Robert Mazzocco

Il nostro gruppo

da ''The New York Review of Books''

Da questo numero vi proponiamo una scelta di articoli dall’archivio storico di  ‘The New York Review of Books’. Questo pezzo sull’opera di Kerouac è stato pubblicato il 20 maggio 1965.

JACK KEROUAC, Angeli di desolazione, Milano, Mondadori, 1998 (ultima edizione), pp. 416, € 9,50

LETTERATURA. Primo articolo che ‘451’ ha selezionato per la pubblicazione dall’archivio storico della NYRB, questo brano del 1965 ha come argomento l’intramontabile Kerouac, con i suoi romanzi “metafisici” e quasi fumettistici. Il Kerouac di Angeli di desolazione, un testo che ci apre una finestra sul mondo quasi onirico della Beat Generation.

A mio parere, il Paese di Kerouac rappresenta il più curioso sforzo d’immaginazione mai compiuto da un “americano” da quando Al Capp ha disegnato Dogpatch e Slobbovia nel fumetto Li’l Abner1. Con l’apparizione, negli anni Cinquanta, di Sulla strada e dei “romanzi” successivi, il Paese di Kerouac è diventato “terra santa” per una moltitudine di epigoni ed editori, e, ovviamente, un bersaglio facile per tutti gli altri. Come sa bene chiunque ci sia stato, questo vasto territorio si estende come un fumetto metafisico, serpeggiando, dentro e fuori, “attraversando” i formicai di Manhattan illuminati dai neon, le autostrade assolate del Sudovest, l’allegro e insuperabile cameratismo di San Francisco, e poi indietro, come un uccello che torna al nido, nel New England, a Lowell, Massachusetts, al luogo natale, alle proprie radici.

In modo sufficientemente corretto, Kerouac può essere considerato il primo, e di certo il migliore, dei nostri visionari Li’l Abner. Il primo che abbia messo per iscritto le voci di una particolare generazione, e il primo che abbia “abbattuto” i valori istituzionali degli anni Cinquanta, come i fringe benefits2 e la piscina nel cortile dietro casa. Vigoroso, capriccioso, simpatico (in italiano e in corsivo nell’articolo originale, n.d.T.), e non poco fuori di testa, Kerouac ha compiuto il grande balzo oltre l’intellettualismo esasperato proprio nel momento in cui la maggior parte degli intellettuali era a letto con Henry James. Talvolta l’ha fatto in nome dello Zen, talvolta per la Vecchia Gloria (la bandiera americana, n.d.R.), o in nome di Sesso e Arte («Nessuna pausa per pensare alla parola corretta, ma accumularsi infantile di parole scatologiche fino a provare una certa soddisfazione…»). In ogni caso, lo ha fatto, e ha così forgiato un nuovo carattere, un nuovo urlo: datemi l’autonomia personale del vagabondo, o datemi l’ipnosi dei mass media. Si deve fare una scelta! Nel Paese di Kerouac questo urlo ricorre come uno slogan pubblicitario.

In modo strambo, perché Kerouac stesso sembra non sentirlo: non compie mai la scelta, qualsiasi scelta. La sua missione è sempre “scavare” ogni cosa, chiunque, intellettuale o campagnolo, amico o nemico che sia. «Siamo tutti amici e nemici; ora basta, smettiamola di combattere, svegliamoci; è tutto un sogno, guardatevi intorno, state sognando, non è in realtà la terra dell’oro che ci ferisce, quando voi pensate che sia proprio la terra dell’oro che ci ferisca, è solo l’eternità dorata della beata sicurezza – Benedetta la piccola mosca…» Da ciò deriva una certa monotonia, una certa tristezza o disperazione. Da un libro all’altro, le stesse persone e le stesse scene appaiono, spariscono, riappaiono. Le stesse apostrofi sono lanciate come palline in un flipper, soltanto per ricadere come gocce di pioggia. “Matto” e “triste”, l’accoppiata di aggettivi che Kerouac preferisce, dopo un po’ rifiutano di riprodursi. Gli effetti alla Whitman o alla Wolf non funzionano più e i “Sono Solo” dello Zen o il “Lamentarsi alla Blake” ne prendono il posto.

