Joyce Carol Oates

Tyson

da ''The New York Review of Books''
MIKE TYSON, LARRY SLOMAN, True. La mia storia, Piemme, pp. 635, € 19,90
PERSONAGGI: La grande scrittrice Joyce Carol Oates recensisce la biografia del campione di pugilato Mike Tyson. Una vita di vittorie (come il titolo di campione del mondo vinto a soli vent'anni), di sconfitte (i guai giudiziari, le dipendenze da droga e alcool) e di rinascita.

«Dio, sarebbe bello essere un finto qualcuno piuttosto che essere un finto nessuno».
– Mike Tyson
Il periodo successivo alla fine della carriera di un campione di boxe ricorda la frase di Karl Marx sulla storia che si ripete prima come tragedia, poi come farsa. Anche quando il pugile riesce a ritirarsi prima di essere stato seriamente ferito, non è improbabile che i ripetuti colpi alla testa avranno effetti neurologici a lungo termine, e che il ripetuto logorio dei duri allenamenti e dei combattimenti vinti a fatica accelereranno il deterioramento naturale dovuto all’età; è certamente probabile che il pugile sia stato testimone o abbia provocato, molti brutti incidenti nella vita di altri pugili. Come il campione peso welter Fritzie Zivic disse una volta: «Stai boxando, non stai suonando il piano».

Il pugile ha attraversato un inferno di esperienze viscerali, violente di cui la maggior parte di noi, osservando dalla distanza, può avere solo il più vago barlume di comprensione; ha rischiato la sua vita, ha ferito altre persone, come un gladiatore al servizio dell’intrattenimento della folla; alla fine dei conti, spesso si è visto che, dopo aver guadagnato milioni di dollari per sé stesso e per altri, il pugile è quasi al verde, se non in debito con l’agenzia delle entrate, e deve dichiarare bancarotta (Joe Louis, Ray Robinson, Leon Spinks, Tommy Hearns, Evander Holyfield, Mike Tyson1, tra gli altri).

Ironico allora, forse inevitabile, che il dopo carriera di un campione del pugilato replichi così spesso questo ruolo tragico in forma di farsa: ricordate che Joe Louis, uno dei più grandi pesi massimi della storia, ha finito la sua carriera con due ignominiose sconfitte per mano di pugili più giovani e con un breve interludio come wrestler professionista, impersonando poi sé stesso come “greeter”2 in un casinò di Las Vegas. Probabilmente il più grande campione dei pesi massimi, ineguagliato nel suo primato per la spettacolarità delle performance sul ring, anche Muhammad Ali finì la sua carriera dopo una serie di umilianti e distruttive sconfitte, sfruttato dal suo manager Don King e pesantemente indebitato; nel suo stato visibilmente provato, afflitto dal morbo di Parkinson e incapace di parlare, Ali viene molto spesso mostrato in occasioni pubbliche, spesso in abiti formali, con la faccia impassibile come una maschera.

Mike Tyson, a vent’anni il più giovane campione dei pesi massimi della storia, e nei primi, vertiginosi anni della sua carriera un meritevole successore di Ali, Louis e Jack Johnson, è riuscito a risollevarsi dopo essersi ritirato dalla boxe nel 2005 (quando abbandonò inaspettatamente prima del settimo round di un incontro con il mediocre pugile Kevin McBride). Divenne una bizzarra replica dell’Iron Mike originale, quello che era stato protagonista di un videogame, di cartoni animati e di fumetti; una caricatura di sé stesso pieno di cocaina nei crudi film della serie Una notte da leoni; stella di un one-man-show di Broadway diretto da Spike Lee intitolato Undisputed Truth (Verità indiscussa) e dell’adattamento di un film della HBO di quello spettacolo; e ora autore, con la collaborazione di Larry Sloman, della biografia True. La mia storia.

Nella sua tarda adolescenza negli anni ’80 Mike Tyson fu un fervente ammiratore dei pugili vecchio stile, caratterialmente più simile ai pugili degli anni ’50 che ai suoi contemporanei più furbi. A quarant’anni, Tyson guarda a sé stesso con l’assurdo umorismo di un Tersite per cui il disgusto di sé e del suo pubblico è divenuto un numero di intrattenimento abituale. Gli piace apparire alle conferenze stampa in un’auto parodia folle, minacciosa e urlante:

Sono uno stupratore condannato! Sono un animale! Sono la persona più stupida della boxe! Devo andarmene da qui o ucciderò qualcuno!…Sono fatto di Zoloft3, giusto? Ma è quello che mi impedisce di uccidervi tutti…Non voglio prendere lo Zoloft, ma loro sono preoccupati del fatto che sono una persona violenta, quasi un animale. E loro vogliono solo che io sia un animale sul ring.

