Jonathan Freedland

Il sionista progressista

da ''The New York Review of Books''
POLITICA E SOCIETÀ: Il giornalista Jonathan Freedland analizza la questione israelo-palestinese dal punto di vista di una figura molto particolare che all'interno di questo dibattito si ritrova in una posizione estremamente difficile: il sionista progressista.

ARI SHAVIT, My Promised Land: The Triumph and Tragedy of Israel, Spiel and Grau, pp. 445, $ 28,00
JOHN B. JUDIS, Genesis: Truman, American Jews, and the Origins of the Arab/Israeli Conflict, Farrar, Straus and Giroux, pp. 432, $ 30,00
NORMAN G. FINKELSTEIN, Old Wine, Broken Bottle: Ari Shavit’s Promised Land, OR Books, pp. 97, $ 10,00

 1.

Nell’ambiente tossico che caratterizza molto, se non la maggior parte, del dibattito sul conflitto tra israeliani e palestinesi, un veleno speciale viene riservato al sionista progressista. Tale persona, che appoggia Israele anche se desidera che questa cambi, è destinata ad essere odiata da entrambi gli schieramenti: i falchi sionisti disprezzano il progressista perché va troppo a fondo con le sue critiche, accusandolo di stringere la mano del tradimento della causa che può solo confortare il nemico, mentre gli antisionisti denunciano il progressista per non andare abbastanza a fondo, perché fallisce nel seguire la logica della sua posizione fino alla sua conclusione e perciò perché difende l’indifendibile. Il sionista progressista viene definito sia come un ipocrita che come un apolegeta  o entrambi.

Il trattamento inflitto a My Promised Land, una storia personale di Israele di Ari Shavit, editorialista del quotidiano di sinistra ‘Haaretz’, ne è un esempio emblematico. I guerrieri del computer di entrambe le parti hanno indossato la loro solita armatura e iniziato ad attaccare il libro da destra a sinistra. «Lungi dall’autocritica, questo è semplicemente autosvilimento», ha scritto l’ex rappresentante del World Jewish Congress Isi Leibler sul ‘Jerusalem Post’, suggerendo che tra gli obiettivi di Shavit vi era  il servile desiderio di ottenere «il consenso da parte delle star progressiste per le quali lo svilimento dello stato ebraico è divenuta una componente chiave del loro DNA progressista». Allo stesso tempo, l’accademico di sinistra Norman G. Finkelstein ha dedicato un intero, se pur breve, libro per smontare My Promised Land. In Old Wine, Broken Bottle egli insiste sul fatto che i punti di vista di Shavit «contengono un nucleo centrale di ipocrisia e stupidità cosparso da una patina decorativa di arroganza e pomposità. È un tuttologo che non sa nulla, e se ci fosse una gara per il più grande schmuck del mondo, arriverebbe secondo».

Ari Shavit

Ari Shavit

Il che non vuole dire che  My Promised Land non si sia guadagnato ammiratori importanti. Li ha infatti avuti, ricevendo lodi da Thomas Friedman, Leon Wieseltier, Jeffrey Goldberg, David Remnick e altri. È difficile che ciò preoccupi i critici. Al contrario, essi vedranno le lodi a Shavit da parte di quel quartetto come un semplice atto di solidarietà di gruppo: i leoni del sionismo di sinistra che si riuniscono con orgoglio. 

La natura compressa della posizione sionista progressista non è nuova, ma negli anni recenti la difficile situazione si è accentuata. Il declino del movimento pacifista israeliano, insieme alla serie di fallimenti del Partito Laburista Israeliano, fa capire che è una causa in arretramento. Negli Stati Uniti, i leoni progressisti sono anche lì divenuti una specie in via di estinzione, per ragioni che riflettono i cambiamenti a lungo termine in Israele. Come spiegava Peter Beinart in un saggio molto discusso su queste pagine nel 2010, The Failure of the American Jewish Establishment, la leadership ebrea americana ha adottato una linea se possibile più conservatrice, con posizioni su Israele pro Likud che lasciano fredda la generazione emergente dei giovani ebrei americani, i cui punti di vista, almeno sui problemi interni, tendono verso l’ultra sinistra. Con una leadership dell’AIPAC pro Netanyahu alla sua destra e una nuova generazione sempre più disillusa da Israele alla sua sinistra, il sionista liberale sembra incagliato in una striscia di terra sempre più ridotta. 