Naturalmente, nel mondo di Kerouac non accade mai qualcosa, perché ogni cosa sta accadendo, tutto d’un tratto. Chiunque “rotola”, di solito verso il tritacarne: gli amiconi con lo zaino in spalla, le pollastrelle con la coda di cavallo o i quasi macabri sospiri, i santoni barbuti, una volta esultanti e l’altra depressi, sempre colti in flagrante, i sack artist3 alle feste che finiscono a bottigliate («Baciami le cosce nell’oscurità il pozzo di fuoco»4), i musicisti ormai non più spumeggianti. Alcuni hanno testa: «intellettuali senz’ombra di dubbio e sanno tutto su Pound senza essere pretenziosi o parlarne troppo, sono molto tranquilli, sono molto simili a Cristo»5. Hanno lo sguardo fisso. Alla fine, nel mondo di Kerouac ognuno passa un sacco di tempo guardando fisso davanti a sé.

I lavori di Kerouac dovrebbero essere ovviamente letti come sue lettere indirizzate al mondo, macchie di parole che sono in qualche modo un test di Rorschach6 dei nostri tempi. In essi si può vedere la varietà di colori dei bastoncini di zucchero tipica della fantasia contemporanea: mondo del cinema e motel, jazz e orgasmi, auto truccate, immondizia o l’emarginato che vive alla buona sul monte Hiawatha. Tuttavia, essendo lettere, alla lunga propendono alla noia e all’incoerenza, piene di richiami titanici e di un’enorme sensibilità, e tuttavia per tutto quello che sono anche appassionate, fiduciose, “reali”.

In ogni caso, come si deve pur ammettere, Kerouac è uno scrittore che va assecondato: o tifate per lui dall’inizio, o non funziona. Angeli di desolazione, il suo “confessionale”, documenta il periodo (1956-1957) appena precedente e immediatamente seguente la Beat Generation e la leggenda di Jack Duluoz (il suo alias) colpisce il mondo come una pioggia acida. Oltre all’autore, le altre figure chiave (anch’esse con i relativi pseudonimi) sono identificate nella prefazione come Allen Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky e William Burroughs. Nella prima sezione del libro, Kerouac è una guardia anti-incendi seduta in cima al Desolation Peak nelle North Cascade Mountains dello stato di Washington. Cerca risposte. Fra descrizioni afflitte di panorami pastorali troviamo un po’ di filosofia spicciola («Ma io sarò il Vuoto, muovendomi senza essermi mosso». «Mi sono innamorato di Dio – Qualunque cosa mi accada in questa sfida al mondo mi va tutto bene perché io sono Dio e sto facendo tutto questo da solo, chi altro?»). Ne consegue dunque «la desolazione nel mondo», il tumulto della West Coast, del Messico, di New York, di Tangeri e dell’Europa.

Gettando un ponte sul fiume che separa vita e letteratura, Angeli di desolazione ha i suoi momenti in stile ‘Time’: «… il lettore dovrebbe sapere che, come autore, ho dovuto conoscere molti omosessuali – il 60 o il 70 per cento dei nostri migliori scrittori (se non il 90 per cento) sono sospetti, per la loro mascolinità, e sei costretto a incontrarli tutti e conversare con loro e scambiare manoscritti…». E i suoi momenti da grande commedia: William Carlos Williams che guarda fuori dalla finestra del suo soggiorno il traffico del New Jersey, dicendo: «Ci sono un sacco di bastardi qui fuori» e Kerouac aggiunge: «Mi sono sempre chiesto quando tutto ciò ha avuto inizio»; oppure l’incontro con Dalí alla Russian Tea Room, o la visita senza invito a casa di Varnum Random (Randall Jarrell), dove Kerouac fa fuori tutto il Jack Daniels e, con la massima innocenza, fa arrossire la padrona di casa («dove loro avevano mai sentito la parola fellatio!», come rimugina poi, ripensando alla sua gaffe).

