Benjamin M. Friedman

Il paradiso dei nuovi capitalisti

da ''The New York Review of Books''
ECONOMIA: Per decenni le famiglie medie americane hanno visto crescere costantemente i loro redditi e livelli di vita. Ma negli ultimi anni l'economia è bloccata nella stagnazione e gli americani vedono i loro redditi diminuire sempre di più. L'economista Benjamin M. Friedman ci spiega quali sono le azioni che si potrebbero intraprendere per uscire da questa situazione.

Gli americani che per primi poterono apprezzare ‘The New York Review of Books’ nel 1963 erano per la maggior parte molto benestanti. L’economia statunitense quell’anno ebbe una crescita vicina al 4,5 per cento, che faceva seguito a una crescita del 6 per cento l’anno e che precedeva una crescita media di più del 6 per cento nei tre anni successivi. Nell’autunno, quando uscì regolarmente per la prima volta la nuova rivista, il tasso di disoccupazione era solo del 5,5 per cento, avviato al 4,5 per cento della metà del 1965 e a quasi al 3,5 per cento della fine del 1966. Non c’era neppure un’alta inflazione: i prezzi al consumo crebbero solo dell’1,3 per cento nel 1963, la stessa percentuale che prevalse in media in tutta la prima metà degli anni ’60.

Oltretutto, i redditi della maggior parte degli americani correvano più veloci dell’inflazione, come avevano continuato a fare per un decennio e mezzo prima del 1963 e avrebbero continuato a fare per un altro decennio dopo quell’anno. Nel 1948 la famiglia a metà della scala del reddito aveva guadagnato 26.500 dollari di oggi. Nel 1963 il reddito della famiglia media crebbe fino a 41.000 dollari. Nel 1973 sarebbe stato di 55.700 dollari.

Una scena del film di Fred Wilcox Il pianeta proibito del 1956

Una scena del film di Fred Wilcox del 1956 Il pianeta proibito.

Eppure persino allora alcune persone apprensive espressero preoccupazione sul futuro economico a lungo termine e su quello che avrebbe significato per la società. Scrivendo proprio in quel periodo James Meade, un economista inglese che più tardi vinse il Premio Nobel, si concentrò in particolare sulla minaccia rappresentata dall'”automazione”1. Rimpiazzare il lavoro umano con robot era stata un’aspirazione – e anche motivo di paura – da secoli. Ma l’idea aveva guadagnato una nuova attualità con il lavoro del matematico americano Norbert Wiener, in particolare dopo la pubblicazione del suo Introduzione alla cibernetica nel 1948. Dalla metà degli anni ’50 la prospettiva di macchine che sostituivano lo sforzo umano aveva catturato anche l’attenzione della cultura popolare, portando a film come Il pianeta proibito di Fred Wilcox che immaginava le sue meravigliose possibilità ma anche le sue potenziali orribili conseguenze.

La visione di Meade non era meno sorprendente di quella di Wilcox. La sua preoccupazione risiedeva nel come si sarebbero guadagnati da vivere gli uomini rimpiazzati dalla macchina nel processo produttivo dell’economia. «Cosa accadrà in futuro?» chiedeva.

Ci sarà un numero limitato di proprietari eccessivamente benestanti; la proporzione di lavoratori richiesta per lavorare nelle industrie automatizzate estremamente redditizie sarà piccola; la percentuale dei salari perciò diminuirà; ci sarà una grande espansione della produzione di beni del lavoro intensivo e di servizi la cui domanda sarà in grande crescita da parte di pochi multi-multi-multi miliardari; saremo tornati in un super-mondo fatto di un immiserito proletariato di domestici, fattorini, camerieri e altri inservienti. Lasciatecelo chiamare il Paradiso dei Nuovi Capitalisti Coraggiosi.

«Secondo me», concludeva, «è una prospettiva orribile».