Almeno un aspetto di ciò era solito una volta essere molto diverso. In  Genesis: Truman, American Jews, and the Origins of the Arab/Israeli Conflict, John B. Judis nota che i padri fondatori del sionismo progressista americano – con a capo il giudice della Corte Suprema Louis Brandeis – appoggiavano la nascente causa di una patria ebrea in Palestina perché li aiutava in parte a riconciliare due aspetti della loro identità: il loro essere ebrei e il loro essere progressisti. Supportando il sionismo, non stavano solo supportando un popolo assediato e oppresso in fuga dall’Europa, stavano anche appoggiando un esperimento di vita collettivista. Brandeis era particolarmente impressionato, come lo sarebbero stati molti nei decenni a venire, dall’allora embrionale movimento dei kibbutz. Come scrive Judis di Brandeis, nella seconda decade del ventesimo secolo, «gli ebrei in Palestina stavano costruendo la democrazia cooperativa che egli voleva creare negli Stati Uniti». La nozione che la causa di Zion una volta servisse da ponte tra gli ebrei e i progressisti di sinistra contiene un’amara ironia. In questi giorni li divide.

2.

Un addestramento nel kibbutz di Mishmar HaEmek, 1948

Un addestramento nel kibbutz di Mishmar HaEmek, 1948

Che i luminari del sionismo progressista abbiano salutato My Promised Land con entusiasmo, non è una sorpresa. Esso articola perfettamente il loro credo. Perché ciò che caratterizza il sionista progressista, e ciò che fa infuriare i suoi oppositori a sinistra e a destra, è l’insistenza sul fatto che due cose, di solito ritenute essere in opposizione, possano essere entrambe vere. Così mentre, diciamo, la sinistra denuncia gli insediamenti e la destra sottolinea le paure di Israele per la sua stessa sicurezza, i sionisti progressisti vogliono fare entrambe le cose, spesso allo stesso tempo.

 Che questa sia l’intenzione di Shavit è chiaro fin dall’inizio. La sua introduzione avverte il lettore che “dualismo” sarà la sua parola d’ordine, che egli avrà a che fare con il sia/e piuttosto che con il ma/o:

Da una parte Israele è la sola nazione in occidente che sta occupando un altro popolo. Dall’altra, Israele è la sola nazione in occidente la cui esistenza è minacciata. Sia l’occupazione che l’intimidazione rendono unica la condizione di Israele. L’intimidazione e l’occupazione sono diventati i due pilastri della nostra condizione.

 Si potrebbe discutere se la sensazione di minaccia sia giustificata, dato il dominio militare regionale e locale di Israele. Ma non è questo il punto. Che Israele si percepisca in pericolo, per ovvie ragioni storiche e geografiche, è del tutto chiaro e da questo punto di vista la percezione conta: la sicurezza nazionale non c’è se una nazione si sente insicura. Shavit ha sicuramente ragione nel dire che qualsiasi racconto che non riesca a comprendere sia quel fatto che l’occupazione lunga quarantasette anni non può sperare di «cogliere la storia di Israele in maniera corretta».

