickens

da ''The New York Review of Books''
CLAIRE TOMALIN, Charles Dickens: A Life, Penguin 2012, 527 pp., $36.00
Idem, Charles Dickens: A Life (Waterstone’s Special Edition), con un’appendice di lettere scelte di Charles Dickens, London: Viking 2012, 542 pp., £30.00

Per quasi ogni uomo che possieda grandi doni, la propria vita sarebbe come un libro triste.

– Charles Dickens, 1869

Dickens è davvero il più grande tra i romanzieri inglesi? Pochi possono negare che egli sia il più inglese tra i grandi romanzieri inglesi, e che i suoi romanzi migliori – Casa desolata, Grandi speranze, La piccola Dorrit, Dombey e figlio, Il nostro comune amico e David Copperfield – siano opere di genio superiori, risonanti di energia, immaginazione, e di qualcosa che somiglia a una fervida ispirazione; si può sostenere che la sua capacità di tratteggiare personaggi sia grande come quella di Shakespeare, e la sua versatilità come prosatore sia sfavillante, come in questa celebre apertura di Casa desolata:

 

Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Implacabile clima di novembre. Tanto fango nelle vie che pare che le acque si siano da poco ritirate dalla superficie della terra e non stupirebbe incontrare un megalosauro, di quaranta piedi circa, che guazza come una lucertola gigantesca lungo Holborn Hill. Fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole…

Nebbia ovunque. Nebbia su per il fiume, che fluisce tra isolette e prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra le file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. Nebbia sulle paludi dell’Essex, nebbia sulle alture del Kent.

Altrettanto caratteristico di Dickens è l’incipit di un capitolo dell’incompiuto – e meno stimato – Il mistero di Edwin Drood: in questo caso, un’osservazione naturalistica si riveste di un portentoso significato metaforico:

 

Chiunque abbia osservato talvolta le cornacchie, questi uccelli tranquilli, clericali, avrà forse notato che quando, al calar della notte, muovono l’ala verso il nido in gruppo tranquillo, dall’aria clericale, vi sono due cornacchie che d’improvviso si staccano dalle altre, tornano indietro in volo per qualche tratto, e lì si posano e indugiano. In tal modo comunicano ai semplici mortali l’idea che per l’Amministrazione del gruppo abbia una certa occulta importanza il fatto che la scaltra coppia finga di voler rinunciare a rimanere unita con le altre.

 

Il lettore viene inesorabilmente condotto nel punto di vista – squisitamente lirico, e insieme profondamente malinconico – del bambino Philip Pirrip – “Pip” – di Grandi speranze:

 

La nostra casa era nella zona bassa, vicino alla palude che costeggiava il fiume, a venti miglia circa dal mare, a causa del serpeggiare del fiume e delle sue continue volute e anse. Direi che la prima più vivida e più lucida constatazione di quella distanza e dell’identità delle cose mi venne in un memorabile pomeriggio freddo e umido, sull’ora del tramonto. Solo allora mi resi conto che quel posto squallido, folto di ortiche, era il cimitero, che quel Philip Pirrip, «già di questa Parrocchia» e «Georgiana Moglie del Sullodato» erano morti ed erano stati sepolti lì, e che Alexander, Bartholomew, Abraham, Tobias e Roger, loro pargoletti, erano anche loro morti ed erano sepolti lì; che quella zona bassa squallida e solitaria, dietro il camposanto, intersecata da chiuse da dighe da piccole alture dove il bestiame pascolava vagando qua e là, era la palude; che quella striscia plumbea e sottile più lontana era il fiume; che quella lontana selvaggia gola dalla quale il vento soffiava impetuoso, era il mare; e che quel povero fagottino di cenci che rabbrividiva di paura ed era lì lì per scoppiare in pianto, era Pip.