Meade non fu il primo a pensare alle implicazioni economiche di una sempre crescente capacità di sostituire con le macchine il lavoro di uomini e donne. Nel 1810, i lavoratori tessili sotto la spinta del forse mitico Ned Ludd impervesarono nelle fabbriche delle Midland inglesi distruggendo i nuovi telai automatizzati che stavano consentendo a lavoratori meno qualificati (e quindi meno pagati) di rimpiazzarli. A metà del secolo, comunque, era chiaro che la crescita economica resa possibile dalle innovazioni tecnologiche, e la crescita degli standard di vita che ne derivarono, costituivano non solo un’altra “onda lunga” economica ma l’inizio di una crescita presumibilmente senza fine. Anche allora c’erano gli entusiasti come i detrattori. La Grande Esibizione del Crystal Palace di Londra, nel 1851, mise in mostra la miriade di meraviglie della nuova Età del Progresso. Marx e i suoi seguaci vi videro invece “l’immiseramento” di una classe lavoratrice di nuovo schiavizzata.

Ma, almeno in Inghilterra e in America, gli eventi si risolsero in maniera più favorevole. Nel passaggio al ventesimo secolo, Alfred Marshall e altri economisti britannici si presero gioco della previsione di Marx che diceva che la classe lavoratrice non avrebbe raccolto i frutti della produttività sempre crescente. Al contrario, concludeva Marshall, «la speranza che la povertà e l’ignoranza possano essere gradualmente sconfitte raccoglie molta forza dallo stabile progresso della classe lavoratrice durante il diciannovesimo secolo». Infatti, «la domanda crescente di lavoro intelligente ha costretto le classi artigiane ad aumentare così rapidamente che ora superano in numero i lavoratori non specializzati», e «alcuni di loro [gli artigiani] conducono già una vita più raffinata e nobile di quanto faceva la maggior parte delle classi superiori anche solo un secolo fa »2.

Forse la più grande espressione dell’ottimismo tecnologico proveniva da John Maynard Keynes. Scrivendo una generazione dopo Marshall e poco prima della Grande Depressione, Keynes prevedeva che il redditto medio in Inghilterra e in America avrebbe continuato a raddoppiare a ogni generazione o due, ed arrivò ad asserire che a breve la maggior parte dei cittadini sarebbero stati sufficientemente soddisfatti delle loro condizioni materiali da considerare «il problema economico» come «risolto» e da ora in poi avrebbero tratto vantaggio dal continuo aumento nella produttività principalmente per raggiungere fini diversi da quelli destinati al consumo privato.

Secondo la tradizione di molti pensatori utopisti del diciannovesimo secolo, Keynes inoltre ipotizzò che in queste circostanze la società avrebbe deenfatizzato il collegamento tra il ruolo individuale della gente nel processo produttivo e la loro domanda di ciò che veniva prodotto, così che un individuo tipico avrebbe trascorso sempre meno tempo a lavorare ma non avrebbe in questo modo avuto meno capacità di consumare i beni e i servizi consueti. Come risultato, il problema principale che Keynes vide – lo chiamò «un problema temibile per la gente normale» – sarebbe stato come occupare il grande aumento del loro tempo libero3.

Più di otto decadi dopo, la previsione di Keynes di un aumento da quattro a otto volte nel reddito totale dell’economia per persona, quando saranno passati cento anni dal 1929, sembra incredibilmente corretta. Per l’America può anche risultare che sia stata troppo prudente; l’estrapolazione dell’aumento medio da allora dà qualcosa in più del guadagno di otto volte che sarà raggiunto nel 2029. Ma Keynes sottostimava il desiderio della gente di godersi uno standard di vita materiale sempre più alto, e ha anche fallito nel prevedere che il reddito aggregato della nostra economia sarebbe stato distribuito in maniera sempre più squilibrata, mentre i posti di lavoro sarebbero diventati sempre più scarsi. Come risultato, c’è poca evidenza delle conseguenze che Keynes previde sul consumo privato, sulla fatica nel lavoro e sugli adattamenti istituzionali della società.