 Il libro mantiene quella promessa di dualismo. Fornisce, per esempio, un capitolo sul pericolo posto dalle ambizioni nucleari iraniane, appoggiando a piena voce la tesi della minaccia all’esistenza di Israele.  È un argomento che l’AIPAC potrebbe utilizzare facilmente come proprio documento di propaganda (uno di quei documenti che, detto per inciso, hanno a lungo separato Shavit da molti dei suoi più scettici colleghi di ‘Haaretz’). È curioso per un libro che analizza una storia più che secolare, il fatto che questa sezione sulla scenario attuale sia una delle più datate di My Promised Land. In vista dei colloqui Stati Uniti-Iran sulla questione nucleare e, più recentemente, della cooperazione tra i due paesi a causa della minaccia posta dall’organizzazione sunnita ISIS in Iraq,  questa dura retorica sull’Iran appare solitaria e non al passo con i tempi sia che provenga da Shavit che da Netanyahu.

 Il comportamento da falchi di questo tipo si inimicherà debitamente le colombe tra i suoi lettori. I quali poi si imbatteranno in passaggi come il seguente, suscitato da una visita all’insediamento di Ofra nella Cisgiordania:

 Gli insediamenti hanno messo il collo di Israele in un cappio. Essi creano una realtà demografica, politica, morale e giuridica  indifendibile. Ma ora l’illegittimità di Ofra sta contaminando la stessa Israele. Come un cancro, si diffonde da un organo all’altro mettendo in pericolo l’intero corpo. Il colonialismo di Ofra spinge il mondo a percepire Israele come un’entità colonialista. Ma poiché nel ventunesimo secolo non c’è spazio per un’entità colonialista, l’occidente sta gradualmente voltando le spalle a Israele. Ecco perché gli ebrei assennati in America e in Europa si vergognano di Israele. Ecco perché Israele è in conflitto con sé stessa. 

Un uomo sventola la bandiera palestine davanti all'insediamento di Ofra

Un uomo sventola la bandiera palestine davanti all’insediamento di Ofra

Shavit va più a fondo, scegliendo di includere in My Promise Land il racconto scritto come giovane riservista nel periodo di dodici giorni trascorsi come carceriere in un campo di detenzione di Gaza nel 1991, originariamente pubblicato su ‘Haaretz’ e in seguito sulla ‘New York Review of Books’. Sebbene il giovane Shavit scriva di aver «sempre aborrito quell’analogia», cita un commilitone che dice «che il posto ricorda un campo di concentramento». Usa le parole «Aktion» e «Gestapo». Dice del  dottore del campo, «non è Mengele», il che naturalmente invita a paragonarlo allo stesso Mengele.

 Si potrebbe pensare che ciò renda la visione di Finkelstein – e cioè che Shavit sia impegnato in una sofisticata hasbara, cioè la propaganda per Israele – difficile da sostenere. Ma i critici del sionismo progressista hanno una risposta pronta.  L’espressione ebraica per quel tipo di posizione è yorim u’vochim, letteralmente “sparare e piangere”, usata per deridere la tendenza della sinistra di Israele a condannare l’orrore dell’uccisione degli arabi o dell’occupazione palestinese con eloquenti prose, con poesie entusiasmanti e con film vincitori di premi, mentre allo stesso tempo uccisioni e occupazione continuano. In questo modo, affermano i critici, la colomba israeliana riesce ad ottenere l’ammirazione del mondo esterno, ebreo o non ebreo allo stesso modo, per la bellezza e la sensibilità della sua coscienza anche quando il comportamento del suo paese, e dell’esercito la cui uniforme essa continua a indossare, non cambia. In questa visione, il sionista progressista è più screditato del cugino nazionalista dalla linea dura perché, a differenza dell’ultimo, insiste nell’avere la sua fetta di torta e nel mangiarla. Questa accusa poteva essere fatta, ed è stata fatta, a Shavit. Si potrebbe dire che il suo capitolo su Gaza corrisponda alla definizione classica di “sparare e piangere”. Ma sarebbe una risposta troppo superficiale alla storia più ampia che My Promise Land  sta raccontando, una storia in cui il libro stesso potrebbe avere un ruolo.

 3.