Una volta gli incontri di pugilato erano maratone che potevano comprendere anche un centinaio di round di tre minuti ciascuno (il record è di 110 round nel 1893, per oltre sette ore). Con così tanto tempo davanti i pugili dovevano calcolare come usare la loro forza, e un’assoluta resistenza fisica era una priorità. I combattimenti maratona davano tempo di riflettere al pubblico rapito, perché l’equilibrio del match poteva deviare imprevedibilmente da un pugile all’altro, seguendo una serie di azioni altalenanti, come in un gioco protratto.

Jack Dempsey

Jack Dempsey

I combattimenti programmati per essere delle maratone che finivano rapidamente potevano essere interpretati come degli scontri impari, perciò frodi. Il combattimento più famoso tra pesi massimi del ventesimo secolo, Jack Dempsey-Luis Ángel Firpo (1923), fu anche uno dei più corti, finito con la vittoria per Dempsey al secondo round dopo una successione spettacolare di knockdown di entrambi i combattenti e la caduta di Dempsey dalle corde del ring sulla macchina da scrivere di un giornalista sportivo; oggi è chiaro che Dempsey avrebbe dovuto perdere il combattimento – fu beneficiario del “long count” da parte dell’arbitro (un extra di quattro secondi oltre i dieci regolamentari) che gli consentì di recuperare dopo essere stato spinto di nuovo sul ring dai giornalisti.

Già come giovane pugile in ascesa a metà adolescenza Mike Tyson stava attirando attenzione per l’ aggressività e per il fuoco di fila di colpi del suo stile sul ring anche negli incontri di pugilato dilettantistico in cui i punti sono contati dai colpi messi a segno, come nella scherma, senza tenere in conto della potenza dei pugni. Era stato allenato – all’inizio durante i weekend passati nella scuola riformatorio – a combattere come un professionista da Cus D’Amato, un rispettato, anche se controverso e polemico, allenatore i cui precedenti campioni del mondo erano stati Floyd Patterson e José Torres. «L’intero establishment della boxe dilettantistica mi odiava…E se io non gli piacevo, addirittura disprezzavano Cus». Di solito, Tyson terrorizzava i suoi avversari con la stazza e il comportamento. Alle selezioni per le Olimpiadi del 1983 la leggenda di Tyson stava per iniziare:

Il primo giorno, ottenni un KO in quarantadue secondi. Il secondo giorno, spaccai i due denti frontali del mio avversario e lo lasciai svenuto per dieci minuti. Poi il terzo giorno, il campione in carica si ritirò dall’incontro.

Vedere i primi combattimenti di Tyson, sia da dilettante che da professionista, è vedere giovani pugili perseguitati, messi all’angolo, rapidamente messi in soggezione da un pugile più giovane che li insegue attraverso il ring con la selvaggia determinazione di Dempsey, il cui stile sul ring non stop, combattivo e punitivo Tyson imitava sotto la guida di D’Amato. Vedere questi combattimenti in rapida successione, la comune incredulità dei pugili che si sono ritrovati sul ring con il relativamente basso, dalle braccia corte Tyson, la loro titubanza e sbalordimento per la pura forza del loro avversario che li sovrasta, è la testimonianza di un tipo di Teatro dell’Assurdo che è forse il modo più adeguato per comprendere la boxe.

Dal momento in cui divenne professionista, nel 1985, Tyson prese evidentemente come modello Dempsey adottando i famosi pantaloncini neri del pugile e le scarpe da ring nere indossate senza calzini; avrebbe cominciato a entrare nell’arena senza accappatoio, senza sorridere, truculento e con un aspetto letale, per il terrore dei suoi avversari. Questo era Iron Mike, la creazione «antisociale» di D’Amato – «Iniziai persino a fantasticare che se avessi veramente ucciso qualcuno sul ring avrei sicuramente intimidito tutti».

A diciannove anni, Tyson cominciò a definire la sua immagine con i media come un avatar del sanguinario Dempsey in un’intervista che faceva seguito alla sua demolizione di Jesse Ferguson: «Volevo colpirlo sul naso ancora una volta, così che l’osso del suo naso si sarebbe infilato nel suo cervello». Con dodici knockout al primo round all’inizio della sua carriera, alcuni in pochi secondi, nessun pugile aveva mai scalato più rapidamente e in maniera più spettacolare di Tyson la classifica dei pesi massimi.