Oggi sono le preoccupazioni di Meade che sembrano più preveggenti, almeno in America. “La creazione di posti di lavoro” è il problema economico più urgente del nostro tempo. Le nostre città e i nostri stati competono l’uno con l’altro per attrarre opportunità di lavoro per i loro residenti (ma anche per chiunque voglia trasferirsi da qualche altra parte), sommergendo i potenziali datori di lavoro di esenzioni fiscali, del basso costo di affitti del terreno e di regolamentazioni non restrittive.

Parte del problema è ciclico. La ripresa dal calo economico del 1990-1991 rese popolare per la prima volta il motto “ripresa economica”. La produzione totale dell’economia statunitense sorpassò il picco pre-recessivo in diciotto mesi, ma l’occupazione complessiva richiese più di due anni e mezzo per riprendersi. Il modello è peggiorato da allora. Dopo il declino del 2000-2001, la produzione si riprese in soli sei mesi, l’occupazione in più di quattro anni. Dopo la crisi finanziaria 2007-2009, che ha dato il via al declino più grande della produzione totale che gli Stati Uniti abbiano sperimentato dalla Seconda Guerra Mondiale, la produzione totale si è ripresa dopo solo nove mesi. Ma nell’ottobre 2013 è stato stimato che ci sono ancora quasi due milioni di americani occupati in meno rispetto al 2008.

Il problema del lavoro in America, comunque, è più di una questione che riguarda cicli economici in cui la produzione riprende velocemente mentre l’occupazione richiede più tempo. Le nuove tecnologie che aumentano la produttività del lavoro – organizzando il processo di produzione in maniera più efficiente, dando ai lavoratori macchine nuove e più facili da usare, rimpiazzando del tutto i lavoratori con le macchine – significa che è necessario meno lavoro di quanto fosse necessario prima. Quanto declino i lavoratori vedranno perciò nella richiesta dei loro servizi dipende, in prima istanza, da quanto più produttivo diventa il lavoro e dalla misura con cui la società sceglie collettivamente di cogliere l’opportunità di consumare più beni di quanto non facesse prima.

Ma il cambiamento tecnologico di solito non riguarda solo il produrre gli stessi beni con meno lavoro. La nuova tecnologia ha introdotto anche nuovi prodotti, eliminando così alcuni posti di lavoro (meno posti di lavoro per fare stalle e selle per cavalli) ma allo stesso tempo creandone nuovi (costruire auto e gestire stazioni di rifornimento). Fino a poco tempo fa, il lavoro necessario per creare vecchi beni in quantità maggiore, più quello necessario a soddisfare la domanda di beni emergenti, ha eguagliato se non superato il lavoro fornito dalla maggiore abilità di produrre vecchi prodotti in quantità immutata.

Ma non è inevitabile che l’equilibrio di forze opposte debba risultare in questo modo, e sia la visione utopistica di Keynes che «la prospettiva orribile» di Meade scaturiscono dalla considerazione che non sarà così. In maniera sempre crescente nell’ultimo quarto di secolo, l’equilibrio sembra infatti essersi spostato.

Una ragione potrebbe essere che il ritmo del cambiamento tecnologico del labor saving4è accelerato. A metà degli anni ’90 La fine del lavoro di Jeremy Rifkin aveva messo in evidenza una “Terza rivoluzione industriale”5. Più recentemente Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, due economisti dell’MIT, hanno raccontato la famosa favola dell’inventore degli scacchi come metafora per rappresentare il punto in cui ci troviamo in questo processo. Quando lo scià chiese all’inventore cosa volesse come ricompensa, l’uomo intelligente chiese un grano di riso per il primo quadratino sulla scacchiera, due per il secondo, quattro per il terzo e così via, raddoppiando ogni volta fino al sessantesimo quadratino. Lo scià acconsentì, non realizzando che quella proporzione esponenziale non avrebbe consentito all’intero mondo di produrre così tanto riso.