I ritratti degli amici sono appassionati, magnificamente confusi, iperbolici e ambivalenti. Ginsberg con la sua risatina, i suoi occhi cisposi, la sua «particolare andatura ciondoloni», il suo modo di «battere i piedi» e la sua teologia fantascientifica: Dio è «quel grande apparecchio radar nel cielo, credo…». Oppure il suo farsi ansioso, guardando fisso il muro: «Voglio soltanto degli angeli classici […] Mano nella mano è ciò che deve essere!». Corso, donnaiolo e “Shelley della Mafia”: «Ah, penso proprio che chiuderò con il racket della poesia. Non mi sta portando da nessuna parte. Voglio una terzina di piccioni sul mio tetto e una villa a Capri o a Creta. Non voglio dover chiacchierare con quegli assonnati delinquenti e giocatori d’azzardo […] Quando incontro Kirk Douglas non voglio dovergli chiedere scusa». Burroughs, raconteur fumatore di marijuana, con il suo machete e la sua grande indifferente insolenza, che si fa strada in mezzo a un mucchio di arabi («Basta ignorarli, figlio mio, non raccattare merda dai loro cazzetti»), che spiega Il pasto nudo7 («Non fatemi domande – io ricevo questi messaggi da altri pianeti – sono evidentemente una sorta di agente da un altro pianeta, ma non ho ancora decodificato chiaramente i miei ordini»), che lancia ossa di pollo dietro le spalle nell’elegante locale El Paname, che crolla e piange a causa di una relazione non risolta e non voluta. Infine Orlovsky, il più giovane del gruppo, autista di ambulanze part-time, divoratore di gelati, di libidine, d’idealismo da lecca-lecca. Grida: «Il mondo è un posto dal fa-scino infinito. Date a tutti amore e tutti ve lo renderanno! L’ho visto!». Kerouac: «So che è vero, ma sono stufo». «Ma non puoi essere stufo. Se tu ti stufi, tutti saremo stufi; e se tutti ci stuferemo, molleremo tutti; allora il mondo crolla e muore!»

Conversazioni di questo genere sono frequenti; Kerouac abbattuto e i ragazzi che dicono: “Dobbiamo farti scopare di più. Ci sono un sacco di Daisy Maes in giro”8. Il vero punto forte è comunque nelle pagine “pornografiche”: uno spettacolo di burlesque, scambi di coppie, sogni bagnati. In dosi moderate tutti i personaggi e la maggior parte delle scene hanno un chiassoso fascino “recitativo”: un giorno alle corse, avventure nei bar e nei supermercati di Market Street, l’esplorazione di una brulicante cittadina messicana ecc. La forza descrittiva di Kerouac è davvero infallibile: «E sorridendo dall’alto, nella notte della costa occidentale, le stelle si rovesciavano a cascata sul suo tetto, come ubriaconi che ruzzolano dalle scale con lanterne nei loro culi, per tutta la fredda notte rugiadosa. Amavo tanto la California del nord (quella freschezza da foresta pluviale), quell’odore di menta verde appena nata che cresce nell’elastico groviglio di erbe e fiori».

La sua tremenda sincerità si avvicina al delirio di un pazzo, in maniera spassosa, o straziante, così come quando parla di sua madre: «la più importante persona in questa storia e la migliore». «La sola cosa da fare è essere come mia madre: paziente, fiduciosa, prudente, cupa, autoprotettiva, grata per i piccoli favori, sospettosa per i favori importanti […]. Fatti da solo la tua strada, non far male a nessuno, fatti gli affari tuoi, e fa’ il tuo patto con Dio […]. L’eternità e il qui-e-adesso, sono la stessa cosa». La madre gli chiede: «Che tipo di individuo è quel Benny? Non ha moglie, non ha famiglia, non ha nulla da fare? Ha un impiego?». «Ha un lavoro part-time: controlla le uova nel laboratorio dell’università, là sulla collina. Guadagna abbastanza per comprare i suoi fagioli e il vino. È un buddista!» «Tu e i tuoi buddisti! Perché non stai attaccato alla tua di religione?»