Mike Tyson contro Trevor Berbick

Mike Tyson contro Trevor Berbick

Piangendo la perdita di D’Amato, che morì nel 1985, ma determinato ad avverare la profezia dell’allenatore che lui sarebbe divenuto il più giovane campione dei pesi massimi nella storia, Tyson ottenne una delle sue vittorie più eleganti, più fulminanti contro il trentatreenne Trevor Berbick la notte del 22 novembre 1986, all’età di vent’anni, davanti a una folla che lo acclamava selvaggiamente a Las Vegas. Fermato dall’arbitro dopo due minuti e trentacinque secondi nel secondo round, dirigendosi rapido verso la sua conclusione come un balletto maligno, il combattimento Tyson-Berbick è uno di quelli che non sarà facilmente dimenticato da chi l’ha visto; la sua immagine predominante è quella di un uomo più vecchio che cade malamente, che cerca di restare in piedi per poi cadere di nuovo, senza aiuto, al tappeto, colpito fino alla sottomissione da un uomo più giovane.

Persino l’allenatore di Berbick, Angelo Dundee, dovette concedere che «questo ragazzo» aveva creato una pressione di fuoco a cui il suo pugile non aveva potuto reagire:

Sparava combinazioni che non avevo mai visto prima. Quando hai visto un ragazzo sparare un destro ai reni, salire dal centro con un uppercut, poi sparare un gancio sinistro. Sparava pugni…come una pistola.

Benché Tyson fosse entrato nella storia dello sport quella notte, come Cus D’Amato aveva progettato per lui, ricordava:

Il giorno più preoccupante della mia vita fu quando vinsi la cintura di campione del mondo e Cus non era là. Avevo tutti questi soldi e non avevo idea di come comportarmi. E poi gli avvoltoi e le sanguisughe arrivarono.

I capitoli più forti e più commoventi di True. La mia storia sono quelli che hanno a che fare con l’ambiente in cui crebbe Tyson. Ingialliti dallo sguardo retrospettivo, questi ricordi della sua infanzia a Brooklyn con la sua famiglia biologica e la sua giovinezza a Catskill, New York, con la famiglia «bianca» (Cus D’Amato e la compagna di lunga data di D’Amato, Camille Ewald, con cui Tyson visse in maniera intermittente fino alla morte di D’Amato) sono toccanti per la nostalgia che trasmettono e per una sorta di rimpianto agrodolce. Non sorprende sapere che la carriera sporadica come criminale di Tyson cominciò quando aveva meno di dieci anni:

Me ne andavo in giro con un gruppo di Rutland Road chiamato The Cats…Di solito non avevamo a che fare con le pistole, ma questi erano nostri amici così rubammo un mucchio di merda: qualche pistola, una 357 Magnum e un fucile lungo M1 con la baionetta attaccata della Prima Guerra Mondiale. Non sai mai cosa potresti trovare quando irrompi nelle case delle persone.

Ma per molti suonerà nuovo sapere che le attività criminali e con la droga di Tyson continuarono durante la sua adolescenza, quando viveva nella parte nord dello stato di New York e veniva allenato da D’Amato.

Mike Tyson da bambino

Mike Tyson da bambino

Nato a Fort Greene, Brooklyn, nel 1966, Tyson avrebbe detto un giorno che non sapeva molto del retroterra della sua famiglia. Sua madre, una guardia carceraria alla Women’s House of Detention a Manhattan al tempo della sua nascita, era nata in Virginia; per ragioni non chiare, probabilmente legate all’alcolismo e alla droga, Lorna Mae Tyson perse presto il suo lavoro in prigione, fu sfrattata dal suo appartamento e si trasferì a Brownsville, un quartiere più malfamato: «Ogni volta che ci trasferivamo le condizioni peggioravano – da essere poveri a essere seriamente poveri a essere fottutamente poveri». Gli amici della madre di Tyson erano principalmente prostitute e i loro amanti inclini alla violenza – anche se Tyson racconta come sua madre una volta gettasse acqua bollente addosso a uno dei suoi amici:

Quello è il tipo di vita in cui sono cresciuto. Gente in amore che si spaccavano le teste e sanguinavano come cani. Si amavano l’un l’altro ma si accoltellavano l’un l’altro. Santa merda, ero spaventato a morte della mia famiglia…

A Tyson è stato detto che il padre biologico, che non ebbe un ruolo nella sua vita, era un pappone – ma che era anche un diacono di una chiesa.