Nella metafora di Brynjolfsson e McAfee, con nuovi progressi come macchine senza guidatore e i traduttori linguistici di alta qualità, il processo di cambiamento tecnologico di labor saving sta ora entrando nella seconda metà della scacchiera6. Specialmente in America, che ha fatto da guida nel modo di investire nella tecnologia informatica, sarà sempre più possibile produrre i beni e i servizi che la gente vuole con un piccolo aumento dei posti di lavoro; la produzione aumenterà, ma l’occupazione no.

La tecnologia conta da questo punto di vista anche in un secondo modo, quello che né Keynes né Meade avevano tenuto in conto. Con le nuove tecnologie elettroniche della comunicazione che facilitano il commercio internazionale in una gamma sempre più ampia, di servizi in aggiunta ai beni tradizionalmente in commercio, la “delocalizzazione” dei posti di lavoro americani include ora non solo il personale dei call center ma anche la lettura dei raggi X, la preparazione delle dichiarazioni fiscali e l’esecuzione delle pratiche legali. Quindi anche quando l’incremento di produzione per il consumo degli americani richiede più lavoro, questo spesso non crea opportunità di lavoro per gli americani. E per molti dei compiti di basso livello che devono essere fatti in loco – i domestici, fattorini e camerieri di Meade, ma nel panorama di oggi più probabilmente i bidelli, i giardinieri e gli inservienti d’ospedale – uno stabile ingresso di immigrati, per lo più non specializzati, è felice di fare questo tipo lavoro per salari che la maggior parte degli americani ritiene inaccettabile. Come risultato, anche la maggior parte della produzione addizionale che richiede lavoro addizionale in America non presenta prospettive occupazionali – almeno non quelle che sembrano accettabili – per gli americani.

Immagine tratta da Metropolis di Fritz Lang

Immagine tratta da Metropolis di Fritz Lang

La conseguenza sempre più evidente non è solo l’assenza di opportunità di impiego ma l’allargamento dell’ineguaglianza di reddito e l’aumento immediato della povertà – a dispetto del fatto che la causa sottostante sia un rapido e continuo aumento delle nostre capacità produttive. È passato quasi un secolo e mezzo da quando l’economista americano Henry George scrisse Progresso e povertà7. La maggior parte della sua analisi non è più adeguata ma la contraddizione sottolineata nel suo titolo risuona forte oggi così come allora. Il continuo progresso tecnologico rende possibile l’espandersi della produzione, e per la maggior parte quella possibilità è realizzata. Ma i frutti dell’aumentata produzione maturano a favore di una sempre più piccola fetta di popolazione, che consiste per la maggior parte in coloro che sono già al vertice della scala dei redditi.

Tra il 1973 e il 1993, la produzione economica negli Stati Uniti è aumentata in totale del 73 per cento, tenuto conto dell’aumento dei prezzi, o del 42 per cento pro capite. Ma con la distribuzione sempre più diseguale, il guadagno della famiglia media non è cresciuto nemmeno del 4 per cento. Dopo una benvenuta interruzione a metà e fine degli anni ’90, lo stesso modello si è riproposto. Dal 2000 al 2007, l’ultimo anno prima della crisi finanziaria, la produzione totale pro capite è cresciuta in termini reali del 10 per cento, ma il reddito della famiglia media di meno dell’uno e mezzo per cento: in dollari attuali, da 67.000 dollari a solo 67.900. Nel 2012 la produzione pro capite ha quasi raggiunto il livello del 2007. Ma il reddito della famiglia media è caduto a 62.200 dollari – un calo di più dell’8 per cento.