Profughi palestinesi espulsi da Lydda,1948

Profughi palestinesi espulsi da Lydda,1948

La questione definitiva che agli oppositori di estrema sinistra del sionismo piace gettare in faccia ai sionisti progressisti, la sola a cui i primi credono che i secondi non potranno mai rispondere, è, per usare la formulazione di Finkelstein: «Come si può scusare la pulizia etnica?». Se uno è un progressista, impegnato nella difesa dei diritti umani, come può giustificare l’espulsione e l’espropriazione dei palestinesi nel 1948 quando nacque Israele?

 La risposta di Shavit giunge sotto la forma dei due capitoli che si trovano al centro del libro. Il primo è “Lydda, 1948”, ed è un racconto meticolosamente assemblato dei tre giorni di luglio in cui i soldati del nuovo esercito israeliano svuotarono la città dei suoi abitanti palestinesi e, secondo Shavit, uccisero più di  trecento civili a sangue freddo e indiscriminatamente. Mettendo insieme le testimonianze di coloro che compirono la strage, Shavit scrive: «il sionismo compì un massacro».

 È stato questo capitolo, risoluto e dettagliato dal punto di vista giudiziario, che ha tormentato Isi Leibler nella recensione sul ‘Jerusalem Post’. Come vedremo, il solo fatto di parlare questi fatti brutali è di per sé una presa di posizione, ma Shavit tocca anche la questione della sua giustificazione.

Primo, egli ammette implicitamente quello che gli antisionisti hanno affermato a lungo: che l’eventuale espropriazione dei palestinesi era implicita fin dall’inizio nel progetto sionista e che non ci poteva essere un qualsiasi altro modo per realizzarlo. Il problema era che la patria ebraica non era disabitata. Come riferirono i due rabbini del primo congresso sionista organizzato da Theodor Herzl a Vienna, inviati in Palestina come le spie bibliche che per prime entrarono a Canaan: “La sposa è bellissima ma è sposata a un altro uomo”. Shavit sembra accettare come ovvia l’implicazione che la Palestina non potesse diventare la casa degli ebrei finché i palestinesi non avessero perso la loro casa in Palestina: «Se doveva esistere il sionismo, non avrebbe potuto esistere Lydda. Se Lydda doveva esistere, non avrebbe potuto esistere il sionismo».

Questo vuol dire che Shavit crede che il massacro di Lydda fosse giustificato? Egli evita di dare una risposta diretta. La questione è «troppo grande da affrontare»; è «una realtà su cui non posso avere dominio». Ma egli non si unirà

ai cuori sanguinanti degli israeliani progressisti degli ultimi anni che condannano ciò che [gli israeliani] fecero a Lydda ma che si godono i frutti delle loro azioni…Se è necessario, starò dalla parte dei dannati. Perché so che se non fosse stato per loro, lo Stato di Israele non sarebbe nato…Loro fecero lo sporco, disgustoso lavoro che consente al mio popolo, a me, a mia figlia e ai miei figli di vivere.

Questa risposta è sorretta, di nuovo implicitamente, da quanto segue. Il capitolo dopo Lydda è “Residenza Estiva, 1957”, che descrive un singolo shikun, un piccolo quartiere alla periferia di Tel Aviv, che divenne la nuova casa di un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto. Shavit cita, ininterrottamente e a lungo, le struggenti esperienze dell’infanzia di tre eminenti israeliani: il romanziere Aharon Appelfeld, l’ex presidente della Corte Suprema Aharon Barak e il professor Ze’ev Sternhell (che Shavit definisce «un onorato attivista politico contro il fascismo»), tutti sopravvissero al vortice della Shoah prima di raggiungere Israele.

La giustapposizione di questi due capitoli fa il punto di Shavit al suo posto. Ricorda al lettore perché gli ebrei arrivarono a credere con tale urgenza e fervore che uno stato, un rifugio, fossero una necessità. Come si sa, sia i falchi sionisti che gli antisionisti tendono a disprezzare questa linea di ragionamento. I primi temono che la rivendicazione della Palestina da parte degli ebrei esca indebolita se questa rivendicazione non viene considerata come il risultato di un attaccamento millenario alla Terra di Israele, ma  semplicemente come il bisogno di un rifugio postbellico. Gli ultimi la vedono come una sorta di carta vincente morale, destinata a chiudere tutti le questioni.