È difficile credere che Mike Tyson, che pesava novanta chili all’età di tredici anni, fosse una volta «molto timido, quasi in maniera effeminata e che parlavo sussurrando. I ragazzi erano soliti chiamarmi ‘Finocchietto’».All’età di sette anni viene introdotto ai piccoli furti da un ragazzo più grande, che gli insegna a forzare le serratura e a rubare nelle case; il suo primo arresto per furto di carte di credito è a dieci anni; a undici cominciano i suoi combattimenti di strada. Più spesso di quanto non venga picchiato sulla strada è picchiato da sua madre: «Quella cosa era una tale merda traumatizzante». La litania della sua infanzia povera è divenuta una cosa ripetitiva che non riduce la sua intensità emotiva: «Ero un ragazzino in cerca di amore e di accettazione e le trovai sulla strada».

Sempre nei problemi con la polizia, Tyson fu rimandato allo Spofford Juvenile Detention Center e fu trattato con un farmaco psicotropo, la Torazina, il primo di una infinita quantità di farmaci prescrittigli nei decenni. Dal suo racconto sembrerebbe essere stato emotivamente disturbato, incline alla violenza e al comportamento impulsivo, ma si sentiva a casa a Spofford dove erano incarcerati anche molti suoi amici. Un giorno Muhammad Ali andò a parlare ai ragazzi e fece grande impressione su Tyson: «Proprio allora decisi che volevo diventare grande».

Incorreggibile all’età di tredici anni, Tyson alla fine fu mandato nella parte nord dello stato di New York alla Tryon School for Boys vicino a Catskill, dove in un corso di boxe per ragazzi detenuti gli viene presentato Cus D’Amato. Tyson dice: «Ero un negro che non riusciva a uscire dalla Torazina, che era stato diagnosticato come ritardato e questo vecchio tizio bianco mi prese e mi diede un ego». Fa parte del folklore della boxe che la prima volta che D’Amato incontrò Tyson nella palestra di Catskill nel marzo 1980 chiamò il suo amico e socio Jimmy Jacobs a Manhattan per dirgli: «Ho appena visto il prossimo campione del mondo dei pesi massimi».

In questo modo comincia la metamorfosi di un adolescente goffo e sovrappeso che «avevo sempre pensato di essere una merda» in uno degli atleti più disciplinati ed esperti del ventesimo secolo. Molto è stato scritto della devozione appassionata di D’Amato nell’allenare giovani pugili e in modo particolare del suo training di Mike Tyson per praticamente cinque anni senza sosta nella sua palestra di Catskill. Un training che era sia psicologico, e forse in misura maggiore, che fisico. D’Amato insegna a Tyson che il pugile è un guerriero: «Il mio lavoro è quello di strappare strati e strati di protezioni che stanno inibendo la tua vera capacità di crescere e di dare sfogo al tuo potenziale». Tyson diventa l’apprendista desideroso di consumarsi nello sforzo di obbedire al suo maestro:

Cus voleva il combattente più cattivo che Dio avesse mai creato, qualcuno che scacciasse con la paura la vitalità fuori dalle persone prima ancora che salissero sul ring. Mi allenò ad essere completamente feroce, sul ring e fuori.

E: «Combattevamo per ferire la gente; non combattevamo solo per vincere».

Il tempo non trascorso in palestra è passato parlando avidamente di boxe e di pugilato e guardando film e nastri sui combattimenti:

Quando ho iniziato a studiare le vita dei vecchi grandi pugili, vidi un sacco di somiglianze con quello che Cus stava predicando. Erano tutti dei bastardi figli di puttana, Dempsey, Mickey Walker, persino Joe Louis era cattivo, anche se Louis era un introverso. Ho allenato me stesso ad essere perfido….Giù nel profondo, sapevo che dovevo essere così perché se avessi fallito, Cus si sarebbe disfatto di me e io sarei morto di fame.

Tyson percepisce che D’Amato sta cercando vendetta per affronti reali o immaginari contro di sé per mezzo dei suoi feroci giovani pugili, ma non lo giudica mai severamente:

Ero follemente innamorato di Cus. Era il primo ragazzo bianco che non solo non mi giudicava, ma che voleva picchiare selvaggiamente qualcuno se avesse detto qualcosa di non rispettoso nei miei confronti…Se mi avesse detto di uccidere qualcuno lo avrei fatto…Ero felice di essere un soldato di Cus; mi diede uno scopo nella vita.