Come ha reso chiaro l’impressionante immagine di Meade, la questione è alla sua base una questione di distribuzione sia del reddito che del benessere, e Keynes sbagliava nel ritenere che ormai la nostra società avrebbe fondamentalmente tagliato il legame tra quello che ogni famiglia guadagna e quello che le è consentito consumare. Soprattutto, dal 1973 al 2012, la produzione economica pro capite degli Stati Uniti è cresciuta del 93 per cento ma il reddito reale della famiglia media americana è cresciuto di solo il 12 per cento. Per qualcuno, invece – i «multi-multi-multi miliardari» previsti da Meade – è cresciuto di molto. Il problema non sta semplicemente nel fatto che, come piace far notare agli economisti, forze come l’avanzamento della tecnologia e il commercio internazionale non necessariamente rendono tutti più ricchi, e quindi che ci può essere qualcuno che perde mentre qualcun altro guadagna. La maggioranza degli americani ha visto stagnare il loro reddito e i loro livelli di vita, e non si vede la fine di questo processo.

Ci sono anche le basi per preoccuparsi che il problema continuerà a peggiorare. In aggiunta all’allargamento del salario guadagnato dai lavoratori super qualificati e con un livello educativo più alto, anche l’equilibrio tra il reddito da lavoro e il reddito da ricchezza – che sia dovuto dal possesso di azioni, di bond, di proprietà immobiliari o di altri beni – sta cambiando. La percentuale di reddito proveniente da ricchezza ora si trova a un livello record. Ma il reddito da ricchezza è molto più concentrato del reddito da lavoro, e così, nel tempo, la percentuale crescente di reddito proveniente dalla ricchezza renderà sempre più grande la diseguaglianza dei redditi complessivi indipendentemente da quello che accadrà alla struttura dei salari.

In aggiunta, quelli che hanno maggiore ricchezza sono quelli con gli stipendi più alti, e così le due linee di tendenza si integrano l’una con l’altra. E per rendere la questione ancora peggiore, il sistema fiscale americano impone livelli di tasse più alti sui salari piuttosto che sui guadagni da dividendi o da capitale. Non ha meravigliato che i nuovi dati resi disponibili lo scorso agosto mostravano che il 10 per cento degli americani avevano ricevuto nel 2012 la metà del reddito totale del paese – la percentuale più alta mai registrata – e che l’1 per cento al più alto livello ne avesse guadagnato quasi la metà, cioè il 23 per cento del reddito totale8.

Qual’è allora la strada del progresso? Per quanto la motivazione dei luddisti, di coloro che sono contrari al progresso tecnologico, possa essere attraente per qualcuno tra la miriade di coloro che ci “perdono” in questo processo, nessuno potrà fermare l’avanzamento della tecnologia. Cosa possiamo fare invece?

«L’orribile prospettiva» di Meade. La risposta più semplice, come sempre, è la soluzione del mercato: consentire ai salari, specialmente alle fasce più basse, di cadere fino al punto in cui la domanda di lavoro alla fine assorba tutti quelli che desiderano lavorare. Questa strada peggiorerebbe l’ineguaglianza – con ogni probabilità, sostanzialmente sarebbe così – ma, in teoria, chiunque voglia lavorare avrebbe un lavoro. In più, la riduzione dei salari conseguente non sarà tollerata dai lavoratori americani.

Confini più rigidi. Una variante della soluzione del mercato sarebbe di rallentare – se possibile, invertire – l’immigrazione di lavoratori non qualificati. Il luogo comune che gli americani “non vogliano” questo tipo di lavoro si fonda sul presupposto non dichiarato che il lavoro deve costare quanto costa ora. Se non si lasciano entrare lavoratori stranieri disposti a tagliare prati e dipingere case, il costo per questi servizi salirà. Alcuni proprietari deciderebbero di tagliare da soli i loro prati e alcune case non verrebbero dipinte (almeno non così spesso). Ma i salari dei giardinieri e degli imbianchini crescerebbero, e così più americani farebbero questo lavoro. Salari più alti darebbero a questi lavori un’immagine più attraente. La maggior parte dei dati suggerisce, però, che l’effetto differenziale dell’immigrazione nell’abbassare i salari delle fasce più basse sia stato modesto: forse intorno al 9 per cento, ma probabilmente un bel po’ meno9.