Dickens è talmente brillante, la sua visione del mondo è così straordinaria e allo stesso tempo densa, che si potrebbe affermare che la materia della sua arte consista nella medesima creazione artistica. Una conferma di quanto affermava Mark Rothko: «Il soggetto della pittura è il processo pittorico stesso»; tranne per il fatto, naturalmente, che il respiro ampio di Dickens non era così soggettivo o restrittivo, ma vasto come il mondo che riusciva a rappresentare. Se la prosa di Dickens ha qualche difetto – eccesso di melodrammaticità, sentimentalismo, intrecci contorti e lieti fini artificiosi – si tratta dei difetti tipici della sua epoca, Dickens, nonostante la sua grandezza, non aveva uno spirito abbastanza ribelle per porvi resistenza; egli era essenzialmente un grande intrattenitore, uno che attirava le folle, e – a differenza dei suoi grandi successori D.H. Lawrence, James Joyce e Virginia Woolf – non aveva nessun interesse a sovvertire le convenzioni della narrativa; né percepiva le sottili e ironiche schermaglie delle relazioni umane come fecero George Eliot e Thomas Hardy, che portarono al romanzo inglese un elemento di sfumato realismo psicologico mai esplorato in precedenza. Tuttavia, tra gli scrittori inglesi, Dickens è, come una volta si definì lui stesso, un po’ scherzando e un po’ sul serio, “l’inimitabile”.

La biografia enormemente ambiziosa di Charles Dickens scritta da Claire Tomalin è corredata dalle mappe dell’epoca di Gad’s Hill e Rochester (dove Dickens visse da bambino, dal 1817 al 1822) e di quelle del centro e del nord di Londra, da un enorme cast di personaggi (i parenti, gli amici e i conoscenti di Dickens durante tutto l’arco della sua esistenza), di un’ampia raccolta di fotografie, e, in appendice, di una piccola selezione di lettere dello scrittore. La storia inizia in medias res, con un prologo intitolato “L’inimitabile:1840”, rappresentato sotto forma drammatica. Come in un romanzo di Dickens, ci viene presentato il ventisettenne padrone di casa mentre prende posto in una giuria convocata dal sagrestano di Marylebone per stabilire la colpevolezza o l’innocenza di una servetta accusata di infanticidio.

La narrazione è al tempo presente; l’atmosfera è carica di tensione. Ci troviamo di fronte al giovane Charles Dickens – appena trasferitosi a Marylebone – nel suo ruolo di cittadino responsabile, mentre prende parte all’inchiesta con la speranza di dare «al caso una svolta favorevole»: «Dickens decide di rivolgersi a coloro che ritengono la donna colpevole di avere ucciso il proprio bambino, e… li affronta con tanta fermezza ed energia che esce vincitore dalla discussione». Non solo fa in modo che la ragazza non venga condannata a morte, ma assume per lei un avvocato e fa sì che venga trattata umanamente mentre attende in prigione la fine del processo .

Con abile trucco narrativo, l’episodio viene presentato dalla biografa tramite la prospettiva di una lettera inviata dallo scrittore a un amico, in cui egli racconta l’inquietante vicenda e gli effetti che essa produsse su di lui. Tomalin fa notare come, ventitré anni dopo, il ricordo della servetta accusata di infanticidio fosse in lui ancora vivido:

Si tratta di un piccolissimo episodio nella vita di Dickens, ma ci consente di vederlo in azione… È un uomo còlto nel suo momento migliore: determinato nella discussione, generoso nell’aiutare, motivato esclusivamente dalla sensazione profonda che fosse sbagliato perseguitare ulteriormente l’accusata.

La cosa sorprendente del coinvolgimento di Dickens in questo caso è il fatto che, come dimostra Tomalin, nel gennaio 1840 il giovane autore conduceva una vita pubblica molto intensa e complicata. Nei quattro anni precedenti aveva scritto tre romanzi lunghi di buon successo commerciale (Il circolo Pickwick, Oliver Twist e La bottega dell’antiquario), spronato dall’obbligo di dover consegnare mensilmente gli episodi concordati; in tutta l’Inghilterra venivano rappresentati spettacoli teatrali tratti dalle sue opere; «il suo successo era emozionante e senza precedenti» – ma anche spossante. Pur non avendo nulla da parte e tirando avanti mese dopo mese, aveva già messo su una famiglia consistente, con una moglie, dei bambini piccoli, domestici e servitù; era un instancabile organizzatore di feste, un attore amatoriale, un camminatore compulsivo – le sue “spedizioni” si spingevano spesso per venti miglia fuori dalla città. Ecco un uomo che si addossava progetti e responsabilità anche al di là della propria interiore e insaziabile irrequietezza, che lo avrebbe consunto e stroncato all’età di cinquantanove anni. Come Honoré de Balzac e Jack London, individui ossessivi e scrittori di best-seller, Charles Dickens era un uomo di smisurata energia, appetito e ambizione, il quale, come scrive Tomalin, «lavorava in modo furioso pur di potersi concedere del tempo libero».