Anche se la morte di Cus D’Amato sarebbe stata devastante per Tyson, il giovane pugile avrebbe continuato nella sua successione di incontri vincenti per diversi anni dopo con avversari come James “Spaccaossa” Smith (1987) – così terrorizzato da Tyson da aggrapparsi al giovane campione e rifugiarsi nel clinch4 fino a perdere tutti i dodici round in quello che è probabilmente l’unico combattimento noioso della carriera di Tyson; con Pinklon Thomas (1987) sbattuto al tappeto in sei round; con Tony Tucker (1987); con Tyrell Biggs (1987), che Tyson disse avrebbe potuto sbattere al tappeto al terzo round nel loro combattimento per il titolo ad Atlantic City ma scelse di mandarlo al tappeto più tardi in modo che lui «se ne sarebbe ricordato per molto tempo». Nel 1988 mandò al tappeto Larry Holmes, Tony Tubbs e Michael Spinks, l’ultimo in novantuno secondi, battendo l’ex campione del mondo dei pesi massimi leggeri che non era mai stato mandato al tappeto prima.

A posteriori, Tyson-Spinks sarebbe stato considerato l’incontro più spettacolare della carriera di Tyson, insieme a quello contro Trevor Berbick. È possibile che la luminosa carriera di Tyson avrebbe potuto cominciare ad autodistruggersi, data la testimonianza fornita in True. La mia storia,del comportamento autodistruttivo del giovane pugile tra i combattimenti e la sua insicurezza fin dal 1987. («La verità è…che ero nauseato di combattere sul ring. Fui colto dallo stress di essere il campione del mondo e di dover mettermi in continuazione alla prova. Lo stavo facendo fin da quando avevo tredici anni»). Ma con la morte inaspettata nel 1988 del suo manager Jimmy Jacobs, che era stato amico e socio di lunga data di Cus D’Amato e parte della sua «famiglia bianca», Tyson fu nuovamente distrutto, e rimase senza consiglieri a lui vicini a cui poter credere. «Con la morte di Jim gli avvoltoi stavano girando in tondo in cerca di carne fresca: la mia».

A questo punto Tyson sposò l’attrice televisiva Robin Givens essendogli stato detto che era incinta; in uno dei due peggiori errori della sua giovane vita, Tyson dà alla sua nuova moglie, con cui sarebbe rimasto sposato un anno scarso, il potere di delega. (Poco dopo il loro matrimonio la Givens ebbe un “aborto spontaneo”.) L’altro errore disastroso di Tyson fu di firmare contratti con il controverso promoter del pugilato Don King, un pregiudicato che aveva passato del tempo in una prigione dell’Ohio per omicidio colposo e il cui comportamento con Muhammad Ali, tra gli altri pugili, Tyson avrebbe dovuto conoscere bene.

Per i puristi della boxe, la sconfitta ignominiosa di Tyson del titolo dei pesi massini nel 1990 contro James “Buster” Douglas dato per sfavorito 42 a 1 segna la fine dell’era di Tyson. Nessuno che abbia visto questo combattimento, una delle più grandi combine nella storia della boxe, può dimenticare lo sguardo di Tyson mandato a tappeto da Douglas al decimo round, che cerca disperatamente il suo paradenti per rimetterselo in bocca – un gesto inutile. Tyson avrebbe detto in maniera superficiale di questo combattimento di non averlo preso seriamente, di essere stato poco allenato e di essere quindici chili in sovrappeso, di aver «fatto festa» praticamente senza sosta (a Tokyo, dove il combattimento ebbe luogo) – ma il fatto sembrerebbe essere semplicemente che il regno di Iron Mike Tyson era finito.

Mike Tyson

Mike Tyson

Il titolo originale del libro, Undisputed Truth (Verità indiscussa) è un gioco di parole sul famoso modo di dire della boxe “campione indiscusso” – come in «Mike Tyson, indiscusso campione del mondo dei pesi massimi» detto con voce tonante dall’annunciatore del ring e molto sentita nei tardi anni’80 e nei primi anni ’90. Un titolo più appropriato per questa vivace raccolta di ricordi sarebbe Disputed Truth (Verità discussa). Questi ricordi della tumultuosa vita di Tyson cominciano come un one-man-show di Las Vegas nel casinò della MGM. Ora gli è stata data una forma narrativa da uno scrittore professionista meglio conosciuto come collaboratore dello “scioccante comico” Howard Stern e che ha come obbiettivo quello di scioccare, solleticare, divertire e intrattenere, poiché molto in esso è decisamente surreale e non verificabile. (Come la dichiarazione che: «Sono un tale mostro. Ho indirizzato la mafia rumena sulla coca» e quella che Tyson fosse un ospite al club Billionaire in Sardegna, «dove una bottiglia di champagne costa qualcosa come 100.000 dollari».)