 Eppure Shavit ha ragione a sollevarla, perché l’esperienza dell’Olocausto ha in effetti condotto gli ebrei in Palestina e al di là del fatto che uno stato ebraico fosse divenuta una questione di vita o di morte. Judis, la cui prospettiva differisce nettamente da quella di Shavit, conferma la stessa cosa quando cita l’inviato di Truman, Mark Ethridge, che riferisce al presidente che gli ebrei credevano di aver «scampato per poco…l’estinzione». Judis dice che la maggior parte degli Ebrei Riformati che non più tardi del 1942 fondarono l’American Council for Judaism – che era contraria al sostegno americano ad uno stato ebraico – cambiò radicalmente posizione una volta che seppe dell’orrore nazista. «Dopo che emersero i racconti dell’Olocausto, molti di loro abbracciarono il sionismo come unica alternativa per gli ebrei dislocati in Europa». Quella esperienza – degli ebrei, prima ambivalenti sulla creazione di uno stato ebraico, che lasciano poi cadere tutti i dubbi di fronte alla Shoah – non era assolutamente universale nel mondo ebraico. Sembrava chiaro che gli ebrei avevano bisogno di un paese dove, anche se la loro sicurezza sarebbe stata lontana dall’essere garantita, sarebbero stati, almeno, in grado di difendere sé stessi.

Eppure, credere che una casa nazionale ebraica fosse una necessità morale non è lo stesso che credere che l’espropriazione dei palestinesi ne fosse la logica inevitabile. I due punti di vista sono separabili, l’argomentazione centrale di Judis è che le cose in realtà potessero essere condotte in maniera diversa, Truman aveva seguito il suo istinto nell’imparzialità tra ebrei e arabi e aveva sostenuto il sionismo di Ahad Ha’am e dei suoi seguaci, che chiedevano uno stato binazionale in Palestina. Quello che egli non fece, dice Judis, fu causato dalla forte pressione del sionismo americano, come quello del rabbino Abba Hillel Silver, di Stephen Wise e di altri che spinsero il presidente a sostenere la causa ebraica in Palestina.

L’eco in quella posizione delle recenti controversie sulla “lobby israeliana”, incluso il furore scatenato dal libro di Stephen Wal e John Mearsheimer sull’argomento, ha visto Judis accusato di far rivivere i vecchi luoghi comuni sullo smisurato potere ebraico. Tutto questo era teso a oscurare il suo tentativo di recuperare dall’oblio la tensione binazionalista esistente all’interno del sionismo. Il punto di vista convenzionale è che la visione di Ahad Ha’am e del movimento Brit Shalom che egli ispirò – di cui facevano parte Judah Magnes, Martin Buber, Henrietta Szold e Gershom Scholem tra gli altri – era esageratamente utopistica e destinata a fallire e che i due popoli sarebbero stati sempre destinati a scontrarsi. Judis rifiuta questo punto di vista, insistendo che Truman avrebbe potuto usare il potere americano per imporre la soluzione binazionale sulla Palestina.

Altri, incluso lo scienziato politico Jerome Slater, affermano che uno stato binazionale non fosse il solo modo in cui si sarebbe potuta evitare l’espulsione e l’espropriazione. Slater descrive i progetti che circolarono allora di una ricollocazione volontaria da parte degli arabi, accompagnata da una sostanziosa compensazione economica, la qual cosa avrebbe potuto rendere possibile uno stato ebraico senza tutta la brutalità che ne è conseguita.