La «figura più misteriosa nel passato di Dickens» – per dirlo con le parole di Tomalin – è suo padre John Dickens, che aveva ventisette anni alla nascita di Charles. Figlio di domestici di una «importante famiglia», John Dickens ambiva a qualcosa in più di questo mestiere; quando era ancora molto giovane si assicurò un posto nell’ufficio stipendi della Marina, che lo pagava «una fortuna in confronto a quanto avesse mai guadagnato suo padre [come maggiordomo]». (Per quale motivo John Dickens fu favorito in questo modo ed ebbe così pochi problemi con i soldi? Tomalin suggerisce che potrebbe essere stato il figlio illegittimo del datore di lavoro di suo padre o di qualcuno dei suoi amici gentiluomini).

John possedeva una biblioteca considerevole di libri “costosi”, che Charles ebbe la possibilità di consultare; John era un «personaggio» – «il modello per il più famoso tra i personaggi di suo figlio, Micawber1». Tomalin segue attraverso i decenni la relazione di John Dickens con il figlio, il quale, mentre la sua fama, la sua ricchezza e la sua importanza andavano aumentando, è oppresso dal comportamento irresponsabile di suo padre-Micawber, sempre fiducioso che Charles avrebbe continuato a pagare per i debiti paterni. (E Charles, in effetti, continuò a pagare i debiti di suo padre, di suo fratello e anche dei suoi numerosi figli, fino all’esasperazione e ripetutamente2).

Il grande dramma – il trauma insuperabile – dell’infanzia di Dickens è costituito dal periodo di un anno che trascorse in una fabbrica di lucido da scarpe infestata dai topi, in prossimità del Tamigi; egli vi lavorò nel 1824, quando aveva dodici anni e John Dickens venne arrestato per debiti e incarcerato nella prigione per debitori di Marshalsea. Molto è stato scritto su questo episodio a lungo tenuto segreto nella vita di Dickens, tra cui, recentemente, il libro assai documentato di Michael Allen Charles Dickens and the Blacking Factory (2011), un’opera di circa trecento pagine che interessa soprattutto gli studiosi di Dickens, ma che risulta piuttosto impenetrabile ai suoi lettori, per via dell’attenzione dedicata ad alcune minuzie di tipo storico, solo tangenzialmente correlate a Dickens e ai suoi romanzi. Un altro libro recente, Dickens and the Workhouse: Oliver Twist and the London Poor di Ruth Richardson (2012), offre una visione più intima dell’infanzia di Dickens e della nuova legge sui poveri (New Poor Law) del 1834, con la quale le workhouse3 divennero «una sorta di sistema carcerario per punire (i poveri)».

Per il bambino Dickens, lo shock dovuto a questo improvviso cambiamento di fortuna fu ancora più forte per il fatto che i suoi genitori, in apparenza così amorevoli, accettarono immediatamente la riduzione in schiavitù del loro figliolo giovane e spensierato:

Nessuno diceva nulla. Mio padre e mia madre sembravano del tutto soddisfatti. Non avrebbero potuto esserlo di più se avessi avuto vent’anni, mi fossi distinto alla scuola superiore e fossi stato per andare a Cambridge.

Presso la fabbrica – che produceva lucido per scarpe da uomo e stivali per ragazzi – Dickens aveva un incarico abbastanza leggero, quello di rivestire ed etichettare i vasetti di lucido; era conosciuto come “il giovane gentiluomo”, ma l’orrore che provava per quella situazione non cambiò mai:

Non ci sono parole per esprimere il dolore segreto del mio spirito… la sensazione che avevo di essere completamente abbandonato e senza speranza; la vergogna che provavo per la mia condizione… Tutta la mia natura era invasa dall’afflizione e dall’umiliazione.

Il tradimento dei suoi genitori era imperdonabile, e l’anno trascorso alla fabbrica profondamente umiliante; tuttavia venti anni più tardi, raccontando l’episodio al suo primo biografo, il suo caro amico John Forster, Dickens riconobbe che la fabbrica di lucido da scarpe gli aveva infuso la determinazione a perseverare, insieme alla «sensazione che tutto fosse realizzabile grazie alla forza di volontà». E naturalmente, l’esperienza di schiavitù minorile aveva fornito all’autore del buon materiale su questo argomento e una prospettiva dolorosamente consapevole, oltre a un’empatia naturale verso i poveri schiavizzati di tutte le età, che Dickens continuò ad avere per tutta la vita.