Soprattutto, True. La mia storia è una biografia di interminabili citazioni di nomi famosi e di racconti senza fine di «feste»; c’è una fotografia di Mike Tyson con Maya Angelou, che andò a visitarlo in Indiana quando fu imprigionato per stupro; veniamo a sapere che Tyson si convertì all’Islam in prigione («Quello fu il mio primo incontro con il vero amore e il perdono»), ma appena fu liberato tornò alla sua vecchia vita debosciata, tuffandosi immediatamente nei debiti:

Dovevo avere una villa sulla East Coast…così andai fuori e comprai la più grande casa dello stato del Connecticut. Era di oltre 4.500 metri quadri e aveva tredici cucine e diciannove stanze da letto…Nei sei anni in cui l’ho posseduta, puoi contare il numero di volte in cui sono stato davvero là sulle dita di due mani.

Questa sfarzosa proprietà è solo una delle quattro ville lussuose che Tyson acquistò nello stesso periodo frenetico, insieme ad animali selvaggi esotici (cuccioli di leone, di tigre bianca) e automobili costose – «Viper, Spyder, Ferrari e Lamborghini».Veniamo a sapere della festa per il trentesimo compleanno di Tyson nella sua residenza in Connecticut con una lista di invitati che includeva Oprah Winfrey, Donald Trump, Jay Z, e «papponi da strada e le loro zoccole». In linea con la nuova fede musulmana appena scoperta da Tyson, piazzò fuori dalla casa «quaranta grosse guardie del corpo dei Fruit of Islam».

A parte il fatto di generare guadagno per Tyson, il principale intento di True. La mia storia sembrerebbe quello di fare i conti con gente che a lui non piace, in modo particolare con la sua prima moglie Robin Givens e con la sua onnipresente madre Ruth («Non c’era nulla che non avrebbero fatto per soldi, nulla. Si sarebbero fatte trombare da un topo») e il famigerato Don King, che Tyson ha citato per averlo frodato per diversi milioni di dollari:

Quest’altro pezzo di merda, Don King. Don è un abbietto, viscido meschino figlio di puttana. Avrebbe dovuto essere il mio fratello nero, ma era solo un uomo malvagio…Pensavo che avrei potuto gestire qualcuno come King, ma lui fu più furbo di me. Era totalmente fuori dal mio livello quel tipo.

Provato il fatto che fu pagato 12 milioni di dollari per il suo incontro contro Michael Spinks nel 1988, Tyson non riesce neanche ricordare né se sia stato mai pagato né «che cosa ne feci dei soldi». Aggiunge: «non avevo neppure un mio commercialista a quel tempo; usavo semplicemente quello di Don. Non avevo nessuno che mi dicesse come proteggermi. Tutti i miei amici erano a carico mio. Ho avuto gli amici più sfigati nella storia degli amici sfigati».

Né Tyson è al di sopra dell’usare True. La mia storia per rivedere il suo processo per stupro in Indiana nel 1992 e per parlare duramente un’altra volta della concorrente diciottenne a Miss Black America, Desiree Washington, per il cui stupro fu condannato: «Le dissi di indossare qualche abito largo e fui sorpreso quando entrò in macchina, indossava un bustino slacciato e i pantaloncini del pigiama. Sembrava pronta per l’azione».

Il tono prevalente di Tyson in True. La mia storia è simile a quella dell’esibizione di un comico di Las Vegas, alternata all’auto disprezzo e all’auto esaltazione qualche volta divertente, qualche volta semplicemente cruda:

Nessuno nella storia intera della Boxe ha mai fatto così tanto denaro in un periodo così corto di tempo come feci io…ero come una vera puttana sexy e bella che tutti volevano fottersi, sai cosa intendo?

Nel difendere il suo amico Michael Jackson dalle accuse di pedofilia:

Era strano, tutti dicevano che allora aveva molestato ragazzini, ma quando andai là c’erano alcuni ragazzini che erano tipo dei delinquenti. Non erano piccoli teppisti da due soldi, questi ragazzi lo avrebbero massacrato se avesse tentato qualsiasi merdata.