La Strategia di “Mr. Micawber” (Wilkins Micawber è un personaggio letterario creato da Charles Dickens per il romanzo David Copperfield. Ispirato alla figura del padre dello scrittore [finito in galera per debiti], Micawber fa continuamente riferimento alla sua disastrosa situazione finanziaria con la frase: «Qualcosa cambierà», il suo nome è diventato sinonimo per definire chi vive in attesa e nella vana speranza di qualcosa. N.d.R.). Gli americani hanno già attraversato forti periodi di stagnazione economica. Nessuno l’ha però vissuta in maniera permanente. Qualche volta quello che fa cambiare direzione all’economia è stato un fattore tecnologico – per esempio il nuovo e miglior metodo di estrazione dell’oro che contribuì a porre fine alla depressione mondiale degli anni ’80 e dei primi anni ’90 dell’800. Per loro natura le principali svolte tecnologiche, comunque, sono difficili da prevedere, specialmente quelle che potrebbero essere sufficienti per sistemare le perverse linee di tendenza di oggi.

In altre occasioni, quello che mette fine alla stagnazione è qualcosa che nessuno desidererebbe. Dopo la debacle economica degli anni ’30 del ‘900, la disoccupazione negli Stati Uniti non ritornò al livello pre-Depressione fino al 1943, quando il paese aveva nove milioni di uomini e donne in uniforme. Che sia attraverso la guerra o attraverso una svolta tecnologica o qualche altro sviluppo decisivo, la prospettiva – per un ottimista, la prospettiva inevitabile – che “qualcosa cambierà” ci consente di credere che, anche se i luddisti di oggi possono parere nel giusto per un breve periodo, nel tempo sarebbero smentiti come finora è sempre successo. Ma il tempo necessario potrebbe essere lungo invece, e non c’è nessuna legge economica chiara che provi che questo succederà.

Educazione. È diventato un luogo comune puntualizzare che i cambiamenti tecnologici di ultima generazione hanno reso molte professionalità tradizionali di minor valore sul mercato del lavoro di oggi e per contrasto hanno fatto aumentare il valore di altre. Molti economisti credono che questo processo sia la maggiore forza che determina il peggioramento dell’ineguaglianza negli Stati Uniti; e il sempre più ampio vantaggio salariale dei lavoratori con studi universitari rispetto a quelli con un’educazione di scuola superiore e di quelli con un diploma di studi superiori su quelli che hanno abbandonato gli studi, ne è una prova convincente10. È certamente vero che la strada del successo economico per molti giovani americani, e in parallelo un modo per rendere la nostra economia nel suo insieme più produttiva, sia una maggiore e migliore educazione. Ma ormai c’è un numero senza fine di neolaureati (e tra questi di neolaureati che spaziano tra la professione di avvocato e quella di tecnico dei centri estetici) che devono anche fare i conti con povere prospettive di lavoro, e che hanno inoltre poche prospettive di poter mai restituire i prestiti che hanno finanziato la loro educazione. Una affermazione responsabile sarebbe quella che noi potremmo essere giunti alla fine di una lunga era in cui potevamo guardare all’educazione, così come la conosciamo, come la soluzione multiscopo ai problemi di occupazione e di produttività sia a livello individuale che a livello di economia più in generale.

Ripartizione del redditto. Poiché la questione più pressante sono gli standard di vita – quello che la gente è in grado di consumare – c’è qualche soluzione che possa far equiparare le condizioni di coloro che il lavoro ce l’hanno con quelli che il lavoro non ce l’hanno? Dopotutto, il fatto che alcune persone scelgano di lavorare più di altre, o che persone diverse abbiano diverse capacità, o persino che alcune persone siano più ricche di altre, non costituisce di per sé un problema. Quello che è costituisce un problema sono le conseguenze che derivano dai diversi livelli di vita delle persone.