Dopo, la Luce Publications stana il gruppo (a un certo punto Ginsberg progetta una sorta di colpo di stato alla Andy Hardy: «Sono diventato un grande e dignitoso poeta che la gente ascolta – passo le mie serate tranquillo con i miei amici, in smoking, forse – esco e acquisto tutto quello che voglio al supermarket – Ho voce in capitolo nel supermarket!»); dopo che la loro fama diviene amara (a uno dei primi party alla moda, Kerouac siede sconsolato ascoltando «i loro orribili simili e i “come sai” e i “che pazzo” e “è una parrucca, amico” e “davvero un tipo spassoso” – tutto questo stava per diffondersi in tutta l’America fino al livello delle scuole secondarie ed essere attribuito in parte a ciò che io ho fatto!»); e dopo dei flash ribelli sulla Law Ridden America (“America infestata dalle leggi”, n.d.T.), sulla spontaneità e sulla Valle dell’Illuminazione Divina, il libro si chiude con il ritorno dei ragazzi a New York: «… e ora siamo scrittori famosi, più o meno, ma tutti si chiedono come mai io ora sono così giù, così privo di eccitazione, e stiamo seduti in mezzo a tutti i nostri libri pubblicati e le poesie, finché vivo con Memere [così Ke-rouac chiamava sua madre, n.d.T.] in una casa che le appartiene, a qualche miglio dalla città, è un pacifico dolore. Un pacifico dolore a casa è il meglio di quanto sono stato capace di offrire al mondo […] e così dico addio ai miei Angeli della Desolazione. Una nuova vita per me».

In alcuni circoli, i ruggenti agnelli del Paese di Kerouac e le tigri di carta dei recenti romanzi di Norman Mailer (come, ad esempio, lo Stephen Rojack di Un sogno americano9) sono esaltati come figure emblematiche di combattenti, che si aggrappano agli ultimi elementi eroici rimasti nella nostra cultura. Non discuto su questo, presumendo che sia parte di ciò che viene definita “cultura giovanile”.

(Traduzione di Giorgio P. Panini)

1. Li’l Abner è un fumetto satirico, apparso su molti quotidiani negli Stati Uniti, Canada ed Europa, ambientato nella misera città di Dogpatch, Kentucky. Lower Slobbovia è un’altra località ricorrente nelle strisce, altrettanto povera. Scritta e disegnata da Al Capp (1909-1979), il fumetto venne pubblicato per 43 anni, dal 13 agosto 1934 fino al 13 novembre 1977.

2. I servizi e i beni di cui un dipendente può usufruire gratuitamente e che risultano spesso in busta paga. N.d.T.

3. Con il termine sack artist al tempo di Mazzocco veniva indicata una persona pigra o fannullona. Oggi il termine è invece usato per definire un seduttore, un donnaiolo. N.d.R.

4. Jack Kerouac, Big Sur, Milano, Mondadori, 1988, p. 86.

5. Idem, The subterraneans, New York, Grove Press, 1989, p. 5.

6. Il test di Rorschach viene usato in psichiatria per conoscere la personalità o le tendenze psichiche di un individuo. Si sottopone al paziente un’immagine ambigua, astratta (di solito si tratta di vere e proprie “macchie”) chiedendogli di esprimere che cosa questa rappresenti. N.d.R.

7. William S. Burroughs, Il pasto nudo, Milano, Adelphi, 2006.

8. Gioco di parole basato sul nome femminile “Daisy Mae”, una catena di steakhouse, di ristoranti dove si servono prevalentemente bistecche. N.d.R.

9. Norman Mailer, Un sogno americano, Torino, Einaudi, 2010.

[box]ROBERT MAZZOCCO scrive per ‘The New Yorker’ e ‘The New York Times’. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie ispirate ai suoi viaggi e soggiorni in varie zone del mondo.[/box]

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