Sorprendentemente, Dickens non era uno studente eccezionale, nemmeno nella mediocre Wellington House Academy, dove infine lo mandarono i suoi genitori; la sua istruzione terminò all’età di quindici anni, quando iniziò a essere un «fumatore incallito» – un vizio dal quale non riuscì mai a liberarsi, e che molto probabilmente fu una delle cause della sua morte prematura. Il suo primo lavoro fu presso uno studio legale; ma l’interesse iniziale per la giurisprudenza presto si esaurì, e così iniziò a scrivere e a pubblicare – dapprincipio come giornalista ecclesiastico, poi come cronista per il ‘Morning Chronicle’, dove cominciarono ad apparire dei suoi gustosi bozzetti sulla vita urbana londinese pubblicati sotto lo pseudonimo di Boz, che conquistarono numerosi lettori. Assai presto il giovane e vigoroso scrittore iniziò a seguire per il giornale le vicende politiche ed elettorali, mentre nello stesso tempo raccoglieva gli Sketches by Boz (1836), e pubblicava in episodi mensili Il circolo Pickwick, che divenne rapidamente un best seller. Ben presto si sarebbe appassionato al teatro e alla recitazione in qualità di attore amatoriale. Declinò numerosi inviti a candidarsi per il Parlamento.

In quel periodo Dickens si era disperatamente innamorato, ed era stato respinto, di una giovane donna «deliziosamente bella» di nome Maria Beadnell; lui aveva diciotto anni, e Maria venti; il suo sentimento profondamente romantico per Maria non era contraccambiato, e Dickens, secondo quanto racconta lui stesso a quel tempo e molti anni più tardi, ne rimase devastato. La «tenerezza sprecata» di quegli anni difficili lo costrinse a reprimere le sue emozioni, disse, «un atteggiamento che non fa parte della mia natura originaria, che mi rende prudente nel manifestare i miei sentimenti, persino nei confronti dei miei figli». Maria Beadnell è stata immortalata in due figure della narrativa di Dickens: nella Dora bella e frivola di David Copperfield (1850), che muore giovane; e in Flora, la grassa e sciocca donna di mezza età de La piccola Dorrit (1857).

Nonostante la crudeltà dei genitori e la cronica irresponsabilità di suo padre, come ogni buon vittoriano, Dickens sembra aver concepito la vita familiare come un ideale. Ancora infatuato di Maria Beadnell, decise in tutta fretta di sposare Catherine Hogarth, la figlia del proprio datore di lavoro al giornale, nemmeno sei mesi dopo averla conosciuta nel 1835; una decisione impulsiva che giunse a considerare come ciò che Tomalin definisce «il peggior errore» della sua vita. Dickens procurò a Catherine più di dieci gravidanze, da cui nacque un impressionante numero di figli allo stesso tempo amati ma non-troppo-amati dal padre. Ciononostante, in un modo che al lettore contemporaneo appare ottusamente e oltraggiosamente sessista, Dickens sembra aver incolpato proprio sua moglie per la loro progenie numerosa; come se questa donna tranquilla, placida e passiva possa aver tentato il marito – come una sirena – ad avere relazioni sessuali con lei contro la sua volontà.

Dopo aver generato dieci figli, Dickens osservò – distrattamente e quando era ormai troppo tardi – che egli non ne avrebbe voluti «più di tre». Non altrettanto distrattamente, ma piuttosto con crudeltà, nell’ultimo anno della sua vita egli avrebbe definito il suo matrimonio mal assortito come «uno scheletro nell’armadio». La sfortunata Catherine – messa da parte dal marito quando, all’età di quarantasei anni si innamorò dell’attrice diciottenne Ellen Ternan – fu trasformata dall’immaginazione di Dickens nel personaggio più terribile tra le donne malvagie vittoriane, la madre non materna:

A lei non importa – e non le è mai importato –  dei suoi figli; e ai figli non importa di lei – e non gli è mai importato… Ma io voglio perdonarla e dimenticare.