A volte è pieno di soldi che spende con il superficiale abbandono di un nuovo ricco atleta che si avvicina alla bancarotta:

Ero così povero che un ragazzo che mi aveva rubato la mia carta di credito si lamentò online che ero così al verde che non si era neanche potuto pagare una cena con la mia carta di credito.

Gli ammiratori dell’inizio della carriera di pugile di Tyson sarebbero sorpresi, se non confusi, di venire a sapere che anche quando era campione mondiale dei pesi massimi imbattuto – anche quando si stava allenando con Cus D’Amato come teenager negli anni’80 – beveva spesso in maniera pesante, come sua madre, e prendeva droghe, preferendo la cocaina: «Cominciai a comprare e sniffare coca quando avevo undici anni, ma bevevo fin da quando ero piccolissimo. Venivo da una lunga genealogia di ubriaconi».

Si crede generalmente che la spirale discendente di Tyson sia cominciata al tempo della debacle con Buster Douglas, ma questa biografia rende chiaro, come dice un’infinità di volte, che era un «cocainomane» più o meno da sempre. A un certo punto la sua dipendenza da cocaina è così estrema che sembra aver contagiato la moglie Kiki, il cui funzionario addetto alla libertà vigilata rileva cocaina nel suo organismo, una conseguenza del fatto che Tyson l’aveva baciata prima che lei andasse a fare il test antidroga. «Sto parlando di un barattolo di coca», scrive. «Ho infilato la lingua in quel barattolo e l’ho immersa nella cocaina pura. Così tanta da non poterti più neppure sentire la lingua». C’è un racconto comico di Tyson durante un attacco di rabbia da strada in cui attacca in maniera violenta un guidatore la cui macchina ha fortuitamente tamponato la sua:

Qualcuno aveva chiamato la polizia e ci portarono a qualche miglia lontano dalla scena. Ero fatto come un nibbio e cominciai a lamentarmi di un dolore al petto e poi dissi loro che ero vittima di racial profiling5.

Dopo l’arresto, Tyson con l’accusa di aggressione, è condannato a due anni di prigione in Maryland («con un anno condonato»); il suo visitatore che raccoglie maggiormente la sua attenzione nel libro è John F. Kennedy Jr., che bizzarramente rassicura Tyson che «la sola ragione per cui sei qui è perché sei nero». Tyson incoraggia John Jr. a «candidarsi per un incarico politico», un’idea che, nel racconto di Tyson, è evidentemente nuova per lui e che lo coglie di sorpresa. Tayson entra nei dettagli con l’erede dei Kennedy:

No, negro, tu devi fare questa merda… È quello per cui sei nato. I sogni della gente stanno cavalcando su di te, uomo. Questo è un fardello pesante ma non avresti dovuto avere quella madre e quel padre.

Con ammirevole preveggenza Tyson dice a John Jr. che lui è «fottutamente pazzo» a volare sul suo aeroplano privato. Anche se Tyson sta mettendo a dura prova la sua umiltà in prigione non può fare a meno di vantarsi che «poco dopo che John-John era stato qui, boom, io ero fuori di prigione».

Anche se in cambio di tale autoesaltazione, ogni poche pagine c’è una sorta di superficiale autopunizione, come un tic: «Posso non essere stato uno stronzo, ma ero un cazzone arrogante». Quando si fece fare il tatuaggio tribale Maori che ora copre quasi metà della sua faccia: «Odiavo la mia faccia e volevo letteralmente sfigurarmi».

Gli scherzi più divertenti in True. La mia storia hanno a che fare con gli stereotipi razziali. Tyson racconta di essere stato accolto da un miliardario ebreo di nome Jeff Green che aveva fatto «un miliardo di dollari giocando sul mercato immobiliare» mentre «io ero un pugile musulmano che passava il suo tempo a spendere quasi un miliardo di dollari in puttane, macchine e avvocati». Green invita Tyson a cena durante durante il Rosh Hashanah – «Merda ho anche dovuto leggere da un libro durante il seder6 della Pasqua ebraica». Questa è l’introduzione di Tyson a quello che egli chiama «esaltazione ebraica». Un altro episodio avrebbe raccolto risate di apprezzamento a Las Vegas:

Ero su uno yacht del solito ricco tizio ebreo e lo guardavo mentre controllava l’altro tipo ebreo la cui barca era ormeggiata lì vicino. Si stavano guardando l’un l’altro, proprio come fanno i neri, sai come ci guardiamo l’un l’altro, no? E poi uno disse: «Harvard settantanove»?