Infatti, oggi abbiamo una situazione di questo tipo. Molti individui che lavorano (generalmente chiamati “adulti”) sono responsabili dell’istruzione di altri che non lavorano (generalmente chiamati “bambini”). Per la maggior parte il sistema funziona abbastanza bene, al momento. Proprio nello stesso modo, gli americani in passato vivevano con una percentuale di forza lavoro significativamente più piccola coinvolta in lavoro retribuito rispetto ai decenni recenti. Quel sistema funzionava perché c’era un modo riconosciuto di equiparare i livelli di vita di coloro che lavoravano per un salario (“i mariti”) con quelli di coloro che non lavoravano (“le mogli”). Ma quel tipo di organizzazione è ormai finita e non tornerà. Oggi la quota con cui le donne adulte partecipano alla forza lavoro pagata, il 59 per cento, è non molto più bassa del 71 per cento della quota degli uomini.

James Meade

James Meade

Un approccio diverso alla ripartizione del reddito è quella che Keynes ha immaginato e che anche Meade contemplava: indebolire significativamente il legame tra quello che la famiglia guadagna e quello che le è consentito consumare. Il groviglio dei programmi di welfare e di sicurezza sociale in vigore oggi, insieme ai servizi del governo forniti gratuitamente a tutti i cittadini (la più importante, è l’educazione pubblica gratuita attraverso le scuole medie superiori), hanno creato già una certa distanza distanza per soddisfare queste esigenze. Ma, come il malcontento popolare continuamente in aumento rende chiaro, non hanno mantenuto il passo con le tensioni crescenti create dalla stagnazione dei redditi e dalle diseguaglianze in aumento. Allo stesso tempo, nella situazione politica americana attuale, c’è una poco concreta prospettiva di una espansione significativa del sistema del welfare, o anche di sostegno ai salari dei lavoratori meno retribuiti (“workfare” piuttosto che welfare). Né c’è un qualche interesse oggi nei “demogrants” – trasferimenti del governo ad ognuno indipendentemente dal redditto – un tempo sostenuti da qualche economista conservatore11.

Ma qualunque sia la strategia, il bisogno urgente è di ridare all’economia americana una traiettoria – come quella dell’epoca in cui nacque la ‘New York Review of Books’, o più recentemente quella di metà anni ’90, come anche quelle di molti periodi precedenti della Seconda Guerra Mondiale – che faccia crescere non solo la produzione totale ma anche i livelli di vita della maggioranza delle famiglie americane. Il bisogno è urgente non solo a livello economico, ma anche perché l’esperienza, in questo paese come in altri, mostra che il miglioramento delle condizioni economiche di solito porta a dei progressi nelle condizioni politiche e sociali – come è pure vero il contrario. La costipata politica di oggi, l’erodersi dell’educazione della nostra vita pubblica, e la sostanziale scomparsa della generosità dai nostri dibattiti politici sono le patologie prevedibili che emergono sempre quando la maggior parte della popolazione perde la sua fiducia nell’andare avanti così come qualsiasi ottimismo relativo a possibili nuovi guadagni all’orizzonte. Ma i sintomi visibili oggi sono probabilmente solo l’inizio. Sia qui che altrove, la protratta stagnazione economica per la maggioranza dei cittadini ha spesso portato a conseguenze molto peggiori.

Cina, una fabbrica di confezionamento alimentare

Inoltre, con qualsiasi altra strategia a parte quella di Mr. Micawber per invertire questa stagnazione, lo stallo politico rende più difficile intraprendere qualsiasi misura di cui abbiamo bisogno. Il pericolo, quindi, è un equilibrio autorinforzantesi in cui la nostra stagnazione economica incoraggia la disfunzionalità politica, che a sua volta ci impedisce di districarci dal pantano economico. In più, per ragioni del tutto scollegate dagli impedimenti politici, economisti come Robert Gordon della Northwestern prevedono un tasso più basso di aumento della produttività rispetto a quello di cui l’America ha goduto in passato – e quindi una crescita nel complesso più lenta e, implicitamente, una stagnazione ancora peggiore per la maggioranza che ora esce sconfitta dalla competizione nella distribuzione del reddito aggregato. Quello che rende più lenti i guadagni dalla produttività probabilmente dipende in parte semplicemente dal fatto che non c’è nulla all’orizzonte di simile agli avanzamenti rivoluzionari del passato come per esempio la macchina a vapore, le ferrovie, l’elettricità, il motore a combustione interna, il volo a reazione ed alcuni avanzamenti di base come l’acqua corrente e i servizi igienici nelle case private. E, secondo Gordon, dobbiamo confrontarci con gli imminenti «venti contrari» come la pressante necessità di considerare i cambiamenti climatici e gli altri effetti collaterali ambientali causati dalla crescita economica12.