Dickens tuttavia non divorziò mai da Catherine, perché il divorzio avrebbe costituito uno scandalo insopportabile per un uomo della sua statura morale; pragmaticamente, e forse ipocritamente, egli visse con Nelly Ternan fino alla morte, in luoghi pressoché segreti, talvolta sotto il nome di “Charles Tringham”. Ma anche in mezzo a tutte le complicazioni della sua vita, Dickens non smise mai di scrivere – non soltanto romanzi, ma straordinarie lettere, che secondo un calcolo dovrebbero essere oltre 140004 – e di effettuare, sempre più ossessivamente negli ultimi dieci anni di vita, dei “reading a pagamento” delle sue opere a un pubblico vasto e adorante, sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti.

Le vicissitudini delle visite di Dickens negli Stati Uniti sono tracciate dettagliatamente nella biografia di Tomalin, che le descrive come un miscuglio bizzarro di innocente vanità autoriale, astuto desiderio di realizzare quanto più denaro possibile, e qualcosa che al lettore sembra un pernicioso e sempre più devastante delirio di autodistruzione. Il diletto di Dickens in mezzo a una vasta platea senza pretese diviene a poco a poco una vera e propria dipendenza dall’esibizione pubblica; come Mark Twain, in breve si rese conto che tali esibizioni venivano pagate più della scrittura, e, per lo meno nel breve periodo, costavano meno fatica. Il bisogno di Dickens di una gratificazione immediata per una esibizione pubblica è allo stesso tempo appagante e masochistico; consumato dalla vanità, il famoso scrittore logorò la parte più autentica di sé. Nel 1868 l’autore, stanchissimo dopo una performance, scriveva trionfalmente in una lettera a una delle sue figlie (inclusa, insieme ad altre dodici tra le sue lettere più belle, nell’appendice all’edizione speciale di Waterstone della biografia di Tomalin):

Venerdì scorso non soltanto ho letto, quando non ero certo di esserne in grado, ma l’ho fatto come mai prima, e ho incantato il pubblico tanto quanto me stesso. Non ci sarà mai più uno spettacolo carico di tanta eccitazione.

Non si deve credere che Dickens leggesse il “vero” Dickens a queste vaste platee. Piuttosto, egli metteva a punto dei soggetti che rappresentavano i personaggi preferiti del pubblico: Micawber, Dora, Little Em’ly, Steerforth, Mrs.Gamp, Bill Sykes e la sua vittima Nancy; metà dei brani erano tratti dai racconti di Natale, e Canto di Natale era uno dei più letti in assoluto. (Tra il gennaio 1869 e marzo 1870 Dickens lesse per ben ventotto volte la storia del terrificante delitto di Nancy da parte di Sikes, turbando e terrificando il suo pubblico). In America, Henry James, forse pungolato dall’enorme volume delle folle radunate dal romanziere rivale, parlava dei «reading assai sciatti» di Dickens; qualche decennio più tardi Edmund Wilson riassunse il fenomeno in modo succinto affermando: «Dickens aveva l’indole del saltimbanco, e nella disperazione dei suoi ultimi anni cedette all’antica inclinazione e lasciò che lo facesse a pezzi».

Quando, nel 1842, l’acclamatissimo autore di Oliver Twist, Nicholas Nickleby (1839), La bottega dell’antiquario (1841) e Barnaby Rudge (1841) si recò in America per la prima volta, pur se ammirato dalla classe agiata e idolatrato dalle folle («la gente qui lo divora letteralmente», notò un osservatore), trovò il Paese, nel suo complesso, irritante; e scoprì che gli editori americani, che per anni avevano pubblicato clandestinamente i suoi romanzi, non erano per nulla disponibili a onorare il copyright internazionale.

Nonostante fosse stato accolto con entusiasmo a Boston e a New York City, Dickens rimase disgustato dallo stato schiavista della Virginia, e reputava il Mississippi «il fiume più orribile del mondo»; l’Ohio era una regione di individui «cupi, tetri, rozzi e repellenti… privi di umorismo, vivacità e gioia di vivere». Vi trovò «immoralità, vizi, profondi motivi di avversione». E a Toronto la situazione non era migliore: da quelle parti «il conservatorismo rabbioso e selvaggio… è… spaventoso». Inaspettatamente, Dickens pensava che Cincinnati fosse una «città molto bella» – sfortunatamente abitata da gente noiosa. Le cascate del Niagara gli evocavano emozioni entusiastiche, forse un po’ scontate: «Sarebbe difficile per un uomo potersi trovare più vicino a Dio».