«Sì, non hai studiato macroeconomia?»

Così sono su questa barca e vedo un grosso ragazzone nero. È la guardia del corpo per un trafficante internazionale di armi molto conosciuto. Io guardo lui e lui guarda me e non riesco a collocarlo. Lui venne verso di me.

«Spofford settantotto?» mi chiese.

«Merda, negro, ci siamo incontrati in gattabuia», ricordai.

Uno degli incidenti più raccapriccianti della carriera di Tyson è il tafferuglio culminato col morso all’orecchio nel suo incontro contro Evander Holyfield nel 1997. Provocato dalla testata del suo avversario, che aveva aperto uno squarcio nella sua fronte (e che l’arbitro Mills Lane definì inspiegabilmente come «accidentale»), Tyson perse il controllo e morse un orecchio di Holyfield – e poi, quando il combattimento riprese, dopo che Holyfield colpì di nuovo la fronte di Tyson, lui morse anche l’altro orecchio di Holyfield. «Volevo semplicemente ucciderlo. Tutti quelli che guardavano avevano potuto vedere che le testate erano state lampanti. Ero furioso, ero un soldato indisciplinato e persi il controllo». L’arbitro fermò l’incontro dichiarando Holyfield vincitore. Anche se il comportamento fu condannato da tutti come antisportivo, un’esame del video mostra chiaramente che l’arbitro si comportò con ingiustificata indulgenza verso Holyfield, e con pregiudizio nei confronti di Tyson. (Ironicamente, in una competizione dei Golden Gloves, lo stesso Holyfield aveva una volta morso un avversario.) Su Holyfield e su di sé Tyson ha detto questo in una recente intervista alla New York Public Library:

Evander sta ancora combattendo, sta ancora cercando di vendicarsi. Io non sto cercando di vendicarmi. Mi sto dirigendo verso altri posti, che sono probabilmente oscuri e dove non sono mai stato prima, ma non ho paura di andarci, non ho paura di perdere nella vita. Non ho paura di fare nulla…Non c’è nulla che farei a meno che non vi sia una possibilità di essere umiliato. Se non posso essere umiliato, se fallisco, non voglio farlo, perché è solo facendo in questo modo che raggiungerò il mio potenziale più alto.

True. La mia storia finisce con Tyson in uno stato d’animo severo, persino poetico, che riflette sulla sua fede musulmana e sui «combattenti dei vecchi tempi» come Harry Greb, Mickey Walker, Benny Leonard, John L. Sullivan. Il suo stato d’animo qui è nostalgico, contrito – «Ora sono totalmente compassionevole…Sono giunto veramente nel luogo del perdono». Ma «qualche volta fantastico proprio di fare esplodere il cervello a qualcuno così posso andare in prigione per il resto della mia vita». Tyson scrive di essere tornato a frequentare gli alcolisti anonimi e che la sua sobrietà è una materia precaria, come il suo matrimonio. Dopo i gioviali eccessi di True. La mia storia è poco convincente terminarlo con una nota calma e incerta come questa: «Un giorno alla volta».

 

 

  1. Nel 2003, dopo aver guadagnato tra i 300 e i 400 milioni di dollari, Mike Tyson dichiarò bancarotta con 23 milioni di debito e di 17 milioni dovuti in tasse da pagare.
  2. Persone che danno il benvenuto ai turisti quando visitano una città o ai visitatori di un’attrazione. N.d.R.
  3. Farmaco antidepressivo. N.d.R.
  4. Il clinch è la posizione di trattenuta tra due pugili, in modo che l’un l’altro si leghino per non far partire colpi. N.d.R.
  5. Con il termine racial profiling ci si riferisce al peso decisivo di fattori razziali o etnici nel determinare l’azione portata da parte delle forze dell’ordine nei confronti di un individuo (per esempio un controllo o un arresto). N.d.R.
  6. Seder, è un termine che può essere tradotto in lingua italiana con il termine «ordine», con riferimento ai diversi momenti del rituale di alcune ricorrenze della cultura ebraica. N.d.R.

 

JOYCE CAROL OATES,oltre a essere docente di lettere alla Roger S. Berlin di Princeton, è autrice di sceneggiature, poesie, saggi e di oltre settanta romanzi. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Storia di una vedova (Bompiani, 2013)
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