Queste dovrebbero essere questioni importanti per i sionisti progressisti perché sfidano, almeno, la nozione che l’espropriazione violenta fosse inevitabile e conseguente  all’impresa sionista. Nel freddo linguaggio della logica, esse suggeriscono che i massacri come quello di Lydda furono fortuiti più che inevitabili. Shavit non considera queste possibilità alternative, ma se lo facesse ciò potrebbe scuotere la sua certezza che se non fosse stato per «i dannati» di Lydda, lo stato di Israele non sarebbe mai nato.

 4.

Mentre i critici alla sua sinistra hanno criticato le conclusioni che Shavit ha ricavato da Lydda, il fatto che egli racconti quel massacro a tutti, insieme al modo in cui lo racconta, è già di per sé significativo. Il risultato del capitolo è quello di prendere una posizione contro i primi sionisti e di insistere nel vedere quello che loro non videro. Su questo Shavit e Judis concordano: i padri del sionismo erano afflitti da una cecità selettiva, incapaci o non desiderosi di registrare quello che era davanti ai loro occhi: la presenza di un altro popolo sulla Terra di Israele.

Shavit ricostruisce il viaggio in Palestina fatto dal bisnonno, il benestante gentleman inglese e sionista romantico Herbert Bentwich, nel 1897. Facchini arabi lo aspettavano a Jaffa; personale arabo lo aspettava al ‘hotel; abitanti di villaggi arabi ovunque. Ma non lasciarono traccia. «Il mio bisnonno non li vedeva perché era motivato dalla necessità di non vederli», scrive Shavit. «Non li vede perché se li avesse visti, sarebbe dovuto ritornare a casa».

In questo, Bentwich fu un esempio tipico. È ben risaputo che molti dei primi sionisti avevano una zona d’ombra quando si arrivava alla popolazione indigena della Palestina. Erano impazienti di accettare il mito di una terra senza un popolo, destinata a un popolo senza terra (i binazionalisti erano l’eccezione e tra loro, casualmente, vi era Norman, figlio di Herbert Bentwich, ministro della giustizia sotto il mandato britannico).

Meno noto è che gli amanti americani di Zion erano ciechi allo stesso modo. Judis non è sorpreso dal fatto che uomini di impeccabili credenziali progressiste non riuscissero a vedere ciò che era ovvio. Stephen Wise era uno dei fondatori della ACLU e della NAACP ma, come i suoi compagni sionisti progressisti, era «dimentico dei diritti degli arabi palestinesi». «Non sapevano quasi nulla della Palestina araba», scrive Judis. Erano uomini del loro tempo, se non del secolo precedente. Nel novembre 1929, Brandeis scrisse: «La situazione mi ricorda quella in America, quando i coloni che fondarono la Massachusetts Bay Colony si dovettero proteggere contro gli indiani».

Nella stessa Israele, la negazione non è tramontata. Al contrario, Shavit afferma che il suo paese è costruito su strati e strati di negazioni. La forma più evidente di queste è quella fisica, villaggi israeliani costruiti sui resti di villaggi che settant’anni fa erano palestinesi, i cui nomi sono stati cancellati:

Questa negazione è sbalorditiva. Il fatto che settecentomila esseri umani abbiano perso le loro case e la loro patria è stato semplicemente rimosso. Asdud diventa Ashdod, Aqir diventa Ekron, Bashit diventa Aseret, Danial diventa Daniel, Gimzu diventa Gamzu, Hadita diventa Hadid. E naturalmente Lydda diventa Lod, sede dell’aereoporto Ben-Guiron.

Shavit va oltre nell’argomentare che non furono solo i palestinesi di prima del 1948 ad essere vittime di questa tendenza israeliana a dimenticare. I sopravvissuti dell’Olocausto di cui egli parla furono se non messi a tacere a malapena ascoltati, le loro esperienze furono nascoste sotto la superficie dove non potevano ostacolare la marcia in avanti del progresso israeliano. Egli descrive anche il destino dei mizrachim, gli ebrei delle terre arabe, che giunsero in Israele solo per essere denudati delle loro abitudini, della loro eredità e del loro orgoglio – le loro tradizioni trascurate in quanto arretrate e vergognosamente mediorientali. Egli spiega che un paese impegnato a forgiare e a unificare una nuova nazione non aveva tempo per guardarsi indietro.