Sicuramente gli ottimisti tecnologici come Brynjolfsson e McAfee vedono quello che è all’orizzonte in maniera differente, osservando che la rivoluzione digitale non solo accelera l’innovazione ma aumenta anche la produzione. Ma nessuno sguardo di prospettiva parla del difficile problema di dove gli americani troveranno lavoro, o di quanto diseguali saranno i loro salari, o di quanto il nostro reddito complessivo si accumulerà su coloro che detengono il capitale piuttosto che su coloro che lavorano – o anche delle perverse conseguenze politiche e sociali che ne deriveranno. In qualsiasi modo pensiamo di risolvere questo pressante dilemma nazionale, dobbiamo comunque riconoscerlo per quello che è.

 

  1. Si veda J.E. Meade, Libertà, eguaglianza ed efficienza (Feltrinelli, 1995). Il libro di Meade era basato sulle conferenze che tenne a Stoccolma nella primavera del 1964. Sono grato a Anthony Atkinson per aver portato il libro di Meade alla mia attenzione.
  2. Si veda Alfred Marshall, Principles of Economics (London: Macmillan, 1890), p. 3.
  3. Si veda John Maynard Keynes, Economic Possibilities for Our Granchildren, in ‘The Nation and Athenaeum’ (11 e 18 ottobre 1930). La predizione di Keynes sembra ancora più preveggente alla luce della data di pubblicazione, un anno dopo che ebbe inizio la depressione. Ma apparentemente scrisse questi fogli due anni prima, in un periodo in cui la Gran Bretagna stava sperimentando protratte difficoltà economiche ma niente di simile alla Grande Depressione si era ancora sviluppato.
  4. Con il termine labor saving si indica il complesso delle innovazioni che consentono di ridurre l’impiego di manodopera nei processi produttivi. N.d.R
  5. Si veda Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato (Mondadori, 2002).
  6. Si veda Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, Race Against the Machine: How the Digital Revolution Is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy (Digital Frontier Press, 2011).
  7. Si veda Henry George, Progress and Poverty: An Inquiry into the Cause of Industrial Depressions, and of Increase of Want with Increase of Wealth-The Remedy (Sterling, 1879).
  8. Si veda Annie Lowrey, The Rich Get Richer Through the Recovery, ‘The New York Times’, 10 settembre 2013; si veda Emmanuel Saez, Striking It Richer: The Evolution of Top Incomes in the United States (aggiornato con le stime preliminari del 2012), 3 settembre 2013, http://elsa.berkeley.edu/~saez/saez-UStopincomes-2012.pdf
  9. Per un esame dei dati, si veda George Borjas, Immigration and the American Worker: A Review of the Academic Literature, aprile 2013, ‘Center for Immigration Studies’.
  10. Il miglior resoconto di ciò è Claudia Goldin e Lawrence F. Katz, The Race Between Education and Technology (Harvard University Press, 2008).
  11. Si veda, per esempio, Milton Friedman, Capitalismo e libertà (IBL libri, 2010).
  12. Si veda Robert J. Gordon, Is US Economic Growth Over? Faltering Innovation Confronts the Six Headwinds, agosto 2012, ‘National Bureau of Economic Research’.

 

BENJAMIN M. FRIEDMAN, è un economista statunitense e docente di Economia Politica presso l’Università di Harvard. In Italia il suo ultimo libro pubblicato è Il Valore Etico della Crescita. Sviluppo Economico e Progresso Civile (Università Bocconi, 2008).
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