Ma non c’era invece niente di romantico nel continuo atteggiamento di sfida degli editori americani, i quali trovavano offensivo il fatto che l’autore si aspettasse una qualsiasi forma di ricompensa. L’America era «una nazione infima, rozza e meschina… guidata da un branco di mascalzoni… Puah! Non ho mai saputo cosa fosse davvero il disgusto e lo sdegno fino a quando non sono andato in America». (Tomalin osserva che il copyright internazionale non fu riconosciuto fino al 1891, molto tempo dopo la morte dello scrittore). Le Note americane di Dickens furono date alle stampe subito dopo il viaggio, un insieme disordinato di osservazioni sardoniche e astiosità a caldo; come le definì Edgar Allan Poe, «una delle opere più controproducenti mai deliberatamente pubblicata da un autore che avesse anche una minima reputazione da perdere».

Tuttavia Dickens non desistette. Nell’arco di diciassette anni, anche quando la sua vita privata rischiava di andare in rovina e le letture pubbliche occupavano una parte sempre maggiore del suo tempo e delle sue energie, continuava a scrivere i suoi inimitabili capolavori: Dombey e figlio (1848), David Copperfield (1850), Casa desolata (1853), Tempi difficili (1854), La piccola Dorrit (1857), Racconto di due città (1859), Grandi speranze (1861), Il nostro comune amico (1865). La sua era un’energia frenetica e feconda. «Se non avessi potuto fare lunghe passeggiate a passo rapido, sarei semplicemente esploso e ne sarei morto».

La biografia è una tecnica letteraria che, nelle mani di esperti particolarmente dotati, può giungere al livello di forma d’arte. Tuttavia, anche i professionisti più capaci spesso vengono lasciati indietro, come i cacciatori che inseguono una preda più veloce quando si mettono sulle tracce di un genio. Quella di Claire Tomalin sarà probabilmente una delle biografie definitive di Dickens, per il suo continuo sforzo di ricondurre “la vita” all’“arte”; e si tratta di un coraggioso numero di equilibrismo, considerando che l’arte di Dickens solo a stento non si perde tra un soffocante groviglio di fatti. «Forse è un livello di dettaglio che normalmente non è necessario conoscere sulla vita di nessuno», ammette la stessa Tomalin. Eppure troviamo un disordinato quantitativo di dettagli in questa biografia, soprattutto quelli relativi alla frenetica vita sociale di Dickens, ai suoi vari interessi e alla sua estenuante carriera pubblica. (In quanti tour di letture pubbliche Dickens si imbarca prima di dare, finalmente, il suo «addio definitivo al pubblico nel reading a Londra» del 1870! Il lettore inizia a essere esausto quanto lo stesso autore).

Ciò che bisogna ricordare quando si racconta la vita di un grande artista con tanta accuratezza è che il motivo della curiosità per la vita di un artista dipende dal suo talento; la “vita” in sé può interessare in quanto fa luce sull’opera, ma se i dettagli spesso banali della vita distolgono dall’opera, il valore della biografia è discutibile. Persino una vita ordinaria riportata in ogni dettaglio assumerà una taglia brobdingnagiana5, tale da forzare l’apparenza umana. Solo pochissimi biografi enciclopedici – il più illustre dei quali è Richard Ellman, in modo particolare nelle sue lunghe ma mai noiose biografie di James Joyce e Oscar Wilde – riescono ad andare oltre il peso del loro materiale e a renderlo un intrattenimento commisurato all’argomento.

Pur essendo un’opera ammirevole, squisitamente umana e spesso eloquente, il Charles Dickens di Tomalin spesso somiglia a un veicolo su rotelle se paragonato, per esempio, con il rapido, agile, discorsivo e affidabile Charles Dickens (2002) della romanziera Jane Smiley. Qui non c’è nulla che ricordi le teatrali stravaganze della controversa biografia lunga mille pagine di Peter Ackroyd (1991), che con i suoi schemi di rischi e ricompensa, che doveva condizionare la visione marginale dei biografi successivi di Dickens con la delicatezza del proverbiale elefante in una cristalleria. (Tomalin si costringe a citare Ackroyd solo una volta, come per dovere: quando riferisce che Ackroyd, unico tra i biografi contemporanei, ritiene che la relazione fortemente passionale tra Dickens e Ellen Ternan non sia mai stata consumata).