Ma è la voluta dimenticanza degli originari abitanti della terra che preoccupa Shavit. Il suo obiettivo non sono solo gli antenati di tanto tempo fa, ma gli antenati più prossimi: i leader del movimento di pace israeliano. Li rimprovera di essersi concentrati sull’eredità del 1967 e sui territori occupati, di favorire l’illusione che se solo Israele correggesse quell’errore e se ne andasse da quelle terre ne conseguirebbe una soluzione pacifica.

Ciò non vuol dire che Shavit difenda l’occupazione. Al contrario, desidera fortemente che finisca, considerando gli insediamenti in Cisgiordania come un errore di Israele di proporzioni catastrofiche. Non dà dettagli o una mappa, ma è chiaro il suo sostegno a un consenso internazionale che richieda il ritiro verso una versione corretta dei confini del 1967. La differenza con gli ex compagni del movimento di pace è che egli non crede più che un tale movimento porterà alla pace: «Non avremmo mai dovuto promettere a noi stessi la pace o pensare che quella pace fosse dietro l’angolo. Saremmo dovuti essere abbastanza seri da dire che l’occupazione deve finire anche se la fine dell’occupazione non significherà la fine del conflitto».

È implicito in questa visione che Israele non ha bisogno di aspettare un accordo con i palestinesi per definire un confine, e, come dice Shavit, «per ritirarsi gradualmente e con cautela dietro quel nuovo confine». Sta dalla parte dello stesso David Ben-Gurion che, subito dopo la guerra del 1967, suggerì che Israele riconsegnasse unilateralmente i territori che aveva appena conquistato (esclusa Gerusalemme). In questa logica, quella del recente fallimento del processo di pace di John Kerry, o del riacutizzarsi della violenza che è seguita al rapimento e all’uccisione dei tre ragazzi israeliani lo scorso giugno, non c’è necessità che il movimento di pace subisca ritardi. Senza avere illusioni di pace, Israele può iniziare da sola a darsi da fare in modo pratico per la riconsegna dei territori occupati.

8 luglio 2014, bombardamento israeliano su Gaza

8 luglio 2014, bombardamento israeliano su Gaza

Shavit è esplicito riguardo al perché un tale ritiro più o meno entro ai confini del 1967 non porterà la pace. È perché il cuore del problema non è il 1967 ma la nascita stessa di Israele nel 1948.

Con una scelta oculata, egli visita Hulda, il kibbutz che per decenni è stato la casa del leader spirituale di Peace Now, il romanziere Amos Oz. Ma Hulda era anche il nome del vicino villaggio arabo. Nell’aprile del 1948, il villaggio fu conquistato, le sue case demolite, i suo terreni saccheggiati e la maggior parte delle sue terre alla fine assorbite dall’omonimo kibbutz.

È Hulda, stupido. Non Ofra [in Cisgiordania], ma Hulda, dico a me stesso. Ofra fu un errore, un’aberrazione, una follia. Ma in linea di principio, Ofra può avere una soluzione. Hulda è il punto cruciale della questione. Hulda è ciò in cui consiste il conflitto.

Naturalmente, Shavit non è il primo a considerare la realtà del 1948. Egli cita la famosa e onesta orazione funebre di Moshe Dayan del 1956 che fu allo stesso modo senza zone d’ombra: «Abbiamo trasformato le loro terre e i loro villaggi, dove loro e i loro antenati prima abitavano, nella nostra casa». Shavit  sta anche seguendo il percorso fatto negli anni ’80 e ’90 dai “nuovi storici” di Israele, che spulciarono gli archivi e riesumarono i fatti sepolti dell’espulsione  dei palestinesi da Israele.

Ma Shavit potrebbe avere l’ascolto che quegli accademici non ebbero. Mentre alcuni nuovi storici si descrivevano come antisionisti e altri come postsionisti, Shavit è un rampollo dell’aristocrazia sionista. Le sue posizioni sull’Iran e altre questioni lo collocano molto all’interno del pensiero egemone israeliano. Tuttavia nel suo libro non solo denuncia le occupazioni post 1967, si lascia coinvolgere emotivamente dagli eventi che i palestinesi definiscono come la nakba, la catastrofe, del 1948.

Cosa dire di più? Israele e soprattutto i suoi sostenitori nella diaspora ebraica potrebbero accettare questo da Shavit in un modo che rifiuterebbero da persone come Norman Finkelstein. Scrivendo non solo come progressista ma come sionista, Shavit rende chiaro che la sua critica è dall’interno piuttosto che dall’esterno. Egli fornisce la storia familiare di tutti quelli di cui parla, che sia d’accordo con loro o meno, per fornire uno sfondo al loro punto di vista che non li aiuta ma che li umanizza. Non si colloca dal di fuori, gongolandosi nella sfortuna di Israele, ma piuttosto condividendola. Tutto ciò è reso chiaro nei capitoli dedicati ai trionfi di Israele, ai suoi sforzi sbalorditivi per assorbire le ondate di immigrati o al suo fiorente settore dell’alta tecnologia.

Tali lodi irritano le orecchie antisioniste, ma rendono Shavit un loro sostenitore molto più potente di quanto non siano mai stati loro stessi, almeno avendo come obiettivo quello di cambiare l’opinione pubblica di Israele – che, per chi vuole rendere efficace il cambiamento e far finire il conflitto piuttosto che vincere semplicemente nelle discussioni su Twitter, dovrebbe essere l’obiettivo principale.  Questo è forse un loro punto debole, ma gli ebrei tendono ad ascoltare di più coloro che mettono in discussione dall’interno piuttosto che dall’esterno il loro punto di vista. Testimoni della distinzione di Haggadah al tavolo del seder tra il figlio saggio e quello empio. Tecnicamente, tutto quello che li separa è la differenza grammaticale tra la prima e la seconda persona. Che cosa significa per voi, chiede il figlio empio; che cosa significa per noi, chiede il figlio saggio. Ma in quella distinzione c’è tutta la differenza.

Questa differenza di tono può essere il motivo per cui Judis ha attirato su di sé le critiche degli stessi scrittori che hanno lodato Shavit, Leon Wieseltier tra di loro. Il libro di Judis è rigoroso, ben documentato e ben argomentato ed egli ha dalla sua le credenziali sioniste (si presentò volontario per combattere con Israele nel 1967 ma giunse troppo tardi). Ma a volte la sua prosa suona la nota sbagliata, come se fosse meno preoccupato di convincere gli ebrei piuttosto che di esporre i loro fallimenti morali. Nella visione della sua tesi che gli ebrei americani avrebbero fatto, e potrebbero fare, la differenza nel conflitto israelo-palestinese, egli avrebbe dovuto fare di più per persuaderli piuttosto che per alienarseli.

Questo, forse, è il ruolo massimo per il sionista progressista tanto criticato. Ha una posizione migliore di molti per far cambiare l’opinione sionista, inclusa quella di Israele. Finkelstein conclude la sua filippica contro Shavit con la dichiarazione che, a dispetto del “peccato originale” della sua creazione, il destino di Israele non è scolpito nella roccia. Può fare un primo passo verso una risoluzione, consegnando il passato al passato, persino verso la riconciliazione, con «un formale riconoscimento di ciò che successe nel 1948». Per un patriota israeliano come Shavit, profondamente impegnato per il suo paese, aver scritto questo libro potente, complesso, coinvolgente e per esso aver ricevuto dei plausi suggerisce che è un avanzamento verso quell’obbiettivo indispensabile. 

 JONATHAN FREEDLAND, è un giornalista inglese, editorialista del ‘Guardian’, nel 2014 ha ricevuto il Premio Special Orwell per il giornalismo.

 

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