La parte più interessante della biografia di Tomalin è costituita dai giudizi critici sui romanzi: Casa desolata («la sua immaginazione sempre ardita offre in questo romanzo delle scene fantastiche e ispirate degne di Shakespeare»), David Copperfield («un capolavoro realizzato grazie alla capacità di Dickens di scavare nella sua stessa esperienza, rielaborarla e conferirle la potenza del mito»), Grandi speranze («un grande libro, delicato ed emozionante, divertente, doloroso, misterioso»), Il mistero di Edwin Drood («il successo di un uomo che sta morendo e rifiuta di morire, che non vorrebbe consentire alla malattia e al fallimento di impedirgli di esercitare la sua immaginazione, o di impedirgli di scrivere; e come ciò costituisca un’impresa strabiliante ed eroica»). E Tomalin è molto convincente nella sua discussione sul grande segreto dell’ultima parte della vita di Dickens – la sua relazione con l’ex-attrice Ellen Ternan, sulla quale nel 1990 Tomalin scrisse una monografia intitolata The Invisible Woman.

La fine di Dickens sopraggiunge in maniera del tutto inaspettata l’8 giugno 1870, nella sua casa di Gad’s Hill:

Si sedette e [Georginia Hogarth] gli chiese se si sentisse male, ed egli rispose: “Sì, molto male; sono stato molto male nelle ultime ore”. All’offerta della donna di chiamare un medico, egli rispose di no, che avrebbe terminato di cenare e che dopo sarebbe andato a Londra. Fece uno sforzo per lottare contro l’attacco che stava per sopraggiungere… In ogni versione del racconto, la donna riportò il loro ultimo scambio: lei disse «Vieni e mettiti giù», e lui rispose «Sì, sul pavimento».

«Lasciò una traccia come una meteora», dice Tomalin, «e chiunque può trovare la propria diversa versione di Charles Dickens». In che modo, con il passare del tempo, la versione di Tomalin reggerà il confronto con le precedenti biografie “definitive” – come quelle di Peter Ackroyd, Michael Slater (2009) e Robert Douglas-Fairhurst (2011), che derivarono tutte dalla rinomata biografia di Dickens di John Forster ’s in tre volumi (1872, 1873, 1874) – rimane una questione aperta e intrigante.
(Traduzione di Luca Alvino)

 

1. Wilikins Micawber, personaggio presente in David Copperfield, celebre per far continuamente riferimento alla sua situazione finanziaria con la frase «Qualcosa dovrà pur andare per il verso giusto», il suo nome è diventato sinonimo per definire chi vive in attesa e nella vana speranza di qualcosa [Fonte Wikipedia]. N.d.R.
2. E tuttavia la leggendaria generosità di Dickens talvolta poteva venir meno, come si capisce da questo sfogo sorprendente in una lettera del 1870, l’anno della sua morte, sui debiti del figlio Sidney che egli era obbligato a pagare: «Temo che Sydney si sia spinto troppo in là per ravvedersi, e comincio a desiderare che egli morisse in modo onesto».
3. Le workhouse erano degli ospizi per i poveri presenti in Galles e in Inghilterra nei quali coloro che non avevano mezzi di sostentamento ricevevano vitto e alloggio in cambio del proprio lavoro. Tali strutture rimasero attive fino al 1948. N.d.T.
4. Estratte dalla British Academy Pilgrim Edition in dodici volumi – che raccoglie più di 14000 lettere di Dickens indirizzate a 2500 corrispondenti conosciuti – le 450 incluse in The Selected Letters of Charles Dickens, curato da Jenny Hartley (Oxford University Press, 2012), sono più rivelatrici e più intime di una biografia, come una registrazione, per dirlo con le parole della curatrice, non tanto del «Dickens interiore» quanto delle «dinamiche di Dickens».
5. Ne I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, Brodbingnag è un Paese i cui abitanti hanno dimensioni gigantesche. N.d.T.

JOYCE CAROL OATES oltre a essere docente di lettere alla Roger S. Berlin di Princeton, è autrice di sceneggiature, poesie, saggi e di oltre settanta romanzi. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La ragazza tatuata (Mondadori 2012)